Method Dressing sì o no? Perché la tendenza da red carpet più chiacchierata del momento potrebbe averci già stancato...
C'è stato un momento in cui il method dressing ci ha fatto innamorare di nuovo dei red carpet. L'idea era semplice ma geniale: trasformare ogni première nell'estensione del film, raccontando il personaggio anche attraverso gli abiti. E se oggi pensiamo a questa tendenza, è impossibile non pensare a Zendaya e al suo inseparabile “image architect” Law Roach, la coppia che più di chiunque altro ne ha scritto le regole.
Con “Odissea” di Christopher Nolan, l'attrice – che interpreta la dea Atena – ha dato l'ennesima prova di questa formula. Prima con il corsetto anatomico di Schiaparelli a Londra, un'armatura uscita direttamente da un Olimpo contemporaneo, poi con l'abito scultoreo dalle grandi ali bianche, simile ad una Nike umana, firmato Matières Fécales a New York. Look spettacolari, pensati per accendere i flash e conquistare i feed di Instagram e TikTok nel giro di pochissimo. È il riflesso di un cambiamento più ampio, che racconta quanto oggi cinema e moda siano più vicini che mai. Le maison che non si limitano più a vestire le star ma producono film (vedi Saint Laurent), finanziano festival, costruiscono mondi e trasformano l’immaginario collettivo, rendendo il method dressing una vera e propria estensione della strategia narrativa e commerciale di un progetto.
Dalla reference al "cosplay aziendale"
La coppia d’oro Roach-Zendaya ha trasformato questa pratica in un fenomeno pop globale. Una strategia nata ai tempi di Spider-Man – indimenticabile il blazer con ragnatele di cristalli Alexander McQueen PE 2022 – e consacrata con l’universo retro-futurista di Dune, tra l’iconica armatura robotica di Thierry Mugler Haute Couture 1995 e il sensuale “wet dress” in pelle firmato Balmain.
Per Challengers, il duo ha poi spostato il gioco sul terreno del tennis-core, trasformando il press tour in un match di stile tra le décolleté Loewe con pallina incorporata nello stiletto e i look athleisure di Lacoste. Così accade che ad oggi pare che ogni outfit debba contenere a tutti i costi un "Easter egg" o una reference da spiegare nei caroselli social il giorno dopo. Il red carpet ha smesso così di essere lo spazio dell'espressione personale per diventare una succursale dell'ufficio marketing, studiata a tavolino per compiacere l'algoritmo e generare milioni di dollari in Earned Media Value per le case di produzione (basta vedere la promozione di "Cime Tempestose" e i look sfoggiati da Margot Robbie, capaci di catturare l'attenzione del pubblico e riportare in auge il trend del corsetto). Con questo schema rigido il rischio è che il personaggio finisca per fagocitare la persona, come è successo con Ariana Grande durante la lunghissima promozione di Wicked: la sua trasformazione nella strega buona Glinda è stata così totale e pervasiva, tra nuvole di tulle rosa confetto e un'attitudine confinata nel copione, da rendere l'attrice indistinguibile dal suo stesso ruolo.
Gli archivi sono il nuovo status symbol
E poi c’è la nuova corsa all’archivio. I pezzi vintage delle grandi maison sono diventati il nuovo Santo Graal con stylist e celebrity impegnati nella ricerca del capo più raro, quello che nessuno ha mai più rivisto o che sembrava ormai impossibile da indossare. Questa caccia al tesoro ha anche un lato controverso: molti storici e conservatori hanno messo in dubbio l’uso sempre più disinvolto di abiti d’archivio unici e delicati. Un dibattito aperto fin da quando Kim Kardashian ha portato sul red carpet l'abito originale di Marilyn Monroe al Met Gala, e che oggi solleva un interrogativo inevitabile: vale davvero la pena sacrificare la tutela di pezzi che hanno fatto la storia della moda in nome di un contenuto che dura il tempo di uno scroll?
Troppo veloci, troppo perfetti
Il look Schiaparelli indossato da Zendaya aveva sfilato in durante la Couture di Parigi appena poche ore prima, una piccola dimostrazione di come persino il segmento più esclusivo - e "lento" - della moda sia ormai sincronizzato con i ritmi dell'intrattenimento globale. Lo stesso Law Roach ha raccontato di aver fatto arrivare l’abito con un jet privato pur di averlo in tempo per l’evento. Un dettaglio quasi cinematografico (e dalle evidenti implicazioni ambientali), ma anche il simbolo di una nuova era della moda dove il tempo tra creazione e consumo si è ridotto ai minimi termini: un look nasce, viene fotografato, diventa virale e viene immediatamente archiviato. Il method dressing ha riportato entusiasmo sui red carpet e ci ha regalato alcuni dei look più memorabili degli ultimi anni, ma forse siamo arrivati a un punto di saturazione. Dopo aver imparato a leggere ogni abito come un codice, il prossimo gesto rivoluzionario potrebbe essere quello di ricordarci che la moda non deve sempre essere spiegata.
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