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Moda

Grazia.it talks with: Marzia Bellotti, founder di Marbell

Grazia.it talks with: Marzia Bellotti, founder di Marbell

foto di Rossella Malaguarnera Rossella Malaguarnera — 19 Marzo 2026
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Grazia.it punta i suoi riflettori su un brand tutto da scoprire attraverso le parole di chi l'ha pensato. Questa settimana chiacchieriamo con Marzia Bellotti, creatrice del marchio Marbell

Il capospalla come "corazza", come biglietto da visita. Che non serve solo a "coprire" durante la stagione fredda ma che dà un'anteprima di quello che c'è sotto, asseconda o sorprende, protegge e custodisce.
Da questo "amore" tutto speciale proprio per questo pezzo nasce nel 2025 Marbell, marchio creato da Marzia Bellotti, da sempre nel mondo della moda come stylist e creativa e con un passato da poco chiuso come direttore creativo per Krishjoy, brand di imbottiti e piumini dal fortissimo animo streetwear.
Proprio lì Bellotti ha iniziato la sua liason con il mondo dei capispalla, studiandone da vicino la costruzione, lavorando sui dettagli più minuti, collezionando esperienza e inanellando "trucchi" del mestiere. 
Da lì la decisione di concentrarsi su qualcosa di totalmente suo, dove sentirsi libera di rivedesse le regole dell'outwear ... Un anno fa nasce Marbell, brand dedicato al capospalla soprattutto imbottito, declinato come giacca, bomber o parka e che, nel nome, rende omaggio a figure femminili celebri che hanno  affascinato Bellotti per il suo percorso personale o professionale. Come nel caso di Amy, bomber imbottito con una cintura lungo l'orlo inferiore che ricorda i pantaloni a vita bassissima indossati dalla cantante Amy Winehouse o il piumino over e "cocoon" Mikaela ispirato alla sciatrice Shiffrin
Ma l'avventura è solo agli inizi e lo sguardo del brand si sta già ampliando...

Abbiamo intervistato Marzia Bellotti per farci raccontare com'è nato Marbell e dove è pronto ad andare... 

Ritratto-Marzia-Bellotti-OK

Partiamo dal nome del brand: Marbell è un gioco di parole che deriva dal tuo di nome. Quanto e cosa troviamo di Marzia Bellotti in questo progetto? 

«Il nome Marbell nasce come acronimo di Marzia Bellotti ed è stato scelto proprio perché fosse qualcosa che mi rappresentasse in modo diretto, quasi come se coincidesse con la mia identità. Volevo che il brand fosse ricordato come si ricorda una persona, con un carattere preciso e una personalità chiara. Ogni capo racconta il mio modo di vivere, di vestire e di esprimermi. Sono tutti pezzi che indosso realmente, che fanno parte del mio guardaroba quotidiano o che scelgo in occasioni specifiche».

Marbell nasce come focus sul capospalla. Che caratteristiche immancabili deve avere questo pezzo per te?

«È l’elemento più importante di un outfit, perché è la prima cosa che si vede. È qualcosa che non si nasconde, che si mostra subito e che comunica immediatamente chi sei agli altri. Proprio per questo deve essere una sorta di biglietto da visita: in pochi secondi racconta la tua personalità e il tuo stile».

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Quali sono i pro e i contro di avere un brand focalizzato su un capo/categoria ben precisa? 

«I pro sono legati soprattutto alla campagna vendita e quindi ai buyer: quando hai un prodotto forte e ben definito, per loro diventa molto più semplice acquistare. Arrivano già sapendo cosa troveranno e perché lo stanno comprando, e questo rende il processo più diretto e immediato. I contro, invece, emergono soprattutto considerando che il focus è prevalentemente sui capispalla imbottiti e questo comporta un limite in termini di stagionalità. L’inverno, infatti, tende a durare sempre meno e, anche se il mercato è globale e ci sono ancora aree geografiche in cui il freddo è una costante, diventa sempre più complesso proporre un prodotto che possa soddisfare fall/winter e spring/summer».

Hai “allargato il campo” proponendo anche altri capi come maglieria, camicie, gonne e pantaloni che sposano la tua filosofia e creano un total look. Come hai lavorato su questo fronte e hai trovato differenze rispetto a quello che fai con i capispalla?

«Ho introdotto nuove categorie perché mi sono resa conto che il capospalla, soprattutto quello imbottito, spesso può risultare difficile da interpretare: non sempre è immediato capire come indossarlo. Anche perché la mia idea di capospalla non è mai stata legata prima di tutto all’utilità, ma piuttosto all’estetica, mantenendo sempre una qualità molto alta. Inserire altre categorie mi ha permesso di costruire un total look che aiuta l’utente finale a comprendere meglio il prodotto. Ho lavorato con attenzione perché non nascano come elementi indipendenti, ma come un’estensione del capospalla. Io parto sempre da lì: è lui il centro, e tutto il resto ruota attorno come dei satelliti, con la funzione di completarlo e valorizzarlo. Le differenze principali tra le varie categorie che ho introdotto sono soprattutto a livello di costruzione e confezione. Rispetto a una giacca imbottita, che è un prodotto estremamente complesso, le altre categorie, pur mantenendo coerenza stilistica e qualitativa, hanno una maggiore semplicità a livello di realizzazione». 

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I tuo modelli hanno tutti nomi di donne e sono ispirati a personaggi della moda, dello spettacolo, della musica e dello sport: Kate, Madonna, Dua, Kendall, ma in passato anche Amy (Winehouse) e Mikaela (in onore della sciatrice Mikaela Shiffrin). Cosa ti cattura in una donna e cosa diventa per te fonte di ispirazione?

«I nomi femminili che ho scelto fin dall’inizio non sono casuali. Sono tutte donne che mi hanno colpito profondamente per la loro storia. Parliamo di figure pubbliche, quindi non di persone che ho conosciuto direttamente, ma di persone di cui, per quanto sia possibile sapere, emerge un percorso umano molto forte. Non sono perfette, e proprio questo le rende interessanti. Hanno sofferto, hanno attraversato momenti difficili, hanno vissuto fragilità e fallimenti, e hanno avuto il coraggio di mettersi in gioco. È da quelle fragilità, da quelle esperienze negative, che sono diventate  consapevoli, forti, capaci di sapere chi sono e cosa vogliono. Questo è l’aspetto che mi colpisce di tutte loro, indipendentemente dal campo di appartenenza, musica, cinema, sport o qualsiasi altro settore. Non è necessario essere perfette, bellissime o sempre nel posto giusto al momento giusto. Quello che conta davvero è sapere cosa vuoi, dove vuoi essere e chi vuoi diventare».

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Al momento il brand viene venduto online e attraverso alcuni pop up e department store. Ma se pensi a un primo flagship store di Marbell, dove ti piacerebbe aprirlo e come lo immagini? 

«Probabilmente lo aprire a Seul. Di recente ho fatto un viaggio lì e me ne sono innamorata: è una città ricca di  fermento creativo, piena di giovani che sperimentano continuamente, che vogliono divertirsi con la moda, giocare con i vestiti senza prendersi troppo sul serio, ed è proprio questo l’aspetto che mi ha colpita di più. Non lo immaginerei però come un semplice negozio tradizionale, un luogo in cui si entra, si prova un capo e si esce. Lo vedrei piuttosto come uno spazio sociale, un punto di incontro. Un luogo in cui le persone possano andare anche solo per stare insieme: magari con un bar o un caffè, dove ci si ferma dopo aver provato i vestiti, si incontrano amici, si beve qualcosa.

Ultima domanda: se Marbell fosse una canzone o una musica, quale sarebbe?

"California Love" di 2Pac. Canzone anni ’90 che, in qualche modo, esprime quello che è Marbell.

© Riproduzione riservata

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