La "Magica favola" dei tre abiti indossati da Arisa a Sanremo

Nel mondo dello spettacolo gli artisti si raccontano non solo attraverso l'arte, che si tratti di canto, danza o recitazione ma, oggi più che mai, anche attraverso l'immagine.
E lo sanno bene, da qualche anno a questa parte, i cantanti che salgono sul palco dell'Ariston in occasione del Festival più amato e chiacchierato, ovvero, Sanremo, consapevoli che non saranno solo la loro canzone e interpretazione a essere giudicate ma anche il loro look.
Perché in quei tre minuti circa, musica e parole non saranno i soli protagonisti, ma anche l'abito sarà veicolo di emozione ed espressione visiva di un racconto, come testimonia la presenza sempre più massiccia di celebrity stylist con il compito di supportare l'artista e a rendere una precisa immagine e identità.
E tra i concorrenti per questa 76esima edizione del Festival, Arisa è stata sicuramente tra le più abili nell'aver appreso questa lezione, emozionando il pubblico con la sua voce e stupendo tutti con con un "glow up" che è passato anche dalla scelta dei suoi outfit.
La cantante ha deciso di accompagnare la sua interpretazione con tre look che raccontassero, oltre alle note, la sua ... "Magica favola". Tre abiti, realizzati appositamente per lei da Salvo Rizza, founder e direttore creativo del marchio Des_Phemmes, in collaborazione con la stylist Rebecca Baglini.
Ad aprire la prima sera, un vestito a colonna in duchesse di seta color bianco ottico interamente ricamato a mano con 1.300 gocce di cristallo applicate a mano per creare un effetto chandelier. Per la seconda serata, una reinterpretazione radicale dello slip dress, realizzato con una maglia couture composta da 98 metri di catena metallica d’argento e catene di cristalli, sospesa sopra un abito in organza di seta nude. Infine, a chiudere il cerchio, un abito couture che lavora di sottrazione: una canotta a costine bianca, capo iconico di Des_Phemmes, accostato a un'opulente gonna in duchesse di seta nera arricchita da un maxi fiocco con lunghissimo strascico, in un gioco di sintesi tra essenzialità e teatralità.
Abbiamo chiesto a Salvo Rizza di raccontarci com'è stato lavorare con Arisa e la sua stylist a questo progetto...
Com'è nata la collaborazione con Arisa e cosa ti ha colpito di lei?
«È nata in modo molto naturale, soprattutto grazie a un rapporto di amicizia. Sono molto amico di Rebecca Baglini, la sua stylist, ed è stata proprio lei a contattarmi raccontandomi di questo progetto. Da lì abbiamo iniziato a costruire insieme un racconto. Successivamente abbiamo coinvolto anche Arisa per sviluppare i tre look, cercando di creare qualcosa che dialogasse con il mondo emotivo della canzone. Anche se inizialmente non avevo ancora ascoltato il brano, lei mi ha raccontato nel dettaglio di cosa parlava, cosa voleva trasmettere e quale messaggio voleva portare sul palco. Da lì il lavoro è stato proprio questo: tradurre quelle emozioni e quell’intenzione in immagini e in abiti».
Come hai lavorato con lei e la sua stylist Rebecca Baglini per questi tre look?
«È stato davvero un lavoro molto condiviso. Io, come designer, ho dei codici molto precisi e una mia idea di femminilità, che Rebecca vedeva particolarmente adatta a questo progetto. Con lei e Arisa siamo partiti da una riflessione comune: costruire uno storytelling, un racconto che avesse una coerenza durante tutta la performance. Una volta capito cosa volevamo dire e quale immaginario volevamo creare, abbiamo utilizzato il brand e i suoi codici come strumenti per tradurlo visivamente. Devo dire che la cosa più bella di tutto questo processo creativo è stata proprio l’energia con cui è nato. È stato un progetto costruito su un forte senso di affetto e di rispetto reciproco. Tutte le persone coinvolte — dal management allo styling fino alla sartoria — lo hanno davvero preso a cuore. Ognuno ha contribuito a costruirlo e accompagnarlo senza mai sovrastare il lavoro degli altri, e credo che proprio questo equilibrio e questo desiderio di ascoltarsi a vicenda siano stati ciò che ha reso il progetto così armonioso».
Che tipo di storia hai voluto narrare?
«Tutto il racconto che abbiamo costruito con Rebecca nasceva da un’idea molto precisa: il concetto di sottrazione. Volevamo partire da un’immagine di femminilità molto costruita per poi, passo dopo passo, decostruirla fino ad arrivare alla sua essenza. Il primo look era volutamente molto carico: candido, ricco di dettagli chandelier e con una costruzione molto presente, quasi scenografica. Era l’inizio del racconto, una femminilità più elaborata e costruita. Nel secondo look invece la materia diventava protagonista. Alcuni elementi decorativi sparivano e rimaneva una sensualità più diretta, più essenziale. L’ultimo look rappresentava il momento in cui tutto, in qualche modo, si scioglie. Il pezzo couture — la grande gonna strutturata — è stata accostata a qualcosa di estremamente semplice come una canottiera. È proprio lì che sono entrati in gioco due opposti che per me sono molto importanti: il massimo e il minimo, il maschile e il femminile, il gesto couture e la semplicità quotidiana. Fino a svelare l’essenza».
A quale dei tre ti senti più legato e perché?
«Forse quello a cui mi sento più legato è il terzo look, proprio perché rappresenta molto chiaramente quello che è il mio linguaggio. C’è questo incontro tra opposti che per me è sempre molto importante: un capo estremamente semplice accostato a un pezzo couture molto complesso, il maschile e il femminile che si incontrano. È un equilibrio che sento molto vicino sia a me come designer che all’identità del brand.
Puoi raccontarci qualche aneddoto sulla realizzazione di questi look?
«È nato tutto in tempi molto rapidi: abbiamo ideato e realizzato i look in circa quattro o cinque settimane. Considerando il tipo di lavorazione degli abiti, che richiedevano una manualità molto complessa e un grande lavoro sartoriale, è stato un processo piuttosto intenso. I momenti dei fitting sono stati sicuramente quelli più speciali. In particolare ricordo l’ultimo: è stato un momento molto umano. Vedere Arisa indossare il look finale e percepire come lo sentisse davvero suo è stato molto emozionante. Quando vedi una donna indossare qualcosa che hai immaginato e capisci che dentro quell’abito si sente bene, si sente bella, quello per me è il motivo per cui faccio questo lavoro. È stato molto bello condividere quel momento anche con Rebecca, che ha creduto in me e nel progetto fin dall’inizio. Poteva scegliere brand molto più grandi, ma ha deciso di investire in un marchio più giovane come il mio, e vedere che era felice del risultato è stato importante. Alla fine quello che mi porto dietro è soprattutto questo senso di amicizia e di affetto che ha accompagnato tutta questa esperienza».
Hai scelto di inserire due degli abiti indossati da Arisa nella tua presentazione della Milano Fashion Week. Come si inseriscono nel racconto della collezione?
«In realtà questi due abiti nascono proprio all’interno della collezione Fall Winter 2026-27, che mette in dialogo due immaginari che mi interessano molto: da una parte l’essenzialità e la forza delle silhouette Nineties legate al linguaggio di Helmut Lang, dall’altra una dimensione più eccentrica e teatrale ispirata alla figura della Marchesa Luisa Casati.
L’idea era quella di partire da forme molto essenziali — come lo slip dress — e accostarle a elementi molto più forti e decorativi. Nel caso dello slip dress di catene, per esempio, la base è proprio lo slip dress Nineties, ma reinterpretato attraverso una costruzione in catene che richiama l’immagine dell’abito fontana ispirato a quello indossato dalla Marchesa Casati. L’abito chandelier invece nasce da un’altra suggestione: i grandi candelabri monumentali con le cascate di cristalli incastonati. L’idea era proprio quella di trasformare quella pioggia luminosa di cristalli in un abito, quasi come se il corpo diventasse esso stesso un candelabro in movimento».
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