Ultimatum alla Terra — e non è il film con Keanu Reeves

Certe cose non le scegli, certe cose o le hai o non le hai, e un cuore da paladino della giustizia te lo consegnano quando vieni al mondo, anche se non lo hai chiesto, anche se non sai cosa farci: ce l’hai e te lo tieni. Perché seppure possa sembrare un dono, in realtà ti fa rimpiangere di non essere nato codardo e menefreghista: ti cambia la vita.
Il cuore da paladino della giustizia resta in incubazione per qualche anno e inizia a manifestarsi quando hai la percezione delle cose, quando hai il dono della parola e quando hai la facoltà di capire da solo, cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Sei colto dal desiderio irrefrenabile — che è più un bisogno — di fare o dire qualcosa per cambiare il corso degli eventi. Senti la necessità di prendere una posizione, di difendere, di accusare, come se la tua sola missione fosse quella di far sparire i soprusi dalla faccia della Terra.
E io che di cuore da paladino della giustizia ne ho uno, più di una volta, mi sono trovata in situazioni scomode per difendere i miei ideali.
Per esempio, in prima superiore, la prof d’inglese assegna un compito di punizione a un mio compagno — secondo me ingiustamente — quindi mi alzo e le chiedo di non punirlo. Lei cosa fa? Dà il compito di punizione anche a me. E sempre in prima superiore, io e la mia migliore amica, al tempo rappresentanti di classe, veniamo mandate come ambasciatrici al consiglio per riferire — da parte di tutti — che la prof di tedesco ha un metodo d’insegnamento inefficace.
Lei cosa fa? Ci rimanda tutte e due a settembre. Ma la volta in cui ho dato il meglio di me, è stato quando il buon vecchio Fantini, in quinta superiore, assegna alla classe una lista di libri da leggere, io ne pesco uno a caso e quel libro cambia la mia esistenza per sempre — e non solo a me.
Titolo del libro: Guida al consumo critico.
Inizio a leggerlo, arrivo alla fine e giungo alla conclusione che qualsiasi cosa faccia, anche il respiro che mi tiene in vita in questo preciso istante, nuoce a qualcuno. E seppure il mio cuore da paladino della giustizia suggerirebbe di smettere di fare qualsiasi cosa, la razionalità mi dice che non è posso smettere di respirare e la sensibilità, per mediare, decide di concentrarsi solo su alcune di esse.
Leggo degli allevanti intensivi, di ciò che passano quei poveri animali prima di morire per arrivare sulle nostre tavole. Leggo dei produttori di banane più importanti che costringono i lavoratori a iscriversi a sindacati padronali che non tutelano i loro diritti e leggo anche che Coca Cola aderisce a B.I.B.R.A, un’associazione che, per conto terzi, conduce esperimenti sugli animali.
La mia famiglia deve sapere queste cose, tutti devono sapere queste cose: inizio la mia piccola crociata.
È una domenica pomeriggio quando entro nella camera dei miei genitori che stanno sonnecchiando, per dire loro che l’Enrica di un tempo è morta: non esiste più.
Mio padre sistema il cuscino dietro la nuca, abbassa il volume della tv e mi chiede: “Ti sei fatta una canna?”
“Spiritoso... Ho letto un libro.” dico fieramente mostrandolo. “Ed è giusto che anche voi sappiate come gira il mondo.”
Mia madre accende la luce.
“Da oggi, farò a meno di carne, pesce, banane famose e Coca Cola.”
“Banane famose?” chiede lei stranita.
“Del Monte e Chiquita.”
“Ah.”
“E poi mamma...” aggiungo con rimprovero. “La raccolta differenziata! Dobbiamo smettere di produrre plastica, a cominciare dall’acqua: compriamo le bottiglie in vetro. E poi, dobbiamo assolutamente riciclarlo, insieme alla carta e all’alluminio.”
Entrambi sono d’accordo: salvare il pianeta è una causa nobile, ma come supponevo, dopo averci ragionato un po’, i miei manifestano le loro perplessità riguardo alla scelta di diventare vegetariana.
Niente e nessuno mi farà cambiare idea, sono certa della mia decisione e se a casa mi hanno ascoltato, mi ascolteranno anche a scuola.
E come si dice? L’unione fa la forza, lo sanno tutti, devo farmi degli amici nell’ambiente che mi aiutino a diffondere il messaggio. Prendo contatti con la Lega Anti Vivisezione, mi risponde una ragazza molto gentile che accoglie con entusiasmo la mia proposta di organizzare un incontro a scuola con i ragazzi. Lei e altre volontarie ci forniranno del materiale informativo, ci mostreranno dei video e risponderanno alle possibili domande. Sono felice ed eccitata: finalmente sto facendo qualcosa di concreto per la collettività, i posteri mi ringrazieranno e presto mi adopererò per salvare l’Amazzonia. La mia vita ora sì che ha un senso. Ed è con questo stesso entusiasmo che il giorno seguente mi presento dalla preside e le chiedo di preparare una circolare per informare tutte le classi che, venerdì dodici febbraio alle 17 in aula magna, ci sarà una conferenza contro la vivisezione presieduta da tre rappresentanti della LAV.
“Ma tu a chi lo hai chiesto di organizzare questa conferenza?”
La domanda è pertinente.
“Alle ragazze della LAV.”
Sembra essersi offesa.
“Se il pomeriggio la palestra della scuola resta aperta, può rimanere aperta anche l’aula magna. In fondo, Le chiedo solo di trasformare un momento non scolastico in un momento formativo.”
Quei sette anni alle superiori mi avevano insegnato come raggirare i cavilli burocratici. E anche se ammetto che avrei dovuto chiederle prima il permesso, sono certa che mi aiuterà: la vivisezione è un tema troppo sensibile. Devo chiarirlo.
“A Lei non importa che dei poveri animaletti indifesi — geneticamente diversi dall’uomo — vengano maltrattati, torturati e uccisi ingiustamente?” chiedo in tono lacrimevole.
Lei cosa fa? Siccome ho organizzato tutto senza la sua autorizzazione, mi punisce trasformandomi in una circolare umana per diffondere il mio verbo.
Ecco, quando all’inizio ho detto: ‘se a casa mi hanno ascoltato, mi ascolteranno anche a scuola’, non intendevo proprio alla lettera. Va bene il desiderio di diffondere il mio verbo, ma di farlo a voce, classe per classe, è impegnativo.
Ma se il destino vuole che diffonda verbalmente questo verbo, che sia.
Chiedo al prof di matematica, Tino Abbate, di aiutarmi e lui che appoggia la causa, mi concede due delle sue ore — per la mia crociata. La Secca mi accompagna e alla fine del giro, abbiamo già raccolto qualche adesione. Fantastico.
Un po’ meno fantastico è stato vedere i filmati che le ragazze della LAV ci hanno mostrato il giorno della conferenza.
Anche io che credevo di essere preparata, di fronte a certi immagini di vile cattiveria, ho dovuto coprirmi gli occhi per non guardare. Il proiettore rimane acceso, qualcuno si sforza di continuare la visione, qualche altro preferisce uscire. Comprendo quelle reazioni, ne percepisco la sofferenza, ma so che ciò che hanno visto e sentito qui, oggi, ha segnato il loro animo. Dopo qualche giorno dalla conferenza, il 20% delle ragazze della scuola smette di mangiare la carne.
Ai miei tempi, ero l’embrione di Greta Thunberg. Una piccola donna con una voglia sincera — mischiata a convinzione — di poter salvare il mondo: quella era io, ventisei anni fa.
Poi, con il tempo, il mio fervore si è spento: ho ripreso a bere la Coca Cola, a mangiare le banane famose, e a ricomprare l’acqua nelle bottiglie di plastica. Continuo però la mia campagna per spronare le persone a riciclare, a risparmiare acqua ed energia, continuo a non mangiare carne e pesce, ma di fatto, quel cuore da paladino della giustizia, capace di salvare il pianeta, solo in pochi lo possiedono fino in fondo. O non avremmo il mondo che abbiamo.
A un certo punto credo di aver fatto una scelta, non potendo cambiare il mondo part-time, ho preferito avere una famiglia.
E seppure non me ne sia mai pentita, sono grata a quelle persone che dedicano la loro esistenza a difendere il nostro pianeta e quello dei nostri figli, anche se spesso lo dimentichiamo.
Le mie bimbe e Giaco mangiano la carne e il pesce, non ho mai imposto loro le mie scelte, viviamo nel mood: ‘vivi e lascia vivere.’ Ma quando qualcuno mi chiede: ‘qual è la cosa che ti manca di più?’ rispondo sempre e sempre risponderò: le lasagne fredde di mia madre, quelle che mangiavo alle tre del pomeriggio perché la sera prima ero rientrata tardi, sul divano, con il plaid, quando ancora non sapevo della vivisezione e degli allevamenti intensivi.
Illustrazione di Valeria Terranova
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«F*cking b*tch. Brutta stronza, ubbidisci o muori»: l'editoriale di Silvia Grilli
L’agente anti-immigrazione Jonathan Ross ha ucciso a sangue freddo con tre colpi di pistola alla testa la cittadina americana Renee Good a Minneapolis.
Dopo averla finita, le ha urlato «brutta stronza», come abbiamo visto in un video diffuso dall'amministrazione Trump, che voleva dimostrare che il miliziano avesse sparato per legittima difesa a una terrorista interna.
Ma lei non era una terrorista e quelle non sembrano le parole di un uomo che aveva paura per la sua vita, piuttosto di un maschio furioso perché quella donna aveva osato sfidarlo.
Nel filmato, girato dallo stesso Ross che in una mano tiene il cellulare e nell’altra la pistola, si vede l’auto di Good ferma in mezzo alla strada. Lei abbassa il finestrino e, sorridendo, dice all’agente mascherato: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te».
Qualche momento dopo la donna, che aveva ricevuto da un miliziano l’ordine di andarsene e da un altro quello di scendere, riparte sterzando a destra per evitare d’investire Ross, che le sta davanti armato. L’uomo grida, lascia cadere il cellulare e spara. Renee muore, l’auto va a sbattere contro un’altra macchina. L’assassino urla: «F*cking b*tch». Poi procede a passo spedito verso il suo automezzo, mentre i colleghi mascherati impediscono ai medici presenti sul posto di soccorrere la vittima.
“Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne hanno paura che gli uomini le uccidano”, dice la scrittrice Margaret Atwood, autrice di un libro portentoso che racconta un’America in qualche modo simile agli Stati Uniti della presidenza di Donald Trump.
Ho sperato anche questa volta che il grande Paese delle libertà non fosse diventato quest’America. Ho visto i vari video, girati da testimoni oculari, che mostrano da diverse angolazioni questa esecuzione pubblica su una strada di Minneapolis. Ho ascoltato le testimonianze, trasmesse dalle televisioni americane, di chi si trovava sulla scena dell’omicidio. Purtroppo, questo è un atto gravissimo.
La vittima era una madre di tre figli, e aveva appena accompagnato il più piccolo di 6 anni a scuola. Il 7 gennaio, quando è stata trucidata, si trovava con la moglie e il loro cane vicino a dove, sei anni fa, il poliziotto bianco Derek Chauvin aveva ucciso il cittadino afro-americano George Floyd, premendogli un ginocchio sul collo.
La brutalità e l’abuso di potere delle forze dell’ordine in America non è una novità. Nuovo è che questa volta si tratti di una donna bianca, che quella mattina stava facendo la volontaria per segnalare la presenza dei miliziani mandati da Trump a rastrellare la città a caccia di immigrati. Lei e sua moglie erano dotate di fischietti per avvisare gli abitanti della zona, non di armi. I miliziani avevano pistole.
Ma la sua esecuzione dimostra che l’attivismo in America, come in Iran, ti costa la vita. Ormai, anche negli Stati Uniti quando un poliziotto o un governante ti dà un ordine devi obbedirgli se vuoi rimanere viva. Esistere è diventato un privilegio concesso dall’autorità e la morte la punizione alla disobbedienza. Ti stanno dicendo: piegati o muori. La relazione tra i cittadini e il potere è ridotta a sottomissione.
Il video girato dall’assassino dimostra anche che si è trattato di un atto terminale di violenza misogina. Quella donna aveva ferito più la sua virilità che attaccato la sua incolumità. Quando ho visto il sorriso della vittima, mentre diceva all’uomo che l’avrebbe uccisa: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te», ho capito che Renee Good aveva paura.
Stava replicando tutto ciò che è stato insegnato alle donne. Si stava facendo piccola e mansueta per cercare di prevenire la violenza maschile. È rimasta calma, anche se circondata da agenti che le impartivano ordini contrastanti.
Ma non è bastato. Non era abbastanza spaventata, abbastanza sottomessa. Dopo, non era neppure abbastanza morta. Lo sparatore ha voluto anche infangarla urlando «brutta stronza!».
L’omicidio di Floyd affondava le radici nel razzismo, l’esecuzione pubblica di Renee Good le affonda nella misoginia.
Dopo la sua morte, in America il potere l’ha accusata. Hanno dichiarato che era una terrorista. È stata insultata perché era lesbica e aveva tre figli da due precedenti matrimoni, come se la sua vita non tradizionale giustificasse in qualche modo l’omicidio.
Il messaggio del potere è: guardate come sono strane queste persone. Meritano di essere giustiziate in mezzo alla strada in America.
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Grazia è in edicola con Valentina Bellè
Valentina Bellè è la protagonista di copertina del nuovo numero di Grazia in edicola e app. È diventata celebre con le serie Volevo fare la rockstar e The Good Mothers.
In questi giorni è al cinema con il film Primavera, di Damiano Michieletto. Fotografata tra le stanze di un appartamento milanese, l’attrice è la protagonista di un servizio fotografico intimo ed emozionante.
Nell’intervista con Grazia si racconta: la scelta di studiare negli Stati Uniti e le sorelle da cui torna per sentirsi a casa. Il quaderno che porta sempre con sé e la paura di soffrire che ha superato guardandosi dentro.
Una delle attrici italiane più amate, Valentina ha lavorato in produzioni internazionali accanto ad Adam Driver, Penélope Cruz, George Clooney, Antonio Banderas, grazie alla capacità di emozionare. Un talento che, racconta a Grazia, nasce dal suo bisogno di mettere sempre in primo piano ogni dettaglio.
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Le illusioni di una coppia
Il Teatro Franco Parenti di Milano ospita L’illusione coniugale, fino all’11 gennaio, una commedia che esplora le fragilità e le contraddizioni delle relazioni di coppia. Lo spettacolo fa parte della rassegna Il teatro è donna del Franco Parenti ed è il quarto appuntamento dedicato alle protagoniste del palcoscenico, di cui Grazia è partner culturale.
Sul palco, Rosita Celentano, Attilio Fontana e Stefano Artissunch, anche regista della pièce, portano alla luce tradimenti, bugie, insicurezze, rancori e gelosie che emergono dopo una serata mondana, tra confessioni e riflessioni. Il testo, scritto da Éric Assous, più volte Premio Molière per la migliore commedia, affronta con umorismo, profondità e cinismo la complessità dei rapporti amorosi.
Tutto ha inizio con una secca richiesta di lei a lui di essere onesti e leali sui tradimenti dell’altro, che diventa l’occasione per passare al setaccio la loro relazione. Desiderio, tenerezza, complicità e mistero vengono attraversati dai protagonisti con ironia, divertimento, conflitto e una certa dose di cinismo.
La relazione di coppia è sempre sotto la lente di ingrandimento in uno spettacolo che fa ridere e riflettere ed è molto profondo e complesso. Dentro ci sono rabbia, presa di coscienza, debolezza, confusione, compromessi e perdono ma anche quei segreti che non necessariamente vanno rivelati, perché possono trasformarsi in forza. I dialoghi sono autentici a tal punto che è facile immedesimarsi e riconoscersi.
«In una coppia le responsabilità non sono mai completamente di una sola persona: possono essere distribuite in modo diverso, ma c’è sempre uno scambio reciproco», ha detto Rosita Celentano a Grazia. «Perdonare non significa scagionare l’altro, ma perdonare la coppia, cioè scegliere di ricostruire insieme, riconoscere che ognuno ha limiti e fragilità. Allo stesso modo, quando una relazione fallisce, non c’è un vincitore e un perdente: si vince o si perde insieme. Personalmente ho scoperto, crescendo, che qualunque delusione, dolore, problema o paura può essere un’opportunità. Ogni caduta è un'occasione di crescita interiore per capirsi meglio».
Gli ospiti della serata, dopo la rappresentazione, hanno festeggiato con Grazia e i protagonisti dello spettacolo teatrale gustando le delizie dello chef stellato Stefano Cerveni e i vini di Masciarelli Tenute Agricole.
Nelle foto, dall'alto:
- Attilio Fontana; Rosita Celentano; Stefano Artissunch
- Alessandro Enriquez
- Enzo Iacchetti
- Stefano Cerveni
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare
«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.
Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.
Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.
La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.
Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».
Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».
Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».
Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».
Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».
Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».
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