Quelli tra palco e realtà... e non è la canzone di Luciano Ligabue

Quelli tra palco e realtà...e non è la canzone di Luciano LigabueQuelli tra palco e realtà...e non è la canzone di Luciano Ligabue
Ho sempre pensato di essere troppo piccola per andare ai concerti. Piccola di statura, piccola di costituzione, la gente spinge, mi travolge e rimango sempre incastrata tra la schiena di chi ho davanti e la pancia di chi mi sta dietro. 
Una volta, durante uno dei Pavarotti International, ho addirittura chiesto alle persone vicino a me, sul parterre, di mettersi a sedere: ho rischiato il linciaggio. Ma quando le tue figlie ti implorano di accompagnarle al concerto di Justin Bieber, mica puoi rispondere: Sorry. 
Ora, devo fare una premessa. 
Giaco, Gughi e Morra, mio marito e i suoi migliori amici, decidono che per mantenersi giovani, devono trovarsi un passatempo: uno diverso dagli altri, non uno qualunque. 
Fino a quel momento, si sono accontentati di un doppio a tennis, del torneo di calcetto con la maglia del Bar Luana, di qualche weekend tutti insieme, ma ora, ormai quarantenni, nel mezzo del cammin di una crisi, che precede quella di mezza età, decidono di aprire una discoteca: lo Yago.

Grazie ai ragazzi della sicurezza, riusciamo a rimediare i biglietti per il concerto di Justin Bieber. 
Le bimbe sono entusiaste, immaginano posti privilegiati, a quattro centimetri da lui e invece, tocca a me dire loro la verità.
“Calmatevi.” ordino. “I posti sono in piedi, lontani dal palco, ci saranno ragazzini scatenati, disposti a calpestarvi pur di raggiungere Justin e voi dovrete sopravvivere.”
Le bimbe hanno gli occhi sbarrati e la bocca spalancata. 
Forse ho esagerato, le mie parole devono aver trasmesso un leggero stato d’ansia, ma non voglio creare false aspettative. 
“Mi avete capito? Dovremo stare unite e...”
“Mamma, stiamo solo andando a un concerto.” mi interrompe Emma. 
Vorrei ribattere dicendo: ‘e tu che ne sai?’ ma preferisco abbandonare l’argomento e preparare la cena. 

Giaco rientra dal lavoro una mezz’ora più tardi, mi raggiunge in cucina, mi dà un bacio, ma ha la faccia di chi ha qualcosa da farsi perdonare. 
“Cosa mi devi dire?” chiedo levandomi il grembiule. 
“Mi dispiace, ma sabato non posso venire con voi.”
“Mi ci mandi da sola?” chiedo disperata, mentre il grembiule mi scivola dalle mani. 
“No, ci sono sempre Gughi e la Michi.”
In effetti, mi consola sapere di non essere l’unica adulta ad accompagnare una squadra di bambini urlanti, ma deve avere una buona ragione per piantarmi in asso.
“E perché non vieni?” 
“Sabato c’è Gigi D’Agostino, io e Morra dobbiamo restare allo Yago.”
Suggerisco alle bimbe uno switch Justin Bieber-Gigi Dag, ma non viene accettato: mi rassegno al mio destino. 
Decido di abbandonare i miei pregiudizi sui concerti, imponendomi di dare un’altra chance a quel luogo affollato e pericoloso, 
e se devo scegliere una mise, deve essere assolutamente adeguata. 
Raggiungo la sezione ‘young’ del mio guardaroba, quella che racchiude alcuni pezzi anni ‘90 che potrebbero prestarsi per l’occasione, ed esco un secondo più tardi: è troppo anche per me. 
Alla fine, dopo mille prove, entrano a far parte del ‘look concerto’: camicia di jeans, leggings neri, varsity jacket lunga, anfibi e zainetto di pelle. Yeah. 
Le bimbe mi fanno un applauso. 
“Mamma, sembri giovane!” esclamano all’unisono. 
Il mio sorriso si sfracella al suolo, nello stesso istante in cui suonano alla porta. 
Mi ricompongo e usciamo: gli altri ci aspettano in macchina. 
Gughi è vicino all’autista; dietro, sui sedili posteriori, la Michi e i loro figli: Filippo e Sara, noi saliamo in coda. 
Abbiamo deciso di farci accompagnare per evitare il problema del parcheggio, per scendere nel punto più vicino, per avere una macchina pronta a partire, una volta usciti, e anche se sono io ad averlo suggerito, è stato Gughi a organizzare il trasporto: meriterebbe un applauso. 
Guardo fuori dal finestrino, le previsioni meteo erano esatte: piove, fa freddo e una nebbia leggera completa il quadretto di una tipica giornata di novembre. 
Durante il tragitto, le bimbe mettono a confronto i loro striscioni di cartoncino bristol: il risultato di giorni spesi a ritagliare le sagome del loro idolo, per poi incollarle, aggiungendo scritte, cuori e stelline negli spazi vuoti. Filippo, invece, mi chiede consigli su un paio di scarpe da comprare. 
Lui sì che mi fa sentire giovane: a quattro anni, ha chiesto a suo padre se ero una delle Winx. Lo amo da allora. 
Dopo quaranta minuti, arriviamo davanti al palazzetto: è il caos più totale. 
Vedo un gruppo di ragazze che si abbracciano, cantando ‘What do you mean?’, una bambina che implora il
padre di farsi comprare la fascia di Justin e in lontananza, il signore della piadina che grida che la ‘salsiccia e cipolla’ è pronta: tira già una brutta aria. 
Dopo aver fatto un po’ di fila, entriamo, cercando di avvicinarci il più possibile al palco, ma ci sono persone che hanno dormito qui per accaparrarsi i posti migliori e li difenderanno a costo della vita. I ragazzi si rassegnano, noi pure, acquietandoci nella zona vicino al bar, consolati dal maxi schermo: il solo strumento che ci consentirà di vedere Justin esibirsi. 
Il concerto inizia, il palco si illumina, il pubblico si accende, le bimbe urlano a squarciagola: ‘sei bellissimo’, ‘ti amo’, ‘voglio sposarti’. Io, invece, frenata da un senso di decoro, mi limito ad apprezzamenti che si addicono più alla mia età — visto che potrei essere sua madre — una cosa tipo: “Bella la sua felpa di Champion, vero Fillo?” 
E mentre ci mettiamo a cercarla sul sito, sperando di vederla finire nel nostro carrello virtuale, mi accorgo che Carola ha un’espressione triste. 
“Cosa c’è amore?” le chiedo abbassandomi verso di lei.
“Vedi Gughi cosa sta facendo?”
Sollevo lo sguardo e mi accorgo che Sara sta proprio sulle spalle del suo papà. 
Ecco, lo sapevo: quando c’è bisogno di Giaco, lui non c’è mai. E adesso? 
I miei occhi tornano su Carola, cerco di fare una valutazione di proporzioni, di peso, di capacità: quante probabilità ci sono di vederla seduta sulle mie spalle? 
Fino a che non ci provo, non lo saprò mai. 
E così, mossa dal desidero di accontentarla, dalla voglia di compiere un’impresa quasi impossibile e da un pizzico di orgoglio femminile che mi fa dire: ‘se ci riesce Gughi, ci riesco anch’io, decido di tentare. 
Mi chino e chiedo a Carola di divaricare le gambe. 
“Mamma, sei sicura?” 
“Certo che sono sicura...” dico sorridendo, consapevole di mentire. 
Devo solo concentrarmi su alcune e semplici regole del crossfit. 
Faccio passare la testa tra le gambe di Carola, afferro i polpacci e la carico sulle spalle — mimando uno stacco da terra in posizione sumo — poi, piano piano, salgo — con un back squat — fingendo che mia figlia sia un bilanciere da trenta chili. 
Carola è in alto, alza le braccia ed esulta: “Mamma, lo vedo! Mamma è bellissimo!”
Sento la sua emozione, la sua felicità e un dolore lancinante nella zona dell’inguine, ma a quello penserò più tardi, ora voglio godermi il momento. 

Alla fine del concerto, accompagnata dall’ernia, uscita a causa del mio gesto eroico, mi consolo pregustando la scena in cui la macchina arriverà per riportarci a casa, quella in cui sarò seduta al calduccio, abbracciando le mie figlie felici e contente, e anche quella di domani, in cui mi farò visitare da uno specialista, ma dopo quaranta minuti di attesa, la macchina deve ancora arrivare. 
“Gughi: che fine ha fatto Mario?” chiedo, mentre cerco di tamponare con nonchalance il poderoso strato di umidità che si è depositato sui capelli, trasformandoli in un cespuglio. 
“Dovrebbe essere qui a minuti.” 
“Lo hai detto anche mezz’ora fa.” puntualizza la Michi infastidita. 
Anche i ragazzi cominciano a dare segni di cedimento: “Mamma ho freddo. Ho fame. Ho la pipì. Ho sonno. Sto gelando. Dove diavolo è Mario?”
Gughi lo richiama e lui non risponde.
I nostri volti sgomenti lo fanno sentire in colpa: prenotare un altro taxi sembra l’unica opzione possibile. Ma dopo altri dieci minuti, non solo un altro taxi non si trova, Mario ha bellamente confessato di essere fuori a cena a mangiare le tigelle e non tornerà a prenderci. 
Era meglio chiamare Topo Gigio: sarebbe stato più affidabile. 
Siamo arrabbiati, infreddoliti e abbandonati a noi stessi. 
E mentre immagino di far esplodere la sua macchina, alla prima occasione che mi si presenterà, mi maledico per aver pensato di complimentarmi con Gughi per aver organizzato il trasporto. 
Domani penserò alla mia vendetta, ora, suggerisco di spostarci in una zona meno trafficata per offrire una posizione migliore, confidando sul fatto che qualcuno, prima o poi, risponderà. 
È quasi l’una e nessuno di noi si capacita della situazione in cui ci siamo cacciati, ma dopo aver attraversato la città, riusciamo a trovare rifugio in una lavanderia a gettoni, ancora aperta. 
A quell’ora di notte, assume le sembianze di una suite del Mandarin Oriental: piacevole, calda, accogliente. 
Le poltrone sono rigide, eppure, sembrano la cosa più comoda di sempre. 
I bimbi sono seduti sulla stessa fila di sedie appesa alla parete, stanno morendo di sonno e usano la spalla del vicino come cuscino su cui appoggiarsi, stanno per crollare, quando Gughi, che uscito per telefonare, rientra concitato per dirci che Cucciolo74 ha risposto alla chiamata. 
Lo guardiamo increduli. 
“Dimmi che è vero... dimmi solo questo.” chiede la Michi esausta. 
“Davvero: dice che sarà qui tra ventotto minuti.” 
“Giuralo Gughi.” mormora Filippo. 
“Lo giuro su Justin!”
Nessuno gli crede.
E invece, con tre minuti di anticipo, Cucciolo 74 si ferma davanti alla lavanderia: ai nostri occhi è l’equivalente di Padre Pio. 
Ci fiondiamo in macchina, già immaginando i letti che ci aspettano. 

Sulla strada di casa, mentre tutti dormono, mi ritrovo di fronte al solito finestrino: un piccolo esercito di stelle sembra concedermi il privilegio di farmi compagnia, offrendosi di illuminare questo cielo scuro per creare atmosfera. 
E contro ogni aspettativa, ci riesce: se ripenso a stasera, mi viene da ridere. 
Ciò che fino a poco fa avrei definito tragico, ora mi sembra magico. 
Anche io mi sento tra palco e realtà: 
Immagino la vita di tutti giorni come un film, per il puro piacere di raccontarla, ma d’altronde, vivo di storie.

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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

No other choice (6)
Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

No other choice (4)

La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

No other choice

Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

No other choice (2)

Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

No other choice (5)

 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

No other choice (3)

Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».

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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.

Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.

Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.

È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».

Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.

Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.

Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.

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Grazia è in edicola con Maya Hawke

Maya-Hawke
Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.

Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.

Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.

Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.

Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.

E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.

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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"

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Jodie Foster festeggia al cinema 60 anni da star. Nel thriller Vita privata, da oggi nelle sale, è una psicanalista tormentata. Ma a noi racconta come, grazie alla sua carriera, ha capito che le donne over 50 hanno tutte le carte per vincere

Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.

Che rapporto ha con il passare del tempo?

«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».

Davvero?

«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».

Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.

«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».

Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?

«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».

Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?

«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».

Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…

«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare». 

Come mai?

«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».

Che cosa le disse al ritorno?

«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».

Ha fatto lo stesso con i suoi figli?

«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».

Che rapporto ha con la psichiatria?

«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».

Com’è andata?

«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».

E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?

«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il  corpo».

Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?

«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».

Che cosa di lei non hanno mai capito finora?

«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».


Com’è la sua giornata ideale?

«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».