On writing — e non è il romanzo di Stephen King

enrica alessi storie di ordinaria folliaOn writing — e non è il romanzo di Stephen King
Sono una fan del concetto di squadra.
Sono il D’Artagnan di famiglia.
“Tutti per uno, uno per tutti!”
Lo dico sempre alle bimbe: collaborare rende tutto più semplice, ma nove volte su dieci, chi collabora siamo solo io e Giaco — e qualche volta, canna anche lui.
Ma per quanto i miei super poteri mi galvanizzino, visto che solo io mi accorgo delle briciole sul pavimento, dei piatti sporchi nel lavandino e della cacca di Sissi nella lettiera, penso sia giunto il momento che anche le bimbe si rendano utili e pronte a battersi per la causa.
L’unione fa la forza.

Sto scendendo le scale per andare da loro e gradino dopo gradino, penso a come formulare la mia richiesta. Mi serve un escamotage per chiarire loro questo concetto e se allo stesso tempo possono aiutarmi, perché non approfittarne. Nessuno mi denuncerebbe mai per sfruttamento di minori.

Arrivo in soggiorno e chiamo i loro nomi ad alta voce.

“Ragazze... Ragazze...”

Al quinto ragazze, mi faccio la domanda che tutti i genitori si fanno in questi momenti: perché quando chiami i figli, questi non rispondono mai? Stempero la frustrazione raccogliendo calzini abbandonati sul pavimento, bottiglie d’acqua che giacciono mezze vuote sul divano e poi ancora: “Ragazze!”

La mia voce viene fuori così furiosamente isterica da ricordarmi quella del pazzo di Seven quando al comando di polizia grida ‘DETECTIVE’ all’agente Mills. Ma ancora niente. Ricaccio i calzini sul pavimento, le bottiglie sul divano e butto giù la porta della zona notte con un calcio — questo purtroppo solo nei miei sogni — la camera di Carola è a destra, quella di Emma a sinistra: ora dovrebbero sentirmi.

“Ragazze...”

Le porte delle due stanze si aprono quasi in contemporanea.

“Sì mamma.” dicono all’unisono.

“Seguitemi, mi serve una mano.”

“Io devo studiare!” dice Carola.

Emma la fulmina con lo sguardo.

“Mamma, vai a vedere la sua camera, ci saranno cento Barbie sul quel pavimento! Io stavo studiando non lei.”

“Benissimo. Allora facciamo così: qualsiasi cosa stiate facendo, interrompetela immediatamente.

Ho detto che mi serve una mano.”

Le mie piccole donne mi raggiungono in cucina, chiedo loro di sedersi e di prendere appunti sui fogli che hanno di fronte accanto alle penne.

“Dunque ragazze, in questo periodo sono incasinata con il lavoro, sto finendo di revisionare il libro e sulla pagina non riesco a pubblicare come prima. Perciò è necessario che liberiate le vostre menti e che scriviate un articolo dedicato alla mamma.”

“Perché?” chiede Emma.

“Perché sono una madre egocentrica. Forza coraggio, prendete appunti.”

Seppure non sprizzino gioia da tutti i pori, le bimbe iniziano a scrivere.

“Non voglio una cosa smielata, vorrei che mi descriveste con pregi e difetti che mi distinguono. Gli episodi in cui vorreste uccidermi e quelli in cui divento provvidenziale: una cosa semplice, con il cuore.” dico in tono incoraggiante.

“Quanto tempo abbiamo?”

Perché è sempre e solo Emma a farmi domande?

“Adesso. Vi lascio un ‘oretta.”

“Per fare cosa?” interviene Carola con la faccia di chi sembra appena stato sulla luna.

“Come che cosa? “ le chiedo avvilita.

“Eh Carola? Di cosa abbiamo parlato fino a ora?” chiede Emma divertita.

“Ripetilo tu.” le dico. “E tu Carola stavolta ascolta.”

“Allora, la mamma vuole che scriviamo qualcosa su di lei. In pratica vuole una storia in cui raccontiamo come la vediamo tutti i giorni, con i suoi pregi e i suoi difetti, capito?”

“Capito.”

“Ma siccome in casa l’artista sei tu: io butto giù uno schema per descriverla e tu ci ricami sopra la storia, okay?”

“Va bene dai... L’unione fa la forza.”

E lì, anche se so benissimo che la collaborazione è a spot e che non arriverà all’ora di cena, riesco comunque a commuovermi.

Ma per scrivere qualcosa che mi riguardi, senza causare ripercussioni negative sul rapporto madre-figlie, su cui lavoriamo da anni, serve più di un’ora: le bimbe mi chiedono di concedere loro una piccola dilazione.

Dilazione accordata. 

“Tre giorni: il seguito della storia deve uscire venerdì, mi raccomando.”

Emma e Carola annuiscono, sorridono. 

È bello vedere nei loro occhi ciò che speravo: finalmente hanno capito che il loro contributo è indispensabile a concludere un progetto. Ma allo scadere del terzo giorno, credo di aver visto male: la consegna non è stata rispettata. 

Scendo le scale, la scena si ripete. 

Tiro il pupazzo a Boy per poi sgolarmi perché le mie figlie non rispondono. L’ugola fa a braccio di ferro con questi muri troppo spessi, ma al quarto ‘RAGAZZE’, pronunciato come il pazzo di Seven, mi arrendo e torno sullo stesso corridoio che si affaccia sulle porte delle loro camere e le incendio con la fiamma ossidrica. — Sempre e solo immaginazione purtroppo. 

“Ragazze il tempo è scaduto.”

“È ora di cena?” chiede la Carola appena scesa dalla luna. 

“No amore: stavo aspettando il vostro pezzo scritto.” 

“Lo stiamo finendo.” dice Emma un po’ in imbarazzo. 

“Non lo avete neanche cominciato, è vero?” 

Prima guardo Emma, poi Carola. Mi piace la complicità che leggo nei loro sguardi, ma non se la usano per prendermi in giro.

“Bene: ringrazio per il vostro menefreghismo e cercherò di fare altrettanto quando sarete voi ad avere bisogno di aiuto.” 

Giro i tacchi me ne vado, sento un brusio alle mie spalle mentre mi allontano e mi fermo in cucina, aspettando che succeda qualcosa. Dopo una mezz’ora, le bimbe tornano con l’ostaggio che riscatterà la mia fiducia. 

“Tieni mamma...” mormora Carola porgendomi un foglio. “Ci abbiamo lavorato insieme, però lo ha scritto Emma.”

Cerco di leggere, ma è scritto così in piccolo che mi ci vorrebbe una lente d’ingrandimento. 

“Emma... sai quando mi dici che le insegnanti ti sgridano perché scrivi in minuscolo... be’ hanno ragione.” 

“Non è vero: si legge benissimo.”

“Carola...” 

“Sì?”

“Prestami una lente d’ingrandimento per favore .”

Mi ritiro per deliberare — in bagno, come Fonzie — e inizio a leggere. 

“La mamma ha tanti pregi ma anche alcuni difetti. Tra i pregi, pensiamo che sia creativa, disponibile, stilosa e molto positiva. Ci aiuta sempre quando abbiamo bisogno ed è un po’ la nostro autista: ci accompagna sempre dove vogliamo.”

Mi piace questo plurale maiestatis con cui rivendicano il testo che hanno scritto. 

“Non se la prende mai per le critiche ricevute perché pensa che siano costruttive. Lei ha una grande forza di volontà e se si impegna in una cosa, riesce sempre a portarla termine.”

Che carine, penso, ma il mio momento di gloria si esaurisce l’istante successivo, nella riga sottostante. 

“Tra i difetti, noi pensiamo che sia impaziente e che quando è arrabbiata non ci lascia mai finire di parlare.” 

La pazienza scappa a tutti — come la pipì. 

“Crediamo che sia una persona troppo esigente con se stessa e spesso si lamenta senza una ragione valida. La mamma è una persona anche molto divertente: sa fare benissimo le imitazioni, soprattutto sa parlare benissimo in dialetto meridionale.”

Ecco, queste sono le cose che le rendono davvero orgogliose della mamma. Vado avanti. 

“Quando eravamo più piccole, prima di dormire ci raccontava le storie tratte da “Favole al telefono” di Gianni Rodari e la nostra preferita era la favola rivisitata di cappuccetto Rosso e lei era bravissima a fare le voci dei personaggi. Mia mamma per noi è un po’ come un’amica, con lei facciamo shopping e andiamo in palestra. Tra le sue doti maggiori però, non troviamo cucinare, non è una mansione che le interessa molto.” 

Però la mia cheescake è imbattibile. 

“Crediamo che la mamma abbia molto buon gusto ed è per questo che quando siamo in giro per negozi, lei sceglie sempre il capo più originale.”

Questa ha tutta l’aria della sviolinata che, di solito, precede la mazzata finale. E invece, mi sbaglio:

“La mamma crede molto in noi e ci sprona sempre a fare del nostro meglio, inoltre pensiamo che sia una persona molto dolce e comprensiva. Nonostante i suoi difetti, è una mamma fantastica perché è stata in grado di educare le sue bimbe (noi) insegnandoci quali sono le cose che contano davvero.” 

Ho finito di scrivere l’articolo, la squadra ha portato a termine il progetto, ma ciò che più mi rallegra, oltre i retroscena divertenti che ricorderò di tutta questa storia, è il foglio che mi hanno consegnato con quella calligrafia piccolissima. Lo conservo nel cassetto del mio comodino e lo terrò molto caro, anche se non è proprio stata scritta di spontanea volontà, è pur sempre una letterina che hanno scritto per la mamma. Quando mi ricapita?

Illustrazione di Valeria Terranova

On writing — e non è il romanzo di Stephen King
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

No other choice (6)
Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

No other choice (4)

La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

No other choice

Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

No other choice (2)

Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

No other choice (5)

 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

No other choice (3)

Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».

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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.

Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.

Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.

È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».

Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.

Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.

Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.

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Grazia è in edicola con Maya Hawke

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Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.

Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.

Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.

Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.

Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.

E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.

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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"

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Jodie Foster festeggia al cinema 60 anni da star. Nel thriller Vita privata, da oggi nelle sale, è una psicanalista tormentata. Ma a noi racconta come, grazie alla sua carriera, ha capito che le donne over 50 hanno tutte le carte per vincere

Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.

Che rapporto ha con il passare del tempo?

«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».

Davvero?

«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».

Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.

«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».

Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?

«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».

Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?

«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».

Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…

«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare». 

Come mai?

«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».

Che cosa le disse al ritorno?

«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».

Ha fatto lo stesso con i suoi figli?

«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».

Che rapporto ha con la psichiatria?

«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».

Com’è andata?

«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».

E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?

«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il  corpo».

Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?

«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».

Che cosa di lei non hanno mai capito finora?

«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».


Com’è la sua giornata ideale?

«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».