«Non fare di me quello che vuoi»: l'editoriale di Silvia Grilli
Sabato primo agosto, Valentina accetta di andare a un incontro notturno con l’ex. È quello che nei casi di femminicidio definiscono “ultimo appuntamento”. In moto, ha un momento di difficoltà. Cerca la strada sull’app del cellulare, smarrisce il telefono. A Somma Lombardo viene aiutata da un ragazzo gentile. L’ex, Mirko Bertellini, arriva e li vede. Investe Federico Venco, il soccorritore, scambiandolo per il nuovo fidanzato di lei. Lo uccide. In auto l’assassino ha una grossa pietra e un coltello, probabilmente destinati alla donna. Non li usa su Valentina, ma lei verrà massacrata dall’opinione pubblica. Le daranno della «killer» perché, per «colpa sua», è morto un giovane uomo perbene.
«COLPA SUA». DOPO L’ENNESIMO FEMMINICIDIO, OGNI VOLTA SENTO LO STESSO CORO: «AVREBBE DOVUTO SCEGLIERE UN UOMO MIGLIORE». «Avrebbe dovuto riconoscere i campanelli d’allarme». «Avrebbe dovuto andarsene subito», come se lasciare un violento fosse come acquistare il biglietto di un treno, non attraversare un campo minato.
La Valentina di questa storia di cronaca ha raccontato di aver denunciato l’ex per maltrattamenti e stalking. Eppure stava andando a quell’appuntamento perché, dice: «Era geloso, mi controllava, alzava le mani, ma gli ho voluto bene e speravo di salvarlo». Chi lascia un violento non è nella stessa condizione mentale di chi insulta sui social. È, probabilmente, ancora molto coinvolta emotivamente; probabilmente ha paura. Probabilmente pensa di poterlo tenere a bada e invece lui vuole rivederla solo per dimostrarle che comanda ancora.
FIN DA BAMBINE CI ALLENANO ALLA SOPRAVVIVENZA, PERCHÉ PER NOI IL MONDO È UN LUOGO PERICOLOSO, UN CAMPO DI BATTAGLIA E DOBBIAMO IMPARARE A SCHIVARE I COLPI. SE NON LI SCHIVIAMO, PER TUTTI LA COLPA È NOSTRA. Ma agli uomini, che cosa si dice con la stessa urgenza? Quante campagne, quanti cartelloni, quante ore di scuola dedicate a insegnare loro a non colpire, invece di insegnare a noi come non farci colpire?
La domanda parte sempre dalla prospettiva sbagliata: che cosa avrebbe dovuto fare lei di diverso?
PER FAVORE, CHIEDETEVI ANCHE VOI QUELLO CHE MI CHIEDO SEMPRE. ESISTE UNA RETE DI DONNE, COME QUELLA DI ANDREW TATE, CHE OFFRE CORSI PER INSEGNARE AD ALTRE COME MANIPOLARE, ISOLARE, CONTROLLARE, PICCHIARE UN UOMO FINO A SPEZZARLO? ESISTONO CHAT SU COME SEDARE IL COMPAGNO, CANCELLARGLI LA MEMORIA, RIDURLO A UN CORPO DA STUPRARE? NO, NON ESISTONO. Quello che esiste, invece, lo troviamo costantemente nelle cronache: mariti che uccidono le mogli; ex che si informano su come aggirare ordini restrittivi; insospettabili, che di giorno salutano cortesemente i vicini e di notte fanno violentare le compagne da gente reclutata su internet. E allora la domanda che dovremmo farci non è perché lei non se n’è andata, ma perché lui ha deciso che poteva picchiarla, stuprarla, ucciderla.
PERCHÉ CONTINUIAMO A CHIEDERE ALLE VITTIME DI DIVENTARE ESPERTE DI SOPRAVVIVENZA, INVECE DI DOMANDARCI TUTTI PERCHÉ PERSISTIAMO NEL PRODURRE CARNEFICI? Non dovremmo diventare tutte specialiste della fuga. DOVREMMO POTER VIVERE IN UN MONDO IN CUI LA FUGA NON SERVE, PERCHÉ GLI UOMINI SONO COME FEDERICO VENCO. Ogni volta che si dice: «Ha sbagliato a non scegliere meglio», si sposta la responsabilità dal colpevole alla vittima. Si assolve un sistema intero che educa i maschi a fare di una donna quello che vogliono. E si considerano i giovani come Federico degli eroi, perché sono solo l’eccezione, mentre gli altri la normalità.
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