«Il corpo di una donna vale meno di quello di un gallo»: l'editoriale di Silvia Grilli
Ovviamente non l’ho letto o visto sui media italiani quasi da nessuna parte, chissà perché abbiamo sempre cose più importanti di cui occuparci. A Herat, in Afghanistan, i talebani hanno arrestato donne e ragazze per strada. QUELLE POVERE CREATURE ERANO FANTASMI INTERAMENTE COPERTI DALLA TESTA AI PIEDI. EPPURE PER GLI INTEGRALISTI ISLAMICI IL VELO NON LE CANCELLAVA ABBASTANZA. HANNO INVOCATO PER LORO IL CASTIGO DI ALLAH. Le hanno caricate su furgoni e portate verso destinazioni sconosciute. Le proteste in Afghanistan sono vietate e rarissime, ma martedì 9 giugno la gente ha urlato per strada slogan come «Educazione, lavoro, libertà». I talebani hanno sparato mietendo morti e feriti, tra i quali un bambino.
I fondamentalisti islamici hanno costruito uno Stato il cui unico progetto è la cancellazione delle donne. Le hanno cacciate dalle scuole, dalle università, dal lavoro. Hanno vietato loro di camminare nei parchi, frequentare palestre e saloni di bellezza, guardare in faccia un uomo, avere un avvocato. Le hanno costrette a mendicare per strada o murate in casa, impedendo loro di uscire senza un maschio accanto. Hanno vietato alle dottoresse di lavorare e le morti per parto sono aumentate rapidamente. Ma evidentemente non bastava, perché I TALEBANI HANNO CONTINUATO A EMANARE LEGGI SEMPRE PIÙ FEROCI CONTRO LE DONNE, LEGALIZZANDO LA SCHIAVITÙ DELLE FEMMINE E AUTORIZZANDO I MATRIMONI PER LE BAMBINE.
L’articolo 32 del nuovo Codice penale stabilisce che un marito può picchiare la moglie quando vuole. Se le spacca le ossa e lei riesce a provarlo, per lui la pena massima sarà 15 giorni di carcere. Contemporaneamente, l’articolo 70 dello stesso codice punisce con cinque mesi chi maltratta o fa combattere gli animali. Il corpo di una donna vale meno di quello di un gallo.
Ho appreso la storia di Farzana, nome di fantasia per proteggere la sua identità. Un giorno era malata e non aveva la forza di cucinare. Il marito è tornato a casa e l’ha picchiata con il caricatore del cellulare. Lei è andata in tribunale. Il giudice le ha risposto: «Un po’ di rabbia e qualche botta non uccidono. Vada». Farzana è tornata a casa. Il marito ora la picchia di più. Le ha detto: «O lo sopporti o muori».
LE DONNE IN AFGHANISTAN SONO SOLO OGGETTI DI PROPRIETÀ. TUTTA LA LORO VITA È DECISA DAI MASCHI: PADRI, MARITI, TUTORI. La violenza contro di loro è raddoppiata. Le istituzioni internazionali osservano e condannano con parole che diventano carta straccia. In maggio il Parlamento europeo ha definito “apartheid di genere” la sistematica distruzione delle donne in Afghanistan. Espressione perfetta, ma contemporaneamente la Commissione europea ha invitato rappresentanti talebani a Bruxelles per discutere il rimpatrio dei loro cittadini irregolari e pericolosi. ACCOGLIERE QUEI FONDAMENTALISTI, CRIMINALI CONTRO L’UMANITÀ, SUL SUOLO EUROPEO SIGNIFICA TRATTARLI COME INTERLOCUTORI NORMALI. RICEVERLI HA IL SAPORE VELENOSO DELL’ENNESIMO TRADIMENTO PER LE DONNE E BAMBINE AFGHANE CHE CERCANO DI SOPRAVVIVERE AL BUIO DOVE LE HANNO CONFINATE.
I governi europei firmano dichiarazioni roboanti che non servono a niente. Gli Stati Uniti respingono le domande di asilo delle afghane. Intanto i talebani comandano, trattano, vengono addirittura invitati in Europa.
Le donne dell’Afghanistan ogni mattina si svegliano in un Paese dove la legge stabilisce che il loro corpo appartiene al marito, che la loro voce non può risuonare in pubblico, che chiedere aiuto è un reato. Lo sappiamo tutti, ma ci giriamo dall’altra parte. In fondo, pensano in molti, se i fondamentalisti dominano ancora in Afghanistan, vuol dire che la popolazione li vuole.
LE ISTITUZIONI FACCIANO QUALCOSA, NON POSSIAMO LASCIARE SOLE LE POCHE, EROICHE, ORGANIZZAZIONI UMANITARIE CHE ANCORA RESISTONO AL FIANCO DI QUELLE DONNE E BAMBINE.
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