Henry Cavill: «Anche Superman piange»

Preferisce mettere il costume da supereroe che togliere i vestiti nel seguito di Cinquanta sfumature di grigio. E voleva tanto essere James Bond. A Grazia, però, u2028l’attore inglese ha mostrato i suoi lati meno eroici: quello del ragazzo che tutti chiamavano “ciccione” e quello dell’uomo dal cuore spezzato. Salvato da un buon amico e da un panino

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«Tutto è successo alla corte di Enrico VIII. È stato lì che ho imparato a recitare». Henry Cavill ce lo dice con aria disinvolta quando lo incontriamo al Claridges Hotel di Londra, dove sta promuovendo Operazione U.N.C.L.E. diretto da Guy Ritchie (in Italia esce il 2 settembre), con Armie Hammer e Alicia Vikander. Sembra una battuta, quella della corte, ma non lo è: si riferisce alla serie televisiva I Tudors dove l’attore ha recitato per 4 anni nella parte di Charles Brandon, il Duca di Suffolk, il migliore e più leale amico del re.
«Cimentarmi con i caratteri tanto complessi dei personaggi di quella serie è stata una palestra eccezionale, perfetta per diventare poi un supereroe». Secondo riferimento implicito alla carriera: Cavill sarà nell’attesissimo Batman v Superman: Dawn of Justice, il film diretto da Zack Snyder, in uscita il 24 marzo 2016. Lui indosserà la tutina blu con la S, Ben Affleck quella di Batman. Se per il film c’è da aspettare, il trailer è uno dei fenomeni virali di questi giorni. Come è di adesso la notizia che Cavill ha rinunciato al ruolo di Jack Hyde, il tenebroso avversario di Mr. Grey nel sequel del film Cinquanta sfumature di Grigio.


Cavill, inglese, nato 32 anni fa in una solida famiglia dell’isola di Jersey, nel canale della Manica, culla della finanza britannica, ha sempre desiderato recitare, ma le cose non sono mai andate come voleva. Sembrava avercela fatta quando ha ottenuto il ruolo del giovane Albert Mondego in Montecristo, diretto da Kevin Reynolds. Era il 2002, aveva 19 anni e sembrava ormai lanciato. Invece fu l’inizio di una serie di delusioni. Doveva avere la parte di Edward, il vampiro di Twilight, l’aveva scelto l’autrice stessa del bestseller, Stephenie Meyer. Ma quando alla fine la produzione iniziò a girare il film lui era diventato troppo “vecchio” per il ruolo. Per non parlare del 2006, il suo anno no: ingaggiato per il Superman Returns di Bryan Singer, fu scartato, stavolta perché troppo giovane, e la parte poi andò a Brandon Routh. Stesso anno, altro film: era il candidato numero uno per la parte di James Bond in Casino Royale, ma Daniel Craig gliela soffiò all’ultimo momento.
«Ho imparato a prendere la vita con una buona dose di filosofia», ci dice l’attore vestito elegantemente in Alfred Dunhill, il suo stilista preferito. «Le cose succedono sempre per una misteriosa ragione e se impari a fare un bel respiro e rilassarti un attimo, vedrai che altre porte si aprono e spesso sono quelle giuste».


Henry si toglie la giacca e mostra dalla maglietta blu un torace ben scolpito e braccia muscolose. È ancora nella parte di Batman v Superman, va in palestra almeno un’ora tutti i giorni per mantenere il physique du rôle. Sorride alla cameriera che ci serve, tè per lui e un espresso per me. La ringrazia. Sembra molto educato e allo stesso tempo molto attento. Ha un sorriso radioso che gli illumina il viso. Ma se una domanda è antipatica, insidiosa, lo sguardo cambia subito. Trovo che anche come “Bond, James Bond” non sarebbe stato male. E glielo dico.
«Daniel Craig è perfetto in quel ruolo. Davvero, non mi dispiace che la parte sia andata a lui e non a me. Alla fine io sono Superman».

Quando ha capito di avercela fatta?
«Poche settimane fa, al festival ComiCon di San Diego. È qualcosa di incredibile», dice Henry spalancando gli occhi come fosse di nuovo lì, a San Diego. «Posso solo immaginare come poteva sentirsi un imperatore romano. Quando sono uscito e ho alzato la mano: l’urlo della folla è stato fantascientifico. È bello vedere la gente eccitata per qualcosa. Nell’aria di ComiCon c’era una grande positività perché tutti sono accomunati dalla passione per il cinema».

Siamo molto curiosi di sapere qualcosa di più su Batman v Superman, qualcosa oltre al trailer presentato a San Diego.
«Non mi faccia domande a cui non posso rispondere».

Nel 2013 è stato Superman per la prima volta, in L’uomo d’acciaio. Ora è nel sequel. Come è stato tornare nei panni del supereroe?
«Molto divertente. È un personaggio “super”. Perfetto, bello e sincero».

Non vedremo nemmeno un difetto? Nel trailer sembra molto diverso dall’eroe senza macchia che conosciamo.
«Non posso dire nulla». E mi fa il viso criptico alla James Bond.

Allora passo da domanda antipatica a domanda antipatica. È vero che a scuola la chiamavano “ciccione”?
«È vero: “Fat Cavill!”. Cavill il Grasso. Gli adolescenti possono essere molto cattivi, perché sono insicuri e feriscono senza sapere. Il palcoscenico mi ha salvato perché lì mi sono sentito a mio agio. Stavo pensando di iscrivermi all’università, ma un agente mi ha visto e scritturato per la parte del giovane cattivo in Montecristo. Così ho iniziato a fare subito l’attore professionista».

I suoi genitori lavorano nella finanza. Che cosa le hanno detto?
«Mia madre ha commentato: “Caro, vai sereno per la tua strada”. Mio padre mi ha consigliato di frequentare comunque l’università e prendere un diploma in caso il cinema non avesse funzionato. È un buon consiglio, ma alla fine non ho avuto mai tempo di seguirlo».

Chi sono i suoi eroi nella vita?
«I miei genitori e i miei quattro fratelli. Amo la mia famiglia che mi aiuta a tenere i piedi per terra. Siamo cresciuti bene, abbiamo imparato valori come l’onestà e l’integrità. Mia madre è una persona fantastica che ha cresciuto cinque bambini facendoli diventare uomini».

Come?
«Per esempio dicendoci: “Potete fare a botte, ma non colpitevi mai in viso».  

In Operazione U.N.C.L.E. ha girato in Italia. Come si è trovato?
«Guy è un grande regista. Crea un’atmosfera serena e rilassata. Abbiamo girato molto a Roma e Napoli, è stata un’esperienza indimenticabile. Specialmente a Napoli dove tutto sembrava caotico, ma alla fine tutto si risolveva come per magia. Guy si è divertito molto a lasciar fare ai tecnici italiani, che lavorassero con il loro stile. All’apparenza era agli antipodi rispetto al suo, ma alla fine invece si sono trovati».

Quando gli chiedo che cosa ci sia di vero sulla sua partecipazione alla seconda puntata di Cinquanta sfumature di Grigio, Cavill ride di gusto.
«Tre anni fa ho detto che non ero stato scritturato per la parte di Grey, ma nessuno mi credette. Adesso mi sono divertito a fare come le star, dichiarando che non potevo dire nulla. E i social media si sono infiammati. Stavo solo scherzando. Però vuol dire che ho imparato a usare internet, vero?».

A proposito di social media, abbiamo visto tutti le foto che la sua ex, Marisa Gonzalo, 21 anni, ha messo online. Lei fa la cacciatrice e i suoi fan si sono scatenati.
«Già. Non è stata una buona idea. Ma quella storia è finita. Non stiamo più insieme».

Henry Cavill sembra in un momento positivo, ma prima di lasciarci gli chiedo se gli sia mai successo qualcosa di brutto.
«Certo. Ho avuto anche io il mio cuore infranto».

Quando?
«Poco tempo fa. Un amico mi ha aiutato a superare il momento più difficile della mia vita. Mi ha ospitato a casa sua. Non mangiavo e non dormivo da quattro giorni. Stavo male, ma non dimenticherò mai il sorriso sul volto suo e di sua moglie, quando mi hanno visto assaggiare un sandwich che mi avevano preparato. Ora questo amico si è guadagnato il soprannome “Henry’s sandwich” e se vai a casa loro te lo preparano, lo stesso che hanno preparato a me. E ti raccontano di quando hanno visto Superman piangere».

Provo a chiedergli chi gli avesse spezzato il cuore, ma Cavill assume di nuovo l’aria da Bond. Questa volta è torvissimo. Rinuncio. Sì, sarebbe stato perfetto come 007.

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«Se non ci importa nulla dei martiri iraniani»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

Perché non ci importa nulla dell'Iran? Perché non riempiamo le piazze a favore della resistenza di un popolo che sfida con straordinario coraggio una teocrazia assassina? Perché non si manifesta nei licei e nelle università per le migliaia di giovani uccisi poiché volevano democrazia e diritti?

Le ragazze e i ragazzi iraniani sognano l’Occidente, i nostri valori, la nostra libertà. Desiderano sciogliersi i capelli, baciarsi, ascoltare musica. Ma non ci siamo commossi per loro come per altre tragedie della storia: Gaza, per esempio.

Mentre reprimeva i suoi cittadini e giustificava un agente che aveva sparato in faccia a una madre sorridente, Donald Trump incoraggiava i manifestanti iraniani a continuare le proteste. Prometteva persino di aiutarli.

Poi ha fatto marcia indietro, distratto da obiettivi più remunerativi: prendersi la Groenlandia e imporre ulteriori dazi ai Paesi europei che hanno truppe nella Terra dei Ghiacci, per esempio. In realtà il nuovo Imperatore del mondo non è mai stato molto preoccupato per le vite degli iraniani o la mancanza di democrazia tra gli ayatollah.

Forse noi non piangiamo i martiri di Teheran perché il regime islamista è avversario di Israele e dell’America, quindi il nemico del nemico diventa quasi amico? Siamo così intrisi di anti occidentalismo? O non ci impicciamo perché se la sbrighino tra loro, con la loro religione? Si liberino da soli, perché mai dovremmo manifestare contro gli ayatollah?

Perché certamente li farebbe sentire meno soli e abbandonati, dico io. Anche il velo imposto alle donne aveva scaldato poco i cuori. Per un certo femminismo, il velo è simbolo di appartenenza e di libera scelta, dimenticando che è prima di tutto strumento del potere maschile.

Ho appena visto il documentario An Eye for an Eye (Occhio per occhio) diretto dalla regista americana nata in Iran, Tanaz Eshaghian. È la storia di una donna che uccide il marito violento dopo anni di feroci abusi. Lei sconta una lunga condanna in carcere e, quando ne esce, deve raccogliere il denaro per risarcire i familiari del morto e non essere mandata al patibolo.

In Iran si applica infatti la legge della vendetta: un omicidio deve essere rimborsato con un’altra vita, fatto salvo il perdono da parte dei familiari dell’ucciso o un risarcimento economico. È un film molto bello, ma non ha neppure un distributore.

Davanti a una semplice espressione di solidarietà per il popolo iraniano, anche il Parlamento italiano si è spaccato. Il Movimento 5 Stelle si è astenuto. Il Governo, dal canto suo, ha frenato sulla proposta tedesca d’inserire le guardie islamiche nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Ma il silenzio in questi frangenti è complicità. Di fronte alle violazioni dei diritti umani non esistono zone grigie. O si sta con gli eroi iraniani o con le squadracce governative che li trucidano. I cadaveri ammassati come sacchi della spazzatura sulle strade di Teheran sono un avvertimento scritto nel sangue per ridurre al silenzio un popolo giovane che sogna la libertà.

L’arco della storia è lungo, ma tende verso la giustizia. Ricorderà chiaramente questo eccidio. Il punto non sarà se il mondo sapeva. Il mondo sapeva, ma aveva scelto di non vedere.

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Grazia è in edicola con lo speciale Milano Cortina 2026

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Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

La neve, il ghiaccio, il battito del cuore prima della gara. I Giochi olimpici invernali arrivano a casa nostra e Grazia ve li racconta.

Abbiamo parlato con chi sogna l'oro: la sciatrice Sofia Goggia, la campionessa di biathlon Dorothea Wierer, i pattinatori Sara Conti e Niccolò Macii. In più vi faremo conoscere tutti gli atleti e i talenti che inseguiranno l'oro.

Da Mariah Carey, Andrea Bocelli e Laura Pausini alla pop star Dua Lipa: vi sveliamo tutti i divi che saranno protagonisti. Inoltre racconteremo come Milano e Cortina e le altre città toccate dalle Olimpiadi cambieranno grazie alle opere realizzate per i Giochi.

La cucina italiana, celebrata come patrimonio Unesco, vivrà ai Giochi con i maestri del gusto, da Davide Oldani a Fabio Pompanin e Graziano Prest.

Anche nelle pagine dedicate alla moda, gli accessori e tessuti tecnici sono i protagonisti di uno stile in sintonia con l’energia dei Giochi invernali. E, nelle pagine dedicate alla bellezza, accendiamo i riflettori sui benefìci della montagna e dell’attività fisica praticata a basse temperature.

Nelle pagine di attualità vi portiamo a Minneapolis per raccontare la nuova guerra civile americana. Lì, dove è stata uccisa Renee Good, gli agenti antimmigrazione continuano a fare arresti indiscriminati con le armi spianate mentre la gente si nasconde.

In primo piano c'è anche l'Iran, dove si teme che siano oltre 16 mila i ragazzi uccisi nelle proteste contro il regime islamista. Grazia vi porta nelle storie di alcuni di loro per raccontare quell’amore per la libertà che l’Occidente deve proteggere.

Fenomeno Timothée Chalamet: con il film Marty Supreme, ora nelle sale, l’attore potrebbe vincere l’Oscar. A Grazia chi ha già visto il film racconta perché il divo ci conquisterà nel ruolo di un campione di ping pong che ci invita a non arrenderci mai.

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Jessie Buckley e Paul Mescal: "In Hamnet siamo i coniugi Shakespeare"

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Jessie Buckley è una forza della natura. A 36 anni l’attrice irlandese ha appena vinto un Golden Globe per la sua interpretazione intensa in Hamnet - Nel nome del figlio, film che a sua volta ha trionfato come miglior dramma ai Golden Globe. Diretto dalla regista Premio Oscar Chloé Zhao, prodotto da Steven Spielberg e Sam Mendes e al cinema dal 5 febbraio, racconta la passione di una coppia diversa dalle altre, quella di William Shakespeare e di sua moglie Agnes (Anne Hathaway), straziata dalla morte del figlio Hamnet. Un dolore profondo, da cui nascerà il capolavoro Amleto: «La nostra è una versione diversa da quelle accademiche che studiavamo a scuola», racconta Paul Mescal che interpreta il Bardo. 

«Vedendo il mio Shakespeare direte: ‘Somiglia alle persone creative che conosco’». Buckley si dice entusiasta di aver dato voce «a una delle tante donne la cui voce e la cui storia sono state messe da parte». Poi sottolinea: «A volte come donna forte sei etichettata come dura, ribelle, o provocatoria, questa storia invece racconta come la feroce tenerezza femminile possa davvero trasformare la cultura, il linguaggio, le relazioni. Non si tratta di essere mascoline, o di stare sulla difensiva. La forza di una donna viene dalla sua tenerezza».

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«F*cking b*tch. Brutta stronza, ubbidisci o muori»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

L’agente anti-immigrazione Jonathan Ross ha ucciso a sangue freddo con tre colpi di pistola alla testa la cittadina americana Renee Good a Minneapolis.

Dopo averla finita, le ha urlato «brutta stronza», come abbiamo visto in un video diffuso dall'amministrazione Trump, che voleva dimostrare che il miliziano avesse sparato per legittima difesa a una terrorista interna.

Ma lei non era una terrorista e quelle non sembrano le parole di un uomo che aveva paura per la sua vita, piuttosto di un maschio furioso perché quella donna aveva osato sfidarlo.

Nel filmato, girato dallo stesso Ross che in una mano tiene il cellulare e nell’altra la pistola, si vede l’auto di Good ferma in mezzo alla strada. Lei abbassa il finestrino e, sorridendo, dice all’agente mascherato: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te».

Qualche momento dopo la donna, che aveva ricevuto da un miliziano l’ordine di andarsene e da un altro quello di scendere, riparte sterzando a destra per evitare d’investire Ross, che le sta davanti armato. L’uomo grida, lascia cadere il cellulare e spara. Renee muore, l’auto va a sbattere contro un’altra macchina. L’assassino urla: «F*cking b*tch». Poi procede a passo spedito verso il suo automezzo, mentre i colleghi mascherati impediscono ai medici presenti sul posto di soccorrere la vittima. 

“Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne hanno paura che gli uomini le uccidano”, dice la scrittrice Margaret Atwood, autrice di un libro portentoso che racconta un’America in qualche modo simile agli Stati Uniti della presidenza di Donald Trump. 

Ho sperato anche questa volta che il grande Paese delle libertà non fosse diventato quest’America. Ho visto i vari video, girati da testimoni oculari, che mostrano da diverse angolazioni questa esecuzione pubblica su una strada di Minneapolis. Ho ascoltato le testimonianze, trasmesse dalle televisioni americane, di chi si trovava sulla scena dell’omicidio. Purtroppo, questo è un atto gravissimo.

La vittima era una madre di tre figli, e aveva appena accompagnato il più piccolo di 6 anni a scuola. Il 7 gennaio, quando è stata trucidata, si trovava con la moglie e il loro cane vicino a dove, sei anni fa, il poliziotto bianco Derek Chauvin aveva ucciso il cittadino afro-americano George Floyd, premendogli un ginocchio sul collo.

La brutalità e l’abuso di potere delle forze dell’ordine in America non è una novità. Nuovo è che questa volta si tratti di una donna bianca, che quella mattina stava facendo la volontaria per segnalare la presenza dei miliziani mandati da Trump a rastrellare la città a caccia di immigrati. Lei e sua moglie erano dotate di fischietti per avvisare gli abitanti della zona, non di armi. I miliziani avevano pistole. 

Ma la sua esecuzione dimostra che l’attivismo in America, come in Iran, ti costa la vita. Ormai, anche negli Stati Uniti quando un poliziotto o un governante ti dà un ordine devi obbedirgli se vuoi rimanere viva. Esistere è diventato un privilegio concesso dall’autorità e la morte la punizione alla disobbedienza. Ti stanno dicendo: piegati o muori. La relazione tra i cittadini e il potere è ridotta a sottomissione. 

Il video girato dall’assassino dimostra anche che si è trattato di un atto terminale di violenza misogina. Quella donna aveva ferito più la sua virilità che attaccato la sua incolumità. Quando ho visto il sorriso della vittima, mentre diceva all’uomo che l’avrebbe uccisa: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te», ho capito che Renee Good aveva paura.

Stava replicando tutto ciò che è stato insegnato alle donne. Si stava facendo piccola e mansueta per cercare di prevenire la violenza maschile. È rimasta calma, anche se circondata da agenti che le impartivano ordini contrastanti.

Ma non è bastato. Non era abbastanza spaventata, abbastanza sottomessa. Dopo, non era neppure abbastanza morta. Lo sparatore ha voluto anche infangarla urlando «brutta stronza!».

L’omicidio di Floyd affondava le radici nel razzismo, l’esecuzione pubblica di Renee Good le affonda nella misoginia.

Dopo la sua morte, in America il potere l’ha accusata. Hanno dichiarato che era una terrorista. È stata insultata perché era lesbica e aveva tre figli da due precedenti matrimoni, come se la sua vita non tradizionale giustificasse in qualche modo l’omicidio.

Il messaggio del potere è: guardate come sono strane queste persone. Meritano di essere giustiziate in mezzo alla strada in America.