Elena Cecchettin: "Quella parte di me che pensa sempre a Giulia"

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Quando sua sorella è stata uccisa dall'ex, Elena Cecchettin ha detto: «Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto» infiammando le piazze femministe. Ora, intervistata dalla Direttrice di Grazia, Silvia Grilli, racconta la difficoltà di accettare che la persona più importante della sua vita non ci sia più per colpa di qualcun altro. E lancia un messaggio potente per sfidare il privilegio maschile e cambiare il modo di raccontare non solo i femminicidi, ma tutti i rapporti.

Elena Cecchettin ha perso una sorella, Giulia, uccisa dall’ex fidanzato. Una morte che ha sconvolto l’Italia, poi l’attivismo di Elena ha cambiato la percezione di che cosa sia la violenza sulle donne. Le sue parole «Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto» ed «è stato il vostro bravo ragazzo», riferito all’assassino, hanno rivoluzionato il modo di raccontare il femminicidio: non un fatto di cronaca nera, non un delitto passionale, ma un delitto di tutta la società. Gli assassini non sono folli criminali, ma figli sani del patriarcato.

Intervisto Elena a Vienna, dove studia alla facoltà di Microbiologia. La sua voce ferma e il suo sguardo fiero ogni tanto si spezzano per la commozione.

Che cosa è cambiato nella tua vita dopo la morte di Giulia?

«Non è più e non sarà più come prima. Giulia era la persona più importante della mia vita. Siamo cresciute insieme. Avevamo solo 22 mesi di differenza: abbiamo fatto l’asilo insieme, passavamo i pomeriggi assieme, eravamo sempre tra di noi, giocavamo, condividevamo. C’è una parte della mia vita che conosce solo lei. Il nostro legame non si è affievolito con gli anni. È cambiato, ma è sempre rimasto molto forte. Io ho un rapporto solido anche con mio fratello Davide, e con mio padre. Però è diverso, perché Davide è più piccolo, la mia infanzia l’ho fatta principalmente con Giulia. Nella mia vita c’è stato uno strappo enorme. Scusa se divento emotiva però...» (Piange).

Vorrei abbracciarti, Elena.

«Non metti mai in conto di perdere una sorella più piccola così presto. Una parte di me ci pensa sempre, ma se continuo a pensarci continuamente non riesco ad andare avanti. Dovrò smetterla, ma temo di mancarle di rispetto, non pensando più a lei ogni momento. Sono ovviamente pensieri miei, perché sicuramente anche Giulia vorrebbe che affrontassi la mia vita ricordandola, volendole comunque bene, però non rimanendo impantanata nel lutto. Ma è difficile andare avanti, perché lei era la mia quotidianità, e tutta la mia quotidianità è stata stravolta».

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Vi sentivate ogni giorno?

«Vivevamo in due Stati diversi, però se avevo qualsiasi dubbio le mandavo un messaggio. Lei faceva lo stesso. Non la vedevo tutti i giorni, però la sentivo sempre e ogni tanto anche ora, dopo un anno, penso: “Devo raccontarlo a Giulia...”. Poi mi rendo conto che non posso. È cambiato tutto dentro di me così profonda- mente che mi chiedo come farò a ritrovare l’equilibrio. Un po’ alla volta, ma ci vorrà tempo».

Il modo in cui è morta rende tutto più difficile?

«Che non ci sia più non per una malattia, non per un incidente, ma a causa di una persona, mi fa salire tutti i dubbi possibili: se quella volta avessi detto, avessi fatto... Però con i “se” non si fa la storia, devo accettare che le cose siano andate in una certa maniera...».

Ti senti in colpa per ciò che avresti potuto dire o fare?

«No, perché parlando con chi per lavoro conosce le dinamiche dei femminicidi molto meglio di me, e ha lavorato sul profilo dell’assassino, su quello che è successo, sul tipo di rapporto che avevano, mi è stato detto: “Mettiti il cuore in pace, non c’era niente che avresti potuto fare per impedirlo”. Però io continuo a chiedermi: se invece di fare quella facoltà universitaria e conoscere quella persona avesse scelto un altro corso? Se quella sera non fosse uscita? Tutte scelte che magari sono il caso. La cosa che fa più male è sapere che stava bene, era giovane, aveva tutta la vita davanti ed è stata privata della possibilità di vivere, dei suoi sogni, della sua famiglia, delle sue amicizie. Ha perso tutto per colpa di qualcun altro e non è giusto. Sopporterei qualsiasi tipo di dolore pur di cambiare la situazione. Accetterei che lei non fosse più parte della mia vita, non vederla mai più, non sentirla mai più pur di sapere che è viva e fa quello che vuole fare. Invece sono impotente. Quindi non è facile da accettare, non tanto per la morte in sé, ma per il tipo di morte».

 

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Avere perso anche tua madre (Monica Camerotto, la madre di Elena e Giulia, era morta di tumore nel 2022, ndr) ha accresciuto il tuo senso di impotenza?

«Sono un trauma enorme due lutti nel giro di così poco tempo. Ma il lutto per mia madre è stato diverso. Ha sconvolto la mia vita, però avevo Giulia su cui contare e lei aveva me. Ci facevamo forza. Non che adesso sia sola, perché sono circondata da persone che mi vogliono bene, però sono cresciuta in una famiglia in cui le donne erano più numerose degli uomini. Avevamo questa sorellanza anche con la mia mamma: quando c’erano questioni che gli uomini non potevano capire, ne parlavamo tra noi, uscivamo insieme, ci piaceva fare tante cose insieme. E invece ho perso sia mia madre sia mia sorella. Sento la mancanza di una figura femminile così vicina. Ho amicizie molto profonde e sono tutte donne, ragazze fantastiche. Però non sanno tutto della mia infanzia e adolescenza, della mia famiglia. È diverso. E certo, posso parlare di tutto con mio fratello e mio padre, però è diverso».

Eppure non ti sei mai fermata, hai continuato a sostenere esami all’università anche dopo la morte di Giulia.

«A volte mi chiedo come riesca ad andare avanti. L’essere umano è così forte da resistere e lo dico anche della mia famiglia. Ho continuato a dare esami e non so con quale energia, perché arrivi a un punto in cui l’adrenalina scende e t’invade tutta la stanchezza emotiva e fisica per aver sopportato una cosa del genere. Ti guardi indietro e dici: ma come facevo a uscire dal letto in quel periodo?».

La morte di tua sorella che cosa ti ha fatto capire?

«Non c’è per forza una lezione dalle cose brutte. Non ho imparato niente che non avrei potuto imparare con lei vicina. Poi però penso che dal caso di Giulia, a livello di società, ci sia molto da apprendere. Molto spesso la violenza viene sottovalutata, non si pensa che il violento possa essere chiunque, anche il bravo ragazzo. In ambito istituzionale c’è una grande lacuna, che andrebbe colmata al più presto, su che cosa sia la violenza di genere. Ma che ci siano uomini violenti con le dinamiche e i contesti in cui è morta Giulia già lo sapevo. Non mi aspettavo che capitasse così vicino a me, però non sono io quella che dovrebbe imparare da questo avvenimento, ma altri con altri ruoli».

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Prima della morte di Giulia eri già consapevole che tutti gli uomini, nessuno escluso, godano dei privilegi della cultura dello stupro? Tuo padre ha raccontato che quando gliel’hai spiegato ha avuto una rivelazione.

«Bisogna fare un lavoro di decostruzione di una mentalità che ci viene inculcata da tutto (società, tv, ogni contesto) e da cui tutti gli uomini traggono vantaggio. Pensiamoci: essere una persona non violenta mi sembra il minimo per avere un rapporto con te. E invece se sei un uomo minimamente corretto vieni considerato buono. Ma non è buono, semplicemente non fa una cosa brutta. Nessuno pensa che, se una donna non è violenta, sia una donna buona. Viene dato per scontato. E, quando una donna alza la voce perché le viene mancato di rispetto, diventa automaticamente una pazza, feroce».

E invece esprime una rabbia repressa da generazioni.

«Da noi si pretende comunque di accettare e comprendere. Mentre se a un uomo mancano di rispetto, nessuno fa una piega quando reagisce. Gli uomini devono capire che hanno un privilegio. Tutti, anche chi si batte contro la violenza di genere, anche mio padre e mio fratello. Il privilegio non ti rende malvagio, ma devi imparare a usarlo per lottare per chi non ce l’ha. Quando lo si capisce è l’inizio del cambiamento ed è per questo che gli uomini hanno un ruolo fondamentale nella decostruzione di questa società patriarcale. Ed è difficile, perché è difficile rinunciare al proprio vantaggio che non ti sei guadagnato in alcun modo, non hai fatto nulla per meritartelo, ma hai solo perché nasci maschio».

Tu hai privilegi?

«Non godo del privilegio di genere in quanto donna, però sono bianca, quindi ho un vantaggio che una persona non bianca non ha. E devo rendermene conto perché è l’unico modo per cambiare questa società. L’ideale sarebbe che non esistesse più il privilegio, che tutti avessimo le stesse possibilità in base alle nostre capacità e a come siamo, non in base alle categorie in cui rientriamo. Faccio un esempio: se io andassi a cercare un appartamento, non avrei paura che le persone non me lo vogliano affittare perché sono bianca. Per me non è un problema perché non mi è mai capitato e statisticamente non capita, ma una persona non bianca o straniera può ricevere un trattamento razzista o non essere accettata in quanto parte di una minoranza. E quello di cui io, persona bianca, devo rendermi conto è che non ho fatto assolutamente niente per avere questo vantaggio. Sono solo nata così. È stato un caso, avrei potuto nascere da una famiglia diversa, in uno Stato diverso, in una classe sociale diversa, però devo utilizzare questo vantaggio per distruggere il concetto di privilegio, affinché un giorno tutte le persone pos- sano avere le stesse possibilità».


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Dopo la morte di Giulia, le tue parole «Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto» ed «è stato il vostro bravo ragazzo» sono diventate il manifesto contro la violenza sulle donne. Ti sei resa conto di essere diventata una leader?

«Quando mi sono fatta coraggio e ho parlato, non pensavo all’impatto che avrei avuto. Credevo fosse un discorso necessario perché non mi piaceva come veniva raccontato il femminicidio di mia sorella. Vivendo nell’ambiente femminista, ed essendo stata educata in questo campo molto prima che tutto succedesse a Giulia, sentivo di dover dire le cose come stavano. Però era un periodo talmente brutto e caotico: avevo perso la mamma, una sorella, c’erano giornalisti sotto casa mia 24 ore su 24, non potevo neanche fare una passeggiata col cane che venivo assaltata, e avevo veramente paura che la mia vita rimanesse così, con le mie priorità (gli esami, l’università) totalmente stravolte. Poi mi sono detta: la situazione è questa, l’accetto, però devo sfruttarla per fare qualcosa e lo dovevo a Giulia, affinché la sua storia venisse narrata in maniera corretta. Dell’impatto mi sono resa conto nei mesi a seguire quando le persone mi chiedevano: ma lo sapevi che saresti stata così rilevante? Certo, io speravo che le mie parole avessero un effetto, ma l’ho fatto solo perché pensavo fosse giusto. La narrazione del femminicidio in Italia è sbagliata e non volevo che mia sorella diventasse l’ennesimo caso di cronaca che crea scalpore, poi va nel dimenticatoio perché non si capiscono veramente le ragioni».

I femminicidi non sono episodi di cronaca nera, sono la punta dell’iceberg di una società fondata sulla violenza sulle donne. In Italia non esiste il fine pena mai. Si mira sempre alla rieducazione. Tu pensi che l’assassino di tua sorella possa essere rieducato in una società così intrisa di violenza di genere?

«Io non vorrei parlare di Turetta. Faccio un discorso generale. Credo molto nell’educazione, non solo nelle scuole, tra gli adulti. Se dobbiamo aspettare che i ragazzi diventino adulti, troppe donne finirebbero per morire o vivere un’esistenza non in totale libertà. Non possiamo basarci solo sulle scuole, ma anche sulla famiglia. Perché se un ragazzo impara del buono a scuola, ma quando torna a casa ha un esempio diverso, l’insegnamento scolastico viene annullato. Va insegnato a riconoscere il privilegio che altrimenti riconosceremmo (come nel caso degli uomini che uccidono le donne) solo nel caso venisse a mancare. Credo che la nostra società occidentale, quella italiana e il carcere abbiano difficoltà a rieducare. Nelle prigioni sovraffollate tanti continuano a morire nella repressione, anche fisica. Quando ti mancano lo spa- zio, il cibo, vieni picchiato, il tuo pensiero principale non è capire che cosa hai sbagliato nella tua vita. Non possiamo pensare di sbattere una persona in carcere, buttare via la chiave e la persona magicamente esca cambiata. Ripeto, non sto parlando di Turetta, ma in generale. A volte mi chiedo se veramente rieducare ci interessa, oppure se lo diciamo solo perché sappiamo che sarebbe la cosa giusta, ma l’importante sia reprimere. Penso che reprimendo con la forza non si possa arrivare a un cambiamento della società».

La storica Lucetta Scaraffia ha detto che 50 anni fa Giulia non sarebbe stata uccisa da Turetta perché avrebbe rinunciato a laurearsi e l’avrebbe sposato in un triste matrimonio. I femminicidi sono il colpo di coda del patriarcato? La nuova libertà delle donne ha scatenato la vendetta?

«Probabilmente 50 anni fa Giulia avrebbe sposato l’uomo che le avrebbe chiesto di non laurearsi perché avrebbe subito più pressione da parte della famiglia e di chi le stava accanto, però forse non sarebbe stato un motivo sufficiente per non essere uccisa. I femminicidi esistevano anche 50 anni fa e non erano considerati come tali, tanto che fino al 1981 esisteva il delitto d’onore. Non possiamo credere che, solo perché le donne acconsentivano di più, venissero risparmiate. La violenza di genere esiste al di là del livello di libertà che ha la donna. Ho visto uno studio fatto in Inghilterra: nei giorni con più partite di calcio ci sono più episodi di violenza. Sia che la squadra vinca sia che perda, gli uomini tornano a casa dopo aver bevuto e picchiano le mogli. Che cosa ha fatto la donna in quel caso? Nulla, semplicemente l’uomo violento vuole perpetuare violenza. Quindi anche se si arrivasse a dire di sì a tutto, accettando l’inimmaginabile, privandosi della propria libertà, non significherebbe che saremmo salve, perché la violenza comunque si manifesterebbe. Dovremmo arrivare a un punto in cui, indipendentemente da quello che una donna fa, non abbia nessun tipo di ritorsione».

 

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Tu 50 anni fa non c’eri, ma oggi ci sei: perché nonostante tutte le battaglie femministe vinte, ancora oggi le ragazze pensano che la gelosia sia amore?

«Gli obiettivi del patriarcato non sono solo gli uomini. Il patriarcato inculca idee anche nella testa delle donne. Raggiunge tutti. È frutto di quello che vediamo attorno. Se ci fosse libertà e le donne venissero amate per quello che sono, senza essere giudicate per ciò che indossano, non penseremmo mai che una persona che ci vieta di vestire in un certo modo ci ami. Penseremmo solo che voglia controllarci. La società deve cambiare il modo di raccontare non solo i femminicidi, ma anche i rapporti. Per una ragazza è difficile capire, se non ha gli strumenti adatti per farlo. È per questo che tutti dobbiamo fare la nostra parte perché tutti componiamo la società. Se una persona ci dicesse: “È geloso, mi controlla, vuol dire che mi vuole bene” e noi la contraddicessimo; se alla tv venissero mostrati rapporti così come malsani, se i giornali raccontassero la gelosia come possesso, tutti ne verrebbero influenzati correttamente».

In un istituto superiore di Monfalcone, alcune studentesse hanno frequentato le lezioni con il niqab, il velo che lascia scoperti solo gli occhi. Per te esprimono la libertà religiosa o sono vittime del patriarcato?

«Possono essere entrambe le ipotesi valide, nel senso che una persona può essere religiosa e accettarlo di sua spontanea volontà o essere obbligata dalla società, dalla famiglia. Dovremmo cercare di educare all’autodeterminazione, però accettare anche la possibilità che una persona compia atti che noi non faremmo. Io non utilizzo la mia libertà per coprirmi, però accetto il fatto che qualcun altro possa farlo».

Accetterei il tuo discorso se si coprissero anche gli uomini, invece costringono solo le donne.

«Anche in una religione che abbiamo in casa ci sono comportamenti patriarcali. In generale quasi tutte le culture li hanno, però riusciamo a percepirli meglio quando non è la nostra, perché non ci siamo abituati. Ricordo una visita a una basilica in Italia. C’era l’avviso che non erano permessi pantaloncini corti. Entrarono due bambini con le gambe scoperte, chiesero solo alla bambina di coprirsele. Penso che questa conversazione non vada fatta tra noi non musulmani che non facciamo parte di quella cultura. A volte il femminismo e l’emancipazione femminile vengono utilizzati come scusa per il razzismo».

Che cosa hai provato di fronte al processo di Gisèle Pelicot, la signora francese narcotizzata e violentata per dieci anni dal marito e 50 uomini mentre era incosciente?

«Ha avuto un enorme coraggio e la capacità di ribaltare la narrazione. Chi deve vergognarsi sono i violentatori, non la vittima».

Credi che questo caso cambierà i processi per stupro e si smetterà di chiedere alle vittime com’erano vestite o che cosa avevano bevuto per dimostrare che siano corresponsabili?

«Alla lunga sì, sono profondamente convinta che la società sia migliorabile».


Donald Trump, condannato per abuso sessuale, è stato eletto presidente degli Stati Uniti. Credi sia pericoloso per le donne di quel Paese e non solo?

«Credo che in tutto il mondo, non solo in America, ci sia un attacco ai diritti delle donne. Il presidente argentino Javier Milei ha annunciato che il suo governo eliminerà il concetto di femminicidio dal Codice penale. Dobbiamo onorare le battaglie delle nostre madri e delle nostre nonne. I diritti non sono per sempre, possono esserci tolti e siamo noi i garanti dei nostri diritti».

Dopo la morte di tua sorella, tu e la tua famiglia avete creato la Fondazione Giulia Cecchettin, per trasformare il dolore in un cambiamento della società.
«Devo riconoscere il grande merito della Fondazione a mio padre Gino, per l’impegno contro le disparità e la violenza di genere, l’aiuto alle donne in difficoltà, ma anche il sostegno alle ragazze nello studio delle materie scientifiche. Vogliamo esserci dove c’è un vuoto istituzionale, ma le istituzioni non possono continuare a lasciare quel vuoto».

Tutte le foto sono di Olivier Desarte 

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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

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Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

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La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

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Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

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Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

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 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

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Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».

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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.

Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.

Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.

È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».

Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.

Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.

Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.

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Grazia è in edicola con Maya Hawke

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Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.

Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.

Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.

Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.

Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.

E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.

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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"

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Jodie Foster festeggia al cinema 60 anni da star. Nel thriller Vita privata, da oggi nelle sale, è una psicanalista tormentata. Ma a noi racconta come, grazie alla sua carriera, ha capito che le donne over 50 hanno tutte le carte per vincere

Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.

Che rapporto ha con il passare del tempo?

«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».

Davvero?

«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».

Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.

«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».

Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?

«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».

Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?

«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».

Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…

«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare». 

Come mai?

«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».

Che cosa le disse al ritorno?

«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».

Ha fatto lo stesso con i suoi figli?

«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».

Che rapporto ha con la psichiatria?

«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».

Com’è andata?

«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».

E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?

«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il  corpo».

Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?

«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».

Che cosa di lei non hanno mai capito finora?

«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».


Com’è la sua giornata ideale?

«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».