«L'ha uccisa. Poverino, bisogna capirlo»: l'editoriale di Silvia Grilli
Arriva da molto lontano la rabbia che provo leggendo e ascoltando come vengono raccontati i femminicidi. Arriva dal dolore di tutte le donne vissute prima di me. Nasciamo con impressa una storia millenaria di ingiustizie, ci stiamo liberando a fatica, ma il mondo intorno a noi è ancora sprofondato nella cultura del possesso, del controllo, del dominio su di noi.
STO MALE QUANDO VEDO DEFINIRE FEDERICO VELLA UN “GIOVANE DETERMINATO”, “UNA PERSONA A POSTO, DI RARA GENTILEZZA E COMPOSTEZZA”, “UN MANAGER REALIZZATO”. Delineano così un ritratto romantico dell’assassino di Lorena Isceri, dell’uomo che diceva di amarla e invece ha organizzato la sua morte: ha fatto un sopralluogo, l’ha picchiata, legata, rinchiusa in un bagagliaio e gettata da un cavalcavia. Hanno titolato “omicidio-suicidio”, come se fosse un dramma di coppia, una specie di Romeo e Giulietta, e non lui che ha infierito ferocemente e lei che ha subìto. Sono in corso indagini che cercano di capire il movente, come se non fosse così semplice e chiaro: l’ha uccisa perché era femmina e gli aveva detto di no.
SEMPLICISSIMO, C’È PERSINO UNA LEGGE CHE CONSIDERA IL FEMMINICIDIO L’UCCISIONE DI UNA DONNA CHE RIFIUTA DI MANTENERE UN RAPPORTO AFFETTIVO. MA EVIDENTEMENTE NON SI CAPACITANO: INDAGANO, CERCANO DI CAPIRE. MA CHE COSA DEVONO CAPIRE? Eh già, l’europarlamentare Roberto Vannacci dice che il femminicidio non esiste. Sarà questo il nuovo che avanza? Indagare perché non ha senso sostenere che sia stata uccisa in quanto donna? Ma sì, indaghiamo, sprechiamo un po’ di tempo come l’abbiamo sprecato a non salvarla quando Lorena chiamava la questura dal bagagliaio per 20 minuti: 20, non uno. Indaghiamo, magari scopriamo che è stata lei a farlo impazzire, poverino. Magari davvero l’ha tradito, l’ha trattato male, magari ha persino riso di lui. Lui che forse non stava bene con la testa, poverino.
NO, NON ERA PAZZO, STAVA BENISSIMO, ERA PERFETTAMENTE CALATO NEL SUO RUOLO DI MASCHIO CHE CONTROLLA E COMANDA: L’HA UCCISA SOLO PERCHÉ VOLEVA ESSERE LIBERA. CHE COSA VOLETE INDAGARE?
Poverino anche il padre che ha ucciso il figlio quattordicenne davanti alla moglie, prima di sparare anche alla donna. «Tragedia familiare», ho letto e sentito su giornali e notiziari. «Una famiglia normalissima», dice la gente. Già, normalissima come tante altre nelle stesse condizioni: il padre che decide la vita (e in casi estremi la morte) di tutti. Non era una tragedia familiare. C’erano un assassino e le sue vittime. Il patriarca li ha sterminati e ha lasciato un biglietto chiarendo i motivi del gesto. Poverino. Aveva il padre malato di Alzheimer e gli era morta la mamma, hanno specificato i cronisti. Non vedo molti casi di donne con i genitori malati che per questo massacrano il marito e i figli.
Poverino anche l’uomo che a Ostia ha soffocato la madre con un cuscino, poi si è lanciato dal balcone. Era stressato, in «burnout», dicono i colleghi, e temeva che la mamma cominciasse a manifestare sintomi di demenza.
POVERINI TUTTI, VANNO CAPITI. SONO MASCHI, NON DOBBIAMO UMILIARLI, NON DOBBIAMO FARLI SENTIRE IN COLPA, CARICARLI DI PROBLEMI, FARLI STARE MALE. ACCUDIAMOLI E LASCIAMO LORO IL DIRITTO DI VITA E DI MORTE SU TUTTA LA FAMIGLIA.
No, non basta l’educazione affettiva nelle scuole. L’esempio arriva dalle nostre case. Se la famiglia tramanda un modello di coppia in cui lei deve dire sempre di sì, cresceranno uomini che non accetteranno un rifiuto e donne libere che moriranno sotto i loro colpi.
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