Diario di una scrittrice pronta a tutto. Terzo capitolo
Sono arrivata a Positano venerdì, Carola è riuscita a rimanere per il weekend e Giaco è risultato indispensabile per renderlo possibile. Ma stasera è ripartito, non poteva fermarsi.
Ho chiesto a Carola di restare, ma ha preferito tornare a casa dai nonni. Le scalinate sono troppe impegnative per salirle e scenderle con un paio di stampelle. Come darle torto?
L’ho lasciata andare, ma mi mancherà moltissimo. Mi farò consolare da Emma che rimane qui con me — e da una dose extra di spaghetti alle zucchine della Cambusa. Ci sta.
Un piatto di spaghetti alle zucchine sta a me, come un piatto di spaghetti alle arselle sta a Claudia: è matematica, è chimica, è fisica, è spaghetto. E lo spaghetto non guarda in faccia nessuno: nemmeno chi, come me, ha i capelli corti e non può raccoglierli in uno chignon perfetto per gustarselo. Seppure non sia indispensabile: io ci riesco lo stesso.
E ora che metà della mia famiglia mi ha salutato, Emma è già sotto le coperte ad aspettarmi, sono sul balcone della mia stanza d’albergo, seduta su una delle sedie che fanno pendant con il tavolino circolare. Di fronte a me, c’è Positano: è la classica cartolina ‘by night’.
L’illuminazione delle case in lontananza è così calda da ricordarmi l’atmosfera natalizia, anche i fari delle auto sembrano intermittenti, ma la totale assenza di vento, il mare calmo che culla le onde — e il pigiamino corto e glitterato che ho addosso — mi fanno sentire il profumo d’estate. Rimango immobile, stendo le gambe sull’altra sedia per mettermi comoda, aspettando che questo magnifico scenario mi dia l’ispirazione per scrivere, eppure, resto lì a fissarlo.
Ora capisco perché chiamano questa parte di Positano L’Incanto: è bellissima, toglie il fiato.
Mi domando cosa prova chi vive qui, chi si sveglia la mattina e apre la finestra trovandosi di fronte il mare e le file ordinate di barchette. Come può essere?
Non che rinneghi le mie origini, ma se mi si chiedesse cosa preferisco, se le paludi reggiane o questo panorama, nessun conterraneo me ne vorrebbe, se scegliessi la seconda opzione. E poi non voglio pensarci ora, ora mi aspetta una presentazione: è per questo che sono qui.
La mia faccia sorridente è su tutte le locandine dell’evento sparse per la città, sono orgogliosa. A mostrarmela per prima è stata una mia follower australiana, un paio di settimane fa. Lei non mi legge, ma ama il mio modo di vestire e un giorno, mentre aspetta l’autobus insieme alla sua famiglia con cui è in vacanza, mi riconosce e mi manda una foto su Instagram.
La manco per un soffio, il mio inglese tira un sospiro di sollievo, la mia ansia fa un apnea prolungata... su quella locandina, è scritto chiaramente che domani ci sarà l’ultimo appuntamento della ventisettesima edizione di Mare, Sole e cultura e io parteciperò con Prêt-à-bébé. Chiuderò la stessa rassegna che è stata aperta da Siani e da De Crescenzo ed è una grande responsabilità: che Dio me la mandi buona.
Ma siccome ancora non so che tra ventiquattro ore esatte, pioverà a dirotto, decido di distrarmi concentrandomi sul look. Uno scacciapensieri.
Ho deciso di dire basta alla shopping: ciò che mi serve è già nel mio armadio e non l’ho mai indossato. E seppure un pezzo vergine in guardaroba possa far pensare a un acquisto compulsivo, in realtà è stato decisamente ragionato.
L’ho scelto quattro mesi fa, dilapidando l’intero budget mensile destinato allo shopping, in una volta soltanto.
A pensarci bene, mi ricorda la ceretta: un colpo secco e per un mese stai senza pensieri.
È stato un buon affare a prescindere, ma tenuto conto del fatto che è un abito in seta stampata multicolore, dove il fucsia è predominante, e che l’ho comprato senza sapere come sarebbe stata la copertina, non lo definirei soltanto un buon affare: è stato un dono del cielo.
Me lo sono regalata dopo essermi promessa che lo avrei inaugurato la sera della prima presentazione. Ma quel sabato c’erano quarantaquattro gradi — in fila per sei col resto di due — e l’abito è accollato, accollato con le maniche lunghe.
Solo un pazzo presenterebbe il suo libro con gli aloni sotto le ascelle: dovrebbe essere proibito dalla legge. Ma ora, pare che sia giunto il suo momento. Domani sarò sulla terrazza del Marincanto che si affaccia sul mare, ci sarà una leggera brezza e un vestito accollato è perfetto. Deciso: vado con lui. E con Emma che la sera seguente mi accompagna.
Lo sanno tutti che i tacchi a Positano non si mettono, ma il mio abito è lungo: mi servono. Farò attenzione a scendere le scale, anche se sono sempre più convinta che William Friedkin abbia preso ispirazione da quelle di questo paese per girare la scena finale dell’Esorcista.
Ci sono quattro rampe da fare per raggiungere la terrazza: posso farcela.
Ogni gradino diventa un pretesto per riassumere le regole che mi sono data per salvare la mia reputazione di scrittrice e mentalmente, le ripeto.
1. Prendi informazioni su chi dovrai affrontare.
Ho fatto ricerche su Gianluca Mech: sarà lui l’ospite d’eccezione.
2. Preparati uno straccio di discorso.
Questa volta non serve, mi faranno della domande a sorpresa.
3. Rilassa le spalle, tieni dritto il busto, e lo sguardo fisso sul tuo interlocutore. — E vai ‘a braccio’.
4. Non dire troppi ‘ehm, forse, cioè, quindi, praticamente’.
5. Non gesticolare.
Porto a termine l’elenco e le prime due rampe con successo: l’osso del collo è ancora integro. Io ed Emma arriviamo in prossimità di un piccolo salotto all’aperto che dà sul mare, Emma riconosce il dottor D’Elia e timidamente lo indica. Anche lui pare ricordarsi di lei, la saluta sorridendo e ci invita a raggiungerlo.
Si alza dal divano su cui stava seduto insieme a un altro signore che non conosco, e dopo averci chiesto come stiamo, ce lo presenta:
“Enrica...”
Sto per commuovermi: così? Al primo colpo?
“Le presento il professore D’Episcopo.”
Avrei voglia di presentarmi come D’Alessi,
ma poi mi confonderebbero con il cantante e saremmo punto e a capo.
“Enrica Alessi, piacere.” dico stringendogli la mano.
“Il professore è un importante critico letterario, insegna lettere all’università Federico II di Napoli.” continua il dottor D’Elia. “E sarà lui a farle qualche domanda.”
Se ora lo sapesse Fantini, il mio insegnante di italiano delle superiori, credo che avrebbe un ictus. — E io lo capirei: per lui sono sempre stata Wanda Osiris.
Il professore ha letto il libro, si complimenta e inizia la recensione citando alcune parti che lo hanno divertito.
Sono fiera della mia storia: amo mio figlio.
Ho sempre voluto chiarire che non è un manuale: detesto le regole e non mi piace imporre le mie agli altri, ma ammetto che se volessero trarne qualche spunto per una vita più felice, sarei felice anch’io.
E mentre rifletto sul fatto che è ancora un uomo a esprimere un buon giudizio sul mio libro, mi dico che questa è una delle cose che non mi sarei mai aspettata da PRÊT-À-BÉBÉ, in senso positivo ovviamente.
Ho sempre sottolineato che non mi rivolgo solo alle mamme, ma a tutte le donne — in particolare a quelle che hanno qualche difficoltà a gestire l’autostima — ma gli uomini non li avevo proprio calcolati: per la virilità maschile, una copertina fucsia è come la criptonite per Superman.
E invece, pare che il mio libro non li spaventi, al contrario, lo affrontano con onore per dimostrare a loro stessi di non avere pregiudizi, ed è bello ricevere il loro favore.
Mi siedo accanto al professore, Emma, dall’altra parte, discute con il dottore del suo futuro: le chiede cosa farà da grande, lei risponde che vorrebbe diventare una psicologa e lui, sorpreso e divertito, si offre di mandarle qualche libro scritto da alcuni dei suoi autori.
Emma è timida, ma non sembra intimorita dalla situazione, anzi, direi che ci ha preso gusto. Mi sorprendo di quella constatazione, quando i passi di alcune persone che scendono le scale catturano la mia attenzione. Hanno in mano il mio libro: sono qui per me.
Il dottore suggerisce di trasferirci in terrazza dove potrò firmare le copie.
È stato allestito un salottino azzurro Tiffany: ci sono un paio di poltrone, un divano, una telecamera fissata a un cavalletto, proprio di fronte a me: mi prende il panico.
Mi faranno un video, riprenderanno i miei errori in diretta e li butteranno sul web per sempre... Okay, voglio buttarmi di sotto.
Mi volto per controllare l’altezza e valutare le ferite — anche letali — che potrei riportare, ma c’è un tetto. Mike direbbe: niente di fatto.
Sarà meglio salvare parte della reputazione con uno scatto: alle mie spalle c’è Positano, il mio vestito merita, è facile fare una bella foto.
Ne trovo una sola che sia pubblicabile: una in cui ho la testa indietro. Forse stavo cercando quel tetto che ancora mi tenta.
In tutte le altre, ho il sorriso tipico di chi finge che tutto stia andando alla grande, anche se non è vero. Mi siedo e aspetto il mio destino.
Il professore si accomoda sulla poltrona alla mia sinistra, Anna Laura, la collega di Carmen, prenderà posto nell’altra e anche lei mi farà qualche domanda.
Perché sono così agitata? In fondo, ho scritto io il libro, so tutto, devo solo mantenere la calma.
È il calore delle persone a mettermi subito a mio agio. Si avvicinano timidamente, si siedono vicino a me e si presentano.
Chiacchiero un po’ con loro, chiedo se hanno già letto il libro, se gli è piaciuto, a chi vorrebbero che lo dedicassi.
Una signora mi detta: A Jessica — con l’acca — la guardo divertita pensando alla solita battuta, invece è seria.
Non credo che apprezzerà il capitolo che riguarda i nomi. Deglutisco.
Un’altra signora, invece, è mamma di Elena che ha tre bambini. Un’eroina: definisco così le mamme che hanno più di due figli. Scrivo la mia dedica, saluto e mi concentro sui prossimi signori che stanno arrivando: una coppia di bell’aspetto che domani partirà per Londra. Sono i genitori di una ragazza che vive lì e che presto avrà un bambino, vogliono regalarle il mio libro. Ma i momenti piacevoli trascorsi con i lettori si esauriscono, Gianluca Mech arriva su siede accanto a me e la serata inizia.
Lui presenta un libro di marketing, io sono tutta cuore: cosa succederà?
Gianluca mi piace, racconta di sé, delle sue esperienze, è spigliato e disinvolto. Spiega ciò che ha scritto nel suo ‘La pubblicità è un gioco’ e dice una cosa interessante: se non sei una multinazionale che ha tanto denaro da investire in pubblicità, usa il cuore: mostrati per come sei. — Forse posso ancora vincere.
Poi tocca a me, Anna Laura mi chiede quanto c’è di me nel libro. Vorrei rispondere tutto e pure di più, ma mi limito a sorridere e a sottolineare che tante dinamiche sono state costruite tenendo conto del fine narrativo, aggiungo la mia dose di ‘ehm, forse, cioè, quindi, praticamente’, il pubblico applaude e la parola passa al professore.
“Non sempre le donne raccontano le proprie emozioni più intime, e invece questo libro scopre delle verità che noi uomini non sospettiamo.”
Sono quasi certa che si stia riferendo alla proposta di matrimonio vicino al cassonetto.
“Non c’è nessuna voglia di fare letteratura, tra virgolette, la vita di per sé è già letteratura... non so se riesco a rendere l’idea di ciò che dico.” continua il professore. “È la vita di tutti i giorni che viene raccontata in questo libro... e vi farete anche tante risate, perché Enrica è molto ironica, molto divertente, molto vera, molto viva, più che viva... vivace — mi permetto di dire — si vede che è una donna elettrica.”
Alla parola ‘elettrica’, i miei capelli svolazzano. Non capisco se sia il vento o quel lato di Billy Elliot che ho sempre creduto di possedere.
“Chi la conosce vede già dai suoi movimenti che partecipa attivamente a se stessa, perché per comunicare agli altri, bisogna prima appartenersi.”
È ufficiale: sono commossa.
“Io vedo la voglia di continuare, lei non può fare a meno, oltre che di vivere, di scrivere, perché ho notato che c’è proprio questa voglia di scrittura, ed una cosa che mi ha molto colpito, e insisto sul cinema: i suoi personaggi, le sue scene si vedono.”
Questa cosa me la dicono tutti e io impazzisco letteralmente di gioia quando succede, e mentre cerco di gestire il rossore che si manifesta con evidenza sul mio volto, il professore continua la sua analisi.
“La cosa più difficile dei libri sono i dialoghi e questo libro è uno dei pochi a essere pieno di dialoghi: non c’è pagina in cui due persone non parlano tra di loro, che sia il marito, le figlie, gli amici... è un libro fortemente dialogico e questo nasce dalla natura...” dice indicandomi. “È evidente che Enrica viene da una patria in cui si parla molto, si comunica, si discute.”
Questo lo devo alle paludi reggiane, che siano loro a stimolare il mio intelletto e a tirar fuori il meglio di me? E seppure sia consapevole che dovrei godermi il momento e quelle parole che mi stupiscono e mi lusingano, l’immagine di Fantini che viene colto da un malore, mentre preme con insistenza il pulsante del suo Salva Vita Beghelli, non mi abbandona.
Sento una goccia scivolarmi sulla fronte, ci metto un po’ a capire che non è sudore.
Non può piovere proprio adesso che il professore sta osannando la mia creatura.
E invece piove, piove a dirotto. Ma lui insiste non si lascia intimidire, conclude e mi pone una domanda:
“A questo proposito, vorrei chiederle se la mia impressione è esatta, e che cosa pensa di questo primo risultato, di questo primo ‘parto letterario’?”
Mi concentro, elaboro mentalmente la risposta, ma sono distratta da un mano che sbuca da dietro le mie spalle. È quella di una ragazzina che sta lì, dietro il divano, a coprirmi con un ombrello. Se non mi sbrigo, le verrà una paresi al braccio. Mi volto, prima a destra, poi a sinistra: Gianluca e il professore stanno facendo la doccia: a loro non è stato offerto alcun riparo. Forse la forma di riguardo è più per il mio abito che per la sottoscritta. E mentre mi affretto a spiegare il perché di quei dialoghi, affermando che mi diverte tantissimo scriverli e che in famiglia siamo tutti dei chiacchieroni, cane compreso, il professore getta la spugna: “È la presentazione più bagnata della mia vita.”
Standing ovation: tutti si alzano e scappano via.
E dopo una bellissima cena piena di brindisi, in cui Emma è stata la mascotte, ci salutiamo e ci accingiamo ad uscire dal ristorante: piove ancora.
Carmen, Anna Laura ed Emanuela sono le prime a precipitarsi verso il parcheggio del Marincanto, seguite da me, da Emma, dal professore e dal dottore, che dice ridendo:
“Però è piacevole...”
A quel punto vorrei ribattere dicendo che il mio abito di Valentino la pensa diversamente: la pioggia lo sta sciogliendo, ma mi metto a ridere anch’io, pensando: presentazione bagnata, presentazione fortunata.
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare
«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.
Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.
Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.
La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.
Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».
Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».
Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».
Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».
Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».
Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».
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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli
La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.
Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.
Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.
È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».
Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.
Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.
Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.
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Grazia è in edicola con Maya Hawke
Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.
Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.
Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.
Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.
Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.
E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.
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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"
Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.
Che rapporto ha con il passare del tempo?
«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».
Davvero?
«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».
Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.
«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».
Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?
«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».
Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?
«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».
Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…
«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare».
Come mai?
«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».
Che cosa le disse al ritorno?
«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».
Ha fatto lo stesso con i suoi figli?
«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».
Che rapporto ha con la psichiatria?
«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».
Com’è andata?
«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».
E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?
«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il corpo».
Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?
«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».
Che cosa di lei non hanno mai capito finora?
«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».
Com’è la sua giornata ideale?
«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».
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