Diario di una scrittrice pronta a tutto. Terzo capitolo

Sono arrivata a Positano venerdì, Carola è riuscita a rimanere per il weekend e Giaco è risultato indispensabile per renderlo possibile. Ma stasera è ripartito, non poteva fermarsi.

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Ho chiesto a Carola di restare, ma ha preferito tornare a casa dai nonni. Le scalinate sono troppe impegnative per salirle e scenderle con un paio di stampelle. Come darle torto?

L’ho lasciata andare, ma mi mancherà moltissimo. Mi farò consolare da Emma che rimane qui con me — e da una dose extra di spaghetti alle zucchine della Cambusa. Ci sta.

Un piatto di spaghetti alle zucchine sta a me, come un piatto di spaghetti alle arselle sta a Claudia: è matematica, è chimica, è fisica, è spaghetto. E lo spaghetto non guarda in faccia nessuno: nemmeno chi, come me, ha i capelli corti e non può raccoglierli in uno chignon perfetto per gustarselo. Seppure non sia indispensabile: io ci riesco lo stesso.

E ora che metà della mia famiglia mi ha salutato, Emma è già sotto le coperte ad aspettarmi, sono sul balcone della mia stanza d’albergo, seduta su una delle sedie che fanno pendant con il tavolino circolare. Di fronte a me, c’è Positano: è la classica cartolina ‘by night’.

L’illuminazione delle case in lontananza è così calda da ricordarmi l’atmosfera natalizia, anche i fari delle auto sembrano intermittenti, ma la totale assenza di vento, il mare calmo che culla le onde — e il pigiamino corto e glitterato che ho addosso — mi fanno sentire il profumo d’estate. Rimango immobile, stendo le gambe sull’altra sedia per mettermi comoda, aspettando che questo magnifico scenario mi dia l’ispirazione per scrivere, eppure, resto lì a fissarlo.

Ora capisco perché chiamano questa parte di Positano L’Incanto: è bellissima, toglie il fiato.

Mi domando cosa prova chi vive qui, chi si sveglia la mattina e apre la finestra trovandosi di fronte il mare e le file ordinate di barchette. Come può essere?
Non che rinneghi le mie origini, ma se mi si chiedesse cosa preferisco, se le paludi reggiane o questo panorama, nessun conterraneo me ne vorrebbe, se scegliessi la seconda opzione. E poi non voglio pensarci ora, ora mi aspetta una presentazione: è per questo che sono qui.

La mia faccia sorridente è su tutte le locandine dell’evento sparse per la città, sono orgogliosa. A mostrarmela per prima è stata una mia follower australiana, un paio di settimane fa. Lei non mi legge, ma ama il mio modo di vestire e un giorno, mentre aspetta l’autobus insieme alla sua famiglia con cui è in vacanza, mi riconosce e mi manda una foto su Instagram.

La manco per un soffio, il mio inglese tira un sospiro di sollievo, la mia ansia fa un apnea prolungata... su quella locandina, è scritto chiaramente che domani ci sarà l’ultimo appuntamento della ventisettesima edizione di Mare, Sole e cultura e io parteciperò con Prêt-à-bébé. Chiuderò la stessa rassegna che è stata aperta da Siani e da De Crescenzo ed è una grande responsabilità: che Dio me la mandi buona.

Ma siccome ancora non so che tra ventiquattro ore esatte, pioverà a dirotto, decido di distrarmi concentrandomi sul look. Uno scacciapensieri.
Ho deciso di dire basta alla shopping: ciò che mi serve è già nel mio armadio e non l’ho mai indossato. E seppure un pezzo vergine in guardaroba possa far pensare a un acquisto compulsivo, in realtà è stato decisamente ragionato.

L’ho scelto quattro mesi fa, dilapidando l’intero budget mensile destinato allo shopping, in una volta soltanto.
A pensarci bene, mi ricorda la ceretta: un colpo secco e per un mese stai senza pensieri.

È stato un buon affare a prescindere, ma tenuto conto del fatto che è un abito in seta stampata multicolore, dove il fucsia è predominante, e che l’ho comprato senza sapere come sarebbe stata la copertina, non lo definirei soltanto un buon affare: è stato un dono del cielo.

Me lo sono regalata dopo essermi promessa che lo avrei inaugurato la sera della prima presentazione. Ma quel sabato c’erano quarantaquattro gradi — in fila per sei col resto di due — e l’abito è accollato, accollato con le maniche lunghe.

Solo un pazzo presenterebbe il suo libro con gli aloni sotto le ascelle: dovrebbe essere proibito dalla legge. Ma ora, pare che sia giunto il suo momento. Domani sarò sulla terrazza del Marincanto che si affaccia sul mare, ci sarà una leggera brezza e un vestito accollato è perfetto. Deciso: vado con lui. E con Emma che la sera seguente mi accompagna.

Lo sanno tutti che i tacchi a Positano non si mettono, ma il mio abito è lungo: mi servono. Farò attenzione a scendere le scale, anche se sono sempre più convinta che William Friedkin abbia preso ispirazione da quelle di questo paese per girare la scena finale dell’Esorcista.
Ci sono quattro rampe da fare per raggiungere la terrazza: posso farcela.
Ogni gradino diventa un pretesto per riassumere le regole che mi sono data per salvare la mia reputazione di scrittrice e mentalmente, le ripeto.

1. Prendi informazioni su chi dovrai affrontare.
Ho fatto ricerche su Gianluca Mech: sarà lui l’ospite d’eccezione.

2. Preparati uno straccio di discorso.
Questa volta non serve, mi faranno della domande a sorpresa.

3. Rilassa le spalle, tieni dritto il busto, e lo sguardo fisso sul tuo interlocutore. — E vai ‘a braccio’.

4. Non dire troppi ‘ehm, forse, cioè, quindi, praticamente’.

5. Non gesticolare.

Porto a termine l’elenco e le prime due rampe con successo: l’osso del collo è ancora integro. Io ed Emma arriviamo in prossimità di un piccolo salotto all’aperto che dà sul mare, Emma riconosce il dottor D’Elia e timidamente lo indica. Anche lui pare ricordarsi di lei, la saluta sorridendo e ci invita a raggiungerlo.
Si alza dal divano su cui stava seduto insieme a un altro signore che non conosco, e dopo averci chiesto come stiamo, ce lo presenta:
“Enrica...”
Sto per commuovermi: così? Al primo colpo?
“Le presento il professore D’Episcopo.”
Avrei voglia di presentarmi come D’Alessi,
ma poi mi confonderebbero con il cantante e saremmo punto e a capo.
“Enrica Alessi, piacere.” dico stringendogli la mano.
“Il professore è un importante critico letterario, insegna lettere all’università Federico II di Napoli.” continua il dottor D’Elia. “E sarà lui a farle qualche domanda.”
Se ora lo sapesse Fantini, il mio insegnante di italiano delle superiori, credo che avrebbe un ictus. — E io lo capirei: per lui sono sempre stata Wanda Osiris.

Il professore ha letto il libro, si complimenta e inizia la recensione citando alcune parti che lo hanno divertito.
Sono fiera della mia storia: amo mio figlio.
Ho sempre voluto chiarire che non è un manuale: detesto le regole e non mi piace imporre le mie agli altri, ma ammetto che se volessero trarne qualche spunto per una vita più felice, sarei felice anch’io.
E mentre rifletto sul fatto che è ancora un uomo a esprimere un buon giudizio sul mio libro, mi dico che questa è una delle cose che non mi sarei mai aspettata da PRÊT-À-BÉBÉ, in senso positivo ovviamente.
Ho sempre sottolineato che non mi rivolgo solo alle mamme, ma a tutte le donne — in particolare a quelle che hanno qualche difficoltà a gestire l’autostima — ma gli uomini non li avevo proprio calcolati: per la virilità maschile, una copertina fucsia è come la criptonite per Superman.
E invece, pare che il mio libro non li spaventi, al contrario, lo affrontano con onore per dimostrare a loro stessi di non avere pregiudizi, ed è bello ricevere il loro favore.

Mi siedo accanto al professore, Emma, dall’altra parte, discute con il dottore del suo futuro: le chiede cosa farà da grande, lei risponde che vorrebbe diventare una psicologa e lui, sorpreso e divertito, si offre di mandarle qualche libro scritto da alcuni dei suoi autori.

Emma è timida, ma non sembra intimorita dalla situazione, anzi, direi che ci ha preso gusto. Mi sorprendo di quella constatazione, quando i passi di alcune persone che scendono le scale catturano la mia attenzione. Hanno in mano il mio libro: sono qui per me.
Il dottore suggerisce di trasferirci in terrazza dove potrò firmare le copie.

È stato allestito un salottino azzurro Tiffany: ci sono un paio di poltrone, un divano, una telecamera fissata a un cavalletto, proprio di fronte a me: mi prende il panico.

Mi faranno un video, riprenderanno i miei errori in diretta e li butteranno sul web per sempre... Okay, voglio buttarmi di sotto.
Mi volto per controllare l’altezza e valutare le ferite — anche letali — che potrei riportare, ma c’è un tetto. Mike direbbe: niente di fatto.

Sarà meglio salvare parte della reputazione con uno scatto: alle mie spalle c’è Positano, il mio vestito merita, è facile fare una bella foto.
Ne trovo una sola che sia pubblicabile: una in cui ho la testa indietro. Forse stavo cercando quel tetto che ancora mi tenta.
In tutte le altre, ho il sorriso tipico di chi finge che tutto stia andando alla grande, anche se non è vero. Mi siedo e aspetto il mio destino.

Il professore si accomoda sulla poltrona alla mia sinistra, Anna Laura, la collega di Carmen, prenderà posto nell’altra e anche lei mi farà qualche domanda.
Perché sono così agitata? In fondo, ho scritto io il libro, so tutto, devo solo mantenere la calma.

È il calore delle persone a mettermi subito a mio agio. Si avvicinano timidamente, si siedono vicino a me e si presentano.
Chiacchiero un po’ con loro, chiedo se hanno già letto il libro, se gli è piaciuto, a chi vorrebbero che lo dedicassi.
Una signora mi detta: A Jessica — con l’acca — la guardo divertita pensando alla solita battuta, invece è seria.
Non credo che apprezzerà il capitolo che riguarda i nomi. Deglutisco.

Un’altra signora, invece, è mamma di Elena che ha tre bambini. Un’eroina: definisco così le mamme che hanno più di due figli. Scrivo la mia dedica, saluto e mi concentro sui prossimi signori che stanno arrivando: una coppia di bell’aspetto che domani partirà per Londra. Sono i genitori di una ragazza che vive lì e che presto avrà un bambino, vogliono regalarle il mio libro. Ma i momenti piacevoli trascorsi con i lettori si esauriscono, Gianluca Mech arriva su siede accanto a me e la serata inizia.

Lui presenta un libro di marketing, io sono tutta cuore: cosa succederà?
Gianluca mi piace, racconta di sé, delle sue esperienze, è spigliato e disinvolto. Spiega ciò che ha scritto nel suo ‘La pubblicità è un gioco’ e dice una cosa interessante: se non sei una multinazionale che ha tanto denaro da investire in pubblicità, usa il cuore: mostrati per come sei. — Forse posso ancora vincere.

Poi tocca a me, Anna Laura mi chiede quanto c’è di me nel libro. Vorrei rispondere tutto e pure di più, ma mi limito a sorridere e a sottolineare che tante dinamiche sono state costruite tenendo conto del fine narrativo, aggiungo la mia dose di ‘ehm, forse, cioè, quindi, praticamente’, il pubblico applaude e la parola passa al professore.
“Non sempre le donne raccontano le proprie emozioni più intime, e invece questo libro scopre delle verità che noi uomini non sospettiamo.”
Sono quasi certa che si stia riferendo alla proposta di matrimonio vicino al cassonetto.
“Non c’è nessuna voglia di fare letteratura, tra virgolette, la vita di per sé è già letteratura... non so se riesco a rendere l’idea di ciò che dico.” continua il professore. “È la vita di tutti i giorni che viene raccontata in questo libro... e vi farete anche tante risate, perché Enrica è molto ironica, molto divertente, molto vera, molto viva, più che viva... vivace — mi permetto di dire — si vede che è una donna elettrica.”
Alla parola ‘elettrica’, i miei capelli svolazzano. Non capisco se sia il vento o quel lato di Billy Elliot che ho sempre creduto di possedere.
“Chi la conosce vede già dai suoi movimenti che partecipa attivamente a se stessa, perché per comunicare agli altri, bisogna prima appartenersi.”
È ufficiale: sono commossa.
“Io vedo la voglia di continuare, lei non può fare a meno, oltre che di vivere, di scrivere, perché ho notato che c’è proprio questa voglia di scrittura, ed una cosa che mi ha molto colpito, e insisto sul cinema: i suoi personaggi, le sue scene si vedono.”
Questa cosa me la dicono tutti e io impazzisco letteralmente di gioia quando succede, e mentre cerco di gestire il rossore che si manifesta con evidenza sul mio volto, il professore continua la sua analisi.
“La cosa più difficile dei libri sono i dialoghi e questo libro è uno dei pochi a essere pieno di dialoghi: non c’è pagina in cui due persone non parlano tra di loro, che sia il marito, le figlie, gli amici... è un libro fortemente dialogico e questo nasce dalla natura...” dice indicandomi. “È evidente che Enrica viene da una patria in cui si parla molto, si comunica, si discute.”

Questo lo devo alle paludi reggiane, che siano loro a stimolare il mio intelletto e a tirar fuori il meglio di me? E seppure sia consapevole che dovrei godermi il momento e quelle parole che mi stupiscono e mi lusingano, l’immagine di Fantini che viene colto da un malore, mentre preme con insistenza il pulsante del suo Salva Vita Beghelli, non mi abbandona.

Sento una goccia scivolarmi sulla fronte, ci metto un po’ a capire che non è sudore.
Non può piovere proprio adesso che il professore sta osannando la mia creatura.
E invece piove, piove a dirotto. Ma lui insiste non si lascia intimidire, conclude e mi pone una domanda:
“A questo proposito, vorrei chiederle se la mia impressione è esatta, e che cosa pensa di questo primo risultato, di questo primo ‘parto letterario’?”
Mi concentro, elaboro mentalmente la risposta, ma sono distratta da un mano che sbuca da dietro le mie spalle. È quella di una ragazzina che sta lì, dietro il divano, a coprirmi con un ombrello. Se non mi sbrigo, le verrà una paresi al braccio. Mi volto, prima a destra, poi a sinistra: Gianluca e il professore stanno facendo la doccia: a loro non è stato offerto alcun riparo. Forse la forma di riguardo è più per il mio abito che per la sottoscritta. E mentre mi affretto a spiegare il perché di quei dialoghi, affermando che mi diverte tantissimo scriverli e che in famiglia siamo tutti dei chiacchieroni, cane compreso, il professore getta la spugna: “È la presentazione più bagnata della mia vita.”

Standing ovation: tutti si alzano e scappano via.
E dopo una bellissima cena piena di brindisi, in cui Emma è stata la mascotte, ci salutiamo e ci accingiamo ad uscire dal ristorante: piove ancora.
Carmen, Anna Laura ed Emanuela sono le prime a precipitarsi verso il parcheggio del Marincanto, seguite da me, da Emma, dal professore e dal dottore, che dice ridendo:
“Però è piacevole...”
A quel punto vorrei ribattere dicendo che il mio abito di Valentino la pensa diversamente: la pioggia lo sta sciogliendo, ma mi metto a ridere anch’io, pensando: presentazione bagnata, presentazione fortunata.

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«Non ce la farete a ricacciarci in casa»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

Le Olimpiadi sono finite ma non riesco a smettere di ascoltare Eileen Gu, un oro e due argenti per la Cina a Milano Cortina 2026. È l’atleta più vincente nella storia dello sci acrobatico, modella, studentessa universitaria a Stanford. Dopo le tre medaglie, ha detto: «Ciò che conta è poter mostrare al mondo ciò di cui sono capaci le donne».

RIPENSO A PIERRE DE COUBERTIN, FONDATORE DEI GIOCHI OLIMPICI, SECCAMENTE CONTRARIO ALLA PARTECIPAZIONE FEMMINILE ALLE OLIMPIADI. Sosteneva che noi servissimo solo a incoronare i vincitori maschi. Vedere gareggiare i nostri corpi sarebbe stato uno spettacolo osceno e inadeguato. Con la sua bellezza e il suo talento, Gu se lo sarebbe mangiato vivo, come si è mangiata il giornalista che, dopo le sue prime due medaglie, le ha chiesto come mai avesse vinto solo l’argento. Lei gli ha riso in faccia con il suo bel viso sfrontato: «Sono la sciatrice acrobatica più decorata della storia, sto compiendo imprese mai fatte prima, mostrando lo sci migliore. La sua prospettiva è ridicola».

LA AMO. SE RICORDO COM’ERO TIMIDA IO A 22 ANNI, MI SENTO MALE. ALLA SUA ETÀ CAMMINAVO RASENTANDO I MURI. NON VOLEVO, NON PRETENDEVO. CI HO MESSO DECENNI A COMPLIMENTARMI (A VOLTE) PER CIÒ CHE FACCIO. ANZI, ANCORA SONO RILUTTANTE. E allora ascolto Gu. Sento la forza di Francesca Lollobrigida, che hanno cercato di ridurre a mamma e basta, perché «campionessa» per una donna è sempre troppo. Sento la gioia portentosa di Alysa Liu, che ha pattinato per se stessa, senza ascoltare nessuno, come voleva lei e ha vinto l’oro. Ascolto la libertà della pattinatrice Amber Glenn, che ci ha incantati al gala finale, e non ha mai smesso di esprimere le sue opinioni: «La gente ritiene che siamo solo atleti. “Pensa al tuo lavoro”, dicono. “Non parlare di politica”. Invece no, la politica ci riguarda tutti».

PERCIÒ MI DICO: AL NETTO DI TUTTO, NON VA COSÌ MALE PER NOI DONNE. La parità, con la partecipazione femminile a tutte le gare olimpiche, l’abbiamo raggiunta solo nel 2012. Ma voi avete visto quale spettacolo di forza, di consapevolezza, di autostima, non solo di grandissimo valore sportivo, ci hanno dato queste ragazze?

Sapete che c’è? Togliete pure la parola «consenso» dalla legge sullo stupro, togliete anche le quote rosa dai consigli di amministrazione come stanno facendo in America, lodateci pure solo quando siamo madri, oscurando tutti gli altri talenti. Rappresentateci pure come il vicepresidente americano J. D. Vance, che ostenta in giro la moglie alla quarta gravidanza come lezione di quello che dovrebbero fare le donne: ritirarsi dal lavoro e dare figli alla Patria. CONTINUATE PURE, MA IL SENTIERO È BEN SEGNATO. NON AVRÀ SUCCESSO LA VOSTRA RESTAURAZIONE. LE RAGAZZE NON VI ASCOLTANO PIÙ.

P.S. Gu è nata a San Francisco, ma ha scelto di competere per la Cina, il Paese di sua madre. Vance insiste che dovrebbe rappresentare l’America alle Olimpiadi. Come mai il più sfrenato dei nazionalisti improvvisamente vuole gli stranieri? Gu gli ha risposto: «Grazie J. D., ma se non vincessi non te ne importerebbe». Esatto.

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Grazia celebra Sanremo 2026 con quattro cover esclusive dedicate a Elettra Lamborghini, Malika Ayane, Arisa e Levante

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In edicola dal 26 febbraio, il nuovo numero propone approfondimenti sulle protagoniste di Sanremo e Carlo Conti, con un ampio speciale moda in vista della Milano Fashion Week

Il nuovo numero di Grazia, in uscita in tutte le edicole e su app dal 26 febbraio, celebra il Festival di Sanremo con uno speciale dedicato alle protagoniste della musica italiana. La rivista diretta da Silvia Grilli propone infatti quattro cover esclusive, dedicate ad Arisa, Malika Ayane, Levante ed Elettra Lamborghini.

“Quattro servizi fotografici esclusivi, quattro interviste, quattro diverse copertine rimarcano la forza di Grazia e il talento di queste artiste. Così celebriamo il rito nazionale del Festival di Sanremo”, dichiara la direttrice Silvia Grilli.

Arisa porta sul palcoscenico la sua vita, tra gioia, dolore e l’oceano della passione, in quella che definisce la sua “favola”. Malika Ayane torna a Sanremo con una canzone d’amore che esplora la scoperta della normalità e della felicità, mentre Levante conquista con la sua passione travolgente. Elettra Lamborghini condivide invece la sua vita da Elettra, tra il cognome che porta e il desiderio costante di superare i propri limiti.

L’edizione di quest’anno è raccontata anche da Carlo Conti, tra le canzoni in gara, i grandi ospiti e le polemiche sul comico Andrea Pucci. Il direttore artistico svela poi la sua formula per lo show italiano più seguito, offrendo un punto di vista esclusivo dietro le quinte della kermesse musicale. Segue Michele Bravi, che torna sul palco dell’Ariston con la canzone Prima o Poi e lo spirito di chi, nell’ultimo anno, ha voltato pagina, andando in cerca di nuova musica e di sé stesso, senza perdere la voglia di emozionare.

Passando alla sezione 10 storie di cui parlare, Grazia affronta temi cruciali dell’attualità - dalle domande che feriscono le donne vittime di abusi al potere terapeutico dell’arte, dal coraggio civile alle riflessioni sulle quote rosa negli Stati Uniti - mentre nell’inchiesta Noi che a 30 anni siamo uniche dà voce ai trentenni di oggi, una generazione che sta ridefinendo priorità, ambizioni e modelli di riferimento, tra carriera, equilibrio personale e desiderio di autenticità.

La moda occupa uno spazio centrale nel numero, in perfetta sintonia con la Milano Fashion Week. Grazia intercetta l’energia e le aspettative di una momento cruciale per il sistema moda internazionale con uno speciale ricco di ispirazioni, tendenze e interpretazioni contemporanee. Dalle suggestioni british al ritorno dell’estetica Anni 70, dal rosso ribelle ai giochi di contrasti più sofisticati, il racconto si sviluppa tra passerelle ideali e street style, accessori e pagine shopping pensate per tradurre i trend in scelte concrete.

Chiudono l’edizione le pagine dedicate alla bellezza, con un focus sul make-up primaverile e sugli incontri che dimostrano come la collaborazione possa diventare forza condivisa.

Ma il Festival e la moda si vivono anche online: sul sito e i canali social di Grazia, i lettori e gli utenti potranno seguire tutto in tempo reale, scoprire il backstage, ammirare i look delle star, approfondire interviste e curiosità dagli eventi più esclusivi e lasciarsi ispirare dai trend della moda, per un’esperienza digitale completa che integra musica, stile e lifestyle e amplifica il dialogo con la fashion week milanese.

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Krug e Max Richter traducono in musica un'annata di emozioni

Krug e Max Richter
Il grande compositore firma per la maison tre brani musicali che celebrano il 2008. Da abbinare a tre cuvées de prestige molto speciali

Un concerto straordinario per celebrare un’annata straordinaria. Siamo nella Roundhouse di Londra, a Camden Town. È il 10 febbraio e seduto al pianoforte c’è il compositore Max Richter, uno dei talenti più acclamati della musica contemporanea.

In prima fila ad applaudirlo ci sono volti noti come gli attori Pierce Brosnan, Lily James e Kristin Scott Thomas, ma anche Olivier Krug, sesta generazione della famiglia e ambasciatore della Maison. Accanto a loro, anzi accanto a ogni componente della platea, ci sono tre calici che verranno riempiti per ogni brano di questa esibizione unica.

Krug e Max Richter (2)

Si tratta del nuovo capitolo del viaggio musicale che Krug ha chiamato Every Note Counts, ogni nota conta, affidando a un musicista di fama mondiale il compito di tradurre in musica lo spirito delle sue cuvée. 

Richter ha intrapreso un viaggio nel tempo verso un anno straordinario per tanti motivi diversi, il 2008. Ve lo ricordate? L’elezione alla Casa Bianca di Barack Obama, la grande crisi finanziaria globale, Katy Perry che impazzava nelle radio con I Kissed a Girl. Quella del 2008 fu un'annata straordinaria anche in Champagne: nelle campagne francesi l'inverno fu freddo, l'estate clemente, e il sole tornò proprio al momento giusto, in settembre, pochi giorni prima della vendemmia. 

«È molto raro assistere a un allineamento dei pianeti così perfetto da offrirci tre “movimenti” nella stessa stagione. La missione di Krug è creare ogni anno una prestige cuvée che sia come una sinfonia, ma non sempre possiamo avere altre storie da raccontare come accaduto nel 2008», dice Julie Cavil, Chef de Cave di Maison Krug. «Le condizioni fresche, i contrasti morbidi e una maturazione lenta e costante hanno permesso alle uve di svilupparsi con un equilibrio e una precisione straordinari. I vini che ne nascono incarnano eleganza, verticalità e un'austera, sottile compostezza». 

Grazie anche a quelle uve maturate in una stagione senza precedenti Cavil ha creato tre cuvées: il Krug Clos d'Ambonnay 2008, nato da un solo pregiatissimo appezzamento di Pinot Noir; il Krug 2008, il millesimato che celebra il carattere distintivo di quell'anno particolare; e il Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio di oltre 120 singoli vini di oltre 10 annate diverse.  

Max Richter ha risposto a queste creazioni componendo tre brani musicali originali ispirati a ciascun vino:Clarity, dove i protagonisti sono gli strumenti solisti che raccontano un solo terreno, una singola uva e un singolo anno; Ensemble, un crescendo armonico che suona come un dialogo tra più voci; e Sinfonia, dove la pienezza dell’orchestra va a riecheggiare la ricchezza che compone il Krug Grande Cuvée 164ème Édition. 

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Per dare vita a questa creazione Richter ha visitato le proprietà Krug a Reims e Ambonnay, in Francia. Ha passeggiato tra le vigne, messo le mani nella terra, osservato la curva della luce che accarezza i grappoli. Cavil ha poi fatto visita alla casa laboratorio del compositore, immerso nella natura dell'Oxfordshire, in Gran Bretagna. Nelle apparecchiature dello studio musicale, nei canali dei mixer, ha quasi riconosciuto i filari delle sue amate vigne.  

Krug e Max Richter (4)

Entrambi hanno trovato similitudini tra i loro mondi: «Il mio lavoro è fatto di materiali che sono gli stessi da secoli», dice Richter, «è una continua connessione tra il presente e il passato, ma alla fine lavoriamo tutti con ciò che non conosciamo: Julie non sa che cosa la terra darà ogni anno e questo è il prezzo della scoperta. Ed è molto stimolante». Continua Richter: «Il lavoro creativo è come metà di una conversazione. Fai una domanda e aspetti la risposta di chi hai davanti. Quello che ottieni lo chiamiamo cultura». 

Il risultato dell’incontro tra cuvées de prestige e musica è ora a disposizione di tutti con il trio di champagne chiamati Krug from Soloist to Orchestra in 2008 - Act 2. Un’armonia nuova che si può cominciare a conoscere guardando il documentario disponibile qui e ascoltare anche sulle principali piattaforme di streaming. Un invito a vivere ogni esperienza con la lentezza che merita. E immergersi nella musica con un calice in mano per sentire profumi tra le note musicali, accompagnati dalla luce che ha dato vita a un'annata indimenticabile. 

Nelle foto, dall'alto:

Max Richter in concerto a Londra
Max Richter con le tre Cuvées de Prestige Krug
Max Richter con Julie Cavil, Chef de Cave di Krug
Un'altra immagine del concerto di Londra

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«Sorridi e fa' la brava, sei una donna»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

Alzi la mano la donna che non si è mai sentita dire: «Dovresti sorridere di più». Kaitlan Collins, giornalista dell’emittente televisiva CNN, ha chiesto a Donald Trump: «Che cosa risponde alle vittime di Jeffrey Epstein, che chiedono giustizia?».

TRUMP, CHE COMPARE IN PIÙ DI 5.300 DOCUMENTI DELL’INCHIESTA SULLA RETE DI POTENTI CHE ABUSAVA DI RAGAZZINE MINORENNI, L’HA ATTACCATA: «Sei pessima, la peggiore reporter. Non mi stupisco che la CNN sia così svalutata. È colpa di gente come te».

Rivolgendosi al suo staff e agli altri cronisti, che assistevano senza proferire parola, il presidente ha aggiunto: «Sapete, è giovane». Poi, ancora a Collins: «Non penso di averti mai vista sorridere. Ti conosco da 10 anni. Non ho mai visto un sorriso sul tuo viso».

MENTRE GUARDAVO LA SCENA, MI SONO SENTITA RIBOLLIRE. NON PERCHÉ FOSSE SCONVOLGENTE. MA PERCHÉ NON LO ERA. Alle donne viene insegnato sin da bambine a essere docili, accoglienti, affettuose. Per tutta la vita ci fanno credere che la migliore versione di noi stesse sia fare sentire gli altri a proprio agio.

Sorridere esprime obbedienza. Il presidente avrebbe voluto che Collins lo facesse. SORRIDI, FAMMI CREDERE CHE IO TI PIACCIA. PORGIMI DOMANDE COMPIACENTI COME MI PORTERESTI LA COLAZIONE IN CAMERA.

La nostra società trova sempre giustificazioni ai peggiori comportamenti maschili. Ci sono volute più di mille vittime prima che l’America capisse che il finanziere Epstein non fosse un aitante libertino con amici influenti, tra cui lo stesso Trump. No, era un predatore seriale, con un’organizzazione finalizzata all’abuso sessuale e al traffico di minorenni.

Eppure, ancora oggi il problema non sono il pedofilo e i compagni di merende. Trump zittisce una giornalista che esige da lui la verità. INSEGNIAMO ALLE NOSTRE FIGLIE CHE AVERE UNA VOCE È PIÙ IMPORTANTE CHE ESSERE AMABILI.

Nessuno chiederebbe a un maschio perché non sorride. Un uomo austero è sinonimo di solennità. Ma Collins è una donna. DOVREMMO MOSTRARCI BELLE CONTENTE ANCHE QUANDO CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER VIOLENZE SESSUALI. E COMUNQUE NON SAREMMO MAI ABBASTANZA DOCILI DA MERITARE IL PERDONO PER AVER SFIDATO GLI UOMINI.

ALLE LETTRICI E AI LETTORI

Da questo numero, Grazia si rinnova. Rafforza il suo punto di vista, evolve in autorevolezza e ricercatezza. Nell’epoca della velocità dei social media, diventa quindicinale, privilegiando l’affidabilità e la competenza, storie vere e verificate, la moda più desiderabile, il tempo per la lettura. Cambiamo, ma non cambiamo l’anima. Resteremo quello che siamo: amanti della libertà e della bellezza. Buona lettura. Scrivetemi che cosa ne pensate. Un abbraccio.