Diario di una scrittrice pronta a tutto - Quinto Capitolo

Sono tornata da Carola e il suo piedino sta meglio. Martedì ha tolto il tutore — ufficialmente intendo — ma la frattura non si è ancora ricomposta. Che dire?

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Sono tornata da Carola e il suo piedino sta meglio. Martedì ha tolto il tutore — ufficialmente intendo — ma la frattura non si è ancora ricomposta. Che dire?
Qualsiasi bimbo schiavo di un tutore affermerebbe di star bene pur di liberarsene definitivamente. E qualsiasi mamma sarebbe disposta a credergli pur di vederlo di nuovo libero. Però non è andata così male. Lo scotto da pagare per non aver rispettato i tempi medici si è tradotto in una sola raccomandazione: niente corsa e niente tapis roulant per un mese.


Forse le ho fatto un favore.


E dopo aver scansato il primo senso di colpa, passo al secondo. Dovrei essere felice per la mia carriera editoriale, ricevo tanti complimenti, le lettrici hanno preso a cuore il libro almeno quanto me, ma gli impegni di lavoro mi portano via tempo, anche quando lo trascorro con le bimbe.
A volte, è come se non ci fossi: fisicamente sono lì, ma la testa è altrove.
Scrivo. Scrivo capitoli di vita e liste di cose da fare per non dimenticarle. La giornata mi scorre davanti e nemmeno me ne accorgo. Vedo le mie bambine crescere, gli anni che passano a velocità supersonica, e la mia incapacità di fermarli mi procura uno stato che si riassume in un mix di tristezza e amarezza, mescolato al desiderio di una pacifica rassegnazione che non riesco a trovare.
La verità è che sono avida di vita, la spremo come un limone con l’intenzione di farne un concentrato di emozioni, ma non mi basta mai.

La locandina della presentazione è esposta sulla porta principale della biblioteca comunale del Forte:
03 AGOSTO 2019
ore 21,30
Giardino Riccardo Bacchelli
Biblioteca Comunale L. Quartieri
Presentazione del libro con l’autrice PRÊT-À-BÉBÈ – Diario di una mamma pronta a tutto.
Con il patrocinio del Comune di Forte dei Marmi.

E anche se lì non c’è scritto, questa volta saranno un paio di amici a presentarmi. Enrico e Antonino: il diavolo e l’acqua Santa.
Enrico è spigliato, espansivo, con la battuta sempre pronta, Anto è più calmo, più riservato, più riflessivo. Io ed Erri siamo quelli che si tuffano di testa con dieci centimetri d’acqua, Anto, invece, ha sempre il salvagente a portata di mano, e ora mi sta guardando con l’aria di chi ha paura di affogare.
Gli ho chiesto di rilassarsi, di scansare le pressioni, e seppure mi renda conto che una raccomandazione simile, fatta da me, possa sfiorare il ridicolo, vorrei che vivesse questa esperienza con estrema serenità: è una cosa tra amici e sono certa che questo trio tirerà fuori qualcosa di diverso dai soliti standard. Ma il mio tono rassicurante non fa breccia nei suoi occhi, che continuano a fissarmi malamente.
“Sarebbe meglio avere una scaletta…” mormora.
Proprio adesso che avevo cominciato a mettermi nell’ordine di idee di ‘andare a braccio’? Gallucci non sarebbe d’accordo.
“Giusto Anto!” aggiunge Erri. “Anch’io vorrei mettere giù due righe.”
Se non altro, non posso dire che non abbiano preso la faccenda sul serio. E poi ho sempre amato i copioni: prendo carta e penna, ci sediamo e il brain storming ha inizio.
Siamo seduti a tavola, Antonino è alla mia destra, Enrico alla mia sinistra, la penna nella mia mano.
“Comincio io.” esordisce Erri.
“Comincia lui.” conferma Anto indicandolo.
“Vuoi essere tu ad aprire la serata?”
Mi rivolgo a Enrico, ma non è lui a rispondermi, è Antonino che lo anticipa.
“Certo! Lui è spigliato, espansivo, con la battuta sempre pronta…”
Credo di averlo definito allo stesso modo.
“Quindi, se siamo tutti d’accordo, inizierei dicendo che siamo qui per presentare il nuovo romanzo di Enrica…”
“In realtà è solo il primo.” preciso io.
“Il primo romanzo di Enrica.” sottolinea lui scimmiottandomi. “Poi dirò che la tua intenzione era quella di rivolgerti alle donne ma che hai acchiappato anche gli uomini…”
Scrivo ciò che dice, ma mentre l’inchiostro trasferisce sulla carta la parola ‘acchiappato’, l’indice di Anto mi blocca.
“‘Acchiappato’ fa troppo regina del rimorchio, io metterei: hai conquistato anche una fetta di pubblico maschile.”
Forse ha ragione: correggo.
“A questo punto intervengo io… dirò che il mio libro non è un manuale, è un romanzo dedicato non solo alle mamme, ma a tutte le donne, e che questa cosa del pubblico maschile è stata una grande sorpresa.”

La prima fase è decisa, passerei alla seconda, ma Anto, che non è stupido, sa che tocca a lui: deglutisce, tiene gli occhi atterriti fissi sul foglio, in cerca d’ispirazione nel nulla cosmico.
D’un tratto si alza, prende un bicchiere d’acqua, si risiede, lo sorseggia e dice: “Io ho amato la tua ironia, l’ironia nella vita è indispensabile e nel tuo romanzo è una costante. Perché?”
Qualcosina di più facile?
Ma ha colpito nel segno. Dietro qualsiasi domanda che ti viene posta, non c’è solo la curiosità nei confronti di quella singola domanda. Chi la pone non vuole sembrare inopportuno, ma se è abile, può fare leva su uno stato emotivo che potrebbe rivelarsi utile per farsi dire di più. E nel mio caso è così: potrei aprire un file indipendente e scriverne per giorni. Ma devo parlarne a voce ed è più complicato.
“Dirò la storia del bicchiere mezzo pieno, che prendere la vita con positività e immaginarla come un film aiutano a renderla migliore…”
“Posso fare una domanda?” mi interrompe Erri.
È già passato al punto tre?
“Chi è Chiara di Non è la Rai?”
Anche lui? È già il secondo che me lo chiede questa settimana.
“Non te lo dico.”
“Perché?”
“Ci conosciamo, ha letto il mio libro e si è pure complimentata. Se sapesse di essere lei l’antagonista, sarebbe imbarazzante.”
“Quindi esiste?” chiede eccitato.
“Certo che esiste. Tutti i personaggi sono veri. Per chi mi hai preso? Ho solo cambiato i nomi per non essere denunciata.”
“E non è che hai il suo numero?”
“Erri!” lo rimprovero.
“Ho solo chiesto!”

Anto ci guarda, ride: lui non sarebbe mai così indiscreto.
“Ma è davvero così gnocca?” mi chiede.
La mia bocca si spalanca, rimango di sasso: il diavolo ha contagiato l’acqua Santa.
O forse ha contagiato entrambi: senza dubbio nel look della serata. Tutti e tre ci siamo vestiti allo stesso modo: pantaloni e t-shirt di Prêt-à-bébé, stampate da Erri proprio per l’occasione. Se la casa editrice sapesse che ho preferito indossare lei, invece di un abito fucsia di Antonino, scelto apposta per me dalla sua ultima collezione, mi darebbe un premio fedeltà. Vedrò di metterla al corrente.

Abbiamo seguito la scaletta alla lettera: in particolare Erri, che ha tentato nuovamente di scoprire il nome di questa benedetta Chiara di Non è la Rai, chiedendomelo in pubblico. A sorprendermi non è stata tanto la domanda che mi ha messo in difficoltà, ma lo sguardo interessato di tutti uomini seduti in sala.
Non le bastava essere gnocca di suo, le mie descrizioni dettagliate le hanno pure conferito autorevolezza: grazie a me, ora, ha un curriculum da femme fatale. E non posso fare a meno di chiedermi: si può essere più scemi?
Ma ho riscattato il mio onore e la mia intelligenza, non ho ceduto: il suo nome non è uscito. Poi sono arrivati i punti quattro e cinque: l’intervento a sorpresa di alcuni lettori presenti alla serata; la lettura della recensione del Corriere, pubblicata pochi giorni dopo l’uscita del romanzo.

In entrambi i momenti, ho fatto in modo che altre persone parlassero al posto mio, non lo avevo mai fatto, mi è piaciuto, ma mi chiedo se sia stato per scansare il problema o se, piuttosto, perché il parere di un lettore suona come un suggerimento spassionato più che un consiglio per gli acquisti. E inevitabilmente, seppure siano le due di notte e abbia sonno, la mia mente non vuole saperne di dormire.
Ho riflettuto a lungo, continuo a riflettere, in pratica non mi do pace. Mi chiedo perché le presentazioni mi infondano uno stato di insicurezza, è come se avessi tante cose da dire — per giunta intelligenti — ma non riuscissi a tirare fuori con la voce, ciò che sulla carta mi risulta così semplice.

Cosa voglio dire ‘davvero’ al mio pubblico? Predico che la bellezza non sta nella perfezione, che fare del proprio meglio è la chiave della felicità, ma sono io la prima a non farmi bastare ciò che faccio. Sento l’esigenza di dare di più, e non perché fatico ad accontentarmi, è che in cuor mio, so che non sto facendo abbastanza. Riguardo i video e arrossisco per l’imbarazzo che trasmette il mio volto, per le mie frasi fatte: sono copioni a cui spesso e volentieri volto le spalle, mettendomi nella posizione di improvvisare: ma non faccio altro che modellare una base preparata che mi frena. Forse non sono una che va a braccio, ma amo andare a ruota libera.

Nelle interviste radio e telefoniche ci riesco: nessuno mi vede, mi rilasso, dico con parole mie, ciò che mi viene in quel momento. A volte mi lascio persino influenzare dall’andamento della giornata, le emozioni condiscono il discorso e il sapore è diverso. Forse dovrei fare una presentazione a occhi chiusi, magari con un paio di cuffie per immedesimarmi nella situazione ideale che tira fuori la vera me stessa… o forse, più semplicemente, non
dovrei fare altro che esprimere i concetti nell’unico modo in cui sono capace: raccontando.

Ho trovato un modo di scrivere che invoglia le persone a leggere, ho dato vita a un modello femminile che trasmette positività, che ascolta, che si mette in discussione, che fa tesoro degli errori, imparando da essi. Un modello di donna verosimile che asseconda il cambiamento e corre a prendersi la sua rivincita.
Alla prossima presentazione, credo che leggerò questo pezzo, sarà il primo step del mio ‘andare a ruota libera’.
Nel frattempo, ascolterò il mio corpo che mi sta implorando di prendersi una pausa.
Questa volta, non solo ho raschiato il barile, l’ho proprio perforato.

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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

No other choice (6)
Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

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La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

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Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

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Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

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 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

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Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».

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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.

Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.

Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.

È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».

Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.

Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.

Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.

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Grazia è in edicola con Maya Hawke

Maya-Hawke
Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.

Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.

Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.

Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.

Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.

E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.

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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"

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Jodie Foster festeggia al cinema 60 anni da star. Nel thriller Vita privata, da oggi nelle sale, è una psicanalista tormentata. Ma a noi racconta come, grazie alla sua carriera, ha capito che le donne over 50 hanno tutte le carte per vincere

Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.

Che rapporto ha con il passare del tempo?

«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».

Davvero?

«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».

Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.

«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».

Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?

«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».

Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?

«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».

Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…

«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare». 

Come mai?

«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».

Che cosa le disse al ritorno?

«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».

Ha fatto lo stesso con i suoi figli?

«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».

Che rapporto ha con la psichiatria?

«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».

Com’è andata?

«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».

E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?

«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il  corpo».

Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?

«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».

Che cosa di lei non hanno mai capito finora?

«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».


Com’è la sua giornata ideale?

«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».