Diario di una scrittrice pronta a tutto. Secondo capitolo

Parafrasando la Bibbia, quella parola scritta nel capitolo diciotto, pagina duecentoquarantadue, trentesima riga, continua a turbare la sensibilità di mia suocera. Le fonti sono attendibili — sono state Emma e Ringhio a riferirmelo — e non posso ignorarle.

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Credevo avesse capito che l’ironia è l’ingrediente principale del romanzo e che il titolo di ‘strega’ che le ho attribuito è solo un termine contestualizzato a una situazione descritta: non può farne una questione personale. E poi nessuno ci farà caso.

“Lo sai che alla festa due ragazze mi hanno riconosciuto...”
“Alberta: ti ho fatto diventare una piccola celebrità!”
“Mi hanno indicato dicendo: ‘ecco, lei è la strega’ e poi si sono messe a ridere.”

E va bene. Forse ho un tantino esagerato, ma dovrebbe saperlo che uno scrittore non può farsi condizionare dai suoi personaggi — anche se sono
permalosi. Siamo tutti sacrificabili per un disegno più grande e un romanzo mi pare che lo sia.

Ma non sarò impulsiva, le porgerò le mie scuse di nuovo, poi le preparerò uno schema per chiarire che l’ironia solletica il sistema nervoso provocando la risata, ribadirò che è solo il mio mestiere — business is business — e alla fine, le suggerirò di leggere il libro una seconda volta e di goderselo per ciò che è.

Qualcuno lo ha descritto come una storia di pregiata semplicità: dovrei farci un hashtag e lei dovrebbe essere lusingata di farne parte. E mentre mi domando se avrò mai il suo perdono, il telefono squilla.

Rispondo ed è ancora Carmen dell’agenzia letteraria.
“Ciao tesoro! Come stai?”
“Bene grazie, non ti disturbo, vero?”
Potrei essere al Conad con il carrello pieno zeppo di spesa e la cassiera che mi chiede il pin del bancomat che ho dimenticato, e non mi disturberebbe.
“Certo che no, tesoro, dimmi pure.”
“Radio Radio ti ha invitato per un’intervista. Dovresti essere lì alle tredici, prima dell’appuntamento con Gallucci. Che ne pensi, si può fare?”
Me lo sta chiedendo? È seria?
“Vedrò di farcela.”

Fino a oggi ho fatto due interviste radiofoniche al telefono: una con Radio Number One, l’altra con Radio Bruno, ma la sola in cui sono stata di persona è quella di Giovanni D’Onofrio, il mio amico break dancer/dj che cito nel libro. Una piccola casetta giallo zafferano situata nel bel mezzo delle campagne modenesi, proprio di fronte alla sede del PD: Radio Joe.
Ora, per dovere di cronaca, credo sia giusto chiarire che Giovanni nel romanzo c’è finito per caso. Il suo nome è sulla carta stampata per sua gentile concessione, ottenuta solo dopo avergli raccontato tutta la verità — in una telefonata.
“Vorrei mettere il tuo nome nel libro...”
Dall’altra parte: il silenzio.
Forse si sta chiedendo il motivo, in fondo, ci siamo visti solo una decina di volte nella vita, e la maggior parte di esse, insieme a una crew di giovani ballerini che avevo adescato per un video di adidas.
Cosa vorrà in cambio questa vecchia?
Ma la verità è che quell’esperienza radiofonica mi è rimasta nel cuore, e siccome la casa editrice mi chiede di sostituire un nome, ho deciso che il suo è il solo possibile: se lo merita.
“Ti spiego che succede: c’è un capitolo del libro, in cui racconto di una ‘comparsata’ a Radio 105...”
Joe rimane in silenzio.
Mi accerto che sia ancora vivo, glielo domando senza mezze misure, lui risponde di sì e io vado avanti con la storia.
“Naturalmente mi sono inventata tutto, ma cito uno dei conduttori, il mio preferito per essere esatti, che però non mi dà l’autorizzazione a mettere il suo nome. Mi piacerebbe mettere il tuo, visto che sei stato l’unico a ospitarmi in radio.”
Non ho nemmeno bisogno di ripetere la domanda, lui si mette a ridere, è felicissimo. Mi chiede quando uscirà il libro e dopo avergli comunicato la data ufficiale — che ancora non posso divulgare — aggiunge che tre giorni dopo sarà il suo compleanno: si farà un regalo e lo comprerà.
Mi congratulo con me stessa per aver fatto questa scelta, Joe era entusiasta di fare parte della squadra, ed è così dovrebbe essere.

La mattina seguente è l’alba a svegliarmi — e un terribile mal di testa, che non posso permettermi.
Ieri sera ho lavorato fino a tardi, e ora mi sembra di avere uno scalpello conficcato nelle tempia di sinistra, mentre quella di destra per rispondere all’urto, batte più forte: non vedrò mai gli studi di Canale 5.
Bicchiere mezzo pieno dove sei? Perché mi hai abbandonato?
Eccolo: sul tavolo della cucina, accompagnato da un cucchiaio e da una bustina di ketoprofene. Mi sento già meglio, corro a vestirmi.
Esco di casa con appena cinque minuti di ritardo — rispetto alla tabella di marcia che mi sono prefissata — ma recupererò per strada. So come
fare. Non ho bevuto per tutto il viaggio e ignorando la sete, ho risparmiato due pause pipì all’Autogrill, riuscendo così ad arrivare a Roma con un
po’ di anticipo.
Parcheggio e raggiungo il civico che mi è stato indicato, salgo le scale e mi trovo di fronte a un portone spalancato. Cerco il nome della radio sui campanelli, lo trovo, suono e mi invitano a salire. Una signora bruna con la capigliatura da Tina Turner mi accoglie e mi fa strada lungo il corridoio per condurmi nel salottino di pelle bianca, che sta di fronte alla sala di registrazione. Francesco che è già in onda, mi saluta alzando la mano.
“Tra poco tocca a Lei.” dice la signora dopo avermi fatto accomodare.
Mi ha dato del Lei?
Mi pare evidente che l’idea di indossare un mini abito fucsia svolazzante per togliermi qualche anno non abbia funzionato. Ma ho ancora la diretta per sfoggiare il mio spirito giovanile, punterò tutto su quello.
Dopo cinque minuti, sono in onda anch’io.
Gesù non mi ha ancora abbandonato, lo capisco dalla poltroncina girevole che mi ha messo a disposizione, non è lo sgabello irraggiungibile che descrivo nel libro, su cui mi sarei dovuta arrampicare.
Mi siedo, infilo le cuffie e mi avvicino al microfono.

L’intervista va bene, tengo le mani salde ai braccioli della seduta, sforzandomi di non gesticolare e ci riesco. Riesco anche a svelare un piccolo segreto riguardo alla copertina. Francesco mi chiede il perché di quel bambino con l’ombrello, rispondo che non sono stata io a sceglierlo, ho solo proposto il titolo e il colore della copertina, che inizialmente era celeste, ma la cosa curiosa è che quel bambino mi ricorda Georgie, il bambino di It, e il mio libro inizia proprio con lo stesso incipit del famoso romanzo di Stephen King. Sarà un caso?

A intervista finita, ringrazio ed esco dalla sala piena di soddisfazione. Saluto e torno alla macchina per raggiungere Mediaset. La pipì non è ancora contemplata. E mentre metto in conto che potrei perdere un rene per sempre, arriva un messaggio di Ringhio: la mia vita è scandita dal telefono.
Mi scrive che è già arrivata, ma non la fanno entrare: è in anticipo. Continuo a ripetermi che il ritardo abbia il suo perché. Me la trovo di fronte dieci minuti più tardi. È bellissima, ha un look fresco e il make-up perfetto che da sempre la distingue.
Mi bacia, mi abbraccia, ma subito dopo, il suo pollice si precipita sul mio zigomo per eliminare un eccesso di illuminante.
Ha l’espressione di chi preferisce non esprimersi, ma sono quasi certa che si stia chiedendo se in radio mi sia presentata così. Mento per sollevarle lo spirito.
“Deve essere stato il ritocco che mi sono fatta in macchina prima.”
Non se la beve: lo capisco dal suo sguardo rassegnato, ma entrambe preferiamo lasciare cadere il discorso e ci incamminiamo: è giunta l’ora.
Le guardie all’ingresso, che ci chiedono di mostrare i documenti, mi procurano la stessa agitazione di un posto di blocco, come se non ne avessi già abbastanza, ma poi è una signora gentile che viene a ritirarci in portineria a metterci a nostro agio.
È una donna magrissima dall’aspetto interessante. Indossa una mise sportiva: camicia, jeans, sneakers; si chiama Debora, ha gli occhi celesti, e porta le lenti da vista.
Dopo averci spiegato come funziona la messa in onda, anticipando che ogni giorno vengono registrate diverse interviste e che non è prevista una programmazione, ci chiede gentilmente di dare la precedenza a un altro autore più anziano, che sta arrivando. Acconsento, ci mancherebbe.

Nel frattempo, Debora ci accompagna alla reparto ‘trucco e parrucco’ e io mi sento una star: una star con la crescita.
Il parrucchiere mi chiede cosa voglio fare.
“Un ritocco alla base!” rispondo in tono scherzoso per camuffare l’imbarazzo provocato dai capelli bianchi che spuntano dalla radice.
Anche lui si mette a ridere.
Mi scuso, aggiungo di essere imperdonabile, ma questa cosa dell’intervista è capitata così, tra capo e collo — come una ghigliottina — e avevo già fissato l’appuntamento per il colore, ma per domani. E so che avrei dovuto mettermi il mascara per i capelli per nasconderlo, ma... Il parrucchiere mi zittisce accendendo il phon e riprende la piega del giorno prima.
Perché racconto sempre i fatti miei?
Mi rimprovero spesso per questo. Ma oggi sono qui per un’intervista, magari a qualcuno fa piacere sapere che la mia pianificazione della cura personale, a volte lascia un po’ desiderare. Non si può essere sempre perfetti: sono umana anch’io — o almeno credo.

Al momento del make-up, la ragazza dei pennelli mi fa notare che sono già truccata — certo, vorrei rispondere, ho appena fatto un passaggio radio, mica potevo presentarmi al naturale, anche Ringhio non l’avrebbe presa bene. Dice che si limiterà a sistemare ombretto e fard. Così sia.
Alla fine, sono identica a prima, ma psicologicamente pronta ad affrontare Gallucci. Ho solo bisogno di un caffè.
Ringhio lo trova: in una saletta adibita alla ristorazione, adiacente a un cortile interno su cui sorge una pianta imponente ricoperta di fiori fucsia. Valeria, che ha un pollice decisamente più verde del mio, la identifica con un nome preciso: lagerstroemia speciosa, per me, è solo un delizioso accessorio cromatico che pare messo lì, giusto per uno scatto con il libro.

A interrompere il nostro shooting amatoriale è un taxi che si ferma proprio nel cortile, Valeria ripone il telefono nella borsa, io abbandono la posa plastica e ci mettiamo sull’attenti, curiose di sapere di chi si tratti.
Come supponevo, è il mio agente letterario. Accompagna un signore anziano, che presumo sia l’autore a cui ho ceduto il posto. Il dottore viene verso di me con il suo sorriso smagliante, mi saluta, ma anche lui, seppure mi voglia bene, sbaglia il mio nome.
“Alessia...”
Cerca di dribblare facendo vibrare l’ultima vocale, quasi fosse il prolungamento di un saluto, alza il braccio verso l’alto per farsi suggerire dal Padre Celeste il nome giusto, e ci sorprende con un: “Enrica... come sta?”
Io e Valeria tiriamo un sospiro di sollievo.
“Bene dottore, grazie, e Lei?” chiedo avvicinandomi per abbracciarlo.
“Sono orgoglioso di presentarle Raffaele La Capria.” mi dice. “Una delle voci più significative del panorama letterario italiano.”
“Molto lieta.” dico timidamente stringendogli la mano.
Immagino la differenza di spessore culturale che sta tra lui e me — se dolessi paragonarla a qualcosa, direi a un abisso — ma la mia voglia di sprofondare viene interrotta da una sua frase, pronunciata mentre ricambia la mia stretta. Chiede se sono l’autrice simpatica del libro fucsia. Annuisco, sorrido.

Debora, che nel frattempo si è materializzata davanti a noi, li accompagna nello studio di registrazione, noi restiamo lì ad aspettare il nostro turno.
“Amo! Sai chi è?” mi chiede Valeria con l’aria di chi conosce la risposta.
È in momenti come questo che la vita dovrebbe metterti a disposizione un gobbo di Wikipedia per evitarti la classica figura da ignorante. “Certo che lo so, è il marito di Ilaria Occhini, l’attrice di ‘Mine vaganti’.”
I suoi occhi dicono una cosa sola: tutto qui? Vorrei ribadire che è il cinema la mia specialità, ma prima che possa peggiorare la situazione, lei interviene:
“Ha collaborato con Lina Wertmüller da sceneggiatore, ha studiato ad Harvard e ha vinto un sacco di premi alla carriera, anche il Premio Strega per ‘Ferito a morte’, uno dei suoi libri più importanti...”
“Mi spieghi come fai a saperlo?” le chiedo basita.
“L’ho letto su Wikipedia mentre vi stavate presentando.”
Ah, meno male.
Ora, sarà meglio concentrarmi su quello straccio di discorso che ho preparato ieri sera: se riesco a ripeterlo senza esitare e senza gesticolare, sarà perfetto.

“Prêt-à-bébé è la storia di una ragazza insicura, che vive un dramma adolescenziale piuttosto tipico: è in lotta con il suo corpo. Ma un giorno decide di cambiare il suo modo di vedere le cose, di concedersi una possibilità, e in concomitanza a questo desiderio, Enrica incontra Giaco, che diventa presto il grande amore della sua vita. I due sono coraggiosi e vogliono mettere su famiglia, ma da dove si comincia?
In senso fisico, nella bellissima Positano, in senso pratico, mettendo in gioco tutti i sentimenti possibili e immaginabili.
E quando arrivano Emma e Carola, si inizia a fare sul serio.
Il tema principale potrebbe sembrare la maternità, ma il concetto è più ampio: come fa una mamma a mantenere il ruolo di donna, nonostante la gravidanza e la nascita di un bambino che le sconvolge la vita?
Prêt-à-bébé non è un manuale, è una storia. Una storia con un sottofondo cinematografico, scritta da chi crede che la vita sia un film: tutto
dipende da come la si racconta. Sigla!”

Lo ripeto mentalmente per una decina di volte, come una poesia, peccato che Valeria mi stia suggerendo di ‘andare a braccio’, di essere spontanea.
Improvvisare? A Canale 5? Non esiste. L’ansia mi sta divorando, quando Debora riappare chiedendoci di seguirla.

Dunque tocca a me, a me e alla mia poesia, ma prima che possa recitarla, il dottore e Raffaelle La Capria, escono dallo studio e tornano da noi. Il dottore chiede allo scrittore di lasciarmi una dedica sul suo nuovo libro ‘Il fallimento della consapevolezza’, ma anche lui ci mette un po’ per intendere il mio nome. Avrei voglia di semplificargli le cose, di suggerire Alessia e di finirla lì. E invece ce la fa, scrive: ‘A Enrica con il mio augurio. Raffaele La Capria.’
I due ci salutano e arriva Carlo Gallucci. La musichetta di Profondo Rosso torna a farsi viva nella mia mente, ma mi trovo di fronte a un uomo dall’aria accomodante. Mi invita a prendere posto, porgendomi qualche domanda prima di iniziare.

Quella che più mi incuriosisce riguarda Giaco: esiste davvero? 
Ora, mi rendo conto che gli uomini pazienti e innamorati rappresentino una rarità nel genere maschile, ma rispondo di sì. Gli mostrerei anche un’immagine sul telefono, se ne avessi una recente, ma lui non ama farsi fotografare: dovrà credermi sulla parola.
Mi chiede se scrivere è la mia unica attività, rispondo che i miei lettori occupano un posto importante nella mia vita, e anche nel mio lavoro. Si sorprende che risponda a tutti. Affermo che non potrebbe essere altrimenti: sono stati loro che, dall’inizio, mi hanno fatto sentire una vera scrittrice senza libro in libreria. Si complimenta e mi domanda se sono pronta a registrare.
“Sì, certo.” rispondo, “Ecco vede: io mi sarei preparata un discorsetto per non farle perdere tempo, che ne pensa?”
“Preferirei che ‘andassi a braccio’, sii spontanea... vedrai che andrà bene.”

Ancora questa storia del braccio? E la mia poesia? Dio come vorrei che fosse un’intervista in playback in cui tutto fila liscio come l’olio. E invece, mi tocca un vero e proprio live.
3,2,1. Sbaglia lui, si ricomincia.
Nel frattempo Ringhio, inconsapevole di essere entrata nello studio clandestinamente, fa un reportage fotografico completo, anche ai cameraman.
Carlo Gallucci mi dà il via. “Allora Enrica, cosa ci racconti del tuo Prêt-à-bébé?” Mi piace il tono francese con pronuncia il titolo del mio romanzo: mi
esalta.

Decido che il ‘braccio’ lo lascio agli altri, vado con la filastrocca, ma il finale si conclude in modo misero. Rimpiango di non aver detto quel ‘sigla!’ che chiudeva la sceneggiatura. Quello sì che avrebbe spaccato, e invece mi è uscito un ‘così’ insieme a quindici punti di sospensione. Se fosse un hashtag sarebbe #insicurezza.
Siamo comunque soddisfatti entrambi e decidiamo per un ‘buona la seconda’.
Anche questa è andata.
Salutiamo, Valeria viene ripresa da Debora per essere entrata senza autorizzazione, io ne approfitto per fare pipì.

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«Non ce la farete a ricacciarci in casa»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

Le Olimpiadi sono finite ma non riesco a smettere di ascoltare Eileen Gu, un oro e due argenti per la Cina a Milano Cortina 2026. È l’atleta più vincente nella storia dello sci acrobatico, modella, studentessa universitaria a Stanford. Dopo le tre medaglie, ha detto: «Ciò che conta è poter mostrare al mondo ciò di cui sono capaci le donne».

RIPENSO A PIERRE DE COUBERTIN, FONDATORE DEI GIOCHI OLIMPICI, SECCAMENTE CONTRARIO ALLA PARTECIPAZIONE FEMMINILE ALLE OLIMPIADI. Sosteneva che noi servissimo solo a incoronare i vincitori maschi. Vedere gareggiare i nostri corpi sarebbe stato uno spettacolo osceno e inadeguato. Con la sua bellezza e il suo talento, Gu se lo sarebbe mangiato vivo, come si è mangiata il giornalista che, dopo le sue prime due medaglie, le ha chiesto come mai avesse vinto solo l’argento. Lei gli ha riso in faccia con il suo bel viso sfrontato: «Sono la sciatrice acrobatica più decorata della storia, sto compiendo imprese mai fatte prima, mostrando lo sci migliore. La sua prospettiva è ridicola».

LA AMO. SE RICORDO COM’ERO TIMIDA IO A 22 ANNI, MI SENTO MALE. ALLA SUA ETÀ CAMMINAVO RASENTANDO I MURI. NON VOLEVO, NON PRETENDEVO. CI HO MESSO DECENNI A COMPLIMENTARMI (A VOLTE) PER CIÒ CHE FACCIO. ANZI, ANCORA SONO RILUTTANTE. E allora ascolto Gu. Sento la forza di Francesca Lollobrigida, che hanno cercato di ridurre a mamma e basta, perché «campionessa» per una donna è sempre troppo. Sento la gioia portentosa di Alysa Liu, che ha pattinato per se stessa, senza ascoltare nessuno, come voleva lei e ha vinto l’oro. Ascolto la libertà della pattinatrice Amber Glenn, che ci ha incantati al gala finale, e non ha mai smesso di esprimere le sue opinioni: «La gente ritiene che siamo solo atleti. “Pensa al tuo lavoro”, dicono. “Non parlare di politica”. Invece no, la politica ci riguarda tutti».

PERCIÒ MI DICO: AL NETTO DI TUTTO, NON VA COSÌ MALE PER NOI DONNE. La parità, con la partecipazione femminile a tutte le gare olimpiche, l’abbiamo raggiunta solo nel 2012. Ma voi avete visto quale spettacolo di forza, di consapevolezza, di autostima, non solo di grandissimo valore sportivo, ci hanno dato queste ragazze?

Sapete che c’è? Togliete pure la parola «consenso» dalla legge sullo stupro, togliete anche le quote rosa dai consigli di amministrazione come stanno facendo in America, lodateci pure solo quando siamo madri, oscurando tutti gli altri talenti. Rappresentateci pure come il vicepresidente americano J. D. Vance, che ostenta in giro la moglie alla quarta gravidanza come lezione di quello che dovrebbero fare le donne: ritirarsi dal lavoro e dare figli alla Patria. CONTINUATE PURE, MA IL SENTIERO È BEN SEGNATO. NON AVRÀ SUCCESSO LA VOSTRA RESTAURAZIONE. LE RAGAZZE NON VI ASCOLTANO PIÙ.

P.S. Gu è nata a San Francisco, ma ha scelto di competere per la Cina, il Paese di sua madre. Vance insiste che dovrebbe rappresentare l’America alle Olimpiadi. Come mai il più sfrenato dei nazionalisti improvvisamente vuole gli stranieri? Gu gli ha risposto: «Grazie J. D., ma se non vincessi non te ne importerebbe». Esatto.

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Grazia celebra Sanremo 2026 con quattro cover esclusive dedicate a Elettra Lamborghini, Malika Ayane, Arisa e Levante

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In edicola dal 26 febbraio, il nuovo numero propone approfondimenti sulle protagoniste di Sanremo e Carlo Conti, con un ampio speciale moda in vista della Milano Fashion Week

Il nuovo numero di Grazia, in uscita in tutte le edicole e su app dal 26 febbraio, celebra il Festival di Sanremo con uno speciale dedicato alle protagoniste della musica italiana. La rivista diretta da Silvia Grilli propone infatti quattro cover esclusive, dedicate ad Arisa, Malika Ayane, Levante ed Elettra Lamborghini.

“Quattro servizi fotografici esclusivi, quattro interviste, quattro diverse copertine rimarcano la forza di Grazia e il talento di queste artiste. Così celebriamo il rito nazionale del Festival di Sanremo”, dichiara la direttrice Silvia Grilli.

Arisa porta sul palcoscenico la sua vita, tra gioia, dolore e l’oceano della passione, in quella che definisce la sua “favola”. Malika Ayane torna a Sanremo con una canzone d’amore che esplora la scoperta della normalità e della felicità, mentre Levante conquista con la sua passione travolgente. Elettra Lamborghini condivide invece la sua vita da Elettra, tra il cognome che porta e il desiderio costante di superare i propri limiti.

L’edizione di quest’anno è raccontata anche da Carlo Conti, tra le canzoni in gara, i grandi ospiti e le polemiche sul comico Andrea Pucci. Il direttore artistico svela poi la sua formula per lo show italiano più seguito, offrendo un punto di vista esclusivo dietro le quinte della kermesse musicale. Segue Michele Bravi, che torna sul palco dell’Ariston con la canzone Prima o Poi e lo spirito di chi, nell’ultimo anno, ha voltato pagina, andando in cerca di nuova musica e di sé stesso, senza perdere la voglia di emozionare.

Passando alla sezione 10 storie di cui parlare, Grazia affronta temi cruciali dell’attualità - dalle domande che feriscono le donne vittime di abusi al potere terapeutico dell’arte, dal coraggio civile alle riflessioni sulle quote rosa negli Stati Uniti - mentre nell’inchiesta Noi che a 30 anni siamo uniche dà voce ai trentenni di oggi, una generazione che sta ridefinendo priorità, ambizioni e modelli di riferimento, tra carriera, equilibrio personale e desiderio di autenticità.

La moda occupa uno spazio centrale nel numero, in perfetta sintonia con la Milano Fashion Week. Grazia intercetta l’energia e le aspettative di una momento cruciale per il sistema moda internazionale con uno speciale ricco di ispirazioni, tendenze e interpretazioni contemporanee. Dalle suggestioni british al ritorno dell’estetica Anni 70, dal rosso ribelle ai giochi di contrasti più sofisticati, il racconto si sviluppa tra passerelle ideali e street style, accessori e pagine shopping pensate per tradurre i trend in scelte concrete.

Chiudono l’edizione le pagine dedicate alla bellezza, con un focus sul make-up primaverile e sugli incontri che dimostrano come la collaborazione possa diventare forza condivisa.

Ma il Festival e la moda si vivono anche online: sul sito e i canali social di Grazia, i lettori e gli utenti potranno seguire tutto in tempo reale, scoprire il backstage, ammirare i look delle star, approfondire interviste e curiosità dagli eventi più esclusivi e lasciarsi ispirare dai trend della moda, per un’esperienza digitale completa che integra musica, stile e lifestyle e amplifica il dialogo con la fashion week milanese.

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Krug e Max Richter traducono in musica un'annata di emozioni

Krug e Max Richter
Il grande compositore firma per la maison tre brani musicali che celebrano il 2008. Da abbinare a tre cuvées de prestige molto speciali

Un concerto straordinario per celebrare un’annata straordinaria. Siamo nella Roundhouse di Londra, a Camden Town. È il 10 febbraio e seduto al pianoforte c’è il compositore Max Richter, uno dei talenti più acclamati della musica contemporanea.

In prima fila ad applaudirlo ci sono volti noti come gli attori Pierce Brosnan, Lily James e Kristin Scott Thomas, ma anche Olivier Krug, sesta generazione della famiglia e ambasciatore della Maison. Accanto a loro, anzi accanto a ogni componente della platea, ci sono tre calici che verranno riempiti per ogni brano di questa esibizione unica.

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Si tratta del nuovo capitolo del viaggio musicale che Krug ha chiamato Every Note Counts, ogni nota conta, affidando a un musicista di fama mondiale il compito di tradurre in musica lo spirito delle sue cuvée. 

Richter ha intrapreso un viaggio nel tempo verso un anno straordinario per tanti motivi diversi, il 2008. Ve lo ricordate? L’elezione alla Casa Bianca di Barack Obama, la grande crisi finanziaria globale, Katy Perry che impazzava nelle radio con I Kissed a Girl. Quella del 2008 fu un'annata straordinaria anche in Champagne: nelle campagne francesi l'inverno fu freddo, l'estate clemente, e il sole tornò proprio al momento giusto, in settembre, pochi giorni prima della vendemmia. 

«È molto raro assistere a un allineamento dei pianeti così perfetto da offrirci tre “movimenti” nella stessa stagione. La missione di Krug è creare ogni anno una prestige cuvée che sia come una sinfonia, ma non sempre possiamo avere altre storie da raccontare come accaduto nel 2008», dice Julie Cavil, Chef de Cave di Maison Krug. «Le condizioni fresche, i contrasti morbidi e una maturazione lenta e costante hanno permesso alle uve di svilupparsi con un equilibrio e una precisione straordinari. I vini che ne nascono incarnano eleganza, verticalità e un'austera, sottile compostezza». 

Grazie anche a quelle uve maturate in una stagione senza precedenti Cavil ha creato tre cuvées: il Krug Clos d'Ambonnay 2008, nato da un solo pregiatissimo appezzamento di Pinot Noir; il Krug 2008, il millesimato che celebra il carattere distintivo di quell'anno particolare; e il Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio di oltre 120 singoli vini di oltre 10 annate diverse.  

Max Richter ha risposto a queste creazioni componendo tre brani musicali originali ispirati a ciascun vino:Clarity, dove i protagonisti sono gli strumenti solisti che raccontano un solo terreno, una singola uva e un singolo anno; Ensemble, un crescendo armonico che suona come un dialogo tra più voci; e Sinfonia, dove la pienezza dell’orchestra va a riecheggiare la ricchezza che compone il Krug Grande Cuvée 164ème Édition. 

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Per dare vita a questa creazione Richter ha visitato le proprietà Krug a Reims e Ambonnay, in Francia. Ha passeggiato tra le vigne, messo le mani nella terra, osservato la curva della luce che accarezza i grappoli. Cavil ha poi fatto visita alla casa laboratorio del compositore, immerso nella natura dell'Oxfordshire, in Gran Bretagna. Nelle apparecchiature dello studio musicale, nei canali dei mixer, ha quasi riconosciuto i filari delle sue amate vigne.  

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Entrambi hanno trovato similitudini tra i loro mondi: «Il mio lavoro è fatto di materiali che sono gli stessi da secoli», dice Richter, «è una continua connessione tra il presente e il passato, ma alla fine lavoriamo tutti con ciò che non conosciamo: Julie non sa che cosa la terra darà ogni anno e questo è il prezzo della scoperta. Ed è molto stimolante». Continua Richter: «Il lavoro creativo è come metà di una conversazione. Fai una domanda e aspetti la risposta di chi hai davanti. Quello che ottieni lo chiamiamo cultura». 

Il risultato dell’incontro tra cuvées de prestige e musica è ora a disposizione di tutti con il trio di champagne chiamati Krug from Soloist to Orchestra in 2008 - Act 2. Un’armonia nuova che si può cominciare a conoscere guardando il documentario disponibile qui e ascoltare anche sulle principali piattaforme di streaming. Un invito a vivere ogni esperienza con la lentezza che merita. E immergersi nella musica con un calice in mano per sentire profumi tra le note musicali, accompagnati dalla luce che ha dato vita a un'annata indimenticabile. 

Nelle foto, dall'alto:

Max Richter in concerto a Londra
Max Richter con le tre Cuvées de Prestige Krug
Max Richter con Julie Cavil, Chef de Cave di Krug
Un'altra immagine del concerto di Londra

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«Sorridi e fa' la brava, sei una donna»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

Alzi la mano la donna che non si è mai sentita dire: «Dovresti sorridere di più». Kaitlan Collins, giornalista dell’emittente televisiva CNN, ha chiesto a Donald Trump: «Che cosa risponde alle vittime di Jeffrey Epstein, che chiedono giustizia?».

TRUMP, CHE COMPARE IN PIÙ DI 5.300 DOCUMENTI DELL’INCHIESTA SULLA RETE DI POTENTI CHE ABUSAVA DI RAGAZZINE MINORENNI, L’HA ATTACCATA: «Sei pessima, la peggiore reporter. Non mi stupisco che la CNN sia così svalutata. È colpa di gente come te».

Rivolgendosi al suo staff e agli altri cronisti, che assistevano senza proferire parola, il presidente ha aggiunto: «Sapete, è giovane». Poi, ancora a Collins: «Non penso di averti mai vista sorridere. Ti conosco da 10 anni. Non ho mai visto un sorriso sul tuo viso».

MENTRE GUARDAVO LA SCENA, MI SONO SENTITA RIBOLLIRE. NON PERCHÉ FOSSE SCONVOLGENTE. MA PERCHÉ NON LO ERA. Alle donne viene insegnato sin da bambine a essere docili, accoglienti, affettuose. Per tutta la vita ci fanno credere che la migliore versione di noi stesse sia fare sentire gli altri a proprio agio.

Sorridere esprime obbedienza. Il presidente avrebbe voluto che Collins lo facesse. SORRIDI, FAMMI CREDERE CHE IO TI PIACCIA. PORGIMI DOMANDE COMPIACENTI COME MI PORTERESTI LA COLAZIONE IN CAMERA.

La nostra società trova sempre giustificazioni ai peggiori comportamenti maschili. Ci sono volute più di mille vittime prima che l’America capisse che il finanziere Epstein non fosse un aitante libertino con amici influenti, tra cui lo stesso Trump. No, era un predatore seriale, con un’organizzazione finalizzata all’abuso sessuale e al traffico di minorenni.

Eppure, ancora oggi il problema non sono il pedofilo e i compagni di merende. Trump zittisce una giornalista che esige da lui la verità. INSEGNIAMO ALLE NOSTRE FIGLIE CHE AVERE UNA VOCE È PIÙ IMPORTANTE CHE ESSERE AMABILI.

Nessuno chiederebbe a un maschio perché non sorride. Un uomo austero è sinonimo di solennità. Ma Collins è una donna. DOVREMMO MOSTRARCI BELLE CONTENTE ANCHE QUANDO CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER VIOLENZE SESSUALI. E COMUNQUE NON SAREMMO MAI ABBASTANZA DOCILI DA MERITARE IL PERDONO PER AVER SFIDATO GLI UOMINI.

ALLE LETTRICI E AI LETTORI

Da questo numero, Grazia si rinnova. Rafforza il suo punto di vista, evolve in autorevolezza e ricercatezza. Nell’epoca della velocità dei social media, diventa quindicinale, privilegiando l’affidabilità e la competenza, storie vere e verificate, la moda più desiderabile, il tempo per la lettura. Cambiamo, ma non cambiamo l’anima. Resteremo quello che siamo: amanti della libertà e della bellezza. Buona lettura. Scrivetemi che cosa ne pensate. Un abbraccio.