Diario di una scrittrice pronta a tutto. Primo capitolo
Sto ancora cercando di tenere a bada il senso di colpa che mi perseguita. Carola si è fatta male a causa mia: sono stata io a tirarla giù dal letto domenica per portarla in palestra...
Sto ancora cercando di tenere a bada il senso di colpa che mi perseguita. Carola si è fatta male a causa mia: sono stata io a tirarla giù dal letto domenica per portarla in palestra.
Ma se dopo tre settimane di Camp Rock — che equivalgono a una scuola di addestramento militare — si è rotta il quinto metatarso scendendo dal tapis roulant ai
due all’ora, credo proprio che dovesse andare così. In fondo, la vita assomiglia alla Ruota della Fortuna: quando si gira non è detto che il punteggio sia alto, ecco perché si continua a giocare.
E dopo un intero pomeriggio al pronto soccorso, un pit stop in sanitaria, uno dalla guardia medica e l’ultimo al CUP, sono giunta alla conclusione che la mia amica fashion blogger Laura Grampa ha ragione, quando dice che lo sport non fa bene. Ma il mio bicchiere mezzo pieno mi ricorda che un tutore è sempre meglio del gesso.
Un mese fa, la casa editrice mi ha informato del numero di copie che avrebbe fatto uscire in prima stampa, l’ansia da prestazione ha cominciato a farsi sentire.
“Bimbe questo libro si deve vendere, e voi mi aiuterete: sulle spiagge italiane.”
“Mamma è vendita ambulante…” mormora Emma.
“Sì, ma è a fin di bene. Le persone che lo leggeranno rideranno: è un antidepressivo senza effetti collaterali a sedici euro e cinquanta.”
“Ma si può andare in galera..”
“Non è vero: siete minorenni.”
“Giusto, io ci sto.” conclude Carola.
Peccato che ora abbia le stampelle e non possa rendersi utile.
Prêt-à-bébé è uscito martedì: sto incrociando le dita, non posso deludere i lettori, tantomeno la casa editrice, con questo romanzo mi gioco tutto. Se facesse cilecca, avrei sprecato l’opportunità di divertirmi lavorando e di far divertire altre persone che mi leggono, ma se invece riuscisse a fare breccia nel loro cuore, potrei scriverne altri. Il piano è sempre stato questo: non ho mai pensato di scrivere un libro soltanto.
A distrarmi da quel mix pensieroso fatto di emozioni e marketing è la copertina del libro che sta sul comodino della mia camera da letto: se penso che avevo suggerito alla fata del Bidibiboditipubblico di farla bianca, rabbrividisco. Avrei perso l’opportunità di indossare una selezione di abiti e accessori fucsia. Come ho potuto non tenerne conto? Che sia quel briciolo di sobrietà latente che ogni tanto cerca di farsi sentire? Può essere, ma tutto sommato, meglio così.
E lì, mentre mi metto a pensare a quale vestito indosserò per la prima presentazione del romanzo, il telefono squilla.
Strano che non sia nella mia mano destra, dove sta di solito: in pratica è una mia appendice. Lo cerco sforzandomi di ricordare dove possa averlo lasciato, ma sono come Dory: soffro di perdita di memoria a breve termine. Mi concentro sulla suoneria, sulle vibrazioni, scendo le scale ed è sul piano della cucina. Lo afferro e riesco a rispondere. È Carmen, l’assistente del mio agente letterario.
“Enrica ciao, ti disturbo?”
“Non disturbi mai.” dico prontamente.
“Saresti libera mercoledì alle quindici per andare a Roma da Mediaset?”
La mia faccia ha un’espressione traducibile in: che domanda inutile.
“Certo che sono libera!” esulto. “Per quale trasmissione?”
Non posso vederla, ma so che sta sorridendo, il mio entusiasmo è contagioso.
“Ti mando una mail più tardi con tutti i dettagli.”
Resto lì in piedi, con un sorriso da Joker, chiedendomi: a chi lo dico per primo? Giaco, Ringhio o le bimbe? Le bimbe sono a portata di mano: lo dico a loro, non posso più aspettare.
A fine comunicato, siamo tutti contenti, ma i dettagli di cui sopra arrivano effettivamente più tardi via email, e lì comincio a sentirmi male.
Si tratta di un’intervista per la rubrica “La Lettura” del TG5, condotta da Carlo Gallucci. Perché ciò che ho sempre desiderato, d’un tratto mi spaventa? Mi sento
come Christian Dior prima di ritirare il suo Oscar in Texas. Scrivo meglio di come parlo e quando sono di fronte a un pubblico o a qualcuno di autorevole, mi impappino, tengo sempre gli occhi verso il basso per timidezza e concentrazione, e poi gesticolo, gesticolo come una piovra. Ci vuole un piano: non posso continuare a improvvisare, sì insomma, sto andando a Canale 5.
Ora scriverò alcune semplici regole da tenere a mente per salvaguardare la mia carriera di scrittrice, evitando di commettere errori di cui potrei pentirmi per tutta la vita.
1. Prendi informazioni su chi dovrai affrontare.
2. Preparati uno straccio di discorso.
3. Rilassa le spalle, tieni dritto il busto, e lo sguardo fisso sul tuo
interlocutore.
4. Non dire troppi ‘ehm, forse, cioè, quindi, praticamente’.
5. Non gesticolare.
Gli ultimi due punti mi daranno filo da torcere, lo so, ma ho ancora un po’ di tempo per affrontare tutto questo. Nell’ultimo periodo ho deciso di gestire gli impegni con la stessa filosofia di Melissa: dando la priorità agli eventi, devo rimanere concentrata su una cosa per volta. Quindi, ora penserò al Party, poi a Gallucci.
Mancano quattro giorni alla presentazione, e sono ancora in cerca dell’abito giusto. Decido di andare in centro con Emma, lei ha la stessa sobrietà di Giaco: potrebbe rivelarsi utile per limitare i miei eccessi. Carola rimane a casa con i nonni, con le stampelle e con le Barbie, noi partiamo.
Troviamo parcheggio in un punto strategico, vicino al quadrilatero della moda fortemarmina, ma dopo aver girato un’ora per negozi, non ho ancora trovato nulla che mi soddisfi. Che strano, penso, lo shopping è un piacere, ma quando assomiglia a un dovere, smette di essere divertente.
Rimpiango i tempi di quello compulsivo: com’era tutto più semplice. Ora invece, devo ponderare i miei acquisti, darmi un contegno: sono una signora.
Ma quella parola — seppure pronunciata a fil di voce mentalmente — deve aver offeso il mio amor proprio, che ha risposto al suo attacco con un ‘adesso ti faccio vedere di cosa sono capace’.
E fu così che l’eccesso ebbe la meglio sulla sobrietà — per l’ennesima volta.
Sono uscita dal negozio con un abito rosa shocking da fare invidia alla Schiapparelli. Lungo, monospalla interamente ricoperto di piccole paillettes. Lo immagino nell’insieme, vicino all’allestimento che è stato pensato per la festa. Quella copertina rappresenta una fonte d’ispirazione continua, non assecondare il suo volere potrebbe essere controproducente per gli affari. Con quel felice pensiero, che vorrebbe sollevarmi dal senso di colpa per aver bruciato metà del mio budget mensile destinato allo shopping, io ed Emma risaliamo in auto e torniamo a casa.
Quel bellissimo vestito lungo ha bisogno di un paio di sandali alti, se non vuole finire a pulire il pavimento, ma per quanto ami i tacchi e possieda abilità e disinvoltura nell’indossarli, il mio limite di sopportazione non supera le due ore. Ci vuole un cambio d’abito da portare con qualcosa di ultra piatto e ho già un’idea. Credo che opterò per quel pezzo di Jenny Packham, ovviamente fucsia, comprato al Tartaruga una decina di anni fa: a bustier, in raso, con cintura gioiello. Abbinato alle infradito nere di Positano. Deciso.
Il giorno della festa, tutto ciò che è stato organizzato nei minimi dettagli è pronto per essere vissuto, ma io mi sveglio con l’ansia. È come se mi stessi sposando, anzi no, è come se stessi partorendo. O meglio, è come se stessi raggiungendo l’altare con le contrazioni: sono un tantino tesa. Stamattina ho sentito gli ospiti d’eccezione che mi aiuteranno durante il travaglio nuziale e mi hanno confermato la loro presenza. Erri Despai sta tornando dalla Grecia, Alo Casini è partito con la sua band da Milano e Simone Ruscetta, il dj di Radio Bruno che abita dietro all’angolo, arriverà puntualissimo al Rigattiere per le diciannove e trenta.
Chissà perché, ma quel ‘diciannove e trenta’ mi fa sorridere: so benissimo che sarò in ritardo, anche se ancora non conosco la causa che lo provocherà.
Tutto va come da pronostico: arrivo alle diciannove e trentacinque e tante persone sono già fuori ad aspettarmi. Avvampo, vorrei buttarmi dall’auto in corsa e farla finita, ma poi mi perderei la festa: preferisco aspettare che Giaco si fermi davanti al locale. Mi augura buona fortuna, lo bacio e scendo al volo pregando Gesù
di non farmi inciampare. Lui mi ascolta.
Vedo Furio, Valeria e i bozzetti che ha disegnato a mia immagine e somiglianza. Sono esposti all’ingresso, vicino alle copertine in formato maxi, e sono splendidi. Corro ad abbracciarla e mi precipito dentro. Adriana, la mia lettrice di Modena, è sulla porta ad attendermi: mi emoziono. Tiene in mano un bellissimo bouquet di fiori fucsia, nell’altra qualcosa che assomiglia a un regalo. Com’è bella: ha un sorriso dolce, gli occhi felici, la stringo a me e mi fa lo stesso effetto di un’iniezione di coraggio. Non è la sola ad aver percorso un po’ di strada per partecipare alla presentazione, Maia, Daniela e Vittoria si sono fatte due ore di macchina per stare con me. Ed ecco perché darò il massimo: sono qui per questo.
Lo staff di Partysserie ha avuto la brillante intuizione di riesumare il famoso passeggino di Fendi, che dopo essere passato in lavanderia, è diventato parte integrante dell’allestimento, insieme al trolley con la scritta PARTO.
A me non sarebbe mai venuto in mente di mettere in mostra le prove della veridicità dei fatti descritti nel libro, ma come dico sempre: a ognuno il suo. Le ragazze si chiamano Letizia e Grazia: anche i loro nomi sembrano studiati apposta per una ditta che organizza eventi. Hanno ricoperto il locale di pagine di libri e di piccole bottiglie di vetro da cui sbucano i fiori che sono sparsi ovunque. Ci sono dei cartelli a forma di fumetto appesi al soffitto, su cui sono scritte alcune frasi di Prêt-à-bébé che ho scelto personalmente.
Mamma = Donna al quadrato. Ci sarebbe arrivato anche Einstein, ma purtroppo era un uomo.)
Nessuno fa niente per niente, neanche Tinky Winky.
«Carola: ti presento il tetano»
«Chi è tetano mamma?»
«Un caro amico di papà.»
Tilla ha sposato Screensaver, la Secca ha sposato il fratello di Claudia, Claudia ha sposato il fratello di Tilla. L’unica che è rimasta fuori dal cast di Dinasty sono io.
«C’era una volta una mamma che era diventata mamma per la seconda volta
ed era tanto, tanto felice…»
«C’è la strega?»
No. La nonna Alberta non c’è.
Ammetto che questa cosa della strega avrebbe potuto offendere mia suocera — e in effetti si è offesa parecchio — ma poi le ho spiegato di averlo scritto con ironia, e credo che abbia capito. E mentre penso al suo perdono, arrivo in fondo al locale, nella sala del firma copie. C’è un tavolo rettangolare adibito a scrivania. Le pagine dei libri la ricoprono.
Sopra ci sono due pile dei miei libri e una vecchia macchina da scrivere in cui è stato infilato un foglio che recita a grandi lettere ‘Prêt-à-bébé’.
Torno nella prima sala dove mi aspettano gli invitati e noto che anche Giaco e le bimbe sono arrivati, li raggiungo e l’evento inizia. Me la faccio sotto.
Le persone che sono in piedi, di fronte a me, mi ricordano di quel gin tonic di salvataggio che ho fatto preparare poco fa, e a cui sarei ricorsa solo in caso di necessità: ora capisco che lo è. Mi faccio due sorsi e mi dirigo sicura verso lo sgabello che mi aspetta.
Mi ci arrampico con eleganza, ma non so cosa dire: sapevo che dovevo prepararmi uno straccio d’apertura. A salvarmi è Ruscetta che, seduto accanto a me, prende il microfono e la parola per presentarmi. L’intervista intrattiene il pubblico più adulto, poi tocca ad Alo dare spettacolo: la tribù dei piccoli impazzisce e richiede a oltranza ‘Uomini che amano le donne.”
Tutti si divertono, ma sono io la più fortunata, seduta a quella scrivania a scrivere dediche ai miei amici. Era come volevo che fosse. È mezzanotte passata quando gli invitati mi salutano, si è fatto è tardi: è ora di andare a dormire. A fine serata, la mia famiglia rimane con i ragazzi del locale che hanno fatto un ottimo lavoro, con Robbi, il mio Personal trainer di Sassuolo, con Claudia e Guido, suo marito. Non smettiamo di ridere, l’euforia di questo piccolo evento ben riuscito sembra avere contagiato l’umore generale. Alle due e quarto, carichiamo fiori e regali in auto, e torniamo a casa: suggerisco ventiquattro ore di sonno.
Giaco deve avermi preso in parola: si è accasciato a terra prima di entrare in casa. Peccato che avesse tra le mani il regalo di Luca e Paolo e che abbia fracassato il loro delizioso pensiero sulla stessa scala su cui scrivo tutti i giorni. Prima di ridursi in frantumi, voleva essere una bellissima teca alla Paperon De Paperoni, che avrebbe dovuto contenere il frutto delle mie fatiche: la mia prima opera, ma pazienza.
Quando l’ho detto a Paolo, non smetteva di ridere. Si è offerto di regalarmene un’altra, a patto che non mi arrabbiassi con Giaco. Ho accettato: adoro la solidarietà tra maschi, e poi non verrà mai a sapere che mi ero già arrabbiata. Avrò dunque una nuova teca, una bellissima teca di plexiglas intonso, con cuscino incorporato, su cui potrò posizionare il mio primo libro: fantastico.
Ma a interrompere quel breve momento di felicitazioni tra me e me, è una musichetta che mi suona in testa gettandomi nel terrore: la colonna sonora di Profondo rosso, accompagnata da una cantilena stupida partorita dalla mia mente labile, che mi fa rabbrividire. Ucci ucci, sento odore di Gallucci. L’intervista è mercoledì: devo prepararmi uno straccio di discorso… è una questione di vita o di morte.
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare
«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.
Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.
Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.
La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.
Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».
Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».
Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».
Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».
Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».
Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».
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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli
La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.
Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.
Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.
È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».
Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.
Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.
Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.
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Grazia è in edicola con Maya Hawke
Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.
Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.
Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.
Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.
Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.
E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.
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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"
Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.
Che rapporto ha con il passare del tempo?
«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».
Davvero?
«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».
Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.
«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».
Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?
«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».
Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?
«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».
Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…
«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare».
Come mai?
«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».
Che cosa le disse al ritorno?
«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».
Ha fatto lo stesso con i suoi figli?
«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».
Che rapporto ha con la psichiatria?
«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».
Com’è andata?
«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».
E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?
«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il corpo».
Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?
«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».
Che cosa di lei non hanno mai capito finora?
«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».
Com’è la sua giornata ideale?
«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».
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