Diario di una scrittrice pronta a tutto. Primo capitolo
Sto ancora cercando di tenere a bada il senso di colpa che mi perseguita. Carola si è fatta male a causa mia: sono stata io a tirarla giù dal letto domenica per portarla in palestra...
Sto ancora cercando di tenere a bada il senso di colpa che mi perseguita. Carola si è fatta male a causa mia: sono stata io a tirarla giù dal letto domenica per portarla in palestra.
Ma se dopo tre settimane di Camp Rock — che equivalgono a una scuola di addestramento militare — si è rotta il quinto metatarso scendendo dal tapis roulant ai
due all’ora, credo proprio che dovesse andare così. In fondo, la vita assomiglia alla Ruota della Fortuna: quando si gira non è detto che il punteggio sia alto, ecco perché si continua a giocare.
E dopo un intero pomeriggio al pronto soccorso, un pit stop in sanitaria, uno dalla guardia medica e l’ultimo al CUP, sono giunta alla conclusione che la mia amica fashion blogger Laura Grampa ha ragione, quando dice che lo sport non fa bene. Ma il mio bicchiere mezzo pieno mi ricorda che un tutore è sempre meglio del gesso.
Un mese fa, la casa editrice mi ha informato del numero di copie che avrebbe fatto uscire in prima stampa, l’ansia da prestazione ha cominciato a farsi sentire.
“Bimbe questo libro si deve vendere, e voi mi aiuterete: sulle spiagge italiane.”
“Mamma è vendita ambulante…” mormora Emma.
“Sì, ma è a fin di bene. Le persone che lo leggeranno rideranno: è un antidepressivo senza effetti collaterali a sedici euro e cinquanta.”
“Ma si può andare in galera..”
“Non è vero: siete minorenni.”
“Giusto, io ci sto.” conclude Carola.
Peccato che ora abbia le stampelle e non possa rendersi utile.
Prêt-à-bébé è uscito martedì: sto incrociando le dita, non posso deludere i lettori, tantomeno la casa editrice, con questo romanzo mi gioco tutto. Se facesse cilecca, avrei sprecato l’opportunità di divertirmi lavorando e di far divertire altre persone che mi leggono, ma se invece riuscisse a fare breccia nel loro cuore, potrei scriverne altri. Il piano è sempre stato questo: non ho mai pensato di scrivere un libro soltanto.
A distrarmi da quel mix pensieroso fatto di emozioni e marketing è la copertina del libro che sta sul comodino della mia camera da letto: se penso che avevo suggerito alla fata del Bidibiboditipubblico di farla bianca, rabbrividisco. Avrei perso l’opportunità di indossare una selezione di abiti e accessori fucsia. Come ho potuto non tenerne conto? Che sia quel briciolo di sobrietà latente che ogni tanto cerca di farsi sentire? Può essere, ma tutto sommato, meglio così.
E lì, mentre mi metto a pensare a quale vestito indosserò per la prima presentazione del romanzo, il telefono squilla.
Strano che non sia nella mia mano destra, dove sta di solito: in pratica è una mia appendice. Lo cerco sforzandomi di ricordare dove possa averlo lasciato, ma sono come Dory: soffro di perdita di memoria a breve termine. Mi concentro sulla suoneria, sulle vibrazioni, scendo le scale ed è sul piano della cucina. Lo afferro e riesco a rispondere. È Carmen, l’assistente del mio agente letterario.
“Enrica ciao, ti disturbo?”
“Non disturbi mai.” dico prontamente.
“Saresti libera mercoledì alle quindici per andare a Roma da Mediaset?”
La mia faccia ha un’espressione traducibile in: che domanda inutile.
“Certo che sono libera!” esulto. “Per quale trasmissione?”
Non posso vederla, ma so che sta sorridendo, il mio entusiasmo è contagioso.
“Ti mando una mail più tardi con tutti i dettagli.”
Resto lì in piedi, con un sorriso da Joker, chiedendomi: a chi lo dico per primo? Giaco, Ringhio o le bimbe? Le bimbe sono a portata di mano: lo dico a loro, non posso più aspettare.
A fine comunicato, siamo tutti contenti, ma i dettagli di cui sopra arrivano effettivamente più tardi via email, e lì comincio a sentirmi male.
Si tratta di un’intervista per la rubrica “La Lettura” del TG5, condotta da Carlo Gallucci. Perché ciò che ho sempre desiderato, d’un tratto mi spaventa? Mi sento
come Christian Dior prima di ritirare il suo Oscar in Texas. Scrivo meglio di come parlo e quando sono di fronte a un pubblico o a qualcuno di autorevole, mi impappino, tengo sempre gli occhi verso il basso per timidezza e concentrazione, e poi gesticolo, gesticolo come una piovra. Ci vuole un piano: non posso continuare a improvvisare, sì insomma, sto andando a Canale 5.
Ora scriverò alcune semplici regole da tenere a mente per salvaguardare la mia carriera di scrittrice, evitando di commettere errori di cui potrei pentirmi per tutta la vita.
1. Prendi informazioni su chi dovrai affrontare.
2. Preparati uno straccio di discorso.
3. Rilassa le spalle, tieni dritto il busto, e lo sguardo fisso sul tuo
interlocutore.
4. Non dire troppi ‘ehm, forse, cioè, quindi, praticamente’.
5. Non gesticolare.
Gli ultimi due punti mi daranno filo da torcere, lo so, ma ho ancora un po’ di tempo per affrontare tutto questo. Nell’ultimo periodo ho deciso di gestire gli impegni con la stessa filosofia di Melissa: dando la priorità agli eventi, devo rimanere concentrata su una cosa per volta. Quindi, ora penserò al Party, poi a Gallucci.
Mancano quattro giorni alla presentazione, e sono ancora in cerca dell’abito giusto. Decido di andare in centro con Emma, lei ha la stessa sobrietà di Giaco: potrebbe rivelarsi utile per limitare i miei eccessi. Carola rimane a casa con i nonni, con le stampelle e con le Barbie, noi partiamo.
Troviamo parcheggio in un punto strategico, vicino al quadrilatero della moda fortemarmina, ma dopo aver girato un’ora per negozi, non ho ancora trovato nulla che mi soddisfi. Che strano, penso, lo shopping è un piacere, ma quando assomiglia a un dovere, smette di essere divertente.
Rimpiango i tempi di quello compulsivo: com’era tutto più semplice. Ora invece, devo ponderare i miei acquisti, darmi un contegno: sono una signora.
Ma quella parola — seppure pronunciata a fil di voce mentalmente — deve aver offeso il mio amor proprio, che ha risposto al suo attacco con un ‘adesso ti faccio vedere di cosa sono capace’.
E fu così che l’eccesso ebbe la meglio sulla sobrietà — per l’ennesima volta.
Sono uscita dal negozio con un abito rosa shocking da fare invidia alla Schiapparelli. Lungo, monospalla interamente ricoperto di piccole paillettes. Lo immagino nell’insieme, vicino all’allestimento che è stato pensato per la festa. Quella copertina rappresenta una fonte d’ispirazione continua, non assecondare il suo volere potrebbe essere controproducente per gli affari. Con quel felice pensiero, che vorrebbe sollevarmi dal senso di colpa per aver bruciato metà del mio budget mensile destinato allo shopping, io ed Emma risaliamo in auto e torniamo a casa.
Quel bellissimo vestito lungo ha bisogno di un paio di sandali alti, se non vuole finire a pulire il pavimento, ma per quanto ami i tacchi e possieda abilità e disinvoltura nell’indossarli, il mio limite di sopportazione non supera le due ore. Ci vuole un cambio d’abito da portare con qualcosa di ultra piatto e ho già un’idea. Credo che opterò per quel pezzo di Jenny Packham, ovviamente fucsia, comprato al Tartaruga una decina di anni fa: a bustier, in raso, con cintura gioiello. Abbinato alle infradito nere di Positano. Deciso.
Il giorno della festa, tutto ciò che è stato organizzato nei minimi dettagli è pronto per essere vissuto, ma io mi sveglio con l’ansia. È come se mi stessi sposando, anzi no, è come se stessi partorendo. O meglio, è come se stessi raggiungendo l’altare con le contrazioni: sono un tantino tesa. Stamattina ho sentito gli ospiti d’eccezione che mi aiuteranno durante il travaglio nuziale e mi hanno confermato la loro presenza. Erri Despai sta tornando dalla Grecia, Alo Casini è partito con la sua band da Milano e Simone Ruscetta, il dj di Radio Bruno che abita dietro all’angolo, arriverà puntualissimo al Rigattiere per le diciannove e trenta.
Chissà perché, ma quel ‘diciannove e trenta’ mi fa sorridere: so benissimo che sarò in ritardo, anche se ancora non conosco la causa che lo provocherà.
Tutto va come da pronostico: arrivo alle diciannove e trentacinque e tante persone sono già fuori ad aspettarmi. Avvampo, vorrei buttarmi dall’auto in corsa e farla finita, ma poi mi perderei la festa: preferisco aspettare che Giaco si fermi davanti al locale. Mi augura buona fortuna, lo bacio e scendo al volo pregando Gesù
di non farmi inciampare. Lui mi ascolta.
Vedo Furio, Valeria e i bozzetti che ha disegnato a mia immagine e somiglianza. Sono esposti all’ingresso, vicino alle copertine in formato maxi, e sono splendidi. Corro ad abbracciarla e mi precipito dentro. Adriana, la mia lettrice di Modena, è sulla porta ad attendermi: mi emoziono. Tiene in mano un bellissimo bouquet di fiori fucsia, nell’altra qualcosa che assomiglia a un regalo. Com’è bella: ha un sorriso dolce, gli occhi felici, la stringo a me e mi fa lo stesso effetto di un’iniezione di coraggio. Non è la sola ad aver percorso un po’ di strada per partecipare alla presentazione, Maia, Daniela e Vittoria si sono fatte due ore di macchina per stare con me. Ed ecco perché darò il massimo: sono qui per questo.
Lo staff di Partysserie ha avuto la brillante intuizione di riesumare il famoso passeggino di Fendi, che dopo essere passato in lavanderia, è diventato parte integrante dell’allestimento, insieme al trolley con la scritta PARTO.
A me non sarebbe mai venuto in mente di mettere in mostra le prove della veridicità dei fatti descritti nel libro, ma come dico sempre: a ognuno il suo. Le ragazze si chiamano Letizia e Grazia: anche i loro nomi sembrano studiati apposta per una ditta che organizza eventi. Hanno ricoperto il locale di pagine di libri e di piccole bottiglie di vetro da cui sbucano i fiori che sono sparsi ovunque. Ci sono dei cartelli a forma di fumetto appesi al soffitto, su cui sono scritte alcune frasi di Prêt-à-bébé che ho scelto personalmente.
Mamma = Donna al quadrato. Ci sarebbe arrivato anche Einstein, ma purtroppo era un uomo.)
Nessuno fa niente per niente, neanche Tinky Winky.
«Carola: ti presento il tetano»
«Chi è tetano mamma?»
«Un caro amico di papà.»
Tilla ha sposato Screensaver, la Secca ha sposato il fratello di Claudia, Claudia ha sposato il fratello di Tilla. L’unica che è rimasta fuori dal cast di Dinasty sono io.
«C’era una volta una mamma che era diventata mamma per la seconda volta
ed era tanto, tanto felice…»
«C’è la strega?»
No. La nonna Alberta non c’è.
Ammetto che questa cosa della strega avrebbe potuto offendere mia suocera — e in effetti si è offesa parecchio — ma poi le ho spiegato di averlo scritto con ironia, e credo che abbia capito. E mentre penso al suo perdono, arrivo in fondo al locale, nella sala del firma copie. C’è un tavolo rettangolare adibito a scrivania. Le pagine dei libri la ricoprono.
Sopra ci sono due pile dei miei libri e una vecchia macchina da scrivere in cui è stato infilato un foglio che recita a grandi lettere ‘Prêt-à-bébé’.
Torno nella prima sala dove mi aspettano gli invitati e noto che anche Giaco e le bimbe sono arrivati, li raggiungo e l’evento inizia. Me la faccio sotto.
Le persone che sono in piedi, di fronte a me, mi ricordano di quel gin tonic di salvataggio che ho fatto preparare poco fa, e a cui sarei ricorsa solo in caso di necessità: ora capisco che lo è. Mi faccio due sorsi e mi dirigo sicura verso lo sgabello che mi aspetta.
Mi ci arrampico con eleganza, ma non so cosa dire: sapevo che dovevo prepararmi uno straccio d’apertura. A salvarmi è Ruscetta che, seduto accanto a me, prende il microfono e la parola per presentarmi. L’intervista intrattiene il pubblico più adulto, poi tocca ad Alo dare spettacolo: la tribù dei piccoli impazzisce e richiede a oltranza ‘Uomini che amano le donne.”
Tutti si divertono, ma sono io la più fortunata, seduta a quella scrivania a scrivere dediche ai miei amici. Era come volevo che fosse. È mezzanotte passata quando gli invitati mi salutano, si è fatto è tardi: è ora di andare a dormire. A fine serata, la mia famiglia rimane con i ragazzi del locale che hanno fatto un ottimo lavoro, con Robbi, il mio Personal trainer di Sassuolo, con Claudia e Guido, suo marito. Non smettiamo di ridere, l’euforia di questo piccolo evento ben riuscito sembra avere contagiato l’umore generale. Alle due e quarto, carichiamo fiori e regali in auto, e torniamo a casa: suggerisco ventiquattro ore di sonno.
Giaco deve avermi preso in parola: si è accasciato a terra prima di entrare in casa. Peccato che avesse tra le mani il regalo di Luca e Paolo e che abbia fracassato il loro delizioso pensiero sulla stessa scala su cui scrivo tutti i giorni. Prima di ridursi in frantumi, voleva essere una bellissima teca alla Paperon De Paperoni, che avrebbe dovuto contenere il frutto delle mie fatiche: la mia prima opera, ma pazienza.
Quando l’ho detto a Paolo, non smetteva di ridere. Si è offerto di regalarmene un’altra, a patto che non mi arrabbiassi con Giaco. Ho accettato: adoro la solidarietà tra maschi, e poi non verrà mai a sapere che mi ero già arrabbiata. Avrò dunque una nuova teca, una bellissima teca di plexiglas intonso, con cuscino incorporato, su cui potrò posizionare il mio primo libro: fantastico.
Ma a interrompere quel breve momento di felicitazioni tra me e me, è una musichetta che mi suona in testa gettandomi nel terrore: la colonna sonora di Profondo rosso, accompagnata da una cantilena stupida partorita dalla mia mente labile, che mi fa rabbrividire. Ucci ucci, sento odore di Gallucci. L’intervista è mercoledì: devo prepararmi uno straccio di discorso… è una questione di vita o di morte.
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«Non ce la farete a ricacciarci in casa»: l'editoriale di Silvia Grilli
Le Olimpiadi sono finite ma non riesco a smettere di ascoltare Eileen Gu, un oro e due argenti per la Cina a Milano Cortina 2026. È l’atleta più vincente nella storia dello sci acrobatico, modella, studentessa universitaria a Stanford. Dopo le tre medaglie, ha detto: «Ciò che conta è poter mostrare al mondo ciò di cui sono capaci le donne».
RIPENSO A PIERRE DE COUBERTIN, FONDATORE DEI GIOCHI OLIMPICI, SECCAMENTE CONTRARIO ALLA PARTECIPAZIONE FEMMINILE ALLE OLIMPIADI. Sosteneva che noi servissimo solo a incoronare i vincitori maschi. Vedere gareggiare i nostri corpi sarebbe stato uno spettacolo osceno e inadeguato. Con la sua bellezza e il suo talento, Gu se lo sarebbe mangiato vivo, come si è mangiata il giornalista che, dopo le sue prime due medaglie, le ha chiesto come mai avesse vinto solo l’argento. Lei gli ha riso in faccia con il suo bel viso sfrontato: «Sono la sciatrice acrobatica più decorata della storia, sto compiendo imprese mai fatte prima, mostrando lo sci migliore. La sua prospettiva è ridicola».
LA AMO. SE RICORDO COM’ERO TIMIDA IO A 22 ANNI, MI SENTO MALE. ALLA SUA ETÀ CAMMINAVO RASENTANDO I MURI. NON VOLEVO, NON PRETENDEVO. CI HO MESSO DECENNI A COMPLIMENTARMI (A VOLTE) PER CIÒ CHE FACCIO. ANZI, ANCORA SONO RILUTTANTE. E allora ascolto Gu. Sento la forza di Francesca Lollobrigida, che hanno cercato di ridurre a mamma e basta, perché «campionessa» per una donna è sempre troppo. Sento la gioia portentosa di Alysa Liu, che ha pattinato per se stessa, senza ascoltare nessuno, come voleva lei e ha vinto l’oro. Ascolto la libertà della pattinatrice Amber Glenn, che ci ha incantati al gala finale, e non ha mai smesso di esprimere le sue opinioni: «La gente ritiene che siamo solo atleti. “Pensa al tuo lavoro”, dicono. “Non parlare di politica”. Invece no, la politica ci riguarda tutti».
PERCIÒ MI DICO: AL NETTO DI TUTTO, NON VA COSÌ MALE PER NOI DONNE. La parità, con la partecipazione femminile a tutte le gare olimpiche, l’abbiamo raggiunta solo nel 2012. Ma voi avete visto quale spettacolo di forza, di consapevolezza, di autostima, non solo di grandissimo valore sportivo, ci hanno dato queste ragazze?
Sapete che c’è? Togliete pure la parola «consenso» dalla legge sullo stupro, togliete anche le quote rosa dai consigli di amministrazione come stanno facendo in America, lodateci pure solo quando siamo madri, oscurando tutti gli altri talenti. Rappresentateci pure come il vicepresidente americano J. D. Vance, che ostenta in giro la moglie alla quarta gravidanza come lezione di quello che dovrebbero fare le donne: ritirarsi dal lavoro e dare figli alla Patria. CONTINUATE PURE, MA IL SENTIERO È BEN SEGNATO. NON AVRÀ SUCCESSO LA VOSTRA RESTAURAZIONE. LE RAGAZZE NON VI ASCOLTANO PIÙ.
P.S. Gu è nata a San Francisco, ma ha scelto di competere per la Cina, il Paese di sua madre. Vance insiste che dovrebbe rappresentare l’America alle Olimpiadi. Come mai il più sfrenato dei nazionalisti improvvisamente vuole gli stranieri? Gu gli ha risposto: «Grazie J. D., ma se non vincessi non te ne importerebbe». Esatto.
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Grazia celebra Sanremo 2026 con quattro cover esclusive dedicate a Elettra Lamborghini, Malika Ayane, Arisa e Levante
Il nuovo numero di Grazia, in uscita in tutte le edicole e su app dal 26 febbraio, celebra il Festival di Sanremo con uno speciale dedicato alle protagoniste della musica italiana. La rivista diretta da Silvia Grilli propone infatti quattro cover esclusive, dedicate ad Arisa, Malika Ayane, Levante ed Elettra Lamborghini.
“Quattro servizi fotografici esclusivi, quattro interviste, quattro diverse copertine rimarcano la forza di Grazia e il talento di queste artiste. Così celebriamo il rito nazionale del Festival di Sanremo”, dichiara la direttrice Silvia Grilli.
Arisa porta sul palcoscenico la sua vita, tra gioia, dolore e l’oceano della passione, in quella che definisce la sua “favola”. Malika Ayane torna a Sanremo con una canzone d’amore che esplora la scoperta della normalità e della felicità, mentre Levante conquista con la sua passione travolgente. Elettra Lamborghini condivide invece la sua vita da Elettra, tra il cognome che porta e il desiderio costante di superare i propri limiti.
L’edizione di quest’anno è raccontata anche da Carlo Conti, tra le canzoni in gara, i grandi ospiti e le polemiche sul comico Andrea Pucci. Il direttore artistico svela poi la sua formula per lo show italiano più seguito, offrendo un punto di vista esclusivo dietro le quinte della kermesse musicale. Segue Michele Bravi, che torna sul palco dell’Ariston con la canzone Prima o Poi e lo spirito di chi, nell’ultimo anno, ha voltato pagina, andando in cerca di nuova musica e di sé stesso, senza perdere la voglia di emozionare.
Passando alla sezione 10 storie di cui parlare, Grazia affronta temi cruciali dell’attualità - dalle domande che feriscono le donne vittime di abusi al potere terapeutico dell’arte, dal coraggio civile alle riflessioni sulle quote rosa negli Stati Uniti - mentre nell’inchiesta Noi che a 30 anni siamo uniche dà voce ai trentenni di oggi, una generazione che sta ridefinendo priorità, ambizioni e modelli di riferimento, tra carriera, equilibrio personale e desiderio di autenticità.
La moda occupa uno spazio centrale nel numero, in perfetta sintonia con la Milano Fashion Week. Grazia intercetta l’energia e le aspettative di una momento cruciale per il sistema moda internazionale con uno speciale ricco di ispirazioni, tendenze e interpretazioni contemporanee. Dalle suggestioni british al ritorno dell’estetica Anni 70, dal rosso ribelle ai giochi di contrasti più sofisticati, il racconto si sviluppa tra passerelle ideali e street style, accessori e pagine shopping pensate per tradurre i trend in scelte concrete.
Chiudono l’edizione le pagine dedicate alla bellezza, con un focus sul make-up primaverile e sugli incontri che dimostrano come la collaborazione possa diventare forza condivisa.
Ma il Festival e la moda si vivono anche online: sul sito e i canali social di Grazia, i lettori e gli utenti potranno seguire tutto in tempo reale, scoprire il backstage, ammirare i look delle star, approfondire interviste e curiosità dagli eventi più esclusivi e lasciarsi ispirare dai trend della moda, per un’esperienza digitale completa che integra musica, stile e lifestyle e amplifica il dialogo con la fashion week milanese.
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Krug e Max Richter traducono in musica un'annata di emozioni
Un concerto straordinario per celebrare un’annata straordinaria. Siamo nella Roundhouse di Londra, a Camden Town. È il 10 febbraio e seduto al pianoforte c’è il compositore Max Richter, uno dei talenti più acclamati della musica contemporanea.
In prima fila ad applaudirlo ci sono volti noti come gli attori Pierce Brosnan, Lily James e Kristin Scott Thomas, ma anche Olivier Krug, sesta generazione della famiglia e ambasciatore della Maison. Accanto a loro, anzi accanto a ogni componente della platea, ci sono tre calici che verranno riempiti per ogni brano di questa esibizione unica.
Si tratta del nuovo capitolo del viaggio musicale che Krug ha chiamato Every Note Counts, ogni nota conta, affidando a un musicista di fama mondiale il compito di tradurre in musica lo spirito delle sue cuvée.
Richter ha intrapreso un viaggio nel tempo verso un anno straordinario per tanti motivi diversi, il 2008. Ve lo ricordate? L’elezione alla Casa Bianca di Barack Obama, la grande crisi finanziaria globale, Katy Perry che impazzava nelle radio con I Kissed a Girl. Quella del 2008 fu un'annata straordinaria anche in Champagne: nelle campagne francesi l'inverno fu freddo, l'estate clemente, e il sole tornò proprio al momento giusto, in settembre, pochi giorni prima della vendemmia.
«È molto raro assistere a un allineamento dei pianeti così perfetto da offrirci tre “movimenti” nella stessa stagione. La missione di Krug è creare ogni anno una prestige cuvée che sia come una sinfonia, ma non sempre possiamo avere altre storie da raccontare come accaduto nel 2008», dice Julie Cavil, Chef de Cave di Maison Krug. «Le condizioni fresche, i contrasti morbidi e una maturazione lenta e costante hanno permesso alle uve di svilupparsi con un equilibrio e una precisione straordinari. I vini che ne nascono incarnano eleganza, verticalità e un'austera, sottile compostezza».
Grazie anche a quelle uve maturate in una stagione senza precedenti Cavil ha creato tre cuvées: il Krug Clos d'Ambonnay 2008, nato da un solo pregiatissimo appezzamento di Pinot Noir; il Krug 2008, il millesimato che celebra il carattere distintivo di quell'anno particolare; e il Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio di oltre 120 singoli vini di oltre 10 annate diverse.
Max Richter ha risposto a queste creazioni componendo tre brani musicali originali ispirati a ciascun vino:Clarity, dove i protagonisti sono gli strumenti solisti che raccontano un solo terreno, una singola uva e un singolo anno; Ensemble, un crescendo armonico che suona come un dialogo tra più voci; e Sinfonia, dove la pienezza dell’orchestra va a riecheggiare la ricchezza che compone il Krug Grande Cuvée 164ème Édition.
Per dare vita a questa creazione Richter ha visitato le proprietà Krug a Reims e Ambonnay, in Francia. Ha passeggiato tra le vigne, messo le mani nella terra, osservato la curva della luce che accarezza i grappoli. Cavil ha poi fatto visita alla casa laboratorio del compositore, immerso nella natura dell'Oxfordshire, in Gran Bretagna. Nelle apparecchiature dello studio musicale, nei canali dei mixer, ha quasi riconosciuto i filari delle sue amate vigne.
Entrambi hanno trovato similitudini tra i loro mondi: «Il mio lavoro è fatto di materiali che sono gli stessi da secoli», dice Richter, «è una continua connessione tra il presente e il passato, ma alla fine lavoriamo tutti con ciò che non conosciamo: Julie non sa che cosa la terra darà ogni anno e questo è il prezzo della scoperta. Ed è molto stimolante». Continua Richter: «Il lavoro creativo è come metà di una conversazione. Fai una domanda e aspetti la risposta di chi hai davanti. Quello che ottieni lo chiamiamo cultura».
Il risultato dell’incontro tra cuvées de prestige e musica è ora a disposizione di tutti con il trio di champagne chiamati Krug from Soloist to Orchestra in 2008 - Act 2. Un’armonia nuova che si può cominciare a conoscere guardando il documentario disponibile qui e ascoltare anche sulle principali piattaforme di streaming. Un invito a vivere ogni esperienza con la lentezza che merita. E immergersi nella musica con un calice in mano per sentire profumi tra le note musicali, accompagnati dalla luce che ha dato vita a un'annata indimenticabile.
Nelle foto, dall'alto:
Max Richter in concerto a Londra
Max Richter con le tre Cuvées de Prestige Krug
Max Richter con Julie Cavil, Chef de Cave di Krug
Un'altra immagine del concerto di Londra
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«Sorridi e fa' la brava, sei una donna»: l'editoriale di Silvia Grilli
Alzi la mano la donna che non si è mai sentita dire: «Dovresti sorridere di più». Kaitlan Collins, giornalista dell’emittente televisiva CNN, ha chiesto a Donald Trump: «Che cosa risponde alle vittime di Jeffrey Epstein, che chiedono giustizia?».
TRUMP, CHE COMPARE IN PIÙ DI 5.300 DOCUMENTI DELL’INCHIESTA SULLA RETE DI POTENTI CHE ABUSAVA DI RAGAZZINE MINORENNI, L’HA ATTACCATA: «Sei pessima, la peggiore reporter. Non mi stupisco che la CNN sia così svalutata. È colpa di gente come te».
Rivolgendosi al suo staff e agli altri cronisti, che assistevano senza proferire parola, il presidente ha aggiunto: «Sapete, è giovane». Poi, ancora a Collins: «Non penso di averti mai vista sorridere. Ti conosco da 10 anni. Non ho mai visto un sorriso sul tuo viso».
MENTRE GUARDAVO LA SCENA, MI SONO SENTITA RIBOLLIRE. NON PERCHÉ FOSSE SCONVOLGENTE. MA PERCHÉ NON LO ERA. Alle donne viene insegnato sin da bambine a essere docili, accoglienti, affettuose. Per tutta la vita ci fanno credere che la migliore versione di noi stesse sia fare sentire gli altri a proprio agio.
Sorridere esprime obbedienza. Il presidente avrebbe voluto che Collins lo facesse. SORRIDI, FAMMI CREDERE CHE IO TI PIACCIA. PORGIMI DOMANDE COMPIACENTI COME MI PORTERESTI LA COLAZIONE IN CAMERA.
La nostra società trova sempre giustificazioni ai peggiori comportamenti maschili. Ci sono volute più di mille vittime prima che l’America capisse che il finanziere Epstein non fosse un aitante libertino con amici influenti, tra cui lo stesso Trump. No, era un predatore seriale, con un’organizzazione finalizzata all’abuso sessuale e al traffico di minorenni.
Eppure, ancora oggi il problema non sono il pedofilo e i compagni di merende. Trump zittisce una giornalista che esige da lui la verità. INSEGNIAMO ALLE NOSTRE FIGLIE CHE AVERE UNA VOCE È PIÙ IMPORTANTE CHE ESSERE AMABILI.
Nessuno chiederebbe a un maschio perché non sorride. Un uomo austero è sinonimo di solennità. Ma Collins è una donna. DOVREMMO MOSTRARCI BELLE CONTENTE ANCHE QUANDO CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER VIOLENZE SESSUALI. E COMUNQUE NON SAREMMO MAI ABBASTANZA DOCILI DA MERITARE IL PERDONO PER AVER SFIDATO GLI UOMINI.
ALLE LETTRICI E AI LETTORI
Da questo numero, Grazia si rinnova. Rafforza il suo punto di vista, evolve in autorevolezza e ricercatezza. Nell’epoca della velocità dei social media, diventa quindicinale, privilegiando l’affidabilità e la competenza, storie vere e verificate, la moda più desiderabile, il tempo per la lettura. Cambiamo, ma non cambiamo l’anima. Resteremo quello che siamo: amanti della libertà e della bellezza. Buona lettura. Scrivetemi che cosa ne pensate. Un abbraccio.
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