Bill Gates: "Come troverò la cura per la pandemia"

Lin-Manuel Miranda In Conversation With Bill and Melinda GatesLin-Manuel Miranda In Conversation With Bill and Melinda Gates
Nei giorni dell’emergenza coronavirus Bill Gates è diventato un punto di riferimento globale. L’ex fondatore di Microsoft - che con la moglie Melinda ha dato vita alla Bill & Melinda Gates Foundation - da febbraio ha donato quasi 230 milioni di euro alla ricerca contro il Covid-19. In occasione della Pledging Conference organizzata dalla Commissione europea il 4 maggio, Gates ha parlato con il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e confermato l’impegno per generare investimenti in ricerca anti-coronavirus pari a 7,5 miliardi di euro. «Si tratta di mettere in piedi con i governi del mondo», ha detto Melinda, «un piano affidabile per lavorare insieme alle diagnosi, ai medicinali e ai vaccini, nel modo più rapido possibile».

Quando gli storici scriveranno il libro della pandemia Covid-19, ciò che abbiamo vissuto fin qui probabilmente occuperà appena il primo terzo delle pagine. Il grosso della storia riguarderà ciò che accadrà da adesso in poi. Nella maggior parte dell’Europa, dell’Asia orientale e del Nordamerica il picco della pandemia è in via di superamento in questi giorni. In poche settimane, è ciò che molti sperano, le cose inizieranno a tornare a come erano in dicembre. Sfortunatamente non sarà così.

Credo che l’umanità batterà questa pandemia, ma solo quando la maggior parte della popolazione sarà vaccinata. Fino ad allora, la vita non ritroverà la normalità. Anche se i governi revocassero l’obbligo di restare in casa e tutte le imprese riaprissero, gli esseri umani comunque cercherebbero di non esporsi alle malattie. Gli aeroporti, insomma, non saranno pieni. Gli sport saranno praticati in stadi sostanzialmente vuoti. E l’economia mondiale sarà in depressione, perché le persone spenderanno con più attenzione di prima. Mentre la pandemia rallenterà nei Paesi più avanzati, accelererà in quelli in via di sviluppo. L’esperienza che questi ultimi avranno del coronavirus sarà peggiore della nostra. Nei Paesi più poveri, dove è possibile svolgere meno lavori da remoto, le misure di distanziamento non funzioneranno bene come da noi. Il virus si diffonderà rapidamente e i sistemi sanitari non saranno in grado di prendersi cura degli infetti.

Il Covid-19 ha travolto città come New York, ma i dati dicono che un singolo ospedale di Manhattan ha più letti di terapia intensiva della maggior parte dei Paesi africani. In milioni potrebbero morire. Le nazioni più ricche possono aiutare: per esempio, assicurandosi che le forniture essenziali non vadano solo al miglior offerente. Ma le persone, che vivano nella povertà o nell’abbondanza, saranno al sicuro solo quando troveremo una soluzione medica efficace per questo virus, ovvero un vaccino.

Nel corso del prossimo anno i ricercatori saranno tra le persone più importanti del mondo. Fortunatamente, anche prima di questa pandemia, l’immunologia stava facendo passi da gigante. I vaccini convenzionali insegnano al corpo a riconoscere un agente patogeno, di solito introducendo una forma morta o indebolita del virus stesso. Ma esiste anche un nuovo tipo di immunizzazione: questi vaccini - detti Mrna - usano il codice genetico per dare alle cellule le istruzioni su come gestire la risposta immunitaria. Potranno essere prodotti più velocemente dei vaccini tradizionali. La mia speranza è che, entro la seconda metà del 2021, le strutture di tutto il mondo producano un vaccino. In tal caso, sarà un risultato storico: il momento in cui l’umanità si è immunizzata più velocemente da una malattia sconosciuta.

Oltre ai progressi nei vaccini, dalla pandemia emergeranno altre due importanti scoperte mediche. Una sarà nel campo della diagnostica. La prossima volta che un nuovo virus si presenterà, le persone saranno probabilmente in grado di fare il test in casa, allo stesso modo in cui oggi lo facciamo per una gravidanza. Invece di immergere un bastoncino nell’urina, però, tamponeremo le narici. I ricercatori potrebbero avere esami del genere pronti entro pochi mesi dall’identificazione di una nuova malattia.

L’altra svolta sarà rappresentata dai farmaci antivirali. Questi sono stati a lungo sottostimati e, di conseguenza, la ricerca in quel campo è stata poco finanziata. Abbiamo sviluppato molte medicine per sconfiggere i batteri, ma non i virus. Tuttavia questa tendenza sta cambiando. I ricercatori svilupperanno interi archivi di antivirali e saranno in grado di trovare rapidamente trattamenti efficaci per ogni nuovo virus.

Queste tre innovazioni ci prepareranno per la prossima pandemia, consentendoci di intervenire tempestivamente, quando il numero di casi sarà ancora molto basso. Ma la ricerca di base ci aiuterà anche a combattere le malattie infettive esistenti e persino a far progredire le cure per il cancro.

Il progresso che ci attende, poi, non sarà solo scientifico. Consisterà anche nella capacità di assicurarci che chiunque possa trarre beneficio dalla ricerca. Negli anni che seguiranno il 2021, credo impareremo come abbiamo fatto dopo il 1945. Alla fine della Seconda guerra mondiale, sono nate istituzioni internazionali per prevenire ulteriori conflitti, come le Nazioni Unite. Dopo Covid-19, i capi di Stato dovranno preparare le istituzioni a prevenire una nuova pandemia.

Avremo bisogno di organizzazioni nazionali, regionali e globali. [...] Avranno il compito di farci trovare pronti la prossima volta che un nuovo virus compirà il salto genetico dai pipistrelli, o dagli uccelli, agli umani. Ci prepareranno anche nel caso in cui qualcuno crei una malattia infettiva in laboratorio e provi a usarla come un’arma. Esercitarsi per una pandemia aiuterà il mondo anche a difendersi dagli atti di bioterrorismo.

Spero che le nazioni ricche coinvolgeranno quelle più povere in queste attività, specialmente dedicando più aiuti esteri alla costruzione dei loro sistemi sanitari. Anche la persona più egoista, o il governo più isolazionista, dovrebbe essere d’accordo su questo punto. Questa pandemia ci ha mostrato che i virus non obbediscono alle leggi sui confini e che siamo tutti biologicamente collegati da una rete di organismi microscopici, che ci piaccia o no. Se un nuovo virus apparisse in un Paese in via di sviluppo, vorremmo che i suoi medici avessero la capacità di individuarlo e contenerlo il prima possibile. [...] Gli anni che seguiranno al 2021 potrebbero somigliare davvero a quelli successivi al 1945. Ma la migliore analogia, oggi, potrebbe essere quella che ci porta al 10 novembre 1942. La Gran Bretagna, allora in guerra, aveva appena registrato la sua prima vittoria sul campo e il premier Winston Churchill dichiarò in un discorso: «Questa non è la fine. Non è nemmeno l’inizio della fine. Ma è, forse, la fine dell’inizio».

  • Articolo pubblicato sul numero 21-22 di GRAZIA (7 maggio 2020)
  • © The Economist Newspaper Limited
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

No other choice (6)
Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

No other choice (4)

La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

No other choice

Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

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Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

No other choice (5)

 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

No other choice (3)

Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».

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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.

Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.

Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.

È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».

Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.

Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.

Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.

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Grazia è in edicola con Maya Hawke

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Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.

Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.

Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.

Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.

Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.

E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.

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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"

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Jodie Foster festeggia al cinema 60 anni da star. Nel thriller Vita privata, da oggi nelle sale, è una psicanalista tormentata. Ma a noi racconta come, grazie alla sua carriera, ha capito che le donne over 50 hanno tutte le carte per vincere

Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.

Che rapporto ha con il passare del tempo?

«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».

Davvero?

«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».

Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.

«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».

Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?

«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».

Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?

«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».

Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…

«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare». 

Come mai?

«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».

Che cosa le disse al ritorno?

«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».

Ha fatto lo stesso con i suoi figli?

«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».

Che rapporto ha con la psichiatria?

«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».

Com’è andata?

«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».

E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?

«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il  corpo».

Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?

«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».

Che cosa di lei non hanno mai capito finora?

«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».


Com’è la sua giornata ideale?

«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».