Mary Patti, oltre l'immagine: «Oggi non è importante piacere o corrispondere a un’immagine, ma sentirmi autentica»
Ci sono immagini che appartengono al passato e che, a distanza di anni, possono assumere un significato totalmente nuovo. Per me l'immagine di Mary Patti, dei suoi capelli dorati e dei suoi occhi nocciola così brillanti, è stata per decenni legata a dei ricordi di bambina. Cristallizzata su quei momenti in cui, con la televisione sintonizzata su Non è la Rai, programma culto della tv anni Novanta, mi perdevo in un mondo fatto di canzoni in playback, balli, giochi e look che ancora oggi potrei descrivere alla perfezione. Non avrei forse mai pensato, all’epoca, che mi sarei ritrovata davanti quelle ciocche bionde e quegli occhi più di trent'anni dopo scoprendo una donna diversa, distante da quel mondo che riempiva i miei pomeriggi. Perché quella ragazza che viveva nella mia tv e su un poster di Cioè, oggi è una donna adulta, che fa la psicoterapeuta e dedica le sue giornate agli adolescenti e alle famiglie che vivono delle serie difficoltà nel gestirli.
Lo fa con dedizione e passione, ma senza mettere da parte la moda, un elemento che l'ha sempre accompagnata nella vita e che l'ha riportata davanti all'obiettivo oggi, per un progetto speciale firmato dal fotografo Felice Patti. Una serie di scatti, realizzati nel suo posto del cuore, che raccontano una donna che ha attraversato il tempo senza smettere di riconoscersi in quella ragazza dai capelli dorati. Una Mary Patti diversa, ma anche sorprendentemente familiare. E che ha molto da dire.
Abito GIANLUCA ALIBRANDO, décolletées talent's own
Com'è stato tornare a raccontarsi attraverso delle immagini e attraverso la moda?
«È stato emozionante, sorprendente e divertente. Scattare mi ha sempre divertita e tornare a raccontarmi attraverso le immagini e la moda mi ha permesso di incontrare una parte di me che non ho mai davvero lasciato andare. Rivedermi oggi attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, con la consapevolezza e la maturità che ho acquisito negli anni, è stato un po' diverso. Da ragazza vivevo queste immagini senza avere forse una piena consapevolezza di ciò che significassero. La moda secondo me ha questa capacità speciale di raccontare chi siamo, non soltanto attraverso ciò che indossiamo, ma attraverso ciò che scegliamo di mostrare. Questo servizio è stato anche un modo per riappropriarmi di quella ragazza senza nostalgia, riconoscendola come una parte importante di ciò che sono diventata. Il mio lavoro di psicoterapeuta mi ha insegnato quanto sia importante per una persona, una donna, sentirsi libera di esprimere tutte le proprie parti, anche quelle che sembrano appartenere a vite diverse. Questo progetto di Felice ha rappresentato proprio questo: un dialogo tra la ragazza che ero e la donna che sono oggi».
Abito GIANLUCA ALIBRANDO
Questo servizio fotografico arriva in un momento della sua vita molto diverso da quello in cui essere fotografata faceva parte del suo lavoro. Che rapporto ha oggi con l'idea di mettersi davanti a un obiettivo?
«Oggi ho un rapporto molto più consapevole con l’obiettivo. Da ragazza ero abituata ad essere guardata e fotografata, ma lo vivevo soprattutto come parte del mio lavoro e di quel mondo, seppur divertendomi molto. Oggi davanti a una macchina fotografica sento di poter scegliere cosa raccontare di me. Oggi non è importante piacere o corrispondere a un’immagine, ma sentirmi autentica. Non ho bisogno di un obiettivo per definirmi, ma posso usarlo per esprimere una parte di me. Oggi riconosco la persona che c’è dietro a quell’immagine e non cerco la perfezione».
« Credo che queste foto raccontino una femminilità che non ha bisogno di dimostrare nulla, mostrano una donna per quello che è… mostrano me »
Se queste immagini dovessero raccontare qualcosa della Mary Patti di oggi, cosa direbbero?
«Racconterebbero una Mary più consapevole, più libera, una donna che ha voglia di raccontarsi per quello che è con le sue trasformazioni, le sue contraddizioni e, perché no, con le sue fragilità. Credo che queste immagini parlino anche del tempo che passa, non come qualcosa da nascondere ma da accogliere. Forse raccontano proprio questo dialogo tra passato e presente: la ragazza che stava con leggerezza davanti a una telecamera e la donna che oggi, attraverso il mio lavoro di psicoterapeuta, ha imparato quanto sia importante andare oltre, ascoltare ciò che c’è dietro, oltre l’immagine. Credo che queste foto raccontino una femminilità che non ha bisogno di dimostrare nulla, mostrano una donna per quello che è… mostrano me».
Abito GIANLUCA ALIBRANDO
La moda è stata una presenza costante nella sua vita anche quando professionalmente ha scelto tutt'altra strada?
«Sì, la moda è stata una presenza costante nella mia vita, anche quando ho deciso di intraprendere una strada professionale completamente diversa. Ho sempre avuto un rapporto molto naturale con l’immagine, con gli abiti e con la possibilità di esprimere, attraverso il modo di vestirsi, una parte di sé. Diventando psicoterapeuta, ho guardato le persone per ciò che sono al di là dell’apparenza, ma questo non ha mai significato rinunciare alla moda. Al contrario, oggi la vivo con maggiore consapevolezza e libertà, come uno strumento che non definisce ciò che siamo ma attraverso cui raccontarci, giocare con la nostra identità e sentirci bene nella nostra pelle. Per me la moda è sempre stato un modo per esprimere chi sono».
Gli scatti sono stati realizzati a Milazzo, un luogo a cui è legata: ci racconta questo legame?
«Milazzo è un luogo a cui sono profondamente legata, perché mio padre è di lì. Trascorro lì le mie vacanze da quando sono bambina e ogni volta che torno sento di recuperare una parte autentica di me, la mia essenza più vera. È il luogo dei ricordi, quelli semplici e preziosi: le giornate trascorse a pesca con mio padre, il mare, il profumo e l’odore intenso dei fichi d’India, il sole sulla pelle, i ritmi lenti delle giornate estive. Sensazioni che appartengono a una memoria affettiva profonda e che ancora oggi, appena torno, riaffiorano con una naturalezza incredibile. È il posto in cui mi riconnetto con la bambina che sono stata, con quella parte di me che, crescendo, rischiamo un po’ tutti di perdere. Sono stata contentissima che questi scatti siano stati realizzati proprio lì».
Shirt dress e abito GIANLUCA ALIBRANDO, foulard stylist's own
Facciamo un doveroso ma breve salto nel passato e all’esperienza in tv con Non è la Rai. Alla luce della professione che svolge oggi anche a a contatto con i giovani, cosa voleva dire essere giovani negli anni Novanta e cosa vuol dire esserlo oggi?
«Essere giovani negli anni Novanta aveva un sapore diverso, c’era una leggerezza che oggi forse è più difficile trovare. Eravamo meno esposti, vivevamo molto più il presente. Oggi i ragazzi hanno possibilità straordinarie, sono più informati ma allo stesso tempo sono sottoposti a una pressione maggiore: quella di essere performanti e di sentirsi all’altezza di modelli spesso irraggiungibili. Ricordo la mia giovinezza come un periodo di grandi scoperte, vissuto con un certo entusiasmo e anche con una certa incoscienza. Non avevamo bisogno di avere tutto sotto controllo. Potevamo essere semplicemente giovani».
C’era una maggiore innocenza allora rispetto a oggi? Forse una maggiore spontaneità?
«Sì, credo che ci fosse una maggiore innocenza e soprattutto una spontaneità diversa. All’epoca non avevamo la percezione di essere costantemente osservati e questo permetteva di essere più istintivi. Oggi i ragazzi crescono in un mondo dove l’immagine ha un peso enorme, ci si confronta continuamente. È una realtà che offre tante opportunità, ma può anche togliere un po’ di quella naturalezza che apparteneva alla mia generazione. Ho avuto la fortuna di vivere quegli anni con una certa inconsapevolezza, nel senso più bello del termine. C’era più spazio per sbagliare, per cambiare idea, per essere semplicemente se stessi».
Shirt dress GIANLUCA ALIBRANDO
Il ruolo dei social sull’educazione e sulla crescita dei più giovani è spesso al centro del dibattito: da psicoterapeuta, cosa pensa del loro impatto sul rapporto che le nuove generazioni hanno con la propria immagine e con il proprio corpo?
«Credo che i social abbiano cambiato profondamente il modo in cui i ragazzi costruiscono la propria immagine e, di conseguenza, il rapporto con il proprio corpo. Il problema non sono i social in sé, ma il modo in cui vengono utilizzati, soprattutto l’esposizione continua a immagini, corpi, vite e modelli apparentemente perfetti. Da psicoterapeuta esperta proprio dell’adolescenza posso dire che in questa fase di età l’immagine di noi stessi è ancora in costruzione e il confronto con gli altri può diventare molto condizionante. Oggi questo confronto è continuo: non finisce quando si torna a casa, ma entra nella quotidianità attraverso lo schermo. Il rischio è iniziare a guardarsi con gli occhi degli altri, misurando il proprio valore in base ai like, all’approvazione e all’adesione a certi canoni estetici».
I social possono anche essere degli strumenti utili.
«Penso sia importante non demonizzarli. Possono essere strumenti di relazione, creatività e scoperta. Bisogna aiutare i ragazzi a sviluppare uno sguardo critico e un rapporto con il proprio corpo che non sia fondato esclusivamente sull’apparire. Il corpo è la nostra casa, attraversa cambiamenti, emozioni, fragilità e racconta la nostra storia. Noi adulti abbiamo la responsabilità di insegnare ai nostri ragazzi che la bellezza non coincide con la perfezione. Dobbiamo aiutarli a sentirsi adeguati per ciò che sono e non per come appaiono».
Pelliccia stylist's own
Il corpo delle donne è da sempre oggetto di sguardi, aspettative e giudizi. Negli anni in cui lavorava in televisione ha mai percepito su di sé questo tipo di pressione? E, guardando alle nuove generazioni, pensa che oggi la situazione sia cambiata o che abbia semplicemente assunto forme diverse?
«Quando lavoravo in televisione ero molto giovane e, anche se allora non avevo piena consapevolezza di quanto lo sguardo degli altri potesse influenzare il rapporto con il proprio corpo, in parte quella pressione esisteva. C’erano aspettative precise su come una ragazza dovesse apparire, vestirsi e presentarsi».
E, guardando alle nuove generazioni, pensa che oggi la situazione sia cambiata o che abbia semplicemente assunto forme diverse?
«Oggi credo che la situazione sia cambiata ma non necessariamente in meglio o in peggio, ha assunto forme diverse. Se allora il giudizio arrivava soprattutto dalla televisione e dall’ambiente circostante, oggi i social hanno moltiplicato gli sguardi. Il confronto non è più soltanto con le persone reali ma con immagini costruite, filtrate e spesso ritoccate. Oggi il giudizio può diventare interiorizzato, non serve più che qualcuno ti dica che non vai bene, puoi arrivare a pensarlo da sola, guardando continuamente modelli apparentemente perfetti. Credo che la vera libertà sia sottrarsi a questa necessità di piacere a tutti i costi».
Pelliccia stylist's own, abito GIANLUCA ALIBRANDO
Arrivare da un’esperienza televisiva così popolare e riconoscibile come Non è la Rai ha mai influenzato il modo in cui è stata percepita nel suo percorso professionale?
«Aver partecipato a Non è la Rai è stato un capitolo importante e divertente della mia vita, ma per molto tempo ha rischiato di diventare l’unica cosa attraverso cui venivo definita professionalmente».
Ha sentito di dover dimostrare qualcosa in più per essere riconosciuta, prima di tutto, per le sue competenze?
«Purtroppo, ancora oggi c’è un altro pregiudizio che riguarda molte donne e sembra quasi che per essere prese sul serio professionalmente debbano rinunciare alla propria femminilità, alla cura di sé, alla moda, al desiderio di sentirsi belle. Come se una donna curata dovesse essere necessariamente meno competente o meno profonda. Io credo che le due cose possano convivere perfettamente. Posso essere una psicoterapeuta preparata e rigorosa e allo stesso tempo amare la moda, prendermi cura del mio aspetto e sentirmi femminile. Il modo in cui una donna sceglie di presentarsi non dovrebbe mai diventare la misura delle sue capacità. Nessuna donna dovrebbe trovarsi a scegliere se essere credibile o essere femminile. La credibilità si conquista con la competenza, con lo studio, con il lavoro».
« Ciò che appartiene agli anni Novanta ci appare più spontaneo in un mondo dominato dalle immagini digitali, dai filtri. »
Abito GIANLUCA ALIBRANDO, sandali talent's own
Dalla moda ai programmi e alle immagini di quell’epoca, l’operazione nostalgia nei confronti degli anni Novanta sembra non conoscere fine. Dal punto di vista psicologico, perché tendiamo a guardare indietro e a idealizzare il passato tornando anche a indossarlo?
«La nostalgia spesso non è solo il desiderio di tornare a un’epoca ma è spesso il desiderio di tornare a come ci sentivamo in quell’epoca. Dal punto di vista psicologico il passato può diventare una sorta di luogo sicuro, soprattutto quando il presente ci appare veloce e difficile da controllare. Quando ritroviamo una canzone, un abito o un’immagine di quegli anni riattiviamo emozioni, sensazioni e parti della persona che eravamo. Ciò che appartiene agli anni Novanta ci appare più spontaneo in un mondo dominato dalle immagini digitali, dai filtri. Anche la moda diventa quindi un modo per riappropriarci di un’atmosfera e non solo di uno stile. Il passato naturalmente non era perfetto, ma la nostra memoria tende a selezionare ciò che ci ha fatto stare bene. A volte guardare indietro serve a ricordarci chi siamo stati e quali parti di noi abbiamo un po' dimenticato e la cosa più bella è poterle ritrovare senza smettere di essere ciò che siamo oggi».
Credits:
Photography & Art Direction: Felice Patti
Talent: Mary Patti
Styling: Silvia Centorrino
Hair & Make-up: Manuel Zagami
Photo Assistant: Antonio Cocuzza
Video: Flavia Chiofalo
Location: Villa Paradiso Bonaccorsi, Milazzo
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