Julian Ocleppo e Costanza Pera tra tennis e moda, passato e futuro
Due ragazzi giovani con un passato che ha formato i loro valori e il loro modo di essere. Julian Ocleppo scopre la passione del tennis grazie al padre, il tennista Gianni Ocleppo, e da quel momento non lo abbandona più. Costanza Pera inizia a giocare a 3 anni, ma già da adolescente si troverà di fronte a dei bivi e delle decisioni da prendere molto difficili per la sua età.
Li abbiamo incontrati a Milano dove ora vivono assieme per un esclusivo servizio fotografico dove indossano la nuova collezione invernale di Tommy Hilfiger, un casual sportivo che trasforma i capi basici in degli 'essentials' da avere nel guardaroba.
Raccontateci la vostra storia sportiva. Quando avete iniziato a giocare a tennis? Come è entrato il tennis nella vostra vita?
COSTANZA: Il mio percorso nel tennis è iniziato molto presto, all'età di 3 anni, ispirata da mia madre, che era una grande appassionata di questo sport. Da bambina la accompagnavo a vedere le sue partite, e chiedevo sempre di provare anche io. I miei genitori si sono accorti del mio talento naturale sin da piccola e mi hanno incoraggiato a giocare di più. Da quel momento, il tennis è diventato una parte centrale della mia vita.
Conciliare allenamenti e scuola non è stato facile. A 13 anni mi sono trasferita al centro federale di Tirrenia per inseguire il sogno di diventare una giocatrice di tennis professionista.
Giocavo dalla mattina alla sera. Ero ossessionata. Questa dedizione mi ha aiutato a cominciare a salire nelle classifiche. Ho vinto diversi titoli giovanili italiani e facevo parte delle squadre nazionali giovanili.
A 15 anni ho subito un infortunio grave – una lesione alla cartilagine del polso sinistro – che ha segnato un punto di svolta nella mia vita. Dopo molte riflessioni, ho deciso di ritirarmi dalla competizione a soli 17 anni.
Nonostante questo ostacolo, il tennis mi ha insegnato tanto, formando la persona che sono oggi. Dopo il ritiro, mi sono trasferita a Milano, intraprendendo un nuovo percorso accademico, laureandomi in Marketing e Comunicazione presso l'Università IULM e completando un master in Marketing presso Mediaset.
Anche se ho trovato soddisfazione in altri ambiti della mia vita, le emozioni che ho vissuto sul campo da tennis sono uniche e insostituibili: l'adrenalina prima di una partita, la gioia di una vittoria sudata, la sensazione di essere "tre metri sopra il cielo". È qualcosa che solo lo sport può offrire.
JULIAN: Ho iniziato a giocare a tennis all'età di 4 o 5 anni al Monte Carlo Club, grazie all'influenza di mio padre. Mi ha trasmesso la sua passione per lo sport, avendo avuto una carriera professionistica negli anni '80, rappresentando l’Italia in Coppa Davis.
A 12-13 anni, il mio tennis è diventato più serio, partecipando a tornei internazionali e entrando nei circuiti under-14, under-16 e under-18. Pur essendo sempre stato riconosciuto per il mio talento, non sono mai riuscito a piazzarmi tra i migliori della mia fascia di età, soprattutto da giovane.
Ho vinto un titolo italiano di doppio under-16 a Livorno, con uno dei miei migliori amici, e ho avuto l'onore di rappresentare l’Italia due volte nella categoria under-16.
Uno degli aspetti più affascinanti del tennis professionistico è l’opportunità di viaggiare per il mondo e vivere culture diverse. Questo non solo amplia i tuoi orizzonti, ma ti consente anche di costruire relazioni significative. Con i tornei quasi ogni settimana, c’è una continua possibilità di migliorare. Tuttavia, i sacrifici richiesti, specialmente da adolescente, sono notevoli. Mantenere una routine di allenamento intensa può rendere difficile vivere una “vita normale” come i tuoi coetanei, limitando amicizie e connessioni sociali.
Cosa ti ha insegnato il tennis?
COSTANZA: La più grande sfida di questo sport sta nella sua natura individuale. Nonostante viaggiassi per il mondo con un allenatore o un preparatore fisico al mio fianco, alla fine sei sola. Anche nel mondo del tennis, dove puoi stringere vere amicizie, una volta che sei in campo ognuno diventa un avversario. Questa dinamica, pur affascinante, può essere difficile.
Un'altra difficoltà sono i sacrifici, soprattutto da giovani. Non ho mai avuto un’adolescenza “normale”: ho rinunciato a feste di compleanno, a weekend con gli amici. Il mio tempo libero era passato a fare i compiti tra allenamenti e scuola, e i tornei mi portavano spesso lontano per lunghi periodi. È stata una scelta di vita totalizzante che mi ha allontanato dalle esperienze più comuni dei miei coetanei.
Oggi sono grata alla mia famiglia per avermi dato l’opportunità di intraprendere questo percorso. Il tennis mi ha insegnato disciplina, dedizione e determinazione, valori che porto con me in ogni aspetto della mia vita.
JULIAN: Lo sport è solitario – il successo dipende completamente da sé stessi, e gestire la pressione mentale può essere difficile. È essenziale sapere come gestire la sconfitta, perché, a meno che tu non faccia parte di un'élite come Federer, Nadal, Djokovic o Sinner, perdere è inevitabile. Anche un giocatore tra i primi 20 al mondo perde quasi ogni settimana.
L'adattabilità è cruciale nel tennis. La stagione è lunga, con viaggi costanti, cambi di fuso orario, variazioni climatiche e superfici di gioco diverse. Gli atleti hanno solo pochi giorni per acclimatarsi a ogni nuova sfida, e questa rapida adattabilità è essenziale per il successo.
Raccontaci un ricordo legato al tennis.
JULIAN: Un ricordo indimenticabile risale al periodo in cui accompagnavo mio padre al torneo di Monte Carlo. Grazie alle sue conoscenze nel mondo del tennis, riusciva a farmi entrare negli spogliatoi, dove potevo vedere i giocatori prepararsi per le partite da vicino. Ero affascinato e cercavo di imitare le loro azioni, sognando di diventare un campione come loro. Quei momenti sono stati davvero i miei preferiti!
Negli ultimi anni sembra che l’Italia stia riscoprendo il tennis grazie a nuovi campioni. Hai percepito questo cambiamento dall’interno?
COSTANZA: L’Italia sta vivendo una rinascita straordinaria nel tennis, alimentata dal successo di campioni come Sinner, Berrettini e Paolini. Nel mio ruolo di istruttrice di tennis, ho notato un enorme aumento di interesse, soprattutto tra le generazioni più giovani, ispirate da questi atleti. Il tennis è più di uno sport, è una scuola di vita.
Insegna valori come il rispetto, la disciplina, il sacrificio e il controllo di sé, che sono importanti dentro e fuori dal campo. Ora i miei genitori riconoscono il tennis non solo per i benefici fisici, ma anche per le lezioni di crescita del carattere che trasmette.
JULIAN: C’è stato sicuramente un cambiamento in Italia, con una nuova ondata di talenti che sta rimettendo il paese sulla mappa internazionale del tennis. Sinner, Berrettini, Musetti e Paolini hanno rinvigorito lo sport, attirando l'attenzione dei media e stimolando l'interesse del pubblico. Il loro successo nei tornei del Grande Slam e nei circuiti ATP e WTA ha attratto l'attenzione dei media e del pubblico. La squadra maschile ha vinto la Coppa Davis per il secondo anno consecutivo, e la squadra femminile ha riportato la Billie Jean King Cup in Italia, dimostrando che l'Italia è fermamente tornata ai vertici del tennis mondiale.
Quali sono i tuoi progetti sportivi per il prossimo futuro?
COSTANZA: Dopo la laurea e il master, ho deciso di intraprendere una carriera come allenatrice di tennis, dato che questo sport è sempre stato una parte integrante della mia vita. Inizialmente, ho lavorato a Sky Sport per rimanere in contatto con il tennis, ma mi sono presto resa conto che parlare di tennis e viverlo in campo sono esperienze completamente diverse.
Questo mi ha portato a lasciare la carriera televisiva per concentrarmi su ciò che amo davvero: insegnare. Condividere le mie conoscenze con bambini e adulti è una grande fonte di soddisfazione per me.
JULIAN: La mia massima priorità è acquisire maggiore costanza nelle prestazioni, qualcosa con cui ho lottato a causa di gravi infortuni al polso e al gomito. Negli ultimi quattro anni ho subito quattro interventi chirurgici, l'ultimo a gennaio 2024. Ora sto lavorando duramente fuori dal campo con allenatori e fisioterapisti per recuperare e prepararmi per il 2025.
Parlando della vostra storia personale, come vi siete conosciuti?
COSTANZA: Io e Julian ci conosciamo da quando eravamo molto giovani, ci siamo incontrati al Centro Federale di Tirrenia. Io vivevo lì per allenarmi, mentre lui veniva solo occasionalmente per qualche allenamento. Il nostro amore condiviso per il tennis ha rapidamente dato vita a una solida amicizia. Col tempo, le nostre strade si sono divise, ma circa due anni fa ci siamo rincontrati a Milano. Io lavoravo a Sky Sport e lui era in città per una cena con amici comuni dal mondo del tennis.
Abbiamo iniziato a passare più tempo insieme, prima come amici, ma alla fine ci siamo resi conto che tra noi c’era qualcosa di più profondo. Ora viviamo insieme a Milano, e questo ci ha solo avvicinato. Condividiamo una passione per il tennis che rende tutto più facile. La nostra giornata è piena di attività semplici come correre, cucinare o godere della compagnia l’uno dell’altro. Siamo giovani, felici ed entusiasti per quello che il futuro ci riserva.
JULIAN: Lei era una delle migliori giovani promesse e si allenava regolarmente a Tirrenia, mentre io ci andavo solo per i campi di allenamento invernali. Le nostre strade hanno preso direzioni diverse, mentre io lottavo con infortuni al polso e lei proseguiva gli studi a Milano. Per anni ci siamo persi di vista, fino a quando non ci siamo ritrovati fortunatamente a Milano. Ora siamo più vicini che mai. La nostra passione condivisa per lo sport e il tennis ha rafforzato il nostro legame, e ci piace davvero stare insieme.
Cosa fate nel tempo libero?
COSTANZA: In estate insegno tennis a Forte dei Marmi, lavorando con persone di tutte le età e livelli. In inverno lavoro a Milano. Guardando al futuro, sono entusiasta di assumere un ruolo manageriale in un club di tennis a Forte dei Marmi. Con la mia esperienza in marketing e comunicazione, sono ansiosa di combinare le mie competenze organizzative e manageriali con la mia esperienza nel tennis. Questo ruolo rappresenterebbe un punto di svolta significativo per me, permettendomi di rimanere immersa nel tennis non solo come istruttrice, ma come professionista che può gestire e sviluppare un progetto. Il tennis non è solo uno sport per me; è una vera scuola di vita, e condividere i suoi valori e la sua bellezza con gli altri è un privilegio.
JULIAN: Nel nostro tempo libero, ci piace rilassarci con lunghe passeggiate e cene con gli amici. Recentemente, abbiamo anche iniziato a fare cene a casa, dato che lei ama cucinare. Ogni tanto ci concediamo delle maratone su Netflix, alternando serie e film che ci piacciono!
Oggi stiamo facendo un servizio fotografico. Ti interessa il mondo della moda? È la prima volta o è un'esperienza che hai avuto prima?
COSTANZA: Sono appassionata di moda e adoro rimanere aggiornata sulle tendenze. Ho lavorato con diversi marchi e ho particolarmente apprezzato collaborare con Tommy Hilfiger per il loro stile che fonde silhouette sportive con la moda. Sono entusiasta di lavorare con Grazia e sono grata per questa entusiasmante opportunità.
JULIAN: Questa non è la mia prima esperienza nel mondo della moda. Ho lavorato con Tommy prima, partecipando a Pitti Uomo, e ho sfilato in un evento a Milano nel 2018. Mia madre, che era una modella, mi ha sempre incoraggiato ad esplorare il mondo della moda, ma non è mai stata la mia prima passione. Preferisco rimanere dietro le quinte e apprezzo davvero gli eventi, guardandoli da spettatore.
Qual è il capo della collezione invernale di Tommy Hilfiger che non può mancare dal vostro guardaroba?
Julian: Da sportivo, adoro le rugby shirt rivisitate con le classiche righe della collezione invernale di Tommy. Uniscono comfort ed eleganza, in una nuova interpretazione di una silhouette senza tempo. Il mio guardaroba invernale è composto da capi essenziali: la versatilità dei maglioni girocollo, le camicie in denim e le classiche camicie Oxford.
Costanza: Torno sempre ai classici jeans a gamba dritta: sono così cool e sono una delle basi del mio guardaroba. Adoro anche i cardigan testurizzati per un tocco di eleganza, sono il mio go-to per l'inverno chic.
Costanza sedovessi scegliere un capo della collezione per Julian quale sarebbe?
Sceglierei il cappotto di lana Ivy. È classico e sofisticato, con un perfetto equilibrio tra eleganza e freschezza. Potrebbe indossarlo facilmente sia in una giornata casual che in occasioni più formali, ed è un capo che non passa mai di moda.
E tu Julian, se dovessi scegliere un capo della collezione per Costanza?
Direi la giacca oversize con tasche. È elegante e pratica al tempo stesso, con gli eleganti bottoni sulla tasca che aggiungono un tocco unico. È perfetta per tenersi al caldo senza rinunciare allo stile e può essere indossata in qualsiasi occasione, sia in giro che a casa.
Come descriveresti il tuo stile? Ti capita di indossare abiti ispirati al mondo del tennis nel tuo look quotidiano?
COSTANZA: Sportivo con un tocco di eleganza. Mi piace vestirmi comodamente, ma con attenzione ai dettagli, spesso prendendo ispirazione dal mondo del tennis. Mi piace abbinare capi sportivi, come una gonna con una maglietta, calze abbinate e sneakers, mantenendo sempre un look ben pensato e armonioso.
Anche per le serate, tendo a mantenere uno stile sportivo, ma con un twist più elegante e sofisticato. Per me, l'equilibrio tra comfort e eleganza è tutto. Seguendo le tendenze, mi piace reinterpretarle in modo che uniscano praticità e raffinatezza.
JULIAN: Il mio stile è piuttosto casual e sportivo. Sicuramente più sportivo di quello di Costanza, che è molto più raffinata ed elegante. Ma, passando la maggior parte del mio tempo tra palestre e club di tennis pieni di campi in terra battuta, direi che è inevitabile. Tuttavia, ci sono delle eccezioni, come quando dobbiamo partecipare a eventi speciali. Mi piace vestirmi bene e con eleganza.
C'è una persona (o un personaggio) che è il tuo icona di stile? Qual è il tennista con lo stile più iconico?
COSTANZA: Il mio idolo è sempre stata Maria Sharapova. Ammiravo il suo modo di essere in campo, determinata e impeccabile, così come la sua eleganza e sofisticatezza fuori dal campo. È stata un'icona di stile in ogni modo. Oggi apprezzo molto Irina Sabalenka. È una delle mie preferite, non solo per la sua grinta e presenza in campo, ma anche per l’attenzione ai dettagli fuori dal campo. Adoro il suo stile e la sua passione per la moda.
Per quanto riguarda gli uomini, trovo che Roger Federer abbia uno stile straordinario. Incarnando perfettamente una fusione di sportività ed eleganza, sempre con un tocco di raffinatezza che lo distingue.
JULIAN: Devo essere d’accordo: Roger Federer è l’emblema dello stile e dell’eleganza, sia dentro che fuori dal campo.
Credits:
Foto: Sara Reverberi
Video: Riccardo Rovelli
Mua: Silvia Sidoli
Hair: Alessandro Firenze
Assistant: Elisa Pietrosanti
Location: Una Cosa di Ofelé
Creative e Art Direction: Sara Moschini e Daniela Losini
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Claudia Potycki: come ho portato la storia della moda sui Social
«Io i social li odiavo, per anni non li ho avuti e poi poco prima della pandemia ho iniziato a postare su Tik Tok, ma solo perché lì ancora non c'era nessuno che mi conoscesse!»
Esordisce così durante una pausa del nostro shooting moda, Claudia Potycki, content creator veronese con un passato da modella, studiosa di moda e appassionata di cultura giapponese.
«All'inizio i video duravano massimo 15 secondi, c'era chi faceva cosplay, chi faceva i balletti, i primi parrucchieri. Poi nel 2020-21 è scoppiato tutto. Hanno aumentato la durata dei video e hanno messo il green screen che è stata una grande rivoluzione per il mezzo. Tempo dopo ho iniziato anche a postare su Instagram, un po' spinta dal mio fidanzato visto che per me quello era un momento di transizione lavorativa, e la cosa ha funzionato e sono iniziate le collaborazioni. Ma non mi sono mai posta obiettivi di crescita, è stato tutto spontaneo e organico, e non lo faccio neanche ora».
Giacca e top THE NOUR, gonna archivio Claudia Potycki
Questo atteggiamento ha permesso a Claudia di creare una community di followers appassionati come lei e di tenere alla larga haters e troll, le infauste creature che popolano i commenti dei social e che hanno un sacco (troppo) tempo libero.
«Paradossalmente i commenti più brutti mi sono arrivati proprio da professionisti della moda, gente anche importante che mi ha scritto delle vere e proprie cattiverie, tra l'altro con il loro profilo personale, nome e cognome. Io accetto tutte le critiche costruttive e le opinioni diverse, ma se arriva l'insulto del leone da tastiera senza senso non lo accetto. Per fortuna succede davvero raramente».
Tuta ART259DESIGN, stivali e accessori archivio Claudia Potycki
Questo è un momento in cui i cosiddetti "fashion commentators" stanno crescendo sempre di più, in cui non è più importante solo l'immagine ma anche avere delle opinioni, saper raccontare la moda e quello che si vede con un punto di vista diverso e possibilmente più approfondito.
«Siamo ancora in pochi in Italia, ma sono molto contenta che ci siano diverse persone che iniziano a parlare di moda sui social perché così tutti si stanno accorgendo di noi e questo sta diventando un vero e proprio lavoro!», ci dice Claudia.
Giacca ART259DESIGN, bermuda, scarpe mary-jane e accessori archivio Claudia Potycki
Creare un video social che riesca a raccontare una collezione, un trend o un fenomeno della moda non è un lavoro semplice e immediato. La ricerca e le fonti sono fondamentali, così come la velocità di esposizione e il saper catturare l'attenzione di chi ascolta in fretta, senza mai farla calare.
«I video più impegnativi sono quelli che riguardano la storia della moda. Cerco sempre di andare alle fonti originali quindi all'intervista del designer, meglio ancora se è in video, perché in questo modo riesco ad avere una sua testimonianza diretta. Cerco di non leggere articoli scritti da altri, ma di elaborare la mia storia in base a quello che ha detto la persona interessata. A volte non è possibile e allora mi affido ai libri, alle biblioteche. La parte più faticosa è cercare un aneddoto particolare con cui iniziare il video per catturare l'attenzione di chi guarda. I video di "opinione" sono più veloci da creare perché so esattamente cosa dire. Prima scrivo tutto e poi registro e aggiungo le immagini. Nel caso delle sfilate aspetto che escano tutte le foto e più informazioni possibile per potermi fare un'idea più precisa e completa».
Maglione THE NOUR, gonna ART259DESIGN, scarpe e accessori archivio Claudia Potycki
«Uno dei momenti più belli per me è quando un brand di nicchia scopre i miei video e mi chiedono di condividere i contenuti. Ad esempio ho parlato di Kids Love Gaite un brand giapponese che fa scarpe, e Shintaro Yamamoto, il fondatore, mi ha scritto, ha ripubblicato il video, mi ha lasciato un commento, ha iniziato a seguirmi, è stato carinissimo! Io di solito non taggo nessuno perché non faccio i video per essere "trovata" dai brand ma quando capita in modo spontaneo è bellissimo».
Camicia ART259DESIGN, gonna, stivali e accessori archivio Claudia Potycki
Se i brand non lasciano tanti commenti sui video, gli user che capitano sul profilo di Claudia e i suoi followers si scatenano in due momenti particolari: la sfilata di Prada e quella di Rick Owens.
«Ormai lo so, sono i miei appuntamenti fissi. Non so cosa sia nello specifico che provochi tutte queste reazioni forti quando si parla di questi due brand. Forse nel caso di Prada il fatto che sia un brand molto conosciuto del lusso e il fatto che le persone che non sono abituate a vedere le sfilate rimangono ancora sorprese nel veder sfilare abiti decostruiti, o qualche tipo di stampa, per non parlare di quando ci sono capi che sembrano rovinati o sporchi, ovviamente di proposito perché c'è una riflessione filosofica dietro che non è immediatamente chiara. Per Rick Owens il casting, il make-up e poi tutto lo styling lascia sempre le persone a bocca aperta.
Personalmente sono due brand che amo e mi sembra stranissimo che ancora oggi degli abiti o degli accostamenti possano scandalizzare qualcuno. Ma effettivamente è così. E mi rendo conto da questi commenti che ancora per molti è difficile distinguere tra un capo singolo e lo styling che ne viene fatto. Io cerco di spiegare anche le scelte che un designer o un brand può fare in una determinata situazione, ma a volte la conversazione si blocca su giudizi sterili e in quel caso c'è poco da fare».
Cappotto ZONA20, scarpe e accessori archivio Claudia Potycki
Secondo Claudia molti creator si stanno spostando dalle piattaforme di social tradizionali al format della newsletter proprio per evitare di ricevere commenti sterili o di finire in flussi lontani dal proprio mondo e dei propri followers che conoscono il tone of voice del creator e i temi trattati.
«La newsletter richiede uno sforzo in chi scrive ma anche in chi legge per cui elimina automaticamente il commento becero tipo "che schifo", che non porta da nessuna parte e non apre alcuna conversazione. Ho anche notato che prima, parlo di quando ho iniziato io a fare video, le persone non si permettevano di commentare in questo modo, c'era una specie di rispetto verso una collezione e verso chi parlava. Ora non importa più e questo credo porterà i creator a spostarsi in nuovi luoghi».
Total look THE NOUR, guanti in pelle e stivali archivio Claudia Potycki
E quali sono i video che Claudia preferisce creare?
«Quelli che produco totalmente io come i video di viaggio con i consigli sui luoghi e negozi da visitare ad esempio sul Giappone. Sono video che in un certo senso non possono essere copiati, è una selezione mia, per cui unica e mi stimola tantissimo oppure anche quando parlo degli abiti che cucio io. Il fatto che siano mie creazioni in tutto e per tutto mi fa sentire più motivata ad andare avanti. Magari non sono necessariamente i video che vanno meglio, perché non seguono il trend del momento (che copro anch'io a volte ovvio!) ma mi danno la spinta per raccontare cose sempre nuove e credo che sul lungo termine ripaghino la fatica nel produrli senza avere un successo immediato».
Ci lasciamo parlando di un progetto futuro che però purtroppo, come direbbero le influencer brave, non possiamo rivelare. Possiamo solo assicurarvi che sarà qualcosa che farà molto felici sia gli amanti della moda che chi segue Claudia da tempo.
Credits:
Foto: Claudia Ferri
Video: Daria Krasnova
Styling: Silvia Fanella
Mua/Hair: Silvia Sidoli
Social Media: Giulia Biava
Assistant: Emma Modolo
Creative Director: Sara Moschini
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Cuir Saddle: nella Collection Privée nasce un nuovo mondo olfattivo creato da Francis Kurkdijan

Parigi ha una luce speciale che rende la scoperta della nuova creazione del profumo Dior Cuir Saddle ancora più suggestiva. In questa conversazione, Francis Kurkdjian racconta il suo approccio creativo all’interno della Maison Dior, spiegando come ogni fragranza nasca da un dialogo costante.
Le sue risposte rivelano un metodo che unisce rigore tecnico e sensibilità artistica: un processo che parte sempre dalla materia, dalla memoria e da una domanda fondamentale che guida ogni progetto. Attraverso il racconto delle sue ispirazioni, del ruolo della pelle come tema olfattivo e della tradizione artigianale europea, emerge una visione chiara e autentica del suo modo di creare: una profumeria che si fonde con il corpo, con la cultura e con l’identità Dior.
Che cos’è La Collection Privée e cosa significa allargare la famiglia di fragranze per te?
La Collection Privée è una linea di fragranze che rappresenta un vero parco giochi creativo. Permette all'artista profumiere di instaurare un dialogo con la Maison, con la sua storia, i suoi valori e il suo heritage. È uno spazio libero, non vincolato da logiche commerciali, dove si lavora sulla vera arte della profumeria, sul know‑how e sulla narrazione della famiglia Dior.
Come inizi un nuovo progetto creativo?
Ogni volta che inizio un nuovo progetto, chiedo al dipartimento archivi di mostrarmi la documentazione disponibile: cosa esiste, quali storie possiamo raccontare, quali elementi del patrimonio Dior possono ispirare una nuova fragranza. La domanda di partenza è sempre: “Cosa abbiamo da dire su questo tema?” Per la Cuir Saddle mi sono chiesto: “Cosa abbiamo da dire di nuovo sul cuoio, sulla pelle?” Per un nuovo progetto sulle candele, mi sto ponendo le stesse domande.
Quali elementi della storia Dior ti hanno ispirato per Cuir Saddle?
Abbiamo iniziato studiando quando Christian Dior introdusse la prima borsa in pelle e come la Maison usò questo materiale nel tempo. La mia attenzione è stata catturata dalla Saddle Bag, soprattutto dopo che Kim Jones ne ha creato una versione maschile, rendendola un oggetto desiderabile da tutti. Mi affascina perché è ergonomica, organica, come se facesse quasi parte del corpo. Questa idea della pelle che “si fonde” con chi la indossa è diventata la base della mia ispirazione.
Come hai tradotto questa ispirazione nella fragranza?
Volevo creare un profumo cuoiato che fosse vicino all'odore della pelle stessa, quasi come un’estensione naturale. Non un classico “profumo di cuoio”, ma qualcosa di liscio, pulito, fluido. Ho cercato la sensazione tattile della pelle lavorata: quando la tocchi, diventa morbida come un tessuto materico, quasi come se fosse seta spessa. La conoscenza delle tecniche di lavorazione della pelle italiana e dei suoi procedimenti di trasformazione mi ha in qualche modo guidato.
Come descriveresti la costruzione olfattiva?
È una costruzione astratta. Uso un fiore bianco come base, come se fosse una “vernice bianca” da cui partire. Poi aggiungo una goccia di cuoio, che si scioglie nella composizione e diventa un semplice suggerimento, non una nota dominante. Non volevo la classica nota di cuoio “antiquata”, quella che ricorda i guanti, le selle o le giacche pesanti. Volevo qualcosa di più moderno, morbido e sfumato.
Hai citato la tradizione italiana nella lavorazione della pelle. Che ruolo ha avuto in questo progetto?
La tecnica della lavorazione della pelle è arrivata in Francia dall’Italia, soprattutto attraverso l’arte dei guanti. È un sapere antico, molto radicato nella cultura europea. Oggi, per esempio, nei giardini di Versailles lavorano diversi giardinieri italiani, e stiamo collaborando con loro per un progetto Dior. Questo dialogo culturale continuo mi ispira molto.
Qual è la fase del processo creativo che ti entusiasma di più quando crei un profumo?
La ricerca, forse. Anche se è una fase stressante, perché finché non trovo una storia so che non avrò un buon profumo. Una bella storia può portare a qualcosa di buono; non è garantito, ma senza una storia non c’è nulla da dire, almeno per me. Quando senti di avere una storia forte, tutto diventa più semplice.
Per questo profumo, la storia era molto chiara ed è stato facile definirla, ma creare la fragranza ha richiesto molto tempo. La pelle è un tema complicato: può risultare antiquato, molto vecchia scuola, oppure può diventare troppo creativo, troppo selvaggio, troppo dirompente. Trovare l’equilibrio giusto — un odore di pelle contemporaneo e che si diffonda bene — è stato davvero complesso.
All’inizio avevamo due possibilità di racconto: uno prevedeva un nome legato al colore, qualcosa come “Cuir + colore”, ma non mi sembrava abbastanza distintivo o solido. Siamo tornati a scavare nella storia e da lì è nato il nome Cuir Saddle proprio quando ho visto la borsa e l’idea che mi evocava ovvero la sensazione di una sorta di bozzolo. A quel punto è arrivata l’emozione: e si inizia a creare il profumo, cercando quali ingredienti mescolare per raggiungere ciò che hai in mente.
La seconda fase emozionante è quando senti di avere un buon profumo. Sai che c’è ancora molto lavoro da fare, ma quando lo metti sulla pelle e ti “dice” qualcosa, capisci che sei sulla strada giusta. È una sensazione profonda, simile a quando si scrive: sai che con il tempo e la dedizione potrai arrivare al risultato.
Ph. Dior Press Office / Daniela Losini
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Colori da indossare, profumi da assaporare: Dior Addict Glow si rinnova e ci regala delizia

Dior Addict inaugura una nuova era dove make‑up e fragranze si fondono in un’unica esperienza sensoriale. La collezione Glow è spontanea e gourmand, trasforma i frutti e i fiori più iconici della Maison nei bouquet olfattivi di Rosy Glow, Peachy Glow e Purple Glow.
Ogni profumo dialoga con le tonalità zuccherate dei Lip Glow Oil, creando un universo coordinato in cui il colore delle labbra rispecchia la scia olfattiva. È un invito a giocare con la propria aura, a scegliere un mood, a indossare la bellezza come un gesto di piacere immediato. Un mondo pop, brillante e couture, dove il glow diventa uno stile di vita.
Rosy Glow
Rosy Glow interpreta la rosa damascena in una versione sorprendentemente gourmand. Sotto i suoi petali vellutati si rivela un cuore fruttato e scintillante di litchi, fresco e irresistibile come labbra rosa glassate di zucchero a velo.
La fragranza evoca la dolcezza di una torta alla rosa, arricchita da un accordo cremoso di dulce de leche profumato al litchi. Un profumo da assaporare con i sensi, luminoso e vellutato, che unisce l’eleganza floreale Dior a una golosità giocosa.
Peachy Glow
Peachy Glow nasce dall’incontro tra il gelsomino grandiflorum e la succosità della pesca. Il fiore bianco rivela una sfaccettatura fruttata dalla finitura vellutata, come la buccia di una pesca matura che sprigiona dolcezza al tatto.
La fragranza è un’infusione cremosa di fiori e panna montata alla vaniglia, avvolgente come un tessuto morbido sulla pelle. Il risultato è uno sciroppo fruttato e luminoso, che lascia una scia morbida, dolce ed estiva.
Purple Glow
Purple Glow reinterpreta l’iris toscano in una veste inedita e irriverente. Dietro la sua eleganza cipriata si nasconde un’anima di lampone: una polpa tenera, acidula e succosa che illumina la fragranza con un tocco viola vibrante.
L’iris, solitamente austero e sofisticato, si lascia sorprendere da una dolcezza quasi candita, trasformandosi in un profumo cremoso e seducente. Un equilibrio perfetto tra nobiltà floreale e gusto contemporaneo.
Nel mondo Dior Addict, make‑up e profumo parlano la stessa lingua
I Lip Glow Oil riprendono i colori, le sfumature e l’immaginario delle tre fragranze Rosy Glow, Peachy Glow e Purple Glow, creando un dialogo immediato tra labbra e sillage. Le tonalità brillanti e zuccherine dei gloss – dal rosa glassato al pesca succoso fino al viola lampone – rispecchiano fedelmente le note olfattive, trasformando ogni look in un’esperienza multisensoriale. È un gioco di rimandi, un codice cromatico condiviso che permette di scegliere la propria “aura” e indossarla sulle labbra e sulla pelle. Make‑up e fragranza diventano così un unico gesto di stile, coordinato e pop.
I Flaconi Bonbon
Le tre fragranze sono racchiuse in flaconi traslucidi, ispirati ai colori fruttati: rosa tenue, malva acceso e pesca gustosa. Sembrano veri e propri bonbon da collezionare, con il tappo trasparente e il logo Dior Oblique argentato che aggiunge un tocco couture. Ogni flacone è pensato come un accessorio da portare sempre con sé, da estrarre dalla borsa con la stessa naturalezza di un lipstick.
Credits Ph.: Jeanne Lucas per Dior / Losini Daniela
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Un excursus sul fare musica (e viverci) con Adele Altro aka Any Other
A poche settimane dall'uscita di Trovarsi Soli All'Improvviso, il nuovo album di Marco Giudici che ha coprodotto e nel quale suona e canta, Adele Altro si confessa in una lunga intervista nella quale cerca di tracciare un percorso dall'inizio della sua carriera da musicista autodidatta passando per i mesi difficili della pandemia fino all'uscita di stillness, stop: you have a right to remember con il suo progetto più noto, Any Other.
Davanti all'accogliente e scenografico caminetto del Grace La Magna di St. Moritz, Adele ha esplorato la pressione di essere sempre presente e visibile data dai social media, ma anche le differenze di genere nella musica, la sua passione per il momento dei live e il suo impegno come producer, mentre scattando le foto del nostro servizio moda abbiamo scoperto come fosse cambiato il rapporto con la sua immagine e il suo corpo.
Lasciamo spazio alle parole di Adele e alle foto di Sara Reverberi con una notizia esclusiva sul futuro dell'artista veronese alla fine dell'intervista.
Adele indossa cappello e sciarpa in lana AVANT TOI
Raccontaci tutto dall'inizio. Quando hai capito che volevi fare questo di lavoro e che la musica era importante per te?
L’ho capito abbastanza tardi, o comunque più tardi rispetto alla media dei miei amici e colleghi che fanno questo lavoro. Ho iniziato a suonare intorno ai 18 anni. Da che ero adolescente sono stata sempre appassionata di musica, però in qualche modo, forse anche per un problema di rappresentazione, non avevo mai considerato che potessi essere io la persona che creasse la musica. Mi ero sempre vista come una fruitrice, ma mai come una potenziale... soundmaker.
Al liceo ho conosciuto la mia migliore amica Cecilia e lei aveva una chitarra. La prima volta che ci siamo viste ci siamo messe in camera sua, lei suonava, io cantavo. Facevamo le cover dei Cure, di Bob Dylan, cose così. E ci siamo dette che bella questa cosa. Non c'è mai stato un vero momento in cui ho detto: «La musica è il mio sogno, voglio fare questo». È semplicemente successo. A un certo punto mi sono ritrovata questa cosa tra le mani e funzionava come mezzo per comunicare con gli altri. Ovviamente ero un'adolescente disagiata (ride - ndr).
Da lì non l'ho più mollata, finché non è diventata il mio lavoro.
E quindi cos'è successo poi? Finisci il liceo e?
Io e Cecilia eravamo diventate un duo, che si chiamava LoveCats e nel 2013 ci siamo trasferite a Milano.
Dopo un mese che vivevamo a Milano, abbiamo fatto una data un lunedì sera e così ho iniziato a conoscere altri musicisti e a scrivere canzoni per fare un disco e ho imparato a suonare la chitarra proprio perché volevo scrivere i miei pezzi.
Da autoridatta, quindi?
Sì, proprio andando su Google!
A questo punto avevamo tanta carne al fuoco, stavamo registrando, imbastendo le registrazioni per un disco e Cecilia ha scelto di fare un altro percorso, e il duo si è sciolto. Era il 2014, e io mi sono ritrovata con questa manciata di canzoni che avevo scritto. E lì è nato Any Other.
Il primo disco è uscito nel 2015 e ho fatto tantissime date live. All’inizio eravamo un trio, io, Erika Lonardi e Marco Giudici, il mio migliore amico con il quale collaboro ancora. Flash forward al 2016, mi scrive Niccolò Contessa de I Cani e mi chiede di aprire il loro concerto a Roma e qui conosciamo i ragazzi dell’etichetta 42 Records e qualche tempo dopo abbiamo iniziato a lavorare assieme.
Adele indossa bustier, jeans e giacca con collo in pelliccia GAS, stivali SANTONI
E qui parti in tour con Colapesce che faceva parte di 42 Records.
Sì ero nella sua band come chitarrista.
Ti piaceva questa cosa? Nel senso, non essere tu a cantare.
Il lavoro di turnista mi ha sempre permesso di vedere come gli altri fanno le cose e quindi anche poi di portarmi a casa un pezzo del loro modo di lavorare. Suonare pezzi di altre persone ti obbliga a sbloccare delle zone di te stesso che magari non considereresti come musicista.
Il primo disco che ho fatto con 42 Records si chiamava Two Geography, tecnicamente il mio secondo disco. Da lì è partito un tour in Italia, in Europa e siamo perfino arrivati in Asia orientale, appena prima del Covid. Siamo andati in Cina a novembre 2019, tra l'altro la prima data doveva essere a Wuhan e ce l'hanno cancellata guarda caso.
E durante il covid cosa hai fatto?
Ero disperata perché a inizio 2020 doveva esserci il primo tour di Colapesce Dimartino e avevo anche scritto un concerto per sestetto, io chitarra e voce, Marco Giudici al pianoforte elettrico, e avremmo avuto anche flicorno soprano, sassofono tenore, viola e violoncello. Avevo il tour fissato nei teatri ed è saltato tutto. Era un momento del mio percorso lavorativo super importante. Alla fine tra aiuti statali e le due o tre cose che si sono riuscite a fare a distanza, non so come, ce l'ho fatta.
L’anno dopo c'è stato il primo Sanremo di Colapesce Dimartino, poi è partito il tour e da lì è stato tutto più in discesa.
Maglione e gonna in lana ZONA20, boots UGG, anello e bracciali ELOISE, calze GOLDEN POINT
Durante tutto questo tempo avevi meno tempo di scrivere per te?
In realtà alcuni pezzi di quello che sarebbe diventato stillness stop: you have a right to remember avevo iniziato addirittura a imbastirli prima dell'uscita del primo disco. Ma il mio percorso d'artista come Any Other è molto legato al live, quindi mettermi fretta in un momento di incertezza sul tour per la pandemia non aveva senso. E poi durante il Covid mi sono messa molto in discussione come musicista e come artista, perché venivo da anni in cui mi era successo solo due volte di stare a casa per più di due settimane. Ero sempre in tour. Sempre.
E ti faceva anche piacere restare un po' a casa? O l'hai sofferta, cioè, a parte la paura economica ovviamente?
All'inizio ho fatto molta fatica perché mi sono accorta che stavo sovrapponendo il mio valore come persona, al mio valore come artista. Non capivo più dove finivo io e dove cominciava la performance. Ho iniziato a chiedermi: se non suono chi sono? Che cosa ho da offrire agli altri se non suono? A posteriori sono contenta di questa crisi perché mi ha aiutato anche a ridimensionare il mio ruolo. Un grande aiuto in questo momento è stato iniziare a lavorare come produttrice in studio. Ho seguito dei progetti, personalizzazioni di film muti dal vivo, creato musica per podcast, ho iniziato a lavorare tanto anche sullo strumentale, quindi sulla composizione non per canzoni, che è una cosa che mi piace tantissimo.
Top e gonna con frange e stivali over-the-knee FABIANA FILIPPI, headpiece ROSANTICA, calze GOLDEN POINT
Poco dopo l’uscita di stillness stop: you have a right to remember e il tour che ne è seguito hai pubblicato il primo EP con pezzi anche in italiano.
Si chiama Per Te Che Non Ci Sarai Più, e sono quattro pezzi, due in italiano, uno in giapponese e uno in inglese. E l'abbiamo registrato in due giorni. È stato un po' come tornare al primo disco in qualche modo, cioè cercare di riappropriarsi di una dimensione più animalesca nell'approccio alla musica. Con stillness ero a quel livello in cui sei consapevole delle tue capacità ma anche dei tuoi limiti, sai tanto ma non abbastanza per liberarti delle tue conoscenze e consapevolezze, quindi ho fatto molta fatica a produrlo. Invece adesso mi sento in una zona in cui sono un po' più agile.
Ti sei sentita più libera a scrivere in italiano? Tu che sei abituata a cantare in inglese comunque.
Non so se più libera, però mi sono resa conto che la lingua è come se fosse una sorta di strumento. È un modo per dare una forma ad una materia informe. Questo per me è stato super interessante, perché mi ha messo nella condizione di rendermi conto anche che il registro che uso influenza il modo in cui io leggo la realtà.
Adele indossa uno slip dress di CALVIN KLEIN, cardigan in lana FABIANA FILIPPI, sandali SANTONI, calzini UNIQLO
E il pezzo in giapponese? Tu parli giapponese?
Quando ero piccola mio padre era in fissa con alcuni autori, molto classici, sia di letteratura che del cinema asiatico. Quindi mi aveva introdotto a un po' di cose di cultura giapponese. Crescendo mi sono fissata con i videogiochi e poi sono andata a suonare in Giappone e ne sono rimasta affascinata. Così l'anno successivo mi sono iscritta a un corso del Comune di Milano di cui adesso sto frequentando il quinto anno. È stato super divertente. Da una parte è molto simile all'italiano perché ha una cadenza sillabica, ma a sua volta la divisione sillabica non è legata all'accento come nella nostra lingua. C’è un modo di sfruttare la metrica che è molto stimolante.
Come ha reagito il tuo pubblico alle canzoni in italiano?
Nei miei dieci anni da musicista, mi hanno sempre fatto la domanda «perché non scrivi in italiano?», ma in questo caso ho notato che è stata accolta semplicemente come una delle sfide che mi piace darmi quando faccio dei lavori nuovi. Che non vuol dire che da adesso in poi scriverò in italiano, però se ho voglia magari sì.
Trench coated MARBELL, stivali in gomma DR.MARTENS, borsa gioiello ROSANTICA
Secondo te effettivamente in Italia si può avere successo cantando in inglese o è impossibile, come tutti dicono?
C’è proprio un limite. Mi rendo conto che la mia musica, come quella di altre colleghe - e uso il femminile apposta perché mi sembra che le cose più fighe le stiano facendo le ragazze in questo momento - probabilmente ponga un doppio limite al successo popolare. Il primo limite sono gli elementi inusuali da cui è composta. Non voglio dire che sia musica complessa perché alla fine è sempre pop (io la chiamo art pop), ma allo stesso tempo mi piace scrivere sfidando la forma canzone, mi piace arrangiare i pezzi in un certo modo, quindi so che magari non sono ecco, del tutto accessibili o comunque non necessariamente orecchiabili. Il secondo limite è la lingua. E negli ultimi anni abbiamo visto tanti artisti anche indipendenti avere un grande successo di pubblico passando da Sanremo, che è il Festival della Canzone Italiana.
E secondo te è necessario passare da Sanremo per ‘esplodere’ in Italia?
Bè dipende da dove si vuole esplodere. Ci ho pensato tanto nell'ultimo paio d'anni, perché ho visto il percorso che hanno fatto invece artisti come ad esempio Daniela Pes, che adoro, o Io Sono Un Cane. Quindi forse un’alternativa c’è.
Adele indossa pile e pantaloni NAPAPIJRI, occhiali da sole MOSCOT, stivali UGG
Vorrei tornare a quello che mi raccontavi del tuo lavoro. Quando pensiamo a un'artista (soprattutto se donna) è automatico pensare che sia una cantante, una frontwoman. Ma tu sei anche una chitarrista, un’autrice, una produttrice. Scrivi e conosci la musica. La rappresentazione femminile in queste professioni è minima e i nomi che mi vengono in mente lavorano quasi tutti all’estero.
Sì, sicuramente a 15 anni non avrei mai pensato di poter essere io una di quelle figure più “tecniche” che lavoravano dietro la produzione musicale. Con Marco Giudici gestiamo lo studio Cabin Essence e da circa un anno lavoro anche come fonica e assistente di Marco per la produzione di dischi. Mi sono impegnata molto per avere collaboratori, clienti e persone intorno a me che non mettessero un filtro di genere sulle cose. Quindi chi arriva a lavorare con noi sa cosa può aspettarsi.
Quando produci per altri a cosa stai attenta?
Non avendo tutto l'investimento emotivo, il bagaglio, che provo quando lavoro sui miei pezzi, sono io la persona che guida l'artista e gli crea uno spazio dove può cadere sul morbido. Ho riflettuto tanto su che tipo di produttrice voglio essere, perché mi rendo conto che la mia cifra stilistica forte è negli arrangiamenti, nella scelta degli strumenti che devono stare assieme, il modo in cui scrivo le varie parti. Nei miei dischi tutto questo viene fuori all'ennesima potenza, mentre sui lavori per gli altri vorrei sviluppare di più un discorso sul suono e non soltanto sulla scrittura della musica.
Forse ho una visione un po’ - passami il termine - 'fricchettona', ma credo che la musica in sé arrivi molto prima del pensiero sulla musica. Cerco di immaginare la canzone prima ancora che sia finita e capire se gli arrangiamenti che vorrei inserire sono frutto di un mio desiderio personale o se è la canzone a richiedermeli. Questo può portare anche a dover scartare degli elementi ai quali magari sei affezionato o che sono dei comfort però non è quello che la musica ti sta chiedendo in quel momento. È anche un discorso centrato sulla comunicazione e sull'ascolto e sull’accogliere quello che ti arriva.
Questa è una cosa che dice anche Nick Cave. Che la musica è un lavoro certosino quasi di ufficio ma poi le canzoni a loro volta “arrivano”.
Sì una volta che ti lasci prendere è davvero bello.
Adesso stai lavorando tanto in studio e però sei sempre un’artista da live. Qual è la cosa che ti piace di più del contatto con il pubblico?
Quando le persone alla fine dei concerti mi ringraziano e mi dicono che il concerto, o una canzone nelle specifico, le ha aiutate a sbloccare una cosa che avevano dentro e non sapevano neanche di dover tirare fuori. È quello che succede anche a me quando vado a sentire ad esempio i Big Thief e piango per un’ora e sono felice perché avevo bisogno di sfogarmi e loro hanno parlato al posto mio con le loro canzoni.
« Ti faccio un esempio: io e Marta Del Grandi facciamo musica molto diversa, ma magari perché cantiamo entrambe in inglese e facciamo canzoni particolari non ci mettono nella stessa line-up. A un artista maschio questa cosa non succede. »
Cardigan, gonna e top stretch MARCO RAMBALDI. calze FALKE, collane e anello ELOISE (foto scattate al ristorante STUVETTA del GRACE LA MAGNA)
A te piace un sacco suonare con gli altri artisti. Quanto è importante la collaborazione nella musica e quanto può aiutare per sopravvivere in un mondo così competitivo?
Questo è un mondo in cui quasi si suggerisce di rimanere isolati e di stare da soli. Perché sai, ci sono pochi soldi, quindi è meglio se li prendi tutti tu. È triste ma alla fine spesso si riduce a questo.
E questo tipo di ragionamento “esclusivo” funziona anche il discorso che facevamo sul genere, no?
Ne ho parlato anche tanto conte mie colleghe e per molte di noi è stranissimo non aver mai suonato agli stessi festival, e abbiamo capito che questo succede perché ci mettono tutte nella stessa categoria e automaticamente una viene esclusa. Ti faccio un esempio: io e Marta Del Grandi facciamo musica molto diversa, ma magari perché cantiamo entrambe in inglese e facciamo canzoni particolari non ci mettono nella stessa line-up. A un artista maschio questa cosa non succede.
Perché due artisti uomini con le chitarre e che fanno indie rock possono stare insieme nello stesso festival e noi semplicemente perché amiamo il jazz e cantiamo bene e conosciamo la teoria musicale non possiamo stare nella stessa line-up?
Tutto questo sistema genera molta ansia e porta le artiste anche a legare poco con le colleghe a livello amicale perché costituiscono una potenziale minaccia. Però io non ci voglio giocare a questo gioco. A costo di perdere delle possibilità. Ci sono cose che dovrò accettare perché comunque è lavoro e devo pagare l'affitto e mangiare, ma c'è qualcosa dentro di me e dentro anche tante persone come me, a cui non possiamo rinunciare e questa per me è una di quelle. Mi rifiuto di escludere la possibilità che pure noi artiste possiamo essere una palette di sfumature diverse. E non è accettabile che spesso i promoter o chi gestisce la musica ci metta costantemente in competizione, una contro l’altra. Perché io devo essere insicura per il successo di un'altra ragazza? Più siamo meglio è.
Adele indossa un abito in pizzo ANIYE RECORDS
Assolutamente. E i social immagino non aiutino la situazione ansia. Come gestisci la FOMO da Instagram dove sembra sempre che tutti facciano cose e nel caso dei musicisti escano sempre pezzi nuovi, singoli, album e così via?
Penso che ci sia un problema di fondo a livello collettivo. Questa costante necessità di dover sempre apparire come vincenti in questa società non ci porta a confrontarci e a confidarci l'uno con l'altro. Tutte noi persone della musica viviamo la stessa identica esperienza: facciamo il nostro e siamo contenti mentre lo facciamo, la curva poi decresce e ci dobbiamo fermare perché è necessario anche per vivere la vita vera e fare esperienze e avere materiale sul quale poi creare nuovamente. Ma ammettere la necessità di fermarsi è un gesto da sfigati. E se non ci sei la domanda è subito: ma dove eri finita? Ma non sta lavorando lei?
C’è questa corsa costante al successo e all'essere visti. Per fortuna all’inizio della mia carriera, me lo ricordo ancora, ho incontrato Enrico Gabrielli e gli ho detto : «Enrico io mi sento sempre nel momento sbagliato rispetto a tutto quello che succede intorno a me, mi sembra sempre di essere fuori tempo rispetto alle cose». E lui mi ha detto: «Ti devi vedere come una formichina che piano piano un chicco alla volta mette da parte per l'inverno, senza l'ansia di dover raccattare tutto subito. Fai anche tu un pezzo alla volta e vedrai che questa cosa ti porterà piano piano avanti. Ci saranno un sacco di momenti in cui ti sentirai scoraggiata e penserai di essere un fallimento come artista, ma segui le tue regole interiori e le tue necessità». E davvero, sembrerà banale, ma da quel momento so che mi devo fidare del mio istinto e di quello che mi dice il mio corpo senza farmi troppo condizionare dal resto.
Per combattere la FOMO poi è utilissimo confrontarsi e parlare con gli amici e i colleghi, avere uno specchio che ti fa rendere conto di quello che hai fatto nel momento in cui sei ferma e vedi gli altri che suonano e fanno cose. Quindi il mio consiglio è andare nella vita reale, parlare e vivere ti aiuta a staccarti dai pensieri intrusivi e dalla performance online.
Adele indossa maglia con colletto AUTRY, gonna MARCO RAMBALDI, calzini GOLDEN POINT, anello ELOISE e occhiali da vista MOSCOT
Parliamo d'immagine. Oggi abbiamo scattato un servizio moda vero e proprio e prima ci hai detto che adori posare! Non me l’aspettavo.
Il rapporto con la mia immagine sta cambiando tanto, forse anche perché ho superato i 30 anni e mi sento più in pace con il mio corpo, più sicura e in armonia, come se non ci fosse più qualcosa contro cui lottare, ma qualcosa insieme al quale lottare. Come persona non binaria per anni ho collaborato con questo collettivo di Brescia di Drag Queen e ho sempre frequentato ambienti queer. Per cui per me la performance, che passa attraverso anche il truccarsi e il vestirsi, aiuta a esprimere delle parti di te che non riesci a tirare fuori nel quotidiano.
Solitamente mi vesto da 'ragazzino', però allo stesso tempo mi piace anche giocare con il fatto di poter essere femme. Non ho un corpo androgino e so che questa parte di me non posso celarla allo sguardo altrui, ma ho capito come farla diventare mia.
Prendi tu il potere.
Esatto. E mi concentro su quello che mi interessa e ci gioco. Diventa una scelta attiva e proattiva. Anche sul palco è così: non perché devo, ma perché voglio.
Adele indossa giacca e gonna a frange PORTS 1961, sandali a listelli GIUSEPPE ZANOTTI, calze GOLDEN POINT.
Ti volevo chiedere se hai delle icone di stile a cui ti ispiri o magari anche solo degli artisti a cui magari pensi quando sei sul palco, anche involontariamente.
C’era questo gruppo che si chiamava Yellow Magic Orchestra, la band di Sakamoto negli anni 80, e giocavano tanto con l'androginia, tanto colore rosso nelle loro copertine, un colore che a me fa impazzire. La loro iconografia mi ispira molto. E poi Saint Vincent che interpreta sempre un personaggio o anche Björk, tutte autrici, produttrici, tecniche della musica, che non hanno paura di confrontarsi con la loro immagine o di essere prese per superficiali perché curano i loro look.
Gilé in pelliccia e guanti MACKAGE, coperta ALONPI
Lasciamoci con una breaking news per il futuro.
Sto mixando un disco perché ho una nuova band, si chiama A Nice Noise e io suono il basso e canto.
Proprio una band, come i Måneskin (ride).
Tu scherzi ma una volta mi hanno chiesto se fossi la bassista dei Måneskin. E io ho risposto: «Sì, mi avete scoperta».
Credits:
Talent: Adele Altro, Any Other
Foto e Art Direction: Sara Reverberi
Creative Direction e styling: Sara Moschini
Location: Grace La Magna St. Moritz
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