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Abbiamo sempre lo stesso problema: l’odio online e la soluzione è ancora lontana

Abbiamo sempre lo stesso problema: l’odio online e la soluzione è ancora lontana

foto di Daniela Losini Daniela Losini — 12 Marzo 2026
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Una riflessione sullo stato attuale dell'hate speech. Proviamo a ragionare insieme. Con il contributo di Muriel De Gennaro

I commenti che vedete incastonati come tristi trofei nella foto di apertura sono quelli ricevuti solo nell’ultima settimana sotto ad alcuni post che abbiamo pubblicato su Instagram.

Statisticamente a livello globale il fenomeno dell’hate speech è in crescita. Lo scudo della distanza fisica e la facilità con cui non si viene perseguiti, rendono questa particolare forma di aggressione popolare e accessibile.

Non basta selezionare parole da bannare, cancellare o moderare i commenti. Per una shitstorm che si argina, mille altre ne nascono e sono impossibili da gestire tutte contemporaneamente.

Con l’avvento delle AI le iniezioni di commenti di odio possono essere orchestrate in pochi click con santa pace di tutte le teorie del complotto a corredo che vorrebbero le AI senzienti al pari di Skynet. Dietro quei computer e al tasto enter, c’è sempre un essere umano.

Qualcuno diceva non demonizziamo né il progresso né la tecnologia ma l’uso che ne facciamo. Dovrebbero essere temi assodati ma è necessario ribadire il concetto perché la deresponsabilizzazione del singolo, delle piattaforme e delle istituzioni rimane uno degli sport preferiti praticati da noi esseri umani.

Abbiamo chiesto a Muriel De Gennaro* il suo punto di vista personale. Muriel si occupa di divulgare contenuti che raccontino il corpo attraverso la sua piattaforma come content creator e vive quotidianamente sulla sua pelle cosa significa ricevere commenti di odio: "Più passano gli anni e più mi accorgo che tra le persone si è alzata una specie di barriera. Faccio divulgazione online, ma non ho nessuna pretesa, non voglio imporre il mio pensiero a nessuno. Il mio obiettivo è solo dare voce a temi e storie che spesso vengono considerati marginali, che escono dai canoni e che in un mondo normato vengono trattati come di serie B. Vorrei solo restituire a queste voci lo spazio che meritano, farle sentire, farle vedere. Il problema non è solo il disinteresse, è proprio la mancanza di ascolto. Non ci soffermiamo più a capire davvero l’altro, non sappiamo più ascoltare senza giudicare, senza saltare subito alle conclusioni, senza cercare di far combaciare tutto con le nostre idee. Non è necessario essere d’accordo, non serve condividere tutto ciò che l’altro dice, ma bisognerebbe almeno dare la possibilità di essere ascoltati. E questa mancanza di ascolto non resta confinata al mondo virtuale. Tutto quello che non ascoltiamo, tutto ciò che ignoriamo, tutto ciò che etichettiamo come “di serie B” finisce per trasformarsi in distacco, in muri tra le persone, in odio online. E quell’odio non resta lì: si riversa nella vita reale, nelle relazioni, negli sguardi, nelle parole che scegliamo o evitiamo di dire. È triste vedere come l’incapacità di ascoltare alimenti una lontananza che cresce ogni giorno di più e che, se non facciamo attenzione, diventa odio condiviso, silenzioso ma potente e che avvelena le nostre comunità e le nostre vite."

Il buon senso personale e un atteggiamento zen non risolvono, i buoni consigli di community management nemmeno. Sarebbe come tentare di fermare un’orda di zombie inferociti e affamati con le brioche di Maria Antonietta.

Don’t feed the troll si è sempre detto ma i troll di oggi si autoalimentano sguazzando nei bassi istinti sollecitati dalla paura verso l’altro. L’altro ci porta sempre via qualcosa, ci ruba ciò che riteniamo sia nostro, fosse una promessa, una possibilità, una proiezione.

Misoginia, razzismo e intolleranza verso le minoranze, serpeggiano più o meno esplicite nei commenti messi per iscritto da persone che rivendicano con orgoglio il proprio manifesto disprezzo (quando va bene, quando va male si passa alle minacce di morte) appellandosi alla libertà di parola. 

Si confondono in modo doloso i confini degli uni e degli altri, vengono meno le basilari norme di rispetto abusando di fatto con arroganza cieca del potere enorme che abbiamo sugli altri: la scelta o meno di essere violenti.

Le donne, la comunità LGBTQIA+, le persone considerate “diverse” e i migranti sono i target principali, con conseguenze reali su sicurezza, libertà di espressione e salute mentale, rendendo necessarie azioni di contrasto coordinate a livello internazionale.

I **principali aspetti del fenomeno sono:

  • Diffusione: oltre il 40% dei discorsi d'odio è aumentato in specifici contesti, con 1 commento su 10 che risulta discriminatorio.
  • Target: le donne sono le più colpite online, con una forte correlazione tra odio misogino e femminicidi. Altri bersagli frequenti includono rom, migranti, minoranze religiose e la comunità LGBTQIA+
  • Contesto: la crisi sanitaria e sociale ha radicalizzato l'odio, trasformandolo in una costante caccia al capro espiatorio.
  • Piattaforme: molte segnalazioni di odio su piattaforme come TikTok vengono ignorate, rendendo l'odio una norma per molti utenti. Vengono inoltre accusate di non intervenire massicciamente perché qualunque interazione viene letta dall’algoritmo senza connotazione. Bene o male, purché se ne scriva, allora. L’importante è guadagnarci.

La storia di Vincent Plicchi raccontata nel podcast di Pablo Trincia è emblematica. Il padre, Matteo Plicchi, si è scontrato con un corpus giudiziario inadeguato ad accoglierne la complessità. Mancanza che ha portato all’archiviazione del caso dopo che sono state prodotte prove video, screenshot e altri supporti a testimonianza della valanga di odio riversata su suo figlio, calunniato come pedofilo. Un’accusa gravissima che ha soffocato di dolore impotente il ragazzo portandolo di fatto al suicidio.

Il sistema che dovrebbe garantire prevenzione e conoscenza approfondita del fenomeno, finisce per essere travolto dal corto circuito dell’incompetenza. 

O il caso Carolina Picchio, quattordicenne che venne forzatamente filmata senza il suo consenso in atteggiamenti umilianti. Il video fu passato nelle chat e diffuso da coloro che lei chiamava amici. Nel silenzio di una serata qualunque ha posto fine alla sua vita gettandosi dalla finestra. Il padre Paolo Picchio ha creato un’associazione per divulgare consapevolezza verso ogni forma di bullismo perché hate speech e bullismo sono sovrapponibili, intercambiabili e legati dallo stesso filo nero velenoso. 

Consapevolezza dunque: una parola preziosissima da accompagnare al concetto di coscienza ed empatia, elementi della natura umana che sembrano essere annegati nel mare magnum della dissociazione cognitiva a più livelli. Da quella che ci anestetizza le sinapsi di fronte alle immagini di morte che arrivano dal mondo mentre scrolliamo video di gattini a quella che ce le brucia per la sensazione di impotenza.

La casistica di storie in nostro possesso come quelle di Vincent Plicchi e Carolina Picchio è enorme ma sembra sempre riguardare qualcun altro. Non ci tocca perché noi, noi non siamo così.

Siamo così sicuri che nelle circostanze adatte non ci comporteremmo nello stesso modo? Il confine tra lo sfottò bonario e l’ingiuria lo conosciamo davvero bene? Siamo così certi che non commetteremmo lo stesso fatale errore con le cosiddette buone intenzioni? Siamo così sicuri che l’esercizio del potere di parola che abbiamo sugli altri non abbia mai mietuto vittime? Siamo davvero così distanti da coloro che condanniamo come i cattivi o semplicemente fino a oggi le situazioni sono state favorevoli affinché non accadesse?

La legge italiana sulla carta prevede come normativa che l'odio in rete si possa configurare come reato di diffamazione (art. 595 Codice Penale), con la prospettiva di una regolamentazione europea più stringente. C’è molto lavoro da fare a livello legislativo, educativo, preventivo.

Molte persone oggetto di odio online hanno cominciato a rispondere querelando. Un’operazione che alla vittima costa in termini di denaro, di fatica e di energia. Commisurata alla velocità con la quale si riesce a rimanere impuniti scrivendo insulti, si comprende bene quanto sia estenuante questa strada senza un reale appoggio sistemico.

Chi usa un linguaggio violento scritto online pensa, parla e vive secondo gli stessi termini. Il linguaggio plasma i nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro vissuto.

Mentre cerchiamo i colpevoli nel solco tra la soluzione al problema e il vuoto legislativo odierno, ci auguriamo di non avere più nomi da elencare nelle liste delle vittime di odio online.

Se state vivendo una situazione simile non isolatevi, non chiudetevi, chiedete aiuto anche se farlo vi appare come una montagna insormontabile.

Non siete responsabili della cattiveria gratuita altrui.

*per approfondire il pensiero di Muriel De Gennaro potete leggere il suo ultimo libro Missing: hai visto questo corpo? edito da Rizzoli

**fonte: Amnesty International

Artwork: Simona Rottondi

© Riproduzione riservata

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