Ogni verbo proferito da Miuccia Prada scatena un corollario di discussioni a metà tra la sociologia spicciola e la sovreccitazione nervosa. È venuto il turno di un auspicato e vagheggiato ritorno alle origini e alla semplicità, antidoto alla incerta temperie finanziaria e soprattutto morale dei nostri tempi. Massima concentrazione dunque non sui singoli capi, ma sul dettaglio e sulla sua possibilità di replica. Bianco assoluto, implacabile come ogni tabula rasa che si rispetti, per una passerella di uscite omogenee e francamente ripetitive la cui prima impressione è di un astratto futuribile o di uno sportivo ridotto in quaresima. Su una limitata gamma di silhouette si disegnano fasce di colore come striscia laterale o interna dei pantaloni, sul colletto della polo, sulla camicia sezionata in blocchi. Niente più. Solo la trovata di fare sfilare le modelle, assolutamente confondibili con i colleghi maschi, che alcuni hanno salutato come una denuncia all'omologazione. Per ambo i sessi, un sandalo che sembra l'evoluzione couture di certi ciabattoni da piscina. L'effetto finale è di una bellezza distante e ieratica, sconcertante come la perfezione meccanica di un automa. Ma il cuore, e la magia consueta, sono tutt'altra cosa.