Una sfida feroce all'antico, secondo la maniera iconoclasta di Miuccia Prada. Perché il suo recupero del tessuto più nobile e decadente che ci sia, il broccato, non scade nella rievocazione storica. Il passato è un sentore, una premessa fugace, che si esprime nell'oro e nei fregi della seta lavorata sui più vecchi telai in circolazione. Eppure, come scarto di modernità, la sua opulenza si misura subito con trame ruvide, secche, di estrazione povera, quasi insignificanti, per un effetto straniante e "cattivo". Ecco allora le tuniche in tela cruda, le gonne in garza segnate da striature di cuoio al naturale, i cappottini in cotone evidenziati dalle impunture a contrasto, le sfilacciature all'orlo che regalano il brivido dell'incompiuto. La blusa? Con collo montante, polsino appena a campana, sembra degno d'un eroina drammatica. Di quale epoca? Impossibile stabirlo, ogni riferimento è sovrapposto e superato, dunque profondamente nuovo. Anche la palette è giocata con astuzia per accrescere un senso di pathos e spaesamento (le dunne in sabbia lilla come fondale di passerella sembrano andare nella stessa direzione), con tonalità ombrose, tra il nero e il bronzo, il cioccolato e l'arancio spento, in contrasto con le lavorazioni a patchwork. Ai piedi, il tacco è nel legno degli zoccoli, come a ribadire l'ossimoro tra ricco e povero, alto e basso, superfluo e necessità essenziale. Antichità, declinata al futuro.

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