Greta Scarano: «Senza rischio che gusto c’è?»

Sul set di Suburra, il suo nuovo film, stava per finire tra le fiamme. E anche in tv sceglie solo ruoli pericolosi e tormentati. Greta Scarano è una ragazza coraggiosa dentro e fuori lo schermo. C’è solo una cosa che le mette ansia: «Il tappeto rosso»

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Metto a posto i cuscini del divano e controllo i vol-au-vent al prosciutto che ho messo a scaldare in forno. Mi guardo intorno: l’ordine, almeno quello apparente, c’è. La porta della camera di mia figlia rigorosamente chiusa, lei volatilizzata. L’idea che io facessi un’intervista a casa nostra l’ha intimidita, ha chiamato di corsa un’amica, ha preso la borsa ed è uscita alla velocità della luce. Non mi ha chiesto neanche il nome dell’attrice che stavo per incontrare.
Del resto anche per me questa è una prima assoluta. In tanti anni di mestiere di giornalista non è mai capitato che invitassi da me l’intervistato. E direi che è stato meglio così, visto che per un certo periodo mi sono occupata di cronaca nera, omicidi, rapimenti, bombaroli.

Alle due in punto Greta Scarano suona il campanello. Mi trovo di fronte una ragazza con i capelli castani, completamente diversa da come appare nel suo ultimo film Suburra di Stefano Sollima - lo stesso regista delle serie televisive Romanzo Criminale e Gomorra - tratto dal romanzo omonimo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo (pubblicato da Einaudi). Nel cast, accanto a Greta, ci sono Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Claudio Amendola. Con Favino, lei ha già recitato in Senza nessuna pietà, ma come mi racconterà più tardi, su questo set non si sono nemmeno incontrati.
Preparo un caffè (i vol-au-vent li ho subito eliminati dal programma quando ho saputo che aveva appena pranzato) ci sediamo in sala. E cominciamo l’intervista. Il contesto familiare crea automaticamente un’atmosfera rilassata. Lei si dimentica di guardare l’orologio, io la scaletta di domande. E due ore scorrono veloci.

Il degrado, la corruzione e la criminalità della capitale: questo il filo conduttore di Suburra. Lei che è nata e vive a Roma, pensa che la sua città sia realmente pericolosa?
«Ho assistito allo spaccio di droga e a risse degenerate in accoltellamenti. Ma non mi sono stupita perché molte zone sono violente da sempre, non certo dallo scandalo di Mafia Capitale. I romani lo sanno. Non ci sono città dove mi sento più sicura che in altre, la sera quando esco sto attenta e in guardia. Ovunque mi trovi».

Ci parli di Viola, il suo personaggio in Suburra.
«È una tossicodipendente di eroina, un’anima persa. Del suo passato non si sa nulla. Prova un amore cieco per un capo criminale, Numero 8 (alias Alessandro Borghi, ndr) che in qualche modo la porta a superare se stessa e il suo istinto di morte. Tra i ruoli che ho interpretato finora, questo è il più intenso, il più depresso. Mi ha scosso emotivamente, nel profondo. C’erano giorni in cui stavo malissimo. È stata un’esperienza travolgente, impossibile non uscirne cambiati. Poi c’è stato un altro aspetto: il rischio fisico sul set».

In che senso?
«In una scena viene appiccato un incendio e un’enorme struttura di legno prende fuoco e cade a un paio di metri da me. Ho sentito un calore tremendo, i leggings mi si sono attaccati alle gambe. È intervenuto l’infermiere che mi ha curato con dosi massicce di pomata anti ustioni. Sul set non mi risparmio, non mi rendo neanche conto che posso farmi male. Dalle riprese di Suburra sono uscita piena di lividi e graffi. Però mi sono tanto divertita».

Si riconosce di più nei ruoli da maschiaccio?
«Mi innamoro dei personaggi e della loro storia. Potrei anche interpretare una donna fatale, un giorno. Però è vero che ultimamente sono incline a ruoli drammatici e tormentati. Come nella serie In Treatment 2 (la serie con Sergio Castellito trasmessa da Sky Atlantic, ndr). È stato veramente pazzesco».

Anche qui ha “sofferto”?
«Naturalmente. Sono una ragazza che si ammala di cancro e va dallo psicanalista perché lui l’aiuti. Nel corso delle sette puntate, lei inizia il primo ciclo di chemio, dimagrisce, deperisce. E io mi sono sottoposta a una dieta tremenda, ho perso tanti chili, ho lottato con la fame».

Il pubblico però l’ha conosciuta attraverso personaggi meno drammatici: Sabrina, nella soap opera Rai Un posto al sole, e Francesca, nella serie televisiva di Canale 5 Squadra antimafia.
«In Un posto al sole ho recitato poco più di 12 mesi, quando avevo 22 anni, poi non ho rinnovato il contratto anche se non avevo un piano B. Squadra antimafia è stata un’esperienza più lunga, ma dopo tre anni ho deciso di interrompere».

Come mai? Per caso ha un’insofferenza per le serie televisive?
«Andarsene da un cast affiatato e da una serie che funziona è una scelta difficile. Ma mi fido del mio istinto e per ora non mi pento. La mia vita è così: a 16 anni ho interrotto il liceo classico di Roma per trascorrere un anno in Alabama».

Perché proprio l’Alabama?
«L’idea di frequentare il quarto anno di liceo negli Stati Uniti piaceva sia a me sia ai miei genitori. Poteva capitarmi New York e invece sono finita nei campi di cotone. A Jasper, nella contea di Walker, un angolo del nulla. Non sapevo esistessero Paesi tanto retrogradi in America, dove i neri e gli omosessuali vengono ancora discriminati. Tra i miei compagni di scuola c’erano ragazzi i cui nonni hanno fatto parte del Ku Klux Klan. Assurdo. Mi sembrava di vivere ai tempi di Via col vento».

Anche Jasper è pericolosa come Roma?
«No Jasper, no. Per niente. Lì sei al sicuro. Anche perché se commetti un crimine rischi la pena di morte. Comunque tutta questa tranquillità notturna per me era inutile, se avessi voluto uscire non avrei saputo dove andare. A Jasper non c’è niente da fare di sera, se non guardare la televisione o leggere».

Qual è il suo bilancio di un anno vissuto lontano dall’Italia?
«Parlo e recito in inglese, anzi in americano, come se fosse la mia lingua madre».

Lei è legata all’attore e regista Michele Alhaique che l’ha diretta in Senza nessuna pietà. Vi siete conosciuti sul set?
«Sì, ma di un altro film, Qualche nuvola, opera prima di Saverio Di Biagio. Recitavamo il ruolo di marito e moglie e ci siamo innamorati».

Parlate di lavoro oppure a fine giornata chiudete tutto fuori dalla porta di casa?
«Neanche per sogno, noi condividiamo tutto. Di Michele io mi fido ciecamente, gli chiedo consigli di continuo. Sinceramente non capisco le coppie che svolgono la stessa professione, soprattutto se in ambito creativo, che non ne parlano l’uno con l’altra. No, è impensabile. Il nostro lavoro è una passione: il vero lavoro per me è quando non lavoro. Quindi, per noi parlare di film, di copioni, di registi, di riprese è la cosa più bella del mondo. Entrambi adoriamo il cinema. E io vivo per recitare».

Non ha mai pensato di fare altro?
«Non me lo ricordo, non credo. Quando ho compiuto 5 anni, mio padre mi ha iscritto a un corso che prevedeva una recita di fine anno, di cui noi bambini inventavamo la sceneggiatura, sceglievamo le musiche, dipingevamo i fondali. Il mio papà mi ha sempre spinta verso l’espressione creativa. Ho anche studiato canto e ho imparato a suonare la batteria».

Suo padre è un artista?
«È neurochirurgo. Mia madre è infermiera. Ma non ho mai pensato di seguire le loro orme: io non posso vedere un ago senza sentirmi male. Può immaginare come stavo quando sul set di Suburra giravamo le scene in cui m’iniettavo l’eroina».

Forse suo padre avrebbe voluto diventare un attore e ha proiettato i suoi sogni su di lei.
«Da ragazzo ha sempre combattuto contro la timidezza. E ha voluto che imparassi a esprimere me stessa, ha cercato di risparmiarmi una sofferenza».

Il cinema è la sua grande passione, d’accordo. Ma ci sarà un aspetto del suo lavoro che le piace di meno.
«Il red carpet. L’ho fatto l’anno scorso alla Mostra del cinema di Venezia per la presentazione di Senza nessuna pietà. L’aspetto glamour del mio mestiere mi mette ansia. Non sono un orso, ma tutto ciò che è festaiolo, se legato alla mia professione, mi piace soltanto quando rappresenta un riconoscimento del mio impegno. Se è fine a se stesso, non mi interessa. Tanto sono a mio agio sul set, tanto sono un pesce fuor d’acqua sul tappeto rosso. Fatemi recitare e io sono la persona più felice del mondo».

C’è un’attrice che ama in particolare, che per lei in qualche modo è un modello di riferimento?
«Kate Winslet. È una donna che mi affascina da morire, con un carisma infinito. Una stella di prima grandezza. Ma ce ne sono tante altre: Marion Cotillard e Meryl Streep, per dirne alcune».

Qual è stato il primo divo che ha conosciuto?
«Pierfrancesco Favino. Anche se non lo chiamerei divo, a lui non piacerebbe. Lui è famoso, è un grande. Ma la parola divo fa troppo Hollywood».  

Dopo Senza nessuna pietà, vi siete ritrovati sul set di Suburra.
«In realtà non ci siamo nemmeno incrociati. Io e Pierfrancesco non abbiamo neanche una scena insieme nel film»

Il suo compagno ha già visto Suburra?
«Non ancora. Non sta più nella pelle , è curiosissimo, gli ho fatto una tale testa. Ammira moltissimo Stefano Sollima. E spero anche me».

Sono le quattro del pomeriggio. Il tempo è volato. Accompagno Greta alla porta. La saluto e la vedo scomparire in ascensore. Pochi minuti dopo sento sulle scale i passi di mia figlia. «Via libera?», chiede. E si scatena sui vol-au-vent.

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«Se non ci importa nulla dei martiri iraniani»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

Perché non ci importa nulla dell'Iran? Perché non riempiamo le piazze a favore della resistenza di un popolo che sfida con straordinario coraggio una teocrazia assassina? Perché non si manifesta nei licei e nelle università per le migliaia di giovani uccisi poiché volevano democrazia e diritti?

Le ragazze e i ragazzi iraniani sognano l’Occidente, i nostri valori, la nostra libertà. Desiderano sciogliersi i capelli, baciarsi, ascoltare musica. Ma non ci siamo commossi per loro come per altre tragedie della storia: Gaza, per esempio.

Mentre reprimeva i suoi cittadini e giustificava un agente che aveva sparato in faccia a una madre sorridente, Donald Trump incoraggiava i manifestanti iraniani a continuare le proteste. Prometteva persino di aiutarli.

Poi ha fatto marcia indietro, distratto da obiettivi più remunerativi: prendersi la Groenlandia e imporre ulteriori dazi ai Paesi europei che hanno truppe nella Terra dei Ghiacci, per esempio. In realtà il nuovo Imperatore del mondo non è mai stato molto preoccupato per le vite degli iraniani o la mancanza di democrazia tra gli ayatollah.

Forse noi non piangiamo i martiri di Teheran perché il regime islamista è avversario di Israele e dell’America, quindi il nemico del nemico diventa quasi amico? Siamo così intrisi di anti occidentalismo? O non ci impicciamo perché se la sbrighino tra loro, con la loro religione? Si liberino da soli, perché mai dovremmo manifestare contro gli ayatollah?

Perché certamente li farebbe sentire meno soli e abbandonati, dico io. Anche il velo imposto alle donne aveva scaldato poco i cuori. Per un certo femminismo, il velo è simbolo di appartenenza e di libera scelta, dimenticando che è prima di tutto strumento del potere maschile.

Ho appena visto il documentario An Eye for an Eye (Occhio per occhio) diretto dalla regista americana nata in Iran, Tanaz Eshaghian. È la storia di una donna che uccide il marito violento dopo anni di feroci abusi. Lei sconta una lunga condanna in carcere e, quando ne esce, deve raccogliere il denaro per risarcire i familiari del morto e non essere mandata al patibolo.

In Iran si applica infatti la legge della vendetta: un omicidio deve essere rimborsato con un’altra vita, fatto salvo il perdono da parte dei familiari dell’ucciso o un risarcimento economico. È un film molto bello, ma non ha neppure un distributore.

Davanti a una semplice espressione di solidarietà per il popolo iraniano, anche il Parlamento italiano si è spaccato. Il Movimento 5 Stelle si è astenuto. Il Governo, dal canto suo, ha frenato sulla proposta tedesca d’inserire le guardie islamiche nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Ma il silenzio in questi frangenti è complicità. Di fronte alle violazioni dei diritti umani non esistono zone grigie. O si sta con gli eroi iraniani o con le squadracce governative che li trucidano. I cadaveri ammassati come sacchi della spazzatura sulle strade di Teheran sono un avvertimento scritto nel sangue per ridurre al silenzio un popolo giovane che sogna la libertà.

L’arco della storia è lungo, ma tende verso la giustizia. Ricorderà chiaramente questo eccidio. Il punto non sarà se il mondo sapeva. Il mondo sapeva, ma aveva scelto di non vedere.

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Grazia è in edicola con lo speciale Milano Cortina 2026

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Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

La neve, il ghiaccio, il battito del cuore prima della gara. I Giochi olimpici invernali arrivano a casa nostra e Grazia ve li racconta.

Abbiamo parlato con chi sogna l'oro: la sciatrice Sofia Goggia, la campionessa di biathlon Dorothea Wierer, i pattinatori Sara Conti e Niccolò Macii. In più vi faremo conoscere tutti gli atleti e i talenti che inseguiranno l'oro.

Da Mariah Carey, Andrea Bocelli e Laura Pausini alla pop star Dua Lipa: vi sveliamo tutti i divi che saranno protagonisti. Inoltre racconteremo come Milano e Cortina e le altre città toccate dalle Olimpiadi cambieranno grazie alle opere realizzate per i Giochi.

La cucina italiana, celebrata come patrimonio Unesco, vivrà ai Giochi con i maestri del gusto, da Davide Oldani a Fabio Pompanin e Graziano Prest.

Anche nelle pagine dedicate alla moda, gli accessori e tessuti tecnici sono i protagonisti di uno stile in sintonia con l’energia dei Giochi invernali. E, nelle pagine dedicate alla bellezza, accendiamo i riflettori sui benefìci della montagna e dell’attività fisica praticata a basse temperature.

Nelle pagine di attualità vi portiamo a Minneapolis per raccontare la nuova guerra civile americana. Lì, dove è stata uccisa Renee Good, gli agenti antimmigrazione continuano a fare arresti indiscriminati con le armi spianate mentre la gente si nasconde.

In primo piano c'è anche l'Iran, dove si teme che siano oltre 16 mila i ragazzi uccisi nelle proteste contro il regime islamista. Grazia vi porta nelle storie di alcuni di loro per raccontare quell’amore per la libertà che l’Occidente deve proteggere.

Fenomeno Timothée Chalamet: con il film Marty Supreme, ora nelle sale, l’attore potrebbe vincere l’Oscar. A Grazia chi ha già visto il film racconta perché il divo ci conquisterà nel ruolo di un campione di ping pong che ci invita a non arrenderci mai.

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Jessie Buckley e Paul Mescal: "In Hamnet siamo i coniugi Shakespeare"

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Jessie Buckley è una forza della natura. A 36 anni l’attrice irlandese ha appena vinto un Golden Globe per la sua interpretazione intensa in Hamnet - Nel nome del figlio, film che a sua volta ha trionfato come miglior dramma ai Golden Globe. Diretto dalla regista Premio Oscar Chloé Zhao, prodotto da Steven Spielberg e Sam Mendes e al cinema dal 5 febbraio, racconta la passione di una coppia diversa dalle altre, quella di William Shakespeare e di sua moglie Agnes (Anne Hathaway), straziata dalla morte del figlio Hamnet. Un dolore profondo, da cui nascerà il capolavoro Amleto: «La nostra è una versione diversa da quelle accademiche che studiavamo a scuola», racconta Paul Mescal che interpreta il Bardo. 

«Vedendo il mio Shakespeare direte: ‘Somiglia alle persone creative che conosco’». Buckley si dice entusiasta di aver dato voce «a una delle tante donne la cui voce e la cui storia sono state messe da parte». Poi sottolinea: «A volte come donna forte sei etichettata come dura, ribelle, o provocatoria, questa storia invece racconta come la feroce tenerezza femminile possa davvero trasformare la cultura, il linguaggio, le relazioni. Non si tratta di essere mascoline, o di stare sulla difensiva. La forza di una donna viene dalla sua tenerezza».

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«F*cking b*tch. Brutta stronza, ubbidisci o muori»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

L’agente anti-immigrazione Jonathan Ross ha ucciso a sangue freddo con tre colpi di pistola alla testa la cittadina americana Renee Good a Minneapolis.

Dopo averla finita, le ha urlato «brutta stronza», come abbiamo visto in un video diffuso dall'amministrazione Trump, che voleva dimostrare che il miliziano avesse sparato per legittima difesa a una terrorista interna.

Ma lei non era una terrorista e quelle non sembrano le parole di un uomo che aveva paura per la sua vita, piuttosto di un maschio furioso perché quella donna aveva osato sfidarlo.

Nel filmato, girato dallo stesso Ross che in una mano tiene il cellulare e nell’altra la pistola, si vede l’auto di Good ferma in mezzo alla strada. Lei abbassa il finestrino e, sorridendo, dice all’agente mascherato: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te».

Qualche momento dopo la donna, che aveva ricevuto da un miliziano l’ordine di andarsene e da un altro quello di scendere, riparte sterzando a destra per evitare d’investire Ross, che le sta davanti armato. L’uomo grida, lascia cadere il cellulare e spara. Renee muore, l’auto va a sbattere contro un’altra macchina. L’assassino urla: «F*cking b*tch». Poi procede a passo spedito verso il suo automezzo, mentre i colleghi mascherati impediscono ai medici presenti sul posto di soccorrere la vittima. 

“Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne hanno paura che gli uomini le uccidano”, dice la scrittrice Margaret Atwood, autrice di un libro portentoso che racconta un’America in qualche modo simile agli Stati Uniti della presidenza di Donald Trump. 

Ho sperato anche questa volta che il grande Paese delle libertà non fosse diventato quest’America. Ho visto i vari video, girati da testimoni oculari, che mostrano da diverse angolazioni questa esecuzione pubblica su una strada di Minneapolis. Ho ascoltato le testimonianze, trasmesse dalle televisioni americane, di chi si trovava sulla scena dell’omicidio. Purtroppo, questo è un atto gravissimo.

La vittima era una madre di tre figli, e aveva appena accompagnato il più piccolo di 6 anni a scuola. Il 7 gennaio, quando è stata trucidata, si trovava con la moglie e il loro cane vicino a dove, sei anni fa, il poliziotto bianco Derek Chauvin aveva ucciso il cittadino afro-americano George Floyd, premendogli un ginocchio sul collo.

La brutalità e l’abuso di potere delle forze dell’ordine in America non è una novità. Nuovo è che questa volta si tratti di una donna bianca, che quella mattina stava facendo la volontaria per segnalare la presenza dei miliziani mandati da Trump a rastrellare la città a caccia di immigrati. Lei e sua moglie erano dotate di fischietti per avvisare gli abitanti della zona, non di armi. I miliziani avevano pistole. 

Ma la sua esecuzione dimostra che l’attivismo in America, come in Iran, ti costa la vita. Ormai, anche negli Stati Uniti quando un poliziotto o un governante ti dà un ordine devi obbedirgli se vuoi rimanere viva. Esistere è diventato un privilegio concesso dall’autorità e la morte la punizione alla disobbedienza. Ti stanno dicendo: piegati o muori. La relazione tra i cittadini e il potere è ridotta a sottomissione. 

Il video girato dall’assassino dimostra anche che si è trattato di un atto terminale di violenza misogina. Quella donna aveva ferito più la sua virilità che attaccato la sua incolumità. Quando ho visto il sorriso della vittima, mentre diceva all’uomo che l’avrebbe uccisa: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te», ho capito che Renee Good aveva paura.

Stava replicando tutto ciò che è stato insegnato alle donne. Si stava facendo piccola e mansueta per cercare di prevenire la violenza maschile. È rimasta calma, anche se circondata da agenti che le impartivano ordini contrastanti.

Ma non è bastato. Non era abbastanza spaventata, abbastanza sottomessa. Dopo, non era neppure abbastanza morta. Lo sparatore ha voluto anche infangarla urlando «brutta stronza!».

L’omicidio di Floyd affondava le radici nel razzismo, l’esecuzione pubblica di Renee Good le affonda nella misoginia.

Dopo la sua morte, in America il potere l’ha accusata. Hanno dichiarato che era una terrorista. È stata insultata perché era lesbica e aveva tre figli da due precedenti matrimoni, come se la sua vita non tradizionale giustificasse in qualche modo l’omicidio.

Il messaggio del potere è: guardate come sono strane queste persone. Meritano di essere giustiziate in mezzo alla strada in America.