Benicio Del Toro: Non sono poi così cattivo

Quando a Hollywood cercano l’attore giusto per interpretare un gangster, il primo nome è sempre quello di Benicio Del Toro. Ma lui, che ora arriva al cinema nei panni del narcotrafficante colombiano Pablo Escobar, non si lamenta. «Perché», racconta a Grazia, «a farmi fare il buono già ci pensa la mia bambina»

Benicio-Del-Toro-g

Per anni non ci ha fatto caso, poi Benicio del Toro ha capito di avere un problema. «Mi sono reso conto che passerà molto tempo prima che mia figlia possa vedere un mio film senza esserne traumatizzata», ammette. La carriera dell’attore portoricano, 49 anni, un Oscar per Traffic nel 1997, è ormai segnata dai ruoli estremi che gli vengono affidati. L’ultimo in ordine di tempo, per i nostri schermi, è quello del narcotrafficante colombiano Pablo Escobar, nella pellicola Escobar (nelle sale dal 25 agosto), diretta dal regista italiano Andrea Di Stefano. Ma il prossimo anno il divo sarà il cattivo anche nell’ottavo episodio della saga di Star Wars, dopo essere apparso già nel film spaziale I Guardiani della Galassia nel ruolo del Collezionista, potente cacciatore di oggetti rari, sempre in bilico tra bene e male.

Ma se Benicio del Toro sembra nato per farci venire i brividi sul grande schermo, lontano dal set l’attore si racconta in maniera molto diversa. E il merito sembra essere di sua figlia Delilah, 5 anni in agosto, avuta con la modella Kimberly Stewart, figlia di Rod, popstar cult degli Anni 70. «Se da ragazzo mi avessero detto che un giorno mi sarei ritrovato ad andare a Disneyland con Rod Stewart, non ci avrei creduto», scherza, riferendosi alle gite con il nonno in cui lo coinvolge la sua bambina.

Forse Star Wars sarà il film giusto da far vedere a Delilah. O sarà un narcotrafficante anche lì?

«E chi può dirlo? Vedremo, non ho mai interpretato un malvivente intergalattico. Scherzi a parte, forse il film non sarà adatto a lei, ma il mio sogno è portarla con me almeno alla première, sul tappeto rosso».

Che tipo di padre è?

«All’inizio ero piuttosto goffo. Ma adesso va decisamente meglio. Delilah e io passiamo molto tempo insieme e chiacchieriamo parecchio. Il suo modo di vedere le cose mi emoziona e mi sta trasformando».

In che modo?

«Be’, per prima cosa, adesso guardo moltissimi cartoni animati e musical. Tutti noi cambiamo gusti e carattere con gli anni che passano. Io con la paternità ho imparato a essere più paziente, ad accettare i ritmi altrui, a far scivolar via i momenti di rabbia e le delusioni. E poi ora so a memoria tutte le canzoni di West Side Story dopo aver guardato tante volte mia figlia ballarle davanti al televisore».

Crescere una bambina le ha insegnato anche qualcosa in più sulle donne?

«Certo, ho avuto la conferma che quando dicono “no” intendono “sì”. E viceversa. Quando Delilah passa i fine settimana con me capitano situazioni surreali. Prima mi dice: “Papà, lasciami sola”. Poi, mentre esco dalla stanza, mi guarda sbalordita: “Ma dove stai andando?”. Insomma ci fanno impazzire fin da piccole».

Lei e Kimberly, la madre di sua figlia, non siete mai stati una vera coppia.

«In realtà andiamo molto d’accordo. Con lei ho un ottimo rapporto, anche grazie a nostra figlia.»

Come va la sua vita sentimentale? Ha una nuova relazione?

«Sull’argomento relazioni preferisco non sbilanciarmi. È uno di quei campi in cui procedo a fari spenti, con molta cautela, e non mi va di raccontare troppo. Anche perché farei ingelosire i miei cani, sono molto possessivi».

Perché?

«Sapete come sono gli animali, credono di essere loro i padroni. Ho una femmina di San Bernardo, Ella, e un pastore australiano, Bosco. Ogni volta che devo vestirmi bene, per un servizio fotografico o un’intervista, lo capiscono. Appena metto la giacca è come se si scambiassero un segnale d’intesa e si dicessero: “Dai, saltiamogli addosso, conciamolo per le feste, di più, ancora”. Mi fanno impazzire, ma alla fine non resisto: li perdono sempre».

Per lei è più facile perdonare o dimenticare?

«Non saprei. Per noi esseri umani non è mai tutto bianco o nero. A volte penso che ci sono famiglie costrette ad affrontare esperienze terribili. Per esempio, genitori che vedono uccisi i propri figli e che, nonostante il dolore, riescono a parlare di perdono. Sono convinto che, più che perdonare, abbiano la straordinaria forza di lasciar correre via il dolore».

Pablo Escobar, il narcotrafficante che interpreta al cinema, negli Anni 80 portò il suo Paese alla guerra civile e fu responsabile di sequestri e attentati. Come ci si prepara a impersonare un uomo così?

«In questo caso non è difficile, perché ci sono filmati, articoli di giornale, la sua vita è documentata in modo dettagliato. Io, poi, sono stato aiutato da persone che lo hanno conosciuto direttamente».

Lei spesso ha portato sul grande schermo criminali di origine ispanica. Non le pesa questo pregiudizio che lega i latinos alla malavita?

«Potrei interpretare anche per tutta la vita il ruolo del gangster o del sudamericano, l’importante è che i miei personaggi non finiscano per somigliarsi tutti. In questo i miei punti di riferimento sono Al Pacino e Robert De Niro: quando hanno iniziato la loro carriera interpretavano mafiosi italiani, ma erano soprattutto ruoli complessi. L’origine italiana diventava in un certo senso un particolare secondario E comunque, quando entri nei panni di un malavitoso, o di un mafioso, come nel loro caso, la vera difficoltà è trovare il lato umano di questi mostri, renderli interessanti da un punto di vista psicologico».

Non le vengono mai gli incubi, considerati i film che interpreta?

«Non porto mai le pistole a casa. Quello che voglio dire è che, una volta battuto il ciak, finisce tutto lì: non mi sono mai svegliato nella notte sudato e urlante. Di solito cerco di rilassarmi ascoltando musica, leggendo o andando a giocare a basket. L’importante è non deprimermi. L’obiettivo principale sul lavoro è andare a dormire pensando: “Bene, non vedo l’ora di alzarmi presto, andare sul set a lavorare con il sorriso”».

Ci sta facendo scoprire il suo lato estroverso e solare.

«La mia filosofia di vita è molto semplice. Ho un approccio positivo e ottimista nei confronti della gente che incontro. Per me tutte le persone sono, come posso dire, innocenti fino a prova contraria. Ritengo che dobbiamo vivere allo stesso tempo come se dovessimo morire domani e tra 100 anni».

Di recente ha prestato il volto anche a iniziative sociali. Ce n’è una di cui va più fiero?

«Insieme con altri attori di Hollywood ho dato il mio contributo a una campagna patrocinata dal vicepresidente Joe Biden per sensibilizzare le ragazze delle università sulle violenze e l’importanza di denunciarle. Il messaggio che deve arrivare ai giovani è questo ed è assolutamente chiaro: “Se una ragazza non ti dà il suo consenso, o se non è in grado di darlo, allora è stupro”».

Lei ormai è un veterano di Hollywood, ma il successo non è arrivato subito.

«Ho passato anni a guidare su e giù per le strade di Los Angeles in cerca di una parte o per sostenere un provino. E questo mentre chi mi conosceva, e forse mi voleva bene, non faceva che ripetermi di lasciar perdere. Alla fine sono stato fortunato, ma ammetto che recitare mi piace così tanto che, piuttosto, avrei fatto la fame come mimo in strada, ma non avrei mai rinunciato alla mia passione».

Ai giovani che le chiedono un consiglio su come diventare attori, che cosa suggerisce?

«Naturalmente dico a tutti di lasciar perdere. Poi, quando i più si scoraggiano e abbandonano la sfida alle prime difficoltà, a chi rimane aggiungo un’altra lezione per me molto importante».

Cioè?

«Che recitare è prima di tutto imparare a essere rifiutati, a prendersi le porte in faccia. Se ti laurei in Medicina, studierai tanto, ma poi sai che bene o male farai il dottore. Se vai a scuola di recitazione, dovrai impegnarti e sudare tantissimo e, nonostante questo, potresti non trovare mai un ingaggio decente per anni. Niente è scontato».

Lei è nato a Porto Rico, l’isola caraibica che potrebbe diventare il 510 Stato degli Stati Uniti. Lei si sente americano o portoricano?

«La situazione del mio Paese è strana e ci sono tante ingiustizie ancora da sanare. Per esempio gli abitanti di Porto Rico hanno la cittadinanza statunitense da quasi 100 anni, però non possono votare alle elezioni presidenziali. Io, invece, che sono di Porto Rico ma mi sono trasferito in California, posso. Non mi sembra sensato, credo che le leggi debbano essere più flessibili e adattarsi alla complessità della realtà di oggi».

Crede che i confini valgano meno di una volta?

«Non lo so, per me le bandiere non contano mai molto. Almeno finché non iniziano le Olimpiadi e allora fai il tifo per il tuo Paese».

L’ultima frase di Benicio ha senso, i Giochi cominciano il 5 agosto ed è perfetta per salutarci. La prossima volta che ci rivedremo, probabilmente sarà per Star Wars. E a quel punto, spero proprio che potrà farsi accompagnare sul red carpet da sua figlia.

  • IN ARRIVO

Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

No other choice (6)
Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

No other choice (4)

La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

No other choice

Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

No other choice (2)

Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

No other choice (5)

 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

No other choice (3)

Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».

  • IN ARRIVO

«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.

Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.

Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.

È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».

Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.

Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.

Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.

  • IN ARRIVO

Grazia è in edicola con Maya Hawke

Maya-Hawke
Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.

Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.

Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.

Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.

Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.

E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.

  • IN ARRIVO

Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"

jodei-foster
Jodie Foster festeggia al cinema 60 anni da star. Nel thriller Vita privata, da oggi nelle sale, è una psicanalista tormentata. Ma a noi racconta come, grazie alla sua carriera, ha capito che le donne over 50 hanno tutte le carte per vincere

Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.

Che rapporto ha con il passare del tempo?

«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».

Davvero?

«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».

Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.

«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».

Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?

«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».

Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?

«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».

Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…

«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare». 

Come mai?

«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».

Che cosa le disse al ritorno?

«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».

Ha fatto lo stesso con i suoi figli?

«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».

Che rapporto ha con la psichiatria?

«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».

Com’è andata?

«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».

E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?

«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il  corpo».

Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?

«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».

Che cosa di lei non hanno mai capito finora?

«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».


Com’è la sua giornata ideale?

«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».