Secondo la psicologia, le persone che parlano molto nascondo tre profonde ansia

In ogni ufficio c'è qualcuno che, dalla prima mail del mattino all'uscita serale, accompagna tutto con un sottofondo di parole. Riunione, pausa caffè, corridoio: racconta, commenta, analizza. A casa non va meglio: partner che monologa a tavola, amica che trasforma ogni aperitivo in un flusso ininterrotto di aneddoti. A volte nasce il sospetto: dietro a questo parlare senza freni non c'è solo carattere socievole.
Secondo molti psicologi, tra le persone che parlano troppo ci sono sì caratteri estroversi, ma anche profili attraversati da ansie profonde. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che i disturbi d'ansia sono tra i problemi psicologici più diffusi al mondo. Spesso non si manifestano con attacchi di panico spettacolari, ma con piccoli comportamenti quotidiani che sembrano innocui, come il bisogno continuo di riempire ogni spazio con la propria voce.
Persone che parlano troppo e "allergia al silenzio"
Non tutte le chiacchiere sono un problema. C'è chi pensa meglio ad alta voce, chi ama raccontare e sa ascoltare a sua volta.
Diventa diverso quando la persona non è più padrona della propria parola, quando sembra incapace di fermarsi e il monologo è l'unico modo che conosce per stare in relazione. Alcuni psichiatri parlano di una vera e propria "allergia al silenzio": il vuoto spaventa, quindi lo si riempie di frasi, commenti, dettagli superflui pur di non sentirlo.
Nelle forme più estreme si parla di logorrea, un sintomo che richiede una valutazione specialistica, ma spesso il meccanismo è più sottile e riguarda ansie che molti conoscono da vicino.
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Prima ansia profonda: paura di non valere abbastanza
Molte persone che parlano molto cercano, in realtà, conferme continue. Hanno bisogno di sentirsi interessanti, brillanti, indispensabili. Diversi studi di psicologia descrivono questo fenomeno come narcisismo conversazionale. Il discorso torna sempre su di loro, sui propri successi o drammi, quasi che il silenzio equivalga a sparire.
Spesso alle spalle c'è una storia di scarsa considerazione in famiglia o relazioni in cui si sono sentite svalutate, e oggi provano a compensare occupando tutta la scena.
Un indizio tipico: mentre l'altra persona racconta qualcosa, sentite già l'urgenza di intervenire con un episodio "ancora più forte" preso dalla vostra esperienza. Oppure vi accorgete di praticare un costante oversharing, dal vivo e sui social, condividendo dettagli intimi nella speranza di ottenere like, sorrisi, approvazione. Un primo passo può essere introdurre, a fine frase, una domanda vera: "E voi come la vedete?". Spostare l'attenzione fuori da sé allenta, piano piano, l'ansia di non valere abbastanza.
Seconda ansia profonda: paura dell'altro e bisogno di controllo
Per alcune persone che parlano troppo, l'altro non è tanto un pubblico quanto una possibile minaccia. Se parla l'interlocutore, potrebbe criticare, contraddire, abbandonare. Allora è più "sicuro" occupare ogni spazio, spiegare tutto, decidere i tempi del dialogo. Gli psicologi descrivono questa dinamica come un modo di esercitare controllo sulla relazione: chi ascolta non ha scelta, deve restare lì, disponibile, mentre il fiume di parole scorre.
Si riconosce questa ansia da alcuni dettagli: interrompere spesso, non lasciare mai pause, rispondere alle domande altrui con lunghi discorsi che deviano l'argomento. Anche il continuo lamentarsi può avere questa funzione, perché costringe l'altro nel ruolo di consolatore. Per rompere il copione può aiutare allenarsi a tollerare micro-silenzi di pochi secondi e a fare intenzionalmente più domande che affermazioni. È un modo concreto per sperimentare che l'altro può restare, anche quando non guidate voi la conversazione.
Terza ansia profonda: paura del proprio mondo interno
C'è infine chi parla senza sosta per non ascoltare ciò che succede dentro. Pensieri dolorosi, desideri contraddittori, immagini angoscianti: il rumore delle parole fa da scudo. Alcuni psicoterapeuti spiegano che, se nell'infanzia nessuno ha aiutato il bambino a dare un senso alle emozioni, da adulto può sentirsi travolto dal proprio mondo interno. Allora resta "incollato" alla realtà concreta: attività, lavoro, chiacchiere, pur di non fermarsi un attimo a sentire cosa prova davvero.
Questa ansia si nota quando non riuscite mai a stare sole con voi stesse: televisione sempre accesa, cuffiette, chat aperte in ogni momento morto. Il silenzio viene vissuto come qualcosa da evitare, non come una risorsa. Un piccolo esperimento può essere ritagliarsi cinque minuti al giorno senza schermi né parole, limitandosi a respirare e magari a scrivere su un taccuino ciò che emerge. Se il bisogno di parlare troppo rovina relazioni, lavoro o sonno, o si accompagna a pensieri accelerati e umore instabile, può essere utile chiedere una valutazione a uno psicologo o a uno psichiatra, che aiuti a capire cosa, davvero, state cercando di coprire con tutte quelle parole.
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