Sotto al pavimento di una chiesa di Maastricht potrebbe essere sepolto uno dei personaggi più amati della letteratura francese
Un pavimento che cede in una chiesa di quartiere, un buco scuro proprio davanti all’altare, il profilo di uno scheletro che affiora dalla terra umida. A Maastricht, nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Wolder, sembra l’inizio di una serie Netflix, invece è cronaca: lì sotto potrebbero esserci i resti di d’Artagnan, l’eroe dei Tre moschettieri. Quello che avete studiato a scuola, citato con "Tutti per uno, uno per tutti" e rivisto in mille versioni al cinema.
All’improvviso un personaggio che credevate al sicuro tra le pagine di Alexandre Dumas si ritrova a condividere spazio con le sedie di legno e i libretti dei canti di una parrocchia olandese. E la domanda diventa irresistibile: quanto c’è di vero, quanto di romanzesco, e cosa significa per noi sapere che il moschettiere più famoso di Francia potrebbe essere sepolto a pochi passi da un’uscita dell’autostrada?
La tomba misteriosa sotto l’altare di Wolder
La scena, raccontano i media locali, è iniziata in modo prosaico: lavori di riparazione al pavimento della Petrus en Pauluskerk, quartiere Wolder, periferia verdissima di Maastricht. Una parte del pavimento cede, sotto l’antico altare spunta una cavità, poi una sepoltura. Vengono chiamati gli archeologi e alla guida delle indagini c’è Wim Dijkman, che da decenni in città insegue la tomba del celebre moschettiere caduto qui nel 1673.
La posizione della fossa non è casuale: sotto l’altare, in terra consacrata, dove un tempo venivano accolti reali o figure di altissimo rango. Nella tomba, insieme allo scheletro, una moneta francese del XVII secolo e i resti di un proiettile di moschetto all’altezza del petto, compatibili con un colpo che potrebbe avere colpito la gola. Esattamente quello che raccontano le cronache sulla morte di Charles de Batz de Castelmore d’Artagnan durante l’assedio di Maastricht.
Non è un colpo di fortuna isolato. La storica francese Odile Bordaz aveva già ipotizzato nel 2008 una sepoltura rapida del capitano dei moschettieri proprio in questa chiesa, dopo che il suo corpo sarebbe stato recuperato dal campo di battaglia. "Abbiamo una forte ipotesi, non una certezza," Wim Dijkman dice. "Per questo aspettiamo il verdetto del DNA."
Il verdetto si gioca soprattutto sui denti: i paleopatologi hanno prelevato campioni dallo scheletro e li stanno confrontando con il DNA di un discendente della famiglia De Batz che vive ad Avignone, in un laboratorio dell’area di Monaco di Baviera. Il match non è scontato, la degradazione del materiale genetico in tre secoli e mezzo è reale, e i risultati potrebbero richiedere mesi. Nel frattempo, però, l’idea dei resti di d’Artagnan a Maastricht ha già fatto il giro d’Europa.
Il vero d’Artagnan, molto meno patinato del suo doppio di carta
Prima di diventare il moschettiere più glam della storia, d’Artagnan è stato un nobile guascone di provincia. Charles de Batz de Castelmore entra nei moschettieri del re, sale i gradini della gerarchia militare, diventa uno degli uomini di fiducia di Luigi XIV per missioni delicate fra spionaggio, negoziati e protezione personale. Niente mantello perfettamente svolazzante, più probabilmente fango, sudore e notti in sella.
Il 25 giugno 1673, durante l’assedio di Maastricht nella guerra franco-olandese, guida l’assalto alle fortificazioni della città. Una palla di moschetto lo colpisce mortalmente, secondo molte fonti alla gola. Muore sul campo, lontano dalla corte che aveva servito per una vita intera. Il re, si racconta, avrebbe confessato di aver perso "l’uomo di cui si fidava ciecamente".
Settant’anni dopo la sua morte, i documenti sul capitano guascone diventano materiale combustibile per l’immaginazione di Alexandre Dumas. Nel 1844 esce I tre moschettieri e d’Artagnan rinasce giovanissimo, irruente, ironico, circondato da Athos, Porthos e Aramis in un quartetto ideale. Dumas prende la figura storica e la riscrive: cambia età, accentua il carattere, taglia e aggiunge episodi, inventa dialoghi e soprattutto un tono. Il risultato è un personaggio molto più nitido del suo modello reale, che attraversa romanzi, film, cartoon, serie, fino alle ultime produzioni francesi in stile blockbuster.
Ecco perché l’idea di uno scheletro con proiettile e moneta francese sotto una chiesa olandese funziona così bene: mette di colpo uno di fronte all’altro il corpo e il mito. Da una parte ossa, ferite, misure; dall’altra spade che scintillano sotto la pioggia artificiale di un set.
Perché vogliamo dare un indirizzo ai nostri miti
Questa caccia alle ossa non è un caso isolato. Negli ultimi anni qualcuno ha provato a leggere in una tomba napoletana la possibile sepoltura di "Dracula", decifrando stemmi e iscrizioni come fossero indizi di un giallo storico. Poi sono arrivate le visite guidate, i servizi tv, le foto su Instagram. È come se volessimo che i romanzi avessero un CAP preciso, una targa su cui poggiare la mano.
Nel caso dei possibili resti di d’Artagnan a Maastricht c’è un ingrediente in più: l’eroe nazionale francese che, se l’analisi del DNA lo confermerà, riposa in modo definitivo sotto un altare olandese. Chi avrà diritto a "rivendicarlo"? La Francia che lo venera da secoli o Maastricht che ne custodisce le ossa e già oggi gli dedica una statua e percorsi storici in città?
Per noi, spettatrici e lettrici, la posta in gioco è un’altra ancora. Significa andare un weekend nei Paesi Bassi, entrare in una chiesa apparentemente anonima e scoprire che sotto i nostri passi potrebbe esserci l’uomo che ha ispirato "Tutti per uno, uno per tutti". Significa ricordare che dietro ogni eroe di carta c’è, a volte, un corpo fragile, caduto in fretta e sepolto in emergenza, come qualunque altro soldato.
Se il DNA dirà che è davvero lui, il mito avrà finalmente una lastra di pietra, un luogo di pellegrinaggio per fan della letteratura e della storia. Se dirà di no, resterà comunque la storia di uno sconosciuto che ci ha costretto a guardare più da vicino il modo in cui costruiamo i nostri eroi. In entrambi i casi, sotto quel pavimento c’è qualcosa che ci riguarda: il desiderio di toccare, almeno una volta, la realtà dietro il costume di scena.
© Riproduzione riservata