Miriam Leone: «Mi riprendo la mia libertà»

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L'attrice siciliana, protagonista della cover story del numero 27 di GRAZIA, racconta la sua vita e i suoi progetti post lockdown.

Un tuffo in mare, una nuotata di un’ora e poi stendersi su uno scoglio. È questo il primo desiderio di Miriam Leone per l’estate 2020. Mentre lo dice, pare di vedere il sole pieno di una giornata estiva, una perfetta cartolina mediterranea che ti sorprende alla fine di un tunnel. La siciliana Miriam è davvero così, allegra e trascinante, sembra ignorare quella scocciatura dei tormenti interiori o, se ne ha, sa come tenerli a bada.

Impaziente, non vede l’ora di ritornare sul set, appena si potrà. Prima del lockdown, mancava un solo giorno di lavorazione al film di Riccardo Milani Corro da te. Il set, per Miriam, è il luogo della felicità. Le piacciono le sveglie antelucane, i camper, il trucco che «quando arrivi sembri una faccia ritratta da Picasso con i connotati al posto sbagliato e poi ti trasformi e per settimane, magari mesi, sei tu e non sei più tu, vivi attaccato agli altri nella condivisione totale di un mondo parallelo».

Un anno fa, e sembra un secolo, senza mascherine né disinfettanti, Miriam girava la bella commedia L’amore a domicilio che, non potendo uscire in sala, arriva direttamente su Prime Video. Interpreta Anna, una ragazza agli arresti domiciliari, una rapinatrice strampalata e sexy. In autunno poi dovrebbe uscire anche Diabolik dei Manetti Bros, forse con passaggio alla Mostra del cinema di Venezia: Miriam è ovviamente Eva Kant, splendida criminale.

La Miss Italia 2008 ha fatto strada e di questo se ne sono accorti in tanti, addetti ai lavori e non. E anche se il divismo non abita più questo secolo, Miriam è la più promettente attrice del cinema italiano, con tutte le mostrine che servono sulla divisa di una star: le serie televisive e i film giusti, le coccole del mondo della moda, un contratto da ambasciatrice per L’Oréal Paris.

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Ogni volta mi emoziona forte, mi sembra un miracolo, mi sembra incredibile di esserci io lì, per voi, ad abbracciarvi, a cercare di dirvi qualcosa… Abbiamo scattato questo servizio i primi giorni di giugno, per me è stato il primo ritorno fisico al lavoro dopo mesi( ho raccontato il mio lockdown nell'intervista a @paolajacobbi)… Ci sembrava un po' di muoverci sott'acqua, un po' al rallenty, avremmo voluto abbracciarci, almeno col mio team, noi che ci conosciamo da sempre @michelesabia @valeriano_colucci @simonebellireal @fulviatellone e invece ci disinfettavamo a vicenda… Poi l'atmosfera si è scaldata, abbiamo iniziato come sempre a cantare, a ballare a sentirci immensamente grati per essere tornati a fare il nostro lavoro, insieme,ma non sentitevi soli se vi sentite disorientati in questo momento… Grazie @silvia_grilli per aver messo su questa cover in pochissimo tempo e per averla voluta così, luminosa, col desiderio di ricominciare, @paolajacobbi per l'intervista @alessioalbi per le foto @carlottamarioni per aver seguito lo styling a distanza (non ci si poteva ancora spostare tra regioni!) e @valeriajmarchetti per averlo fatto in presenza, agli stilisti e ai lavoratori instancabili della moda per essere riusciti a mandare tutto @giorgioarmani @maisonvalentino @etro @alexandermcqueen @philosophyofficial, grazie perché chi ha voluto ha fatto di tutto per esserci grazie @bulgari (mi sembra sempre un sogno indossare gioielli che hanno indossato anche grandi attrici del passato, attrici eterne) e @omega, sempre al mio polso e al mio fianco @lorealparis Augurandomi si possa ripartire tutti con più consapevolezza, passione e ritrovata umanità, vi aspetto su @primevideoit con @lamoreadomicilio romcom di @emilianocorapi e in edicola! #accussì #grazie #grazia

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Come sta?
«Sono in un momento di grande accettazione, mi voglio più bene del solito. In passato ho snobbato la serenità, pensavo sempre che la vita dovesse essere una girandola di emozioni forti, invece adesso apprezzo la dolcezza».

Vabbè, è innamorata!
«Eh, lei è molto perspicace (ride, ndr)».

No, è che ho letto che si era sposata con il suo fidanzato, Paolo Carullo, manager finanziario.
«L’ho letto anch’io e ho smentito. E lo hanno letto tutti i miei amici e parenti. Ho ricevuto una valanga di telefonate di gente offesa perché non era stata né invitata né informata. In particolare ci sono rimaste male le zie in Sicilia: mi tengono pronto il corredo da anni. Spiace deludere, niente nozze. Però confermo che la persona c’è».  

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Respirare 🌿✨ #love #accussì

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La infastidisce che si parli della sua vita privata?
«Vorrei che si parlasse solo del mio lavoro ma ho capito che non sempre è possibile, quindi immagino che stiano parlando di un ologramma che non sono io. A volte, in questi anni, qualcuno ha scritto cose negative su di me, avrei voluto reagire ma poi non l’ho mai fatto, anzi. La gentilezza verso chi vorrebbe ferirti è un’arma più potente. Nel caso di questo non-matrimonio ho dovuto rispondere per forza».

Come è potuto succedere che sia uscita una notizia così, dal nulla, proprio in pieno lockdown?
«Ah, questo me lo deve spiegare lei, è lei la giornalista (ride, ndr). Io penso che l’abbiano buttata lì a caso, sapendo che avevo appena compiuto 35 anni che forse qualcuno considera l’età giusta per il matrimonio».

Come è stato il compleanno in lockdown, il 14 aprile?
«Con tanti brindisi online! Io ero in Toscana, eravamo partiti per un weekend proprio due giorni prima della chiusura di tutte le Regioni. Ci siamo fermati per tre mesi da questi amici, in una casa in campagna. È stata una grandissima fortuna».

Come molti italiani, ha passato il tempo panificando?
«Eravamo in cinque in casa, dovevamo sempre cucinare a turno, era un po’ una specie di Grande Fratello. Abbiamo fatto anche la pasta e la pizza qualche volta ma non sono stata presa dalla sindrome ossessiva per il lievito. Mi è venuta, invece, la pazza idea di dipingere, io che non so da che parte si comincia. Ho comprato colori e pennelli, fomentatissima per la pittura. Ovviamente ho già smesso! Questi amici da cui eravamo non erano particolarmente intimi, lo sono diventati. Nessuno dei miei cari si è ammalato, ero ogni giorno in contatto con tutti. Sono stati giorni strani, in parte sembrava non finissero mai, dall’altra sono volati».

Qual è stato il giorno più lungo?
«Il 18 marzo. Il giorno in cui abbiamo visto le immagini dei camion che portavano via le bare a Bergamo. Non lo dimenticherò mai. Credo che nessuno di noi lo farà. Dentro di me spero che faremo tesoro di questo tempo sospeso che ci è toccato vivere. Tutti abbiamo una vocina che ci dice di non correre solo in una direzione, tutti abbiamo una vita interiore che chiama e spesso la ignoriamo. Forse è arrivato il momento di non ignorarla».

Che cosa ha fatto il primo giorno fuori?
«Shopping! Non vedevo l’ora. Sono entrata in un negozio di candele e profumi e ci sarei stata dentro una giornata intera. Poi mi sono accorta che c’era una signora che aspettava fuori il suo turno e me ne sono andata, vergognandomi anche un po’».

È vero che non le piace rammentare il suo passato di Miss Italia? Non vuole che si sottolinei la sua bellezza?
«Ma no! Anzi: sottolineiamo, sottolineiamo! Ho 35 anni, ci tengo più di un tempo. E comunque per me Miss Italia resta importantissima, è stata la mia porta verso l’emancipazione. Quello è stato l’unico anno in cui in giuria c’era Anna Strasberg (importante insegnante di recitazione americana, ndr) e tra i premi per la vincitrice c’era un seminario con lei. Ho imparato moltissimo».

Poi ha fatto televisione come conduttrice di programmi tipo Unomattina estate e Mattino in famiglia, ma non è stata felice fino a quando non è riuscita a recitare. 
«La tv in diretta mi ha insegnato la puntualità e a fingere di stare bene anche se hai la febbre e vorresti morire. Ma non era un ambiente adatto a me, così ho scelto di andarmene senza sapere con quali esiti. Lì per lì tutti mi sconsigliarono di farlo e, dal punto di vista economico, fu una scelta irrazionale. Ma decisi che avrei fatto come volevo. Alla peggio avrei sbagliato da sola».

Fa spesso di questi colpi di testa?
«All’esterno sembrano tali, ma sono preparati dentro di me, a lungo. Mi faccio moltissime domande. In segreto, in silenzio, per conto mio».

Quanto conta la popolarità?
«Conta, perché noi attori senza pubblico che faremmo? Chiusi a declamare nelle nostre camerette? Quando facevo la tv del mattino mi piaceva da pazzi incontrare la gente per strada, le signore al mercato e chiacchierare con loro. Oggi cerco di tenere sempre vivo il contatto attraverso i social».

Lei ha interpretato Veronica, una ragazza ambiziosa e disposta a tutto pur di arrivare nella serie 1992 e seguenti. Che cosa le ha insegnato quel personaggio?
«Che se tu non ti dai valore, nessuno te lo darà. E poi che non bisogna mai giudicare troppo le scelte altrui, anche quando sembrano immorali. Preparando quel personaggio, ho conosciuto una ragazza bellissima che si vendeva per vivere. Io le domandavo: “Ma perché lo fai?”. E lei: “Io ho sofferto la fame e là non ci voglio più tornare”. Ho capito che stavo facendo la femminista sulla vita di un’altra e dall’alto del mio frigorifero pieno. I miei genitori, quando ero piccola, hanno avuto qualche periodo di difficoltà economica, ma non mi è mai mancato niente. Bisogna starli ad ascoltare, gli altri, per capirli».

I suoi genitori l’hanno sempre incoraggiata?
«Sì, fin da piccolissima. Mia madre mi ha permesso di rubarle tutte le camicie da notte per farmi i costumi dei miei spettacolini solitari e mio padre mi ha permesso più di una volta di non andare all’asilo per lasciarmi a casa a vedere la televisione. C’era un’emittente locale che trasmetteva di continuo i film della vecchia Hollywood: Fred Astaire e Ginger Rogers, Katharine Hepburn e Cary Grant, cose meravigliose. Io già allora sostenevo che per me guardare quei film fosse più importante che andare all’asilo».

E come in un film degli Anni 50, un giorno Miriam stava mangiando un panino per strada e le hanno proposto un provino. Se non ci fosse stato quel panino, avrebbe provato lo stesso?
«Ero fissata. Ben prima di Miss Italia, un giorno sono andata in un’agenzia di Roma, con i capelli freschi di parrucchiere e un paio di scarpe nuove. Benché fosse una di quelle agenzie scadenti, a pagamento, un mezzo imbroglio, mi mandarono a casa dicendo che non ero adatta. Sono rientrata a Catania e mi sono iscritta a Lettere».

Ma poi è tornata a Roma.
«Prendevo il treno, la Freccia del Sud, detta senza offesa per nessuno “feccia del Sud”, sempre affollato, incasinato e con un gran profumo di arancine e roba fritta ovunque. Di solito andavo a trovare un amico, a vedere delle mostre. Un giorno a Palazzo delle Esposizioni ce n’era una di Mark Rothko e al piano di sopra ce n’era un’altra, di fotografie di Stanley Kubrick. Una delle foto era un ritratto di Sue Lyon, l’attrice interprete di Lolita. Nel vetro mi vedo riflessa accanto a lei. Per la prima volta, penso: non avrò questa faccia per sempre. E sono andata di corsa al provino per Miss Italia».

Non avrebbe voglia di andare all’estero, tentare la strada per Hollywood?
«Sì e no. Ho fatto un corto in Inghilterra l’anno scorso, con una regista italiana, e I Medici, girato in Italia, ma era una produzione internazionale. Però prendere e andare alla ventura per il momento non mi attira, anche perché i progetti che mi propongono qui da noi sono molto buoni».

Che cosa ha pensato quando le hanno proposto di essere ambasciatrice del marchio L’Oréal Paris?
«Che è una delle tante belle sorprese che la vita mi ha riservato. Fare parte di una “famiglia” che comprende attrici che stimo moltissimo, da Jane Fonda a Julianne Moore, è un onore anche perché L’Oréal comunica la bellezza in tutte le sue varianti. E il rispetto, la valorizzazione della diversità della bellezza è un tema che mi sta molto a cuore».

Lei conclude sempre i suoi post su Instagram con l’hashtag #accussì. Può spiegarlo? 
«Era un modo di dire di mia nonna Angela, purtroppo mancata nel settembre dell’anno scorso. Era una donna energica e la sua casa era uno specchio: non faceva in tempo a sporcarsi perché lei puliva sempre tutto. E appena finiva un compito diceva: “Accussì”».

Un modo siciliano di dire “missione compiuta”?
«Accussì»

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Flavio Cobolli: il tennis, l'amore e l'effetto Jannik Sinner 

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Abbiamo passato una giornata con Flavio Cobolli, uno dei sette tennisti italiani nella classifica dei primi 50 del mondo

In questi giorni si sta giocando a Bologna la Coppa Davis e in prima fila c’è lui, Flavio Cobolli, il tennista timido e gentile.

Nella classifica dei primi 50 del mondo, sono sette gli atleti italiani. E dopo Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, che hanno rinunciato al celebre torneo a squadre nazionali, c’è Flavio, al 22° posto dell'APT: sta lottando con i suoi compagni azzurri per cercare di conquistare per la terza volta consecutiva la Coppa Davis.

«Ho sempre sognato di giocare per la nazionale e quando vesto questi colori un po' mi trasformo. La pressione c’è, ma quando la sento, gioco il mio miglior tennis», dice.

Lo abbiamo incontrato a Genova, ospite dello sponsor Pulsee e abbiamo passato una giornata con lui.

Che cosa abbiamo scoperto? Un ragazzo alla mano, generoso, che non crede ancora di essere tra i più forti al mondo: «L’ho sempre sognato, ma devo ancora abituarmi che sia davvero la realtà».

Quando parla della sua fidanzata Matilde, con cui sta da 5 anni, gli brillano ancora gli occhi.

Ama il caffè e il té freddo, ma la sua passione nascosta è la moda: adora fare shopping.

Cresciuto a Roma, Flavio viene dalla sua migliore stagione in carriera: ha raggiunto i quarti di finale a Wimbledon, il più prestigioso torneo di tennis del mondo.

E si è preso i complimenti di Novak Djokovic, detto Nole, il grande campione di tennis serbo che gli ha pronosticato: «Arriverai nei top 10 al mondo».

(Continua sotto la foto)

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Che effetto ti hanno fatto le sue parole? 

«Nole è il mio idolo, lo sanno tutti. È una persona che ammiro molto. Sentire quelle parole mi ha colpito tantissimo: le sento ancora dentro al cuore. È uno stimolo per il futuro».  

Per arrivare tra i primi tennisti al mondo (quest’anno hai raggiunto anche il 17mo posto) ci vuole tanta energia. Dove la prendi?  

«La prima fonte che mi dà energia è la mia famiglia, poi viene lo sport, che è la mia passione. Poi ci sono i miei sogni. Sin da piccolo ho sempre voluto essere uno tra i migliori del mondo e ora ci sto riuscendo. Ora ci vuole tanta energia per mantenere reale un sogno così grande. Ma sono pronto a lottare ogni giorno per rimanere ai vertici». 

Tuo padre Stefano è anche il tuo allenatore. Sugli spalti di Wimbledon, dopo la tua storica vittoria che ti ha portato ai quarti di finale, si è commosso, e li sono scese le lacrime dagli occhi. Dividete successi e sconfitte. Ogni tanto litigate sul campo? 

«Ricordo quando avevo 19 anni ad Antalya in Turchia. Avevamo litigato, l’avevo allontanato dal torneo e lui se n’era andato. A un certo punto sono andato a cercarlo, ma lui era già in aeroporto. Sono tornato in campo e, per rivincita, come mi capita spesso, per dimostrargli la mia forza, ho vinto quel torneo (quella volta ha ottenuto il suo primo titolo professionistico, ndr)». 

Che cos'hai in comune con lui? Una volta hai raccontato che fai fatica a esprimere le emozioni in parole.  

«Sono molto estroverso con le persone che non conosco, come con i giornalisti. Ma con mio papà, per esempio, sono diverso. Tra di noi abbiamo difficoltà a parlare, a dirci le cose che vorremmo dire: siamo un po’ chiusi. Ma stiamo migliorando, io ci sto provando. Non è che non gli parlo perché sono timido, semplicemente non voglio mostrare le mie debolezze, non voglio mostrare che ho bisogno di qualcuno, di chiedere aiuto. Preferisco magari stare da solo che mettere in difficoltà un'altra persona per aiutarmi». 

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Da tua mamma Francesca, che cosa hai preso, invece?  

«Il sorriso: è sempre una persona molto entusiasta. Mi ha dato la felicità e la voglia di ridere e nei miei momenti buoni mostrare la leggerezza». 

Al tuo fianco c’è sempre anche Matilde Galli, studentessa universitaria, a cui sei legato da più di cinque anni. Siete una coppia lontana dal gossip, ma le dedichi spesso le tue vittorie. Una sorpresa che le hai fatto? 

«Gliene faccio mille, è una persona che adoro e ho nel cuore. È una donna spettacolare che mi aiuta molto. Cerco di sorprenderla anche con le cose più semplici: ogni volta che torno da un torneo, non poso neanche la valigia e vado a casa sua. È lei la prima persona che voglio vedere. Una volta sono andato fino a Gallipoli per abbracciarla». 

All’inizio della tua carriera, sei stato anche una grande promessa del calcio con la Roma. Sei cresciuto insieme al tuo amico Edoardo Bove (il centrocampista della Roma che un anno fa ha avuto un arresto cardiaco in campo). Perché hai lasciato il calcio per il tennis? 

«È stata una scelta istintiva. Mi sono ritrovato a giocare a calcio nelle giovanili della Roma a un livello molto alto. Da piccolo mi sentivo più bravo a pallone che a tennis. Però quando giocavo a calcio avvertivo molto la pressione su di me e sentivo che mancava qualcosa. Invece quando ero sul campo da tennis, magari non avevo gli stessi ottimi risultati, ma mi sentivo davvero me stesso. Sulla terra rossa percepivo il “Flavio Lottatore” che sentivo di avere dentro di me. E soprattutto mi sentivo libero e felice. E quando ho scelto in modo definitivo il tennis, non ho mai più voluto cambiare. Nessun rimpianto». 

Hai 30 tatuaggi. Quando li fai? 

«Ogni tanto la mattina mi sveglio e vado a farmene uno. Il più importante? Forse quello dedicato a Edoardo Bove, un amico davvero speciale. Lui per me c’è sempre, e io per lui». 

Il tennis italiano sta vivendo un momento d’oro. Qual è l’effetto Jannik Sinner su di te? 

«Sinner è una grande ispirazione, una grande motivazione. Sta facendo cose eccezionali e ci sta dando tanta forza. Anche se non è presente in Coppa Davis, si sta facendo sentire. Jannik è una persona umile, con grandi valori e questo è uno stimolo per tutti noi». 

Come ti senti oggi? 

 «Un giocatore forte: mi sto allenando bene e questo mi dà sempre più consapevolezza. Mi piace l’idea di essere un giocatore fastidioso, difficile da incontrare, che agli occhi degli altri tennisti comincia a fare paura». 

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Sara Curtis, la nuova stella del nuoto italiano: «Sono la prima mulatta in nazionale, e ne sono fiera»

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A 19 anni, Sara Curtis è già una protagonista del nuoto italiano. Tra i record e le polemiche, ecco cosa vuole dal suo futuro in vasca

Sara Curtis ai mondiali di Singapore, conclusi il 3 agosto, è stata la nuotatrice italiana più attesa e commentata sui social.

Non solo per essere stata vittima di accuse razziste o per la sua bellezza: Sara è senza dubbio la nuova stella del nuoto azzurro.

E ora che è calato il sipario delle gare, sta preparando le valigie per una nuova avventura. Alla fine di agosto comincerà una fase diversa della vita, frequentando la University of Virginia, famosa per gli ottimi risultati sportivi dei suoi atleti. È stata chiamata in America da uno degli allenatori più famosi (e vincenti) del mondo, Todd Desorbo, che alle ultime Olimpiadi ha guidato la squadra femminile statunitense. 

La University of Virginia ha 23mila studenti. Il paese in cui è cresciuta, Savigliano, in provincia di Cuneo, neanche 22 mila abitanti. Un grande salto. Non ti fa impressione?

«Sì, ma uno dei motivi per cui ho fatto questa scelta, a parte allenarmi in un contesto stimolante accanto a grandi campionesse, era trovare un nuovo ambiente. A quasi 19 anni avevo bisogno di uscire dalla mia comfort zone che aveva dei limiti. Alla mia età è giusto crescere e cambiare. E ho scelto di fare un grande salto, verso un altro Paese, un'altra cultura, un'altra lingua».

Chi ti ha sostenuta su questo cambiamento?

«Il mio fidanzato Andrea (ex nuotatore, ndr): è stato il primo a convincermi di partire. Si figuri che l’allenatore americano mi aveva contattato la prima volta sui social due anni fa: forse per disattenzione non avevo risposto. “Se c’è qualcuno che ti cerca da tanto tempo, un motivo c’è”, mi ha detto il mio fidanzato».

(Continua sotto la foto)

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Hai già battuto molti record. Nella tua giovane carriera di nuotatrice ci sono stati momenti difficili che ti hanno fatta soffrire?

«Sì, i miei risultati mi hanno dato tanta felicità, ma sono stati anche l’occasione per confrontarmi con il razzismo che prima non avevo mai subito. E mi sono resa conto di essere la prima atleta mulatta della nazionale italiana di nuoto. 
Ci sono state frasi che mi hanno ferito, come per esempio: “Il tuo record (nei 100 stile libero) non è italiano, è nigeriano”, che mi sembra un po' folle, visto che sono nata qui e gareggio per l'Italia. Sono cresciuta in un ambiente multiculturale: alle superiori eravamo in nove e solo una compagna aveva entrambi i genitori italiani».

Un mix di culture, insomma.

«Avevo in classe due ragazze albanesi, tra cui la mia migliore amica, due marocchine e un ragazzo di origine congolese. Insieme a lui creavamo dei dissing in pidging english, che parlano in Nigeria e mi ha insegnato mia mamma. In classe c’era un’atmosfera molto bella: ognuno poteva contare sull’altro. I mei compagni Oltreocano mi mancheranno».

Il tuo primo ricordo da bambina. 

«In piscina da piccola non riuscivo a fare “la stella” (supina, distendi braccia e gambe, creando una forma che ricorda la stella marina, ndr). La testa affondava sempre».

Di carattere come sei?

«Non stavo mai ferma, saltavo sui letti e sui divani e adoravo l’acqua. Passavo tutte le estati nella casa di mio nonno sulle colline a Cervaro, in provincia di Frosinone, con i miei cugini e mio fratello Andrea. Un giorno i miei nonni hanno montato una piscina gonfiabile. Appena l’hanno riempita d’acqua, mi ci sono buttata vestita. Facevamo continue battaglie schizzandoci con il tubo dell’acqua».

Delle tue prime gare che cosa non dimentichi?

«Le trasferte, spesso a Riccione. Ero piccola, 6 anni, e le mie compagne di squadra, tutte più grandi, mi raccontano che non volevo mai andare a letto. E per non dormire, mi nascondevo nell'armadio della camera dell'hotel». 

Da tuo papà Vincenzo, che cosa hai ereditato?

«La testa dura: ci siamo spesso scontrati perché abbiamo un carattere molto simile. E ha trasmesso a me e a mio fratello la passione per lo sport. Quando eravamo piccoli ci portava in montagna in mountain bike: ha sempre amato il ciclismo. E poi nei weekend mi divertivo a insegnargli a nuotare. Per mostrargli come si faceva la virata, gli facevo fare le capriole sul letto oltre che in acqua». 


Mamma Helen invece che cosa ti ha trasmesso?

«Il sorriso. E poi ci sono momenti felici che mi legano molto a mia mamma. Quando ho saputo di aver preso 100 alla maturità, il mese scorso, sono tornata a casa piena di entusiasmo. E lei si è messa a ballare e ho iniziato a seguirla in una danza di gioia. È una persona molto solare, va sempre d'accordo con tutti, non le piace litigare e credo di aver preso da lei questa energia positiva».

Qual è il tuo rapporto con la femminilità? 

«È fatto di alti e bassi. Ho avuto qualche problema legato alla mia autostima. Colpa dei miei capelli, delle spalle e della mia altezza. Alle medie avevo i capelli rovinati, bruciati dal cloro: li odiavo e per due anni di fila ho sempre avuto le trecce. Ora sto cominciando a curarli, finalmente mi piacciono. Quando indosso un vestito, invece, alcune volte le mie spalle mi sembrano gigantesche, altre volte le amo. E solo recentemente ho fatto pace con la mia altezza: sono alta 1,80 e un anno fa ho indossato i miei primi tacchi».

Sara Curtis

Un rito prima di una gara?

«Ascoltare sempre la stessa playlist durante il riscaldamento: le canzoni di Billie Eilish e Marracash mi gasano un sacco. E poi avere sempre le unghie a posto: non potrei fare una gara senza una perfetta manicure».

Un'atleta dev'essere concentrata, razionale. Quanto contano invece le emozioni? Bisogna controllarle?

«Hanno un ruolo fondamentale. Io sono una persona molto emotiva, ma il nuoto mi aiuta a scaricarmi. Per esempio, quando ho ricevuto i commenti razzisti sui social, sono riuscita a sfogare in acqua l’amarezza. Dimostrando a me stessa che perfino quei commenti mi davano forza. Trasformare la paura in rabbia è utile. Ovviamente la stabilità emotiva conta tantissimo: essere sereni, tranquilli aiuta sempre».

Nella tua vita, qual è la persona che ti ha ispirato di più? Il tuo modello, insomma.

 «Mia mamma: è una donna tostissima. L’ammiro molto: è partita a 19 anni dalla Nigeria dove non aveva nulla. E ha ottenuto molto più di quello che si immaginava e desiderava. Arrivata in Italia, il primo stipendio lo ha spedito in Nigeria per le cure mediche di suo fratello. Ora fa la operaia in un’azienda alimentare. È una persona fortissima e l’ammiro perché ha una fede fortissima e sa affrontare il peso di una giornata stressante sempre con il sorriso».

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È uscito il nuovo album di Achille Lauro (e c’è un brano dedicato a una donna speciale)

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Comuni Mortali è l’ultimo lavoro del cantautore romano: siamo state alla presentazione stampa e al suo secret show a Piazza di Spagna. Vi raccontiamo come è andata

L’amore è come una pioggia sopra Villa Borghese. E il destino ha voluto che fosse proprio la pioggia – come nella romanticissima (e malinconica) ballad retrò Incoscienti Giovani – a cadere dal cielo di Roma durante l’ultimo spettacolo segreto di Achille Lauro, lunedì scorso.

Un "effetto speciale" che ha reso tutto ancora più suggestivo: il perfetto accompagnamento di una serata emozionante in cui l'artista ha presentato alcuni brani del suo nuovo album uscito oggi per Warner Music Italy.

È uscito il nuovo album di Achille Lauro: tutto quello che dovete sapere 

(Continua sotto la foto)

Achille Lauro ph.GiuliaPArmigiani

«Perché Comuni Mortali? Perché è un’espressione che racchiude la fragilità dell’essere umano, che ci rende tutti uguali». Completo scuro e occhiali neri, Achille Lauro ha spiegato così il titolo del suo nuovo disco (12 tracce) – disponibile da oggi su tutte le piattaforme digitali, oltre che in cd e vinile – durante la presentazione all’Hotel Valadier di Roma.

Proprio una delle canzoni, Dannata San Francisco, ha aperto subito dopo il live – annunciato sul profilo Instagram @achilleidol solo qualche ora prima e andato sold out in pochi minuti – a cui hanno partecipato duemila persone radunate sotto alla scalinata di Trinità dei Monti. Incuranti della pioggia che poi, improvvisamente, ha smesso di cadere.

Non hanno mai smesso di cantare invece le “Bellezze” (così Lauro chiama i suoi fan) nel corso dell’ora di spettacolo in cui l’artista ha ripercorso i suoi più grandi successi – da Incoscienti Giovani a 16 Marzo, da Amore Disperato a C'est la vie, da Bam Bam a Rolls Royce, reso omaggio ad Antonello Venditti con una reinterpretazione di Notte prima degli esami, e presentato alcune novità, a cui è spettato il gran finale.

E non poteva che essere amoR, a chiudere questa serata magica: un brano per la sua città – Abbracciami Roma prima di addormentarci stasera – vista come fosse una donna.

«Le mie ballad sono sempre molto struggenti, si possono dedicare ad amori finiti. Ma stavolta è diverso, è una canzone di speranza che si rivolge alle storie appena iniziate […].

Se analizzo la mia carriera, non risento mai i miei brani, odio. Questa invece la ascolto tante volte […]. Io non faccio altro che rubare dalla realtà, come un fotografo documentarista che vuole immortalare le immagini che vede».

E l’ultimo disco – scritto tra Los Angeles e New York dove Lauro De Marinis ha trascorso lunghi periodi lontano dalla popolarità e dalle logiche del mercato discografico – è proprio un tributo all’amore, in tutte le sue fome.

Come ha spiegato bene lui stesso: «Amici, grandi amori, Roma. Comuni Mortali è una dedica rivolta a tutti quelli che hanno contribuito al percorso della mia musica. Credo che oggi sia un momento bellissimo perché quello che amo fare è in linea con quello che piace alle persone, sento una grande sintonia con il pubblico, diverso in tutte le sue generazioni».

Il settimo album di Achille Lauro, a quasi 35 anni, è una fotografia molto intima di sé stesso. Uno scatto che ha saputo cogliere tutte le sfaccettature e le emozioni che hanno attraversato la sua vita spericolata – «di cui vado fiero», ha detto – da ragazzo di periferia che ha trovato la sua strada diventando poi artista di successo. Ma soprattutto uomo maturo e sensibile capace di soffermarsi a pensare e interrogarsi cosa siano amore e sofferenza. E come possano essere occasioni di crescita, anche nel dolore.

«Questo disco, per certi versi, è difficile da capire perché straziante, contiene tante verità e storie infelici. Iniziando con Amore Disperato per passare poi a Incoscienti Giovani […]. C’è chi pensa che io abbia provato a far saltare in aria la mia carriera più volte ma invece ho sempre solamente cercato di essere coerente con quello che ero in quel momento.

Credo che il mio percorso, che ha attraversato tanti generi, alla fine abbia mantenuto sempre la stessa anima. La Bella e la Bestia – uscita ormai 10 anni fa, in cui racconto di un amore tormentato – non è poi così distante da Amore Disperato».

Achille Lauro ph. Marcello Junior Dino

Achille Lauro dedica un brano a una donna molto speciale: sapete chi?

In Comuni Mortali, c’è un brano che si intitola CristinaUna donna molto speciale nella vita di Achille Lauro.

Ed è sua madre.

«L’ho scritta in 10 minuti. Lei non l’ha ancora sentita, lo farà all’uscita del disco […]. Il bello di questa canzone è che unisce tutti i miei mondi: può piacere a un pubblico maturo, a un pubblico più giovane e a un pubblico urban. La considero diamantino nella mia carriera […]. Ormai non sto più a rincorrere il gioco dei numeri forzatamente. Magari tra vent’anni non si ricorderanno di Achille Lauro ma il momento della loro vita caratterizzata da quella canzone: voglio qualcosa che resti e che smuova le persone».

E alla domanda se c’è una fidanzata, risponde di no. «Sono stato tanti anni con una ragazza. So che vuol dire avere una relazione molto lunga e cosa vuol dire amare: è un dare senza chiedere. Non ho una relazione e ho la grande fortuna di saper affrontare la vita da solo.

Il giorno che farò questo atto di coraggio, di stare insieme a qualcuno e di condividere la vita, sarà la persona con cui vorrò davvero costruire qualcosa. La mia libertà vale troppo […]. Oggi c’è la cultura del machismo, del dimostrarsi superiori alle donne, ma è esattamente il contrario. Sarebbe meglio ripartire dalla gentilezza, regalare un fiore». 

Tra le altre dediche, in Comuni Mortali, c’è anche Barabba III. La storia di un’amicizia, vissuta sul filo del baratro delle dipendenze: «La considero come fosse un libro, un film tratto da una storia vera. Mitizzare quel mondo lì non è la mia intenzione. È un invito a riflettere. Ho tanti amici che ancora oggi hanno seri problemi, forse non ne usciranno mai. Io sono stato fortunato perché ho capito quello che mi piaceva.

Il problema vero è quello di non avere passioni, è il problema dei ragazzi della periferia. Non hanno un posto nel mondo, non sanno fare niente, non sanno amare ed essere amati. Bisognerebbe ripartire da un’educazione sentimentale e familiare. Io invece ho l’ossessione dell’ambizione, non mi godo mai niente di quello che faccio». 

comuni mortali

I prossimi appuntamenti

I nuovi brani di Comuni Mortali, insieme ai grandi successi della sua carriera, saranno live nelle due date sold out al Circo Massimo di Roma, il 29 giugno e il 1° luglio, e nel tour nei palazzetti di tutta Italia in programma l’anno prossimo.

Si comincerà il 4 marzo 2026 ad Eboli per proseguire poi con doppia data nella Capitale, Bari, Padova, Torino, doppia tappa a Milano, Bologna e Firenze.

Una terza data al Circo Massimo? «Probabilmente non l’annunceremo perché vogliamo preparare qualcosa di ancora più grande».

Anche il cinema potrebbe essere nei suoi progetti futuri, ma non come attore: «Ho scritto diverse cose e sto parlando con un produttore molto famoso».

È proprio vero Lauro, come dici tu, oggi sognare è il lusso più grande

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"Regista, donna e araba": ecco chi è davvero Hala Matar

Hala Matar dekstop graziaHala Matar mobile
Ha diretto da Chloe Sevigny a Suki Waterhouse per fashion film e video musicali. Ora è all’Ischia Film Festival: ecco chi è Hala Matar

È spesso dai fashion film e dai video musicali che si notano i talenti più originali che approderanno a tempo debito sul grande schermo. Hala Matar, giovane regista del Bahrein, ha diretto film per Louis Vuitton, Chanel, Moncler, Issey Miyake, Diesel e Vivienne Westwood; videoclip per Interpol, The Voidz e Poolside; lavorato con le attrici più cool in circolazione, tra cui Kristen Stewart, Chloe Sevigny e Suki Waterhouse.

Non ci stupiamo dunque di scoprire che Hala ce l’abbia fatta e che Electra, il suo primo lungometraggio, sarà proiettato sabato 30 giugno all’Ischia Film Festival, diretto da Michelangelo Messina.

Con Maria Bakalova (candidata agli Oscar come Miglior attrice non protagonista per Borat 2), Abigail Cowen (Stranger Things, Le terrificanti avventure di Sabrina), Jack Farthing (Spencer, La figlia oscura) e Daryl Wein (White Rabbit, Lola Versus), Electra è l’esilarante storia di un giornalista che arriva a Roma per intervistare un famoso musicista, il cui invito in una appartata residenza di campagna si trasforma presto in qualcosa di inaspettato e un po’ folle. 

Abbiamo raggiunto Hala Matar per una chiacchierata pre-festival, in cui ci ha raccontato la sua passione per l’Italia, per Federico Fellini e i suoi progetti futuri. 

Interpol: If You Really Love Nothing

Ciao Hala, ti puoi presentare?
Sono un’amante delle risate e Roma è la mia religione.

Cosa ami di più di essere una regista?
La capacità di creare mondi e rappresentare visivamente pensieri e sogni. 

Come definiresti il tuo stile di regia?
Esuberante, giocoso e surreale con aspirazioni melodrammatiche.

Mi deresti una tua definizione di ‘cool’?
Facile.

Electra grazia

Come mai hai scelto l’Italia come set del tuo primo film, Electra?
(Federico Fellini, ndr) e Il conformista (Bernardo Bertolucci, ndr), serve dire altro?

Mi racconti com’è andata la tua prima esperienza con il lungometraggio?
Il poco tempo che avevamo per realizzarlo mi ha costretta a fidarmi della mia “pancia” e a seguire il mio istinto: non avevo tempo per pensare troppo e questo mi ha aiutato moltissimo a rafforzare la mia fiducia come regista. Mi ha anche fatto innamorare del montaggio come forma d’arte. La post-produzione è come realizzare un film molto diverso da quello che hai filmato. 

Com’è stato lavorare con Maria Bakalova?
Maria è una delle attrici più creative con cui abbia mai lavorato nel corso della mia carriera. Porta qualcosa di nuovo in ogni scena ed è piena di sorprese oltre che, cosa davvero importante, essere molto collaborativa, una vera gioia. 

Desire short film

Un episodio divertente accaduto sul set?
Stavo dirigendo una scena di danza con costumi di animali, provando a convincere gli attori di non essere pazza perché era davvero folle. È stato divertente. Lo è stato anche nella scena in cui il personaggio interpretato da Maria insegna al personaggio interpretato da Abigail a recitare. Quei costumi erano davvero esilaranti. Maria era ammalata quel giorno, ma in qualche modo è riuscita a portare così tanta comicità che mi sono dovuta impegnare davvero tanto per non scoppiare a ridere e rovinare le riprese. 

Perché dovremmo vedere Electra?
Perché è sfacciato e divertente (molti film lo sono al giorno d’oggi). Anche perché è pieno di immaginazione, è sperimentale e sexy! Esplora in modo interessante le dinamiche tra i personaggi. È grandioso per i filmmaker vederlo perché mostra quanto puoi fare con pochissime risorse e tempo a disposizione. È una testimonianza dell’ottimo lavoro di squadra, di amore e di forza di volontà. 

Hai lavorato molto anche nella musica (videoclip) e nella moda: quanto hai portato di queste esperienze in Electra?
La moda, la musica e i costumi sono una parte fondamentale di questo film. Amo la grandezza e rendere tutto incredibile, cosa che faccio moltissimo nei miei fashion film.  

Streetcar short film

Cosa ti piace di più della moda? E dei social media?
La moda permette di esprimerti in modo immediato e intenso, oltre che trasportati in mondi ed epoche differenti. Detesto invece i social media e vorrei che non esistessero. Stanno rovinando la nostra capacità di essere presenti e interagire socialmente. 

3 serie tv o film usciti nel 2024 che dovremmo assolutamente vedere.
Povere creature! È del 2023 (in Italia invece è uscito nel 2024, ndr) ma ci penso ancora, ne sono ossessionata. Challengers! Ne ho amato lo stile originale di regia e musica. Così divertente e contemporaneo. Savage House, che deve uscire. È del mio caro amico Peter Glanz ed è un capolavoro assoluto, spiritoso da morire. 

3 registi/e che ami.
Yorgos Lanthimos: credo sia uno dei più grandi del nostro tempo. Luca Guadagnino: ammiro come riesce a lavorare con generi differenti mantenendo la sua voce e la sua originalità. E riesce a dire qualcosa di nuovo in ogni film. Federico Fellini: ci ha insegnato a essere liberi e a esprimere le emozioni umane più toccanti e dolorose con leggerezza e bellezza. Cosa che ho imparato anche vivendo in Italia. 

Fish in the sea short film

Cosa ti aspetti dalla proiezione all’Ischia Film Festival?
Sono davvero contenta che attori e troupe saranno lì con me per celebrare ciò che abbiamo realizzato insieme. Significa tantissimo per me poterlo vedere nel mio paese preferito, nonché quello in cui l’ho girato. Ischia è davvero bella e divertente. 

Progetti futuri.
Per far vivere progetti futuri, TV e spettacoli. Anche il mio prossimo film è ambientato in Italia!

Una domanda che nessuno ti ha mai fatto ma a cui ti sarebbe piaciuto rispondere.
Una domanda… Come ti senti come regista, donna e araba? Non mi sento limitata in tal senso. Mi vedo come una narratrice universale, più interessata a discutere di idee che a essere stereotipata.