Kristen Stewart: Sono una ragazza spericolata e si vede

Non sceglie mai la strada più facile. Al cinema, dove la vedremo sorella pacifista di un eroe di guerra. E nella vita dove segue solo quello che le dicono il cuore e la pancia. Anche per questo l’attrice Kristen Stewart con Grazia ha parlato del suo corpo e di come le sue decisioni nascano allo specchio. le serve l’abito giusto per affrontare il mondo

«Mi piace l’idea, molto italiana, del pranzo della domenica, e sono brava a preparare gli spaghetti. Però ho smesso di mangiare carne, ora sono vegana. E adoro i centrifugati. Per esempio uso mele, sedano e carote e aggiungo olio di arachidi e cocco. Non sa che meraviglia».
Mentre ascolto Kristen Stewart, e mi chiedo come mai dopo solo un minuto da che mi ha salutato stiamo parlando di questo, mi rendo conto che è l’unica attrice in grado di spiazzarmi davvero. Mi vengono in mente le foto che la ritraggono con la sua nuova fiamma, la modella Stella Maxwell, angelo del marchio di lingerie Victoria’s Secret. Le due passeggiano con in mano beveroni ed estratti bio, la prova che la svolta salutista è reale. Ma soprattutto penso che Kristen negli ultimi tempi è stata una sorpresa via l’altra. Soprattutto dal punto di vista sentimentale. A maggio dell’anno scorso, per esempio, aveva dichiarato il suo amore per la produttrice di effetti speciali Alicia Cargile, dopo un anno e mezzo di tira e molla (intervallato da svariati flirt, mai accompagnati da conferme o smentite). «Sono innamorata della mia fidanzata, da cui mi sono separata un paio di volte. Per lei finalmente sono tornata a provare sentimenti autentici e profondi», aveva dichiarato uscendo allo scoperto e facendoci finalmente tirare un respiro di sollievo. Ma ecco che, a pochi mesi da quelle parole, Kristen si mette con Stella, con cui è stata vista baciarsi durante le sfilate milanesi. E si conferma la vera ribelle di Hollywood.
Cresciuta a Los Angeles con una madre australiana sceneggiatrice e il padre assistente regista, e travolta da un successo, la saga di Twilight, che avrebbe steso la maggior parte di noi, a soli 26 anni Stewart ama sperimentare e lo fa con un raggio d’azione molto vasto: si va dai sentimenti al colore dei capelli, passando per le sue scelte d’attrice.
Voltate, infatti, le spalle agli incassi da capogiro e più facili, preferisce il cinema indipendente. Nei suoi due prossimi film in arrivo incarnerà due tipi di sorelle, molto diverse. In Billy Lynn - Un giorno da eroe, film del regista premio Oscar Ang Lee, nelle sale dal 2 febbraio, tenterà di convincere il fratello, un tormentato eroe della guerra in Iraq, a non tornare a combattere. Mentre in Personal Shopper, di Olivier Assayas, nelle sale in aprile, proverà a mettersi in contatto nell’aldilà con il fratello gemello, morto per un attacco di cuore.
Al nostro incontro Kristen, che è anche volto della maison Chanel di cui indossa un tailleur pantalone, agita le mani nervosamente, mentre mi racconta come attraverso i ruoli che sceglie desideri affrontare ogni possibile angolazione di se stessa. «Mi sento al massimo, come attrice, quando mostro cose che il pubblico non vede normalmente, e di cui io non ero consapevole», mi spiega.
In Billy Lynn - Un giorno da eroe, lei è la sorella pacifista di uno dei 100 mila soldati che nel 2004 erano in Iraq, interpretato dall’esordiente Joe Alwyn. Le scene tra di voi, quando torna a casa per ricevere un premio, sono di grande impatto.
«Credo che Ang Lee abbia selezionato il meglio dei dialoghi presenti nel bestseller di Ben Fountain (pubblicato da minimum fax) da cui è tratto il film. L’intento del regista è mostrare una verità sulla guerra distante anni luce da quello che l’opinione pubblica crede. Nella storia io rappresento una voce alternativa e scomoda. Voglio che mio fratello conosca se stesso: se questo accadesse, sarebbe ancora orgoglioso di andare a combattere? Non sono mai stata una che giudica, anche nella vita reale, ma ho sempre creduto che, prima di batterti per qualcosa, devi capirla, non esserne semplicemente consumato». 
Il tema è più che mai attuale, ci sono tanti ragazzi e ragazze che per sfuggire ai limiti del loro quotidiano pensano di arruolarsi nell’esercito. La scelta di Billy è quella di molti giovani americani?
«Credo sia più che mai una storia condivisa. L’esercito ha dato una direzione a tante vite fuori rotta, ha fornito uno scopo anche in senso positivo. Ma non tutti sono preparati a trovarsi coinvolti in qualcosa di molto più grande di loro, ad accettare azioni e conseguenze terribili. E questo era ancora più vero 13 anni fa, quando è ambientato il film, quando c’era anche molta propaganda. La cosa più difficile da chiedersi è perché si uccida, si spari e si combatta. Sono tutte domande che danno molta umanità alla figura di un soldato».
Nel film si occupa di un fratello vivo, mentre in Personal Shopper fatica a riprendersi dalla morte del suo gemello.
«Al mio personaggio succedono cose strane. Nel tentativo di colmare il vuoto della perdita, coltiva le sue qualità più maschili, cercando di emulare il fratello. Il rovescio della medaglia è che la sua femminilità è in crisi. La storia è complessa, racconta di una metamorfosi che mescola influssi paranormali e il desiderio improvviso di indossare i panni di qualcun altro, per tornare a vivere».
Secondo lei le esperienze dolorose sono necessarie per farci aprire gli occhi?
«Ci permettono di capire quello che conta davvero nella vita. La perdita ti conferma che non avrai mai risposte su ciò che è sconosciuto per eccellenza, la morte. Non sappiamo che cosa succederà in quel momento, non sappiamo se saremo da soli o ci sentiremo legati a qualcosa di più grande. E tutto questo fa molta paura».
Che relazione ha col mondo del soprannaturale?
«Da bambina i fantasmi mi spaventavano, e l’idea che ci sia qualcosa d’invisibile non mi piace. Oggi non credo a queste presenze, ma agli impulsi e agli istinti che partono dalla “pancia” e di cui è meglio fidarsi. Sono la ragione per cui ci sentiamo attratti da qualcuno e respinti da qualcun altro. E non hanno niente a che fare con la logica».
La personal shopper che interpreta nel film è una ragazza strana.
«È una donna molto attratta dalla bellezza e dall’estetica, ma è così autopunitiva da sentirsi in colpa per questo. Prova un senso di vergogna nel voler essere attraente e nel volersi circondare di cose belle, perché lei non si piace».
La sua, di stylist, le ha dato consigli utili per questo ruolo?
«Mi conosce molto bene, dopo tanti anni che lavoriamo insieme, e non pensa solo ai vestiti da farmi indossare. Ci sono tante persone distratte dalle mode che vogliono solo darti l’immagine giusta, ma non sono capaci di sottolineare chi sei. La mia collaboratrice sa qual è, di volta in volta, il capo perfetto per farmi affrontare il mondo».
Tre anni fa ha dato un taglio drastico ai capelli e, col senno di poi, la sua scelta non sembra affatto casuale.
«Ho deciso di farlo appena ho compiuto 23 anni. I capelli mi permettevano di nascondermi dietro un’aura sexy. Appena mi sono trovata scoperta, senza questo scudo, ho dovuto mostrare la mia vera faccia e la cosa strana è che ho tirato fuori una fiducia in me stessa che non sapevo di avere. I capelli mi facevano sentire come una vera ragazza, mandavano messaggi del tipo: “Sono bella, sono femminile”. Non so perché ho dato loro così tanta importanza, forse perché tutti associano i capelli lunghi alla sensualità. Ma mi sono chiesta: “Davvero il mio primo obiettivo nella vita è essere desiderata? Tutto questo è di una noia mortale”».
Non ha temuto il cambiamento d’immagine?
«Ho perso due chili prima di incontrare il parrucchiere. Non riuscivo a mandar giù niente, e il giorno che mi sono seduta su quella sedia mi sudavano le mani».
Ma carattere forte e coraggio non le sono mai mancati. Crede c’entri qualcosa il fatto di essere cresciuta con tre fratelli maschi?
«Se guardo le mie foto fino ai 15 anni, in cui mi mettevo i vestiti dei miei fratelli, il maschiaccio ero io. Mi piacevano i trattori, il basket, il calcio. E sono sempre stata una bambina che voleva stare con gli adulti».
Non fatico a crederle.
«Volevo essere vista come grande, ma poi le cose sono cambiate. Tra i 15 e i 20 anni ero sempre in ansia, se non riuscivo a controllare le cose, mi sentivo persa».
Ha imparato a mettere una barriera tra lei e il mondo?
«Dopo 16 anni di lavoro so gestire i pensieri negativi. Oggi non mi faccio più sopraffare e, se mi capita, so che è temporaneo. Poi passa».
Più che aver fatto pace con la sua immagine pubblica sembra aver fatto pace con se stessa.
«Sono più intelligente e più calma di una volta. Non temo i miei lati oscuri perché quando sei sincera con te stessa non esiste più un lato oscuro. E non c’è più domanda che ti dia fastidio, se arriva in modo onesto».
Mentre la saluto mi viene in mente una frase che Kristen mi ha detto poco tempo fa. «Se dovessi scegliere di essere un animale, sceglierei un gatto. Perché quando tutti lo vorrebbero vicino, lui se ne sta a distanza a osservarti». Mi basta questo per togliermi l’illusione di averla finalmente conosciuta. Kristen Stewart ci stupirà ancora, ne sono sicura.

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Flavio Cobolli: il tennis, l'amore e l'effetto Jannik Sinner 

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Abbiamo passato una giornata con Flavio Cobolli, uno dei sette tennisti italiani nella classifica dei primi 50 del mondo

In questi giorni si sta giocando a Bologna la Coppa Davis e in prima fila c’è lui, Flavio Cobolli, il tennista timido e gentile.

Nella classifica dei primi 50 del mondo, sono sette gli atleti italiani. E dopo Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, che hanno rinunciato al celebre torneo a squadre nazionali, c’è Flavio, al 22° posto dell'APT: sta lottando con i suoi compagni azzurri per cercare di conquistare per la terza volta consecutiva la Coppa Davis.

«Ho sempre sognato di giocare per la nazionale e quando vesto questi colori un po' mi trasformo. La pressione c’è, ma quando la sento, gioco il mio miglior tennis», dice.

Lo abbiamo incontrato a Genova, ospite dello sponsor Pulsee e abbiamo passato una giornata con lui.

Che cosa abbiamo scoperto? Un ragazzo alla mano, generoso, che non crede ancora di essere tra i più forti al mondo: «L’ho sempre sognato, ma devo ancora abituarmi che sia davvero la realtà».

Quando parla della sua fidanzata Matilde, con cui sta da 5 anni, gli brillano ancora gli occhi.

Ama il caffè e il té freddo, ma la sua passione nascosta è la moda: adora fare shopping.

Cresciuto a Roma, Flavio viene dalla sua migliore stagione in carriera: ha raggiunto i quarti di finale a Wimbledon, il più prestigioso torneo di tennis del mondo.

E si è preso i complimenti di Novak Djokovic, detto Nole, il grande campione di tennis serbo che gli ha pronosticato: «Arriverai nei top 10 al mondo».

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Che effetto ti hanno fatto le sue parole? 

«Nole è il mio idolo, lo sanno tutti. È una persona che ammiro molto. Sentire quelle parole mi ha colpito tantissimo: le sento ancora dentro al cuore. È uno stimolo per il futuro».  

Per arrivare tra i primi tennisti al mondo (quest’anno hai raggiunto anche il 17mo posto) ci vuole tanta energia. Dove la prendi?  

«La prima fonte che mi dà energia è la mia famiglia, poi viene lo sport, che è la mia passione. Poi ci sono i miei sogni. Sin da piccolo ho sempre voluto essere uno tra i migliori del mondo e ora ci sto riuscendo. Ora ci vuole tanta energia per mantenere reale un sogno così grande. Ma sono pronto a lottare ogni giorno per rimanere ai vertici». 

Tuo padre Stefano è anche il tuo allenatore. Sugli spalti di Wimbledon, dopo la tua storica vittoria che ti ha portato ai quarti di finale, si è commosso, e li sono scese le lacrime dagli occhi. Dividete successi e sconfitte. Ogni tanto litigate sul campo? 

«Ricordo quando avevo 19 anni ad Antalya in Turchia. Avevamo litigato, l’avevo allontanato dal torneo e lui se n’era andato. A un certo punto sono andato a cercarlo, ma lui era già in aeroporto. Sono tornato in campo e, per rivincita, come mi capita spesso, per dimostrargli la mia forza, ho vinto quel torneo (quella volta ha ottenuto il suo primo titolo professionistico, ndr)». 

Che cos'hai in comune con lui? Una volta hai raccontato che fai fatica a esprimere le emozioni in parole.  

«Sono molto estroverso con le persone che non conosco, come con i giornalisti. Ma con mio papà, per esempio, sono diverso. Tra di noi abbiamo difficoltà a parlare, a dirci le cose che vorremmo dire: siamo un po’ chiusi. Ma stiamo migliorando, io ci sto provando. Non è che non gli parlo perché sono timido, semplicemente non voglio mostrare le mie debolezze, non voglio mostrare che ho bisogno di qualcuno, di chiedere aiuto. Preferisco magari stare da solo che mettere in difficoltà un'altra persona per aiutarmi». 

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Da tua mamma Francesca, che cosa hai preso, invece?  

«Il sorriso: è sempre una persona molto entusiasta. Mi ha dato la felicità e la voglia di ridere e nei miei momenti buoni mostrare la leggerezza». 

Al tuo fianco c’è sempre anche Matilde Galli, studentessa universitaria, a cui sei legato da più di cinque anni. Siete una coppia lontana dal gossip, ma le dedichi spesso le tue vittorie. Una sorpresa che le hai fatto? 

«Gliene faccio mille, è una persona che adoro e ho nel cuore. È una donna spettacolare che mi aiuta molto. Cerco di sorprenderla anche con le cose più semplici: ogni volta che torno da un torneo, non poso neanche la valigia e vado a casa sua. È lei la prima persona che voglio vedere. Una volta sono andato fino a Gallipoli per abbracciarla». 

All’inizio della tua carriera, sei stato anche una grande promessa del calcio con la Roma. Sei cresciuto insieme al tuo amico Edoardo Bove (il centrocampista della Roma che un anno fa ha avuto un arresto cardiaco in campo). Perché hai lasciato il calcio per il tennis? 

«È stata una scelta istintiva. Mi sono ritrovato a giocare a calcio nelle giovanili della Roma a un livello molto alto. Da piccolo mi sentivo più bravo a pallone che a tennis. Però quando giocavo a calcio avvertivo molto la pressione su di me e sentivo che mancava qualcosa. Invece quando ero sul campo da tennis, magari non avevo gli stessi ottimi risultati, ma mi sentivo davvero me stesso. Sulla terra rossa percepivo il “Flavio Lottatore” che sentivo di avere dentro di me. E soprattutto mi sentivo libero e felice. E quando ho scelto in modo definitivo il tennis, non ho mai più voluto cambiare. Nessun rimpianto». 

Hai 30 tatuaggi. Quando li fai? 

«Ogni tanto la mattina mi sveglio e vado a farmene uno. Il più importante? Forse quello dedicato a Edoardo Bove, un amico davvero speciale. Lui per me c’è sempre, e io per lui». 

Il tennis italiano sta vivendo un momento d’oro. Qual è l’effetto Jannik Sinner su di te? 

«Sinner è una grande ispirazione, una grande motivazione. Sta facendo cose eccezionali e ci sta dando tanta forza. Anche se non è presente in Coppa Davis, si sta facendo sentire. Jannik è una persona umile, con grandi valori e questo è uno stimolo per tutti noi». 

Come ti senti oggi? 

 «Un giocatore forte: mi sto allenando bene e questo mi dà sempre più consapevolezza. Mi piace l’idea di essere un giocatore fastidioso, difficile da incontrare, che agli occhi degli altri tennisti comincia a fare paura». 

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Sara Curtis, la nuova stella del nuoto italiano: «Sono la prima mulatta in nazionale, e ne sono fiera»

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A 19 anni, Sara Curtis è già una protagonista del nuoto italiano. Tra i record e le polemiche, ecco cosa vuole dal suo futuro in vasca

Sara Curtis ai mondiali di Singapore, conclusi il 3 agosto, è stata la nuotatrice italiana più attesa e commentata sui social.

Non solo per essere stata vittima di accuse razziste o per la sua bellezza: Sara è senza dubbio la nuova stella del nuoto azzurro.

E ora che è calato il sipario delle gare, sta preparando le valigie per una nuova avventura. Alla fine di agosto comincerà una fase diversa della vita, frequentando la University of Virginia, famosa per gli ottimi risultati sportivi dei suoi atleti. È stata chiamata in America da uno degli allenatori più famosi (e vincenti) del mondo, Todd Desorbo, che alle ultime Olimpiadi ha guidato la squadra femminile statunitense. 

La University of Virginia ha 23mila studenti. Il paese in cui è cresciuta, Savigliano, in provincia di Cuneo, neanche 22 mila abitanti. Un grande salto. Non ti fa impressione?

«Sì, ma uno dei motivi per cui ho fatto questa scelta, a parte allenarmi in un contesto stimolante accanto a grandi campionesse, era trovare un nuovo ambiente. A quasi 19 anni avevo bisogno di uscire dalla mia comfort zone che aveva dei limiti. Alla mia età è giusto crescere e cambiare. E ho scelto di fare un grande salto, verso un altro Paese, un'altra cultura, un'altra lingua».

Chi ti ha sostenuta su questo cambiamento?

«Il mio fidanzato Andrea (ex nuotatore, ndr): è stato il primo a convincermi di partire. Si figuri che l’allenatore americano mi aveva contattato la prima volta sui social due anni fa: forse per disattenzione non avevo risposto. “Se c’è qualcuno che ti cerca da tanto tempo, un motivo c’è”, mi ha detto il mio fidanzato».

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Hai già battuto molti record. Nella tua giovane carriera di nuotatrice ci sono stati momenti difficili che ti hanno fatta soffrire?

«Sì, i miei risultati mi hanno dato tanta felicità, ma sono stati anche l’occasione per confrontarmi con il razzismo che prima non avevo mai subito. E mi sono resa conto di essere la prima atleta mulatta della nazionale italiana di nuoto. 
Ci sono state frasi che mi hanno ferito, come per esempio: “Il tuo record (nei 100 stile libero) non è italiano, è nigeriano”, che mi sembra un po' folle, visto che sono nata qui e gareggio per l'Italia. Sono cresciuta in un ambiente multiculturale: alle superiori eravamo in nove e solo una compagna aveva entrambi i genitori italiani».

Un mix di culture, insomma.

«Avevo in classe due ragazze albanesi, tra cui la mia migliore amica, due marocchine e un ragazzo di origine congolese. Insieme a lui creavamo dei dissing in pidging english, che parlano in Nigeria e mi ha insegnato mia mamma. In classe c’era un’atmosfera molto bella: ognuno poteva contare sull’altro. I mei compagni Oltreocano mi mancheranno».

Il tuo primo ricordo da bambina. 

«In piscina da piccola non riuscivo a fare “la stella” (supina, distendi braccia e gambe, creando una forma che ricorda la stella marina, ndr). La testa affondava sempre».

Di carattere come sei?

«Non stavo mai ferma, saltavo sui letti e sui divani e adoravo l’acqua. Passavo tutte le estati nella casa di mio nonno sulle colline a Cervaro, in provincia di Frosinone, con i miei cugini e mio fratello Andrea. Un giorno i miei nonni hanno montato una piscina gonfiabile. Appena l’hanno riempita d’acqua, mi ci sono buttata vestita. Facevamo continue battaglie schizzandoci con il tubo dell’acqua».

Delle tue prime gare che cosa non dimentichi?

«Le trasferte, spesso a Riccione. Ero piccola, 6 anni, e le mie compagne di squadra, tutte più grandi, mi raccontano che non volevo mai andare a letto. E per non dormire, mi nascondevo nell'armadio della camera dell'hotel». 

Da tuo papà Vincenzo, che cosa hai ereditato?

«La testa dura: ci siamo spesso scontrati perché abbiamo un carattere molto simile. E ha trasmesso a me e a mio fratello la passione per lo sport. Quando eravamo piccoli ci portava in montagna in mountain bike: ha sempre amato il ciclismo. E poi nei weekend mi divertivo a insegnargli a nuotare. Per mostrargli come si faceva la virata, gli facevo fare le capriole sul letto oltre che in acqua». 


Mamma Helen invece che cosa ti ha trasmesso?

«Il sorriso. E poi ci sono momenti felici che mi legano molto a mia mamma. Quando ho saputo di aver preso 100 alla maturità, il mese scorso, sono tornata a casa piena di entusiasmo. E lei si è messa a ballare e ho iniziato a seguirla in una danza di gioia. È una persona molto solare, va sempre d'accordo con tutti, non le piace litigare e credo di aver preso da lei questa energia positiva».

Qual è il tuo rapporto con la femminilità? 

«È fatto di alti e bassi. Ho avuto qualche problema legato alla mia autostima. Colpa dei miei capelli, delle spalle e della mia altezza. Alle medie avevo i capelli rovinati, bruciati dal cloro: li odiavo e per due anni di fila ho sempre avuto le trecce. Ora sto cominciando a curarli, finalmente mi piacciono. Quando indosso un vestito, invece, alcune volte le mie spalle mi sembrano gigantesche, altre volte le amo. E solo recentemente ho fatto pace con la mia altezza: sono alta 1,80 e un anno fa ho indossato i miei primi tacchi».

Sara Curtis

Un rito prima di una gara?

«Ascoltare sempre la stessa playlist durante il riscaldamento: le canzoni di Billie Eilish e Marracash mi gasano un sacco. E poi avere sempre le unghie a posto: non potrei fare una gara senza una perfetta manicure».

Un'atleta dev'essere concentrata, razionale. Quanto contano invece le emozioni? Bisogna controllarle?

«Hanno un ruolo fondamentale. Io sono una persona molto emotiva, ma il nuoto mi aiuta a scaricarmi. Per esempio, quando ho ricevuto i commenti razzisti sui social, sono riuscita a sfogare in acqua l’amarezza. Dimostrando a me stessa che perfino quei commenti mi davano forza. Trasformare la paura in rabbia è utile. Ovviamente la stabilità emotiva conta tantissimo: essere sereni, tranquilli aiuta sempre».

Nella tua vita, qual è la persona che ti ha ispirato di più? Il tuo modello, insomma.

 «Mia mamma: è una donna tostissima. L’ammiro molto: è partita a 19 anni dalla Nigeria dove non aveva nulla. E ha ottenuto molto più di quello che si immaginava e desiderava. Arrivata in Italia, il primo stipendio lo ha spedito in Nigeria per le cure mediche di suo fratello. Ora fa la operaia in un’azienda alimentare. È una persona fortissima e l’ammiro perché ha una fede fortissima e sa affrontare il peso di una giornata stressante sempre con il sorriso».

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È uscito il nuovo album di Achille Lauro (e c’è un brano dedicato a una donna speciale)

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Comuni Mortali è l’ultimo lavoro del cantautore romano: siamo state alla presentazione stampa e al suo secret show a Piazza di Spagna. Vi raccontiamo come è andata

L’amore è come una pioggia sopra Villa Borghese. E il destino ha voluto che fosse proprio la pioggia – come nella romanticissima (e malinconica) ballad retrò Incoscienti Giovani – a cadere dal cielo di Roma durante l’ultimo spettacolo segreto di Achille Lauro, lunedì scorso.

Un "effetto speciale" che ha reso tutto ancora più suggestivo: il perfetto accompagnamento di una serata emozionante in cui l'artista ha presentato alcuni brani del suo nuovo album uscito oggi per Warner Music Italy.

È uscito il nuovo album di Achille Lauro: tutto quello che dovete sapere 

(Continua sotto la foto)

Achille Lauro ph.GiuliaPArmigiani

«Perché Comuni Mortali? Perché è un’espressione che racchiude la fragilità dell’essere umano, che ci rende tutti uguali». Completo scuro e occhiali neri, Achille Lauro ha spiegato così il titolo del suo nuovo disco (12 tracce) – disponibile da oggi su tutte le piattaforme digitali, oltre che in cd e vinile – durante la presentazione all’Hotel Valadier di Roma.

Proprio una delle canzoni, Dannata San Francisco, ha aperto subito dopo il live – annunciato sul profilo Instagram @achilleidol solo qualche ora prima e andato sold out in pochi minuti – a cui hanno partecipato duemila persone radunate sotto alla scalinata di Trinità dei Monti. Incuranti della pioggia che poi, improvvisamente, ha smesso di cadere.

Non hanno mai smesso di cantare invece le “Bellezze” (così Lauro chiama i suoi fan) nel corso dell’ora di spettacolo in cui l’artista ha ripercorso i suoi più grandi successi – da Incoscienti Giovani a 16 Marzo, da Amore Disperato a C'est la vie, da Bam Bam a Rolls Royce, reso omaggio ad Antonello Venditti con una reinterpretazione di Notte prima degli esami, e presentato alcune novità, a cui è spettato il gran finale.

E non poteva che essere amoR, a chiudere questa serata magica: un brano per la sua città – Abbracciami Roma prima di addormentarci stasera – vista come fosse una donna.

«Le mie ballad sono sempre molto struggenti, si possono dedicare ad amori finiti. Ma stavolta è diverso, è una canzone di speranza che si rivolge alle storie appena iniziate […].

Se analizzo la mia carriera, non risento mai i miei brani, odio. Questa invece la ascolto tante volte […]. Io non faccio altro che rubare dalla realtà, come un fotografo documentarista che vuole immortalare le immagini che vede».

E l’ultimo disco – scritto tra Los Angeles e New York dove Lauro De Marinis ha trascorso lunghi periodi lontano dalla popolarità e dalle logiche del mercato discografico – è proprio un tributo all’amore, in tutte le sue fome.

Come ha spiegato bene lui stesso: «Amici, grandi amori, Roma. Comuni Mortali è una dedica rivolta a tutti quelli che hanno contribuito al percorso della mia musica. Credo che oggi sia un momento bellissimo perché quello che amo fare è in linea con quello che piace alle persone, sento una grande sintonia con il pubblico, diverso in tutte le sue generazioni».

Il settimo album di Achille Lauro, a quasi 35 anni, è una fotografia molto intima di sé stesso. Uno scatto che ha saputo cogliere tutte le sfaccettature e le emozioni che hanno attraversato la sua vita spericolata – «di cui vado fiero», ha detto – da ragazzo di periferia che ha trovato la sua strada diventando poi artista di successo. Ma soprattutto uomo maturo e sensibile capace di soffermarsi a pensare e interrogarsi cosa siano amore e sofferenza. E come possano essere occasioni di crescita, anche nel dolore.

«Questo disco, per certi versi, è difficile da capire perché straziante, contiene tante verità e storie infelici. Iniziando con Amore Disperato per passare poi a Incoscienti Giovani […]. C’è chi pensa che io abbia provato a far saltare in aria la mia carriera più volte ma invece ho sempre solamente cercato di essere coerente con quello che ero in quel momento.

Credo che il mio percorso, che ha attraversato tanti generi, alla fine abbia mantenuto sempre la stessa anima. La Bella e la Bestia – uscita ormai 10 anni fa, in cui racconto di un amore tormentato – non è poi così distante da Amore Disperato».

Achille Lauro ph. Marcello Junior Dino

Achille Lauro dedica un brano a una donna molto speciale: sapete chi?

In Comuni Mortali, c’è un brano che si intitola CristinaUna donna molto speciale nella vita di Achille Lauro.

Ed è sua madre.

«L’ho scritta in 10 minuti. Lei non l’ha ancora sentita, lo farà all’uscita del disco […]. Il bello di questa canzone è che unisce tutti i miei mondi: può piacere a un pubblico maturo, a un pubblico più giovane e a un pubblico urban. La considero diamantino nella mia carriera […]. Ormai non sto più a rincorrere il gioco dei numeri forzatamente. Magari tra vent’anni non si ricorderanno di Achille Lauro ma il momento della loro vita caratterizzata da quella canzone: voglio qualcosa che resti e che smuova le persone».

E alla domanda se c’è una fidanzata, risponde di no. «Sono stato tanti anni con una ragazza. So che vuol dire avere una relazione molto lunga e cosa vuol dire amare: è un dare senza chiedere. Non ho una relazione e ho la grande fortuna di saper affrontare la vita da solo.

Il giorno che farò questo atto di coraggio, di stare insieme a qualcuno e di condividere la vita, sarà la persona con cui vorrò davvero costruire qualcosa. La mia libertà vale troppo […]. Oggi c’è la cultura del machismo, del dimostrarsi superiori alle donne, ma è esattamente il contrario. Sarebbe meglio ripartire dalla gentilezza, regalare un fiore». 

Tra le altre dediche, in Comuni Mortali, c’è anche Barabba III. La storia di un’amicizia, vissuta sul filo del baratro delle dipendenze: «La considero come fosse un libro, un film tratto da una storia vera. Mitizzare quel mondo lì non è la mia intenzione. È un invito a riflettere. Ho tanti amici che ancora oggi hanno seri problemi, forse non ne usciranno mai. Io sono stato fortunato perché ho capito quello che mi piaceva.

Il problema vero è quello di non avere passioni, è il problema dei ragazzi della periferia. Non hanno un posto nel mondo, non sanno fare niente, non sanno amare ed essere amati. Bisognerebbe ripartire da un’educazione sentimentale e familiare. Io invece ho l’ossessione dell’ambizione, non mi godo mai niente di quello che faccio». 

comuni mortali

I prossimi appuntamenti

I nuovi brani di Comuni Mortali, insieme ai grandi successi della sua carriera, saranno live nelle due date sold out al Circo Massimo di Roma, il 29 giugno e il 1° luglio, e nel tour nei palazzetti di tutta Italia in programma l’anno prossimo.

Si comincerà il 4 marzo 2026 ad Eboli per proseguire poi con doppia data nella Capitale, Bari, Padova, Torino, doppia tappa a Milano, Bologna e Firenze.

Una terza data al Circo Massimo? «Probabilmente non l’annunceremo perché vogliamo preparare qualcosa di ancora più grande».

Anche il cinema potrebbe essere nei suoi progetti futuri, ma non come attore: «Ho scritto diverse cose e sto parlando con un produttore molto famoso».

È proprio vero Lauro, come dici tu, oggi sognare è il lusso più grande

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Matilde Gioli: «I giovani possono essere la svolta contro gli stereotipi»

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Non ama stereotipi e pregiudizi Matilde Gioli, e per dimostrarlo dà voce a una campagna Lines che punta a rompere i tabù

La parità di genere non è un gioco, ma ci sono molti modi per rompere le barriere e i pregiudizi e Matilde Gioli ha scelto di farlo con ironia con Lines, che l'ha resa (insieme a Giulia Stabile, ballerina e conduttrice tv) protagonista di “Le CoinquiLines” un format con cui ha voluto mostrare le donne nella loro quotidianità che vivono il ciclo in maniera naturale e positiva, per passare il concetto che parlare di mestruazioni non dovrebbe essere un tabù.

«Credo fortemente nel potere e nel valore delle donne, in quanto persone capaci di indipendenza e autonomia. Ognuna di noi è una risorsa preziosa che può dare un importante contributo alla società portando in alto il concetto di libertà di essere e sentirsi se stesse in qualsiasi momento.

La libertà che mi ha permesso di parlare di mestruazioni in televisione grazie a Lines.

Una fantastica opportunità con cui ho voluto contribuire ad abbattere i falsi miti che purtroppo ancora vengono associati a questo argomento, divulgando un importante messaggio di normalizzazione di questo tema», ha commentato Matilde Gioliattrice con più di 20 film di successo al suo attivo tra cui Il Capitale Umano, candidato agli Oscar 2015 e protagonista di serie TV di successo come DOC-Nelle tue mani e Gomorra.

Ne abbiamo approfittato per parlare con lei di parità, anche nel mondo del cinema.

(Continua sotto la foto)

Matilde Gioli per Grazia.it 2

Quali sono le “difficoltà” del ciclo? Cosa speri di ottenere partecipando a questa campagna? Che “aiuto” vuoi dare?

Durante il ciclo non sempre è facile sentirsi a proprio agio, soprattutto durante il lavoro ma capita anche nel tempo libero.

La campagna Lines le Coinquilines mi ha dato l'opportunità di parlare di ciclo mestruale in tv e contribuire così ad abbattere i falsi miti che purtroppo ancora vengono associati a questo argomento. Mi ha permesso anche di contribuire a divulgare un importante messaggio di normalizzazione su questo tema. Spero che le donne si sentano libere di parlarne senza aver paura di essere giudicate.

Parliamo di stereotipi di genere. Quali sono gli stereotipi che ti sono o ti sono stati più stretti?

In generale non amo gli stereotipi. Amo la libertà di espressione in ogni sua sfaccettatura.

Quale potrebbe essere secondo te una via per la parità di genere?

La parità di genere è sicuramente connessa a indipendenza e autonomia che possono essere conquistate solo sul campo, facendo, e avendo le stesse possibilità degli uomini. Poi, a mio parere, un grosso ruolo lo giocano l’istruzione, le istituzioni e le aziende che devono fare la loro parte e innescare il cambiamento. 

Cosa consiglieresti alla te adolescente? E a chi sta passando ora un periodo di insicurezza?

A chi sta passando un periodo di insicurezza direi di amarsi di più, di smettere di dare amore e attenzioni solo agli altri ma anche e soprattutto a se stessi. 

I tuoi progetti in corso e i prossimi progetti? 

Nei primi due mesi dell’anno sono stata impegnata con un film davvero particolare, ispirato ai thriller di ultima generazione..un po’ alla “squid game” per intenderci.

Ho un cambio look estremo ed è stato divertentissimo oltre che molto stimolante.

Poi senza pausa, ho iniziato subito a girare una commedia ricca di tematiche dove sono protagonista assoluta e racconto una donna piena di insicurezze e fragilità che però troverà il modo di riscattarsi.

La cosa davvero singolare è il come… ma lo scoprirete in futuro. Vedrete una versione di me davvero inedita!

Matilde Gioli per Grazia.it

Come donna che lavora nel mondo dello spettacolo, hai mai subito discriminazioni o disparità di trattamento? Se sì, come le hai affrontate?

Non ho mai subito discriminazioni o disparità forti o violente perché, avendo un carattere dominante, metto subito in chiaro che come donna (e come tutte le donne) devo essere rispettata, ma tutto quel sottobosco di battute di spirito (sul fatto che siamo il sesso debole e che siamo imbranate a fare le cose e che da sole facciamo fatica ecc) non è ancora sparito. Reagisco con uno sguardo gentile ma accompagnato da un sorriso amaro come a dire “dai, non fa più ridere”…

Ricordo una conferenza stampa di un film corale dove il giornalista, dopo aver rivolto le domande più interessanti ai 3 protagonisti uomini, si era dimenticato di chiedere qualcosa anche a noi 3 protagoniste donne. Una di loro ebbe il coraggio di fermarlo e chiederli di darci la dignità di rispondere anche noi a qualche domanda. Fu molto forte e ricordo che la guardai con ammirazione e una riscoperta voglia di dire sempre la mia!

Come pensi che il cinema, la televisione o i social possano contribuire a promuovere la parità di genere?

Il mondo dell’informazione è la chiave di volta del sistema. Ai media il compito di raccontare la realtà con onestà e trasparenza, promuovendo esempi concreti portatori di valori positivi che siano di supporto e aiuto ai giovani. Nei giovani c’è la svolta futura. Nutro grande fiducia in loro.

Qual è la domanda che vorresti che ti facessero in un’intervista e che invece non ti fanno mai?

Non mi manca tanto ricevere una domanda specifica, ma a volte vorrei che le interviste fossero più interattive e che potessi anche io chiedere qualcosa al giornalista su quello che pensa delle mie parole. Vorrei che le interviste fossero un pò come i dialoghi socratici fatti di non-sapere, ironia e maieutica.

leCoinquiLines-campagna

«Noi crediamo fortemente nella libertà delle donne di essere se stesse ed è in questa direzione che va la nuova campagna di LINES è» - ha dichiarato Ione Volpe, FemCare Marketing Directore Fater.

«La campagna sottolinea e conferma l’impegno di Lines nell’essere al fianco delle donne per superare i tabù legati al ciclo mestruale, stimolando un dialogo aperto e naturale che porti alla normalizzazione di questo e altri temi legati all’universo femminile.

E con l’aiuto di Matilde e Giulia, che abbiamo scelto per il loro impegno e capacità di ispirare tante donne, continueremo a dare il nostro contributo anche nella battaglia contro la discriminazione di genere attraverso altri progetti futuri».