10 regole che devono seguire i Windsor quando viaggiano

Quando viaggiano, i membri della Royal Family d'Inghilterra devono rispettare una serie di regole di protocollo per la sicurezza (e non solo): eccole
All'interno della Famiglia Reale inglese c'è un protocollo per tutto, anche per i viaggi.
Un po' per rispettare la forma, un po' per la sicurezza dei suoi membri e della dinastia, un po' per adeguarsi ai tempi che cambiano.
Ecco dunque le regole che devono seguire William, Kate Middleton e i bambini, la Regina, Carlo, e Harry con Meghan e il piccolo Archie.
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1. Voli in compagnie aeree low cost
Proprio come tutti gli altri, i reali sono sotto restrizioni economiche e devono attenersi a un budget. Un enorme budget, decisamente più alto del nostro, ma comunque un budget.
Ecco allora che ogni tanto optano per compagnie aree low cost.
Nel 2016 il principe William è stato avvistato su un volo Ryanair direzione Glasgow, e qualche mese fa il principe Harry ha acquistato un biglietto della stessa compagnia aerea per andare in Olanda.
2. Di solito scelgono la British Airways
I reali amano sostenere il proprio paese, per questo cercano sempre di volare con British Airways.
Nel 2011, William e Kate hanno sperimentato gli stessi problemi e le stesse frustrazioni che proviamo noi tutti quando, durante viaggio, il loro aereo ha accumulato un enorme ritardo.
3. La sicurezza prima di tutto
La Royal Family può anche non volare sempre privatamente, ma certo è che non volano mai senza il loro team di sicurezza di esperti qualificati.
Ma tutto sommato, non viaggiano con un entourage più ampio di quanto ci si aspetterebbe.
Solitamente il team per la sicurezza si aggira da 6/7 a una quindicina massimo di persone.
Nel loro viaggio a Los Angeles nel 2011, William e Kate hanno avuto un entourage di sette persone, mentre durante la loro visita in Canada nel 2016, la coppia reale ha portato una squadra di 12 bodyguard.
4. Valigie monogrammate
Quando i reali viaggiano, viaggiano con stile. Infatti, se c'è una cosa di cui non si devono mai preoccupare sono le valigie.
Durante il viaggio di William in Australia, agli spettatori reali fu dato un assaggio del suo bagaglio, che era decorato con la lettera W (di Windsor) e una corona.
Kate non è così formale e apparentemente ha un mix più eclettico di borse e portabiti.
5. Due eredi non dovrebbero mai volare insieme
Il protocollo reale vuole che due eredi non viaggino mai insieme sullo stesso volo in modo che la successione reale sia comuqnue protetta in qualsiasi caso.
Nel caso in cui volessero farlo, gli eredi devono chiedere il permesso alla regina Elisabetta, che ha l'ultima parola in merito.
Al principe William fu concesso il permesso dalla regina di trasgredire le regole quando suo figlio aveva solo nove mesi, in viaggio con i suoi genitori in un tour in Australia e Nuova Zelanda nel 2014.
Nel settembre 2016, i Cambridges hanno viaggiato tutti insieme anche con la principessa Charlotte.
Così come nel 2017, in Polonia e Germania, e quest'estate quando hanno valotato verso l'isola dei Caraibi per la loro vacanza
Però, per il loro viaggio a New York nel dicembre del 2014, William e Kate hanno aderito a questa regola e per questo George era rimasto a casa con la tata e nonna Carole Middleton.
6. Le regole per l'immigrazione valgono anche per loro
Anche la Royal Family necessita di passaporti.
Il piccolo principe George ha infatti dovuto richiedere il passaporto per il suo viaggio in Australia.
Più in generale, comunque la famiglia reale deve aderire alle regole della dogana e dell'immigrazione, anche se di solito passano i controlli in modo molto più veloce e indolore rispetto a tutti gli altri.
La Regina Elisabetta è l'unica reale che non ha bisogno di un passaporto (questo perché vengono rilasciati i passaporti in nome di Sua Maestà).
Tuttavia è costretta a sottoporsi a un controllo di identità ogni volta che entra ed esce dalla Gran Bretagna, dando il suo nome completo, età, indirizzo, nazionalità, sesso e luogo di nascita ai funzionari dell'immigrazione.
7. Nessuna tuta per il viaggio
Nonostante per un lungo viaggio si cerchi sempre di viaggiare a proprio agio con abiti comodi e confortevoli, alla Famiglia Reale è vietato indossare la tuta.
Per ovviare il problema, solitamente Kate cerca di indossare gonna più camicia, o un vestito lungo, mentre William raramente viaggia con completo o giacca e pantaloni, e opta per una semplice camicia.
8. Tutti i segreti di bellezza di Kate
Tutti sanno che volare può disidratare la pelle, quindi Kate viaggia con la sua linea di prodotti per la cura della pelle preferita.
Durante un viaggio, Kate utilizza una maschera di veleno d'api in nero e oro, che pulisce e rassoda la pelle e agisce come un lifting naturale.
Inoltre, per i viaggi ufficiali della Duchessa, la sua hair stylist personale Amanda Cook Tucker fa parte del team a seguito dei reali.
9. Che budget hanno per i viaggi?
La cifra a disposizione della famiglia reale per i viaggi è variabile in base alla destinazione e al motivo del viaggio.
Ad esempio, il tour ufficiale nel 2018 del Principe Carlo con Camilla nelle isole caraibiche di St Lucia, Barbados, St Vincent e Grenadine, Saint Kitts e Nevis, Grenada, Cuba e Grand Cayman è costato un totale di 420.000 euro.
In compenso, la visita del Principe Harry e Meghan alle Figi è costato solo 85.000 euro.
10. I fotografi ufficiali sono sempre con loro
Il fotografo Arthur Edwards - la cui biografia su Twitter dice che ha "fotografato 7 matrimoni reali, 4 funerali e 8 nascite reali" - ha viaggiato in Nuova Zelanda con il Principe Harry e in tutto il Sud Est asiatico con il Principe William.
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Sarah Ferguson si rifugia in Svizzera dopo l'arresto del principe Andrea per le email legate a Epstein

Da settimane il clima attorno alla famiglia reale britannica è tutt’altro che sereno. Dopo l’arresto dell'ex principe Andrea con l’accusa di cattiva condotta in carica pubblica e le nuove rivelazioni legate agli "Epstein files", l’attenzione mediatica si è rapidamente spostata anche su chi, negli anni, gli è rimasto accanto. E tra i nomi tornati sotto i riflettori c’è quello di Sarah Ferguson.
L’ex Duchessa di York, 66 anni, non appare in pubblico da mesi. L’ultima volta era stata vista al battesimo della nipote Athena, a Londra, lo scorso dicembre. Poi, il silenzio.
Secondo diverse ricostruzioni della stampa britannica, Sarah Ferguson avrebbe lasciato il Regno Unito poco dopo Natale per rifugiarsi in Svizzera, presso la Paracelsus Recovery Clinic di Zurigo, una struttura privata specializzata in salute mentale e dipendenze, nota per i suoi programmi altamente personalizzati e riservati.
La clinica, che secondo quanto riportato dai tabloid, avrebbe un costo di circa 13mila sterline al giorno, viene descritta dal fondatore come un «santuario» dove ricevere cure senza giudizio. Tra i servizi offerti figurano programmi per burnout, depressione, ansia e traumi, con équipe mediche dedicate e un livello di privacy elevatissimo.
Non si tratterebbe di una novità per l’ex duchessa: in passato aveva già parlato pubblicamente della struttura, definendola un luogo sicuro in cui affrontare le proprie fragilità, e aveva raccontato di aver ricevuto lì la diagnosi di disturbo da stress post-traumatico e ADHD.
**Il principe William commenta l'arresto dello zio Andrea (e il futuro della monarchia)**
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Il principe William commenta l'arresto dello zio Andrea (e il futuro della monarchia)

La prima apparizione pubblica dopo una tempesta mediatica dice sempre molto più di mille comunicati ufficiali. E quella del principe William ai BAFTA Awards 2026, accanto a Kate Middleton, è arrivata in uno dei momenti più delicati per la monarchia britannica.
Pochi giorni prima, infatti, l’ex principe Andrea era stato arrestato con l’accusa di cattiva condotta in carica pubblica, nell’ambito delle nuove indagini legate agli "Epstein files", riguardanti l'ex finanziere statunitense accusato di pedofilia e traffico sessiale, amico di Andrea.
Sul pink carpet londinese, tra abiti couture e flash dei fotografi, l’atmosfera era elegante ma inevitabilmente tesa. Il principe William, 43 anni, non ha evitato le domande. Interpellato sul film Hamnet, che racconta il dolore di William Shakespeare e della moglie Agnes Hathaway per la morte del figlio undicenne, ha ammesso di non averlo ancora visto.
La motivazione? «Ho bisogno di essere in uno stato piuttosto calmo e al momento non lo sono. Lo vedrò più avanti», ha spiegato. Una frase breve, ma che ha immediatamente fatto il giro dei media.
L’arresto dell'ex Duca di York, avvenuto il 19 febbraio (giorno, peraltro, del suo 66° compleanno) ha riaperto ferite mai del tutto rimarginate all’interno della famiglia reale. Andrea è stato interrogato dalla polizia per undici ore e poi rilasciato, mentre le indagini proseguono. Secondo alcune indiscrezioni, gli investigatori potrebbero estendere le verifiche anche ad ambienti e dispositivi legati ai suoi precedenti incarichi ufficiali.
In questo scenario complesso, il principe William si trova in una posizione particolarmente delicata. Se in passato era rimasto ai margini della vicenda Epstein, oggi la questione tocca direttamente il futuro della monarchia.
Più volte ha parlato di una visione improntata «all'evoluzione, non rivoluzione», con l’obiettivo di modernizzare l’istituzione e rafforzarne la credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. Ma ogni nuovo sviluppo legato allo zio rischia di complicare questo percorso.
**Il principe William sta pianificando un grande cambiamento per quando diventerà re**
Buckingham Palace ha fatto sapere che re Carlo III guarda con «profonda preoccupazione» alle accuse e sostiene un’indagine completa, equa e condotta dalle autorità competenti. Anche il principe William e Kate, tramite il loro portavoce, hanno espresso inquietudine per le rivelazioni e ribadito che il loro pensiero resta rivolto alle vittime.
Ma per il principe William, l’arresto dello zio non è solo una vicenda familiare: è una prova istituzionale che potrebbe segnare in modo decisivo il suo cammino verso il trono.
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Oltre il podio: cosa ci insegnano davvero le Olimpiadi quando si spengono le luci?

Le Olimpiadi finiscono sempre così: con una cerimonia che commuove tutti noi, un ultimo sventolio di bandiere, le immagini che scorrono veloci sui social e una promessa di rivederci tra quattro anni.
È quello che è successo anche con i Giochi di Milano-Cortina 2026: settimane intense, totalizzanti, capaci di entrare nelle nostre case e nei nostri discorsi quotidiani. Ma la domanda è inevitabile: cosa resta davvero, quando si spengono le luci? È lì, in quella domanda, che si nasconde il legame più profondo tra Olimpiadi e resilienza.
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Crediamo rimanga molto più di un medagliere. Restano storie, immagini che non sono solo sportive, ma totalmente umane. Restano corpi che hanno attraversato il limite e lo hanno ridefinito e restano donne e uomini che, prima ancora di vincere, hanno scelto di non smettere di provarci.
La resilienza non è una parola motivazionale
C'è una linea continua che attraversa queste Olimpiadi ed è quello che chiamiamo il filo della resilienza. Non di certo quella da hashtag, ma quella concreta, fatta di fisioterapia alle sei del mattino e di sconfitte che bruciano.
Tra i volti più potenti di questa resilienza è stato quello di Federica Brignone. Dieci mesi fa una caduta devastante, un infortunio che avrebbe potuto chiudere la carriera di chiunque. Una frattura complessa, la ricostruzione del legamento, mesi di riabilitazione. E poi l’oro nel SuperG, davanti al pubblico di casa. No, non stiamo parlando di una favola ma di un vero processo. Brignone non ha vinto “nonostante” la fragilità ma ha vinto attraversandola.
Accanto a lei, citiamo la longevità come forma di coraggio. Arianna Fontana, alla sua sesta Olimpiade, ha dimostrato che l’età non è un dettaglio anagrafico ma una forza competitiva. Restare ad altissimi livelli per così tanto tempo significa convivere con aspettative, pressioni, cambiamenti del corpo e del contesto. Significa scegliere ogni giorno di rinnovare il proprio patto con lo sport.
E poi la maternità, che nello sport femminile non è ancora un tema neutro. Francesca Lollobrigida è tornata sul ghiaccio dopo oltre un anno di stop per la gravidanza e ha conquistato due ori. Non ha messo tra parentesi la sua identità di madre per essere atleta, ma le ha fatte convivere. Ha mostrato infatti che eccellenza e vita possono nutrirsi a vicenda.
Non smettere mai di provarci: la lezione più grande
C’è un momento, in ogni Olimpiade, in cui capiamo che la vera posta in gioco non è l’oro. È la scelta di ripresentarsi sulla linea di partenza.
Gli ori italiani di questi Giochi infatti hanno avuto un tratto comune: nessuno è stato lineare. Nessuna carriera è stata perfetta così come nessun percorso si è dimostrato privo di crepe. Ma è proprio lì, nelle crepe che noi abbiamo visto la luce.
Allora qual è la vera domanda? Non smettere mai di provarci? Ma cosa significa veramente? Significa accettare che il talento non basta e che il successo non è una traiettoria ascendente, ma una curva piena di deviazioni. Significa anche allenarsi quando nessuno guarda, significa esporsi alla possibilità di perdere ancora.
È una lezione che va oltre lo sport. Perché nella vita reale non abbiamo uno stadio pieno a sostenerci e non abbiamo un podio che certifica il risultato. Quello che però abbiamo sono le nostre scelte quotidiane accompagnate da fallimenti silenziosi e ripartenze invisibili. Le storie olimpiche infatti ci ricordano che la perseveranza è fiducia nel processo e non ostinazione cieca.
Perché le Olimpiadi ci toccano così a fondo
Ogni quattro anni accade qualcosa di raro: ci sentiamo parte di un “noi”. Le Olimpiadi infatti trasformano la competizione individuale in un racconto collettivo. Noi non tifiamo solo per un atleta, ma per una storia in cui riconosciamo qualcosa di nostro, che sia la fatica, l’attesa o semplicemente la voglia di riscatto.
I giochi ci offrono uno spazio emotivo condiviso e ci ricordano che il limite è in realtà un confine da esplorare. E c’è anche un altro aspetto, più sottile: le Olimpiadi rendono visibile la fragilità. Un atleta che cade o che piange normalizza qualcosa che nella vita quotidiana tendiamo a nascondere. Ci autorizza a non doverci mostrare come esseri invincibili.
Cosa ci lasciano davvero, quando tutto finisce
Quando il villaggio olimpico si svuota e le arene tornano silenziose, resta una domanda personale: cosa facciamo di quello che abbiamo visto?
Le Olimpiadi ci lasciano un modello diverso di successo, ci lasciano la consapevolezza che il corpo ha memoria, ma anche capacità di rinascita.
Soprattutto, ci lasciano un invito: continuare a provarci, ma non per vincere una medaglia, ma per onorare il nostro percorso, con la stessa determinazione con cui un’atleta torna in pista dopo mesi di riabilitazione. Le Olimpiadi finiscono lo sappiamo, invece la resilienza, quella vera, inizia quando torniamo alla nostra vita quotidiana.
E volete sapere la cosa più bella? È ricordarsi come anche lontano dal podio, possiamo essere straordinari.
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