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Nel guardaroba del potere: la mostra sulla regina Elisabetta è un viaggio intimo tra stile, identità e storia della monarca

Nel guardaroba del potere: la mostra sulla regina Elisabetta è un viaggio intimo tra stile, identità e storia della monarca

foto di Sennait Ghebreab Sennait Ghebreab — 14 Aprile 2026
regina elisabettaregina elisabetta
A Londra, la mostra sulla regina Elisabetta racconta la sua storia attraverso abiti iconici, materiali d’archivio e dettagli mai esposti prima

In occasione del centenario della nascita della regina Elisabetta II (21 Aprile 1926), la mostra Queen Elizabeth II: Her Life in Style arriva come un tributo straordinario a una delle figure più iconiche del XX e XXI secolo. Il percorso espositivo racconta non solo la sua vita pubblica e istituzionale, ma anche il simbolo culturale e umano che la regina ha rappresentato per il Regno Unito e per il mondo intero. Entrare nelle sale della King’s Gallery di Buckingham Palace significa sentirsi dentro un racconto che non parla solo di moda, ma di storia, identità e potere.

La mostra, aperta dal 10 aprile al 18 ottobre 2026, è la più grande mai dedicata al guardaroba della sovrana, con oltre 300 pezzi tra abiti, accessori, gioielli, cappelli e materiali d’archivio mai esposti prima.

Per me non è stata una semplice visita, è stato un viaggio profondamente personale. Io che ho da sempre ammirato la regina Elisabetta II, la sua compostezza, la sua disciplina, quel modo quasi disarmante di essere sempre presente senza mai essere invadente, mi sono ritrovata a camminare tra le sue silhouette come se stessi attraversando un album di memorie collettive e private insieme. E forse a rendere tutto ancora più vicino è anche una sottile affinità caratteriale che sento fortissima: siamo dello stesso segno, Toro. Razionali, pacate, ferme e sempre disciplinate, con quella naturale inclinazione alla misura e al senso del dovere che, lo ammetto, a volte rende persino difficile capire chi non è fatto così!!
In quelle sale non ho sentito solo l’ammirazione per una sovrana, ma il riconoscimento quasi intimo di una stessa grammatica interiore: controllo, costanza, eleganza e una determinazione silenziosa che non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire.

E non posso negarlo: mentre osservavo le prime teche, mi è tornata in mente la lettera che anni fa le avevo scritto e la risposta che ricevetti da Buckingham Palace. La conservo ancora oggi, appesa in ingresso, e che spesso rileggo con una cura quasi rituale. Ritrovarmi lì, davanti agli abiti della donna a cui avevo affidato parole di stima e ammirazione, ha reso tutto ancora più intimo.

(Continua sotto la foto)

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L’infanzia della futura regina: la sezione più commovente

Il percorso si apre con gli anni dell’infanzia e della giovinezza, ed è forse la parte più emozionante dell’intera esposizione. Piccoli abitini da battesimo, cappellini, scarpette da danza, costumi di fantasia e deliziosi outfit coordinati con la principessa Margaret raccontano una bambina destinata, inconsapevolmente, a diventare simbolo di un secolo.

Nella nostra conversazione esclusiva, Caroline de Guitaut, la curatrice della mostra, ha raccontato: “Credo che i visitatori troveranno particolarmente toccante il capitolo dedicato all’infanzia e alla prima giovinezza, gli anni prima che diventasse Regina”.

A rendere questa sezione ancora più intensa è un dettaglio straordinario: “Molti di questi pezzi non erano mai stati esposti al pubblico prima d’ora”. Una frase che cambia completamente la percezione della visita, perché restituisce il privilegio raro di trovarsi davanti a frammenti di vita rimasti privati per quasi un secolo.

Ed è esattamente così. Davanti ai cappotti in velluto firmati Norman Hartnell, creati quando Elizabeth aveva poco più di vent’anni, si percepisce il momento in cui una giovane principessa inizia a costruire il proprio linguaggio visivo.

Come mi ha spiegato Caroline: “Questi cappotti mostrano l’influenza del New Look di Dior del 1947, con vite segnate e gonne ampie, in netta rottura con le linee più austere degli anni di guerra”.

Caroline ha sottolineato un dettaglio meraviglioso: “Qui vediamo la futura Regina stabilire il suo stile distintivo in età molto giovane e restarvi fedele per tutta la vita”.

Visitando questa sezione ho avuto la sensazione di vedere nascere non solo un guardaroba, ma un destino.

La moda come diplomazia: quando un abito diventa linguaggio politico

Il cuore più affascinante della mostra resta però quello dedicato alla diplomazia. È qui che il guardaroba della Regina si rivela per ciò che è stato davvero: una sofisticata forma di soft power.

Gli abiti creati per i tour internazionali sono straordinari. Il vestito con foglie d’acero per il Canada, quello ricamato con ciliegi in fiore per il Giappone, il gown con peonie per la Cina, o ancora il magnifico abito bianco per il Pakistan con il drammatico pannello verde smeraldo che scende sulla schiena: ogni capo è un messaggio di rispetto e intelligenza istituzionale.

Caroline de Guitaut lo ha spiegato con grande chiarezza: “L’uso di emblemi e colori significativi nel guardaroba della Regina, soprattutto durante i viaggi all’estero, dimostra una consapevolezza molto precisa del ruolo del soft power e della diplomazia”.

Ma c’è un altro passaggio dell’incontro con Caroline che merita spazio: “Non è stata lei a inventare la diplomazia nell’abbigliamento reale, ma è stata la prima sovrana donna a portare emblemi regionali e nazionali direttamente nei guardaroba dei tour”.

E ancora, su uno degli esempi più raffinati: “L’abito bianco per il banchetto di Stato a Karachi incorporava i colori nazionali del Pakistan attraverso una piega verde smeraldo che scendeva sulla schiena, creando interesse da ogni angolazione”.

Camminando tra questi capi ho avuto la sensazione di assistere a una forma di conversazione silenziosa tra nazioni. Nulla era lasciato al caso.

regina elisabetta da giovane

Dietro le quinte: Elisabetta II e il controllo assoluto della sua immagine

Uno degli aspetti più sorprendenti della mostra è l’archivio: schizzi, campioni di tessuto, fatture, lettere e note manoscritte. Materiali che raccontano la regina non come figura distante, ma come regista assoluta della propria immagine.

Caroline mi ha detto una frase che trovo fondamentale: “Esiste il mito che la regina Elisabetta II non fosse interessata alla moda, ma i suoi archivi dimostrano il contrario”.

E aggiunge un dettaglio prezioso: “I bozzetti presentati alla regina dovevano mostrarle il look completo, tanto che spesso venivano disegnati anche i suoi gioielli o la tiara, con campioni di tessuto e ricamo allegati".

Su uno sketch di Hardy Amies per un abito da sera, la regina annota semplicemente: “Raso giallo”. Due parole. Ma dentro c’è tutto: decisione, precisione, attenzione.

Come ha spiegato Caroline: “La regina osservava con estrema attenzione colore, taglio, forma, decorazioni, tasche, rever, orli e maniche”. E la frase più forte, secondo me, è questa: “La regina non riceveva istruzioni su cosa indossare: era lei a prendere le decisioni.”

È forse questa la rivelazione più potente della mostra: Elisabetta II non subiva il protocollo della moda, lo costruiva.

L’eredità sulla moda britannica: dalla couture agli stilisti di oggi

La mostra racconta magnificamente anche il suo ruolo di ambasciatrice della moda britannica. È uno dei passaggi più affascinanti del percorso, perché si percepisce come ogni scelta estetica della regina abbia superato il semplice gusto personale per diventare una vera dichiarazione culturale. Attraverso Hartnell, Hardy Amies, i grandi atelier di ricamo e le manifatture tessili inglesi, il suo guardaroba ha portato nel mondo un’idea precisa di eccellenza: quella di una nazione capace di tradurre tradizione, rigore e splendore in linguaggio visivo.

Caroline infatti racconta: “Le ricerche per questa mostra hanno dimostrato quanto le sue scelte abbiano promosso la moda britannica e il suo artigianato nel mondo”.

Mentre attraversavo queste sale, ho avuto la sensazione nitida di osservare non soltanto abiti, ma l’evoluzione stessa del prestigio creativo britannico. Ogni silhouette sembrava lasciare una traccia che andava oltre il suo tempo, sedimentandosi nell’immaginario collettivo della moda internazionale.

Un’altra riflessione perfetta da inserire è: “L’impatto delle sue scelte di stile, nel colore, nella linea e negli accessori, influenza la moda globale da decenni". E ancora: “Molti creativi, da Miuccia Prada ad Alessandro Michele fino a Richard Quinn ed Erdem, hanno tratto ispirazione diretta dal suo look immediatamente riconoscibile”.

È bellissimo vedere come questa eredità non si sia fermata alla memoria storica, ma continui a riaffiorare nelle collezioni contemporanee, nelle spalle costruite, nei cappotti couture, nella potenza di un monocromo acceso o nella teatralità controllata di un accessorio iconico.

Nelle ultime sale questo dialogo arriva fino al presente, con creazioni di Richard Quinn, Erdem Moralioglu e Christopher Kane, e il racconto assume quasi la forma di un passaggio di testimone: dalla sovrana che ha definito un’estetica agli stilisti che oggi la reinterpretano, la decostruiscono e la proiettano nel futuro

regina elisabetta (1)

Il lato più intimo: tweed, foulard e la modernità del riuso

Tra tutte le sale, quella che mi è rimasta più nel cuore è forse la più privata: il guardaroba off-duty.
Caroline de Guitaut lo ha raccontato benissimo: “L’abbigliamento outdoor della Regina rappresenta il meglio della sartoria classica britannica, ed è proprio la sua atemporalità a renderlo così attuale”.

Poi aggiunge una frase bellissima che rafforza il tuo punto sulla contemporaneità: “Alcuni pezzi in mostra, da una giacca suede anni Sessanta a una mantella Burberry degli anni 2010, sembrano perfettamente moderni ancora oggi”.

E sul riuso: “Dai registri delle sue dresser emerge che molti outfit venivano indossati regolarmente, talvolta nell’arco di diversi decenni. Il suo approccio al riutilizzo e al riciclo risuona profondamente con il pubblico contemporaneo”, mi ha spiegato Caroline.

In tempi in cui la moda parla continuamente di sostenibilità, vedere capi riparati, riutilizzati per decenni, persino adattati, restituisce un senso di modernità quasi sorprendente.

Più di una mostra: il ritratto emotivo di una Regina

Quando sono uscita dalla King’s Gallery, mi sono fermata un istante davanti a Buckingham Palace e ho pensato a quanto questa mostra riesca a raccontare non solo lo stile di una sovrana, ma quasi la direzione estetica del suo regno.

Questa esposizione non parla semplicemente di abiti. Parla di memoria, servizio, identità, diplomazia, femminilità e forza. E forse è proprio questo il suo messaggio più potente: la regina Elisabetta II non ha mai usato la moda per apparire, l’ha usata per comunicare.

E grazie al lavoro della curatrice, il suo racconto, acquista ancora più profondità curatoriale e autorevolezza, senza perdere il tono intimo e personale che lo rende così forte.

© Riproduzione riservata

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