Golden Globe 2018: tutte le attrici sul red carpet in nero contro le molestie

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Star vestite di nero contro abusi e molestie sul red carpet dei prossimi Golden Globe: Hollywood si mobilita contro Weinstein e il sistema che lo consente

I Golden Globe 2018, in programma a Los Angeles il prossimo 7 gennaio, potrebbero entrare nella storia come i meno colorati di sempre, ma i più rivoluzionari.

Diverse attrici hanno dichiarato che si vestiranno di nero per la prima grande cerimonia di premiazione dell'anno come messaggio comune contro abusi e molestie.

Le accuse degli ultimi mesi contro Weinstein hanno scoperchiato il vaso di Pandora e secondo quanto rivelato dai magazine statunitensi il red carpet in nero potrebbe ripetersi anche agli Oscar.

Vi riassumiamo i passaggi pricipali.

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Come è iniziato tutto

I primi di ottobre il New York Times ha pubblicato un'inchiesta da cui sono emersi anni e anni di molestie perpetrate da Weinstein ai danni di attrici, modelle e dipendenti.

Nell’articolo si faceva riferimento a due delle sue accusatrici più accanite, le attrici Ashley Judd e Rose McGowan, ma venivano riportate le testimonianze di molte altre donne.

Si parlava di trent’anni di atteggiamenti molesti e di circa otto casi di patteggiamento, in cui il produttore aveva evitato il processo e messo a tacere le accusatrici.

L'articolo ha dato coraggio a tante altre donne, più o meno famose, che si sono fatte aventi e hanno raccontato la loro esperienza.

Dalle testimonianze era evidente che quella di Weinstein era un'abitudine, consolidata e rafforzata dalla consapevolezza che le sue vittime non avrebbero parlato, per via della sua posizione.

Un modus operandi simile in ogni racconto: il produttore le invitava in una camera d'albergo, chiedeva loro dei massaggi e le costringeva a subire atti e molestie sessuali.

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Le dichiarazioni delle star

Dopo l'uscita dell'articolo si è innescata una reazione a catena, per cui diverse star hanno preso parola per raccontare la loro esperienza.

Angelina Jolie, sempre al New York Times, ha detto di aver avuto «una brutta esperienza» con Weinstein negli anni Novanta, senza specificare cosa sia successo, ma limitandosi a precisare:

«Ho deciso che non avrei più lavorato con lui e ho messo in guardia le altre quando lo facevano. Questo comportamento contro le donne, in qualsiasi contesto e paese, è inaccettabile».

Anche Gwyneth Paltrow ha detto la sua raccontanto di come sia stata molestata dal produttore poco prima delle riprese di Emma, quando aveva 22 anni.

L'attrice ha raccontato di averlo incontrato nella sua suite, ma di essersene andata quando Weinstein le ha messo una mano sulla gamba e l'ha invitata in camera da letto per un massaggio.

All'epoca la star stava con Brad Pitt, che ha affrontato Weinstein.

«Ero una ragazzina, ero pietrificata. Ora siamo a un punto in cui le donne hanno bisogno di lanciare un segnale chiaro che tutto questo deve finire», ha poi concluso.

Nel corso dei mesi sono decine le donne che hanno riportato di esperienze simili. Tra queste: Lupita Nyong'o, Cara Delevingne, Mira Sorvino, Léa Seydoux, Ashley Judd e Kate Beckinsale.

asia argento

Il caso Asia Argento

Tra le attrici che si sono fatte avanti anche Asia Argento che in un'intervista al Newyorker ha raccontato che Weinstein – che aveva prodotto il film in cui recitava, B. Monkey – Una donna da salvarela obbligò a subire sesso orale e che lei non raccontò nulla perché aveva paura che lui avrebbe distrutto la sua carriera come aveva fatto con altre persone.

Argento ha anche detto di aver inserito nel film Scarlet Diva una scena simile all’episodio di violenza subita da Weinstein, dove un’aspirante attrice viene sessualmente aggredita da un produttore in una camera d’albergo.

Le dichiarazioni dell'attrice sono state parecchio criticate qui in Italia, ma hanno aperto la questione che si è estesa anche al sistema nostrano, non troppo diverso da quello americano.

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La lettera di Salma Hayek

A distanza di quasi tre mesi dal primo articolo del Times, le polemiche non accennano ad attenuarsi e, anzi, sono state rinvigorite da una lettera di Salma Hayek, che ha raccontato di come Weinstein l'abbia perseguitata durante le riprese di Frida:

«Harvey Weinstein era un cinefilo appassionato, un uomo che sapeva prendersi dei rischi, un mecenate con un talento per i film, un padre amorevole e un mostro. Per anni, è stato il mio mostro (...).

Tutto quello che sapevo al tempo era che era molto intelligente, che era un padre amorevole e un uomo di famiglia. Sapendo quello che so ora, mi chiedo se non fu la mia amicizia con loro – Quentin Tarantino e George Clooney – che mi salvò dall’essere violentata».

La star prosegue raccontando di come in ogni momento dalla firma del contratto fosse messa alle strette e costretta a tirare fuori le unghie e declinare le sue richieste:

«No ad aprirgli la porta a tutte le ore della notte, hotel dopo hotel, location dopo location, dove lui poteva comparire all’improvviso, compreso in un posto dove stavo facendo un film in cui lui non era nemmeno coinvolto. No a fare una doccia con lui.

No a lasciare che guardasse mentre facevo la doccia.

No a lasciare che mi facesse un massaggio. No a lasciare che una sua amica nuda mi facesse un massaggio.

No a lasciarlo praticarmi sesso orale. No a spogliarmi con un’altra donna.

No, no, no, no.

Non penso ci fosse niente che odiasse più della parola “no”», prosegue, raccontando di come il produttore alternasse momenti di avances più dolci a vere e proprie minacce.

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Le dichiarazioni di Meryl Streep

In questi mesi sono state tante le voci che si sono sollevate, di attrici che hanno subito molestie o che hanno voluto manifestare il loro appoggio alle colleghe, come ha fatto Meryl Streep:

«Le incresciose notizie che riguardano Harvey Weinstein hanno spaventato tutti quelli che con lui hanno lavorato e tutti quelli che hanno beneficiato del suo supporto, anche per le buone cause.

Le intrepide donne che hanno alzato la voce per fare luce su questi abusi sono delle eroine.

Una cosa deve essere chiara: non tutti sapevano (...).

Il suo comportamento è imperdonabile, ma l’abuso di potere è un male comune. Ogni voce coraggiosa che si è alzata, è stata ascoltata e creduta dai media e potrà cambiare questo giochetto».

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Il ruolo degli uomini

Importanti, in questo contesto, le condanne da parte degli uomini dell'ambiente, come Ryan Gosling, che con Weinstein ha lavorato in Blue Valentine e la cui dichiarazione è stata fra le più significative:

«Voglio aggiungere la mia voce in supporto di quelle donne che hanno avuto il coraggio di parlare.

Come molte altre persone a Hollywood, ho lavorato con lui e sono molto arrabbiato con me stesso per non essermi reso conto di queste aggressioni e abusi sessuali.

Weinstein è emblematico di un problema di sistema.

Gli uomini dovrebbero alzare le loro voci con le donne e lavorare insieme affinché ci sia un vero cambiamento».

Oltre a Gosling anche Leonardo Di Caprio, Colin Firth, Matt Damon e George Clooney hanno espresso solidarietà verso le donne.

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Non solo Weinstein

Non è stato solo il produttore a finire nel mirino. La rivoluzione che sta colpendo Hollywood ha travolto altri grandi nomi che si sono macchiati della stessa colpa.

È il caso di Kevin Spacey, accusato di molestie dall'attore di Star Trek: Discovery Anthony Rapp, che ha raccontato a BuzzFeed di come la star di House of Cards avesse provato ad abusare di lui quando era ancora minorenne. Spacey in quell'occasione ha dichiarato di non ricordare, visto che l'episodio risaliva a vent'anni prima e che per stessa ammissione di Rapp era ubriaco, ma si è scusato e ha ammesso di essere gay.

Le polemiche però non si sono fermate e diversi altri uomini hanno raccontato di aver subito molestie dall'attore, anche durante le riprese di House of Cards, che è stato quindi sospeso da Netflix. Spacey è stato anche cancellato da tutte le scene dell'ultimo film di Ridley Scott, che ha preferito rigirarle rimpiazzandolo con Christopher Plummer a due settimane dall'uscita nelle sale.

L'attore non è l'unico mostro sacro ad essere stato accusato. Anche Dustin Hoffman avrebbe molestato diverse donne, che solo ora hanno raccontato la loro esperienza a Variety, nonostante i fatti risalgano agli anni Ottanta.

Al momento per l'attore ha parlato solo il suo avvocato, che ha definito le accuse «false e diffamatorie».

Nel ciclone sono finiti anche Louis C.K., Steven Seagal, Matt Louer, Ed Westwick e Matthew Weiner e la lista continua ad allungarsi.

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Bad Bunny svela nuovi dettagli sull’halftime show del Super Bowl: «Sarà una grande festa»

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Bad Bunny sarà il protagonista dell’halftime show del Super Bowl 2026, con uno spettacolo ispirato alla cultura latina interamente in spagnolo

Il conto alla rovescia è ufficialmente iniziato: l’8 febbraio, durante il Super Bowl 2026, Bad Bunny sarà al il centro della scena dell’halftime show, firmando un momento destinato a entrare nella storia della cultura pop.

Non solo perché sarà il primo spettacolo dell’intervallo interamente in lingua spagnola, ma perché promette di essere una celebrazione collettiva, più che una semplice esibizione.

Alla vigilia dell’evento, l’artista portoricano ha scelto di non alimentare i rumors su potenziali altri cantanti a sorpresa e apparizioni stellari. Durante la conferenza stampa dell’Apple Music Super Bowl LX Halftime Show ha sorriso e tagliato corto: «È una cosa che non vi dirò. Non so perché me l’abbiate chiesto». Una risposta ironica, che però dice molto della direzione scelta: niente hype costruito a tavolino, ma un racconto che parte dalle radici.

Cosa sappiamo sull’halftime show di Bad Bunny

Più che di guest star, Bad Bunny preferisce parlare di “ospiti” in senso profondo. «Ho un sacco di ospiti», ha spiegato. «Ci saranno la mia famiglia, i miei amici e tutta la comunità latina nel mondo che mi sostiene. Ci sono tantissime persone che mi supportano ovunque». Un’idea di palco che diventa spazio condiviso, dove la musica è prima di tutto connessione.

Il set durerà 13 minuti e, parola dell’artista, sarà all’insegna del movimento.

«Non voglio fare spoiler. Vi dico solo che sarà divertente, sarà semplice e la gente dovrà preoccuparsi solo di ballare».

Un invito diretto anche a chi guarda da casa: meno performance da analizzare, più corpo da lasciar andare. «Credo che non ci sia danza migliore di quella che nasce dal cuore» ha aggiunto la star.

Arrivato a questo momento dopo un weekend trionfale ai Grammy (tre premi, incluso Album of the Year per Debí Tirar Más Fotos) Bad Bunny ha raccontato di sentirsi soprattutto grato. «Sto cercando solo di godermelo. So che mi divertirò, e si divertiranno anche tutte le persone che lavorano con me», ha spiegato, sottolineando come la sua priorità resti quella di creare e connettersi, non di inseguire traguardi.

Non è la prima volta che Bad Bunny calca il palco del Super Bowl: nel 2020 era stato ospite dello show di Jennifer Lopez e Shakira. Ma questa volta è diverso.

«Non stavo cercando tutto questo» ha ammesso il cantante, aggiungendo: «Stavo cercando di riconnettermi con le mie radici, con la mia gente, con la mia storia e con la mia cultura».

E sarà proprio quella cultura, portata sul palco senza filtri, a rendere questo halftime show qualcosa di più di uno spettacolo: una festa globale, in cui – parole sue – il mondo potrà «ballare e stare bene, anche solo per una sera». 

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Kate Middleton racconta la sua battaglia contro il cancro: «Ci sono stati momenti di paura ed esaurimento, ma anche di forza»

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In occasione della Giornata Mondiale contro il cancro, Kate Middleton lancia un messaggio di forza e speranza a chi affronta la malattia

Ci sono momenti in cui una figura pubblica smette di essere solo un simbolo e diventa, improvvisamente, profondamente umana. È quello che è successo quando Kate Middleton ha scelto di raccontare, con parole semplici ma densissime, il lato più fragile del suo anno più difficile.

Dopo mesi lontana dai riflettori e una battaglia silenziosa contro il cancro, la principessa del Galles è tornata a parlare della sua malattia in occasione della Giornata mondiale contro il cancro, condividendo un messaggio che ha colpito per la sua autenticità.

In un video pubblicato su Instagram, Kate appare sorridente ma composta mentre incontra pazienti oncologici, famiglie e operatori sanitari. A colpire non è solo la sua presenza, ma il tono del messaggio che accompagna le immagini, un racconto che non cerca retorica né eroismi. «Nella Giornata mondiale contro il cancro, il mio pensiero va a tutte le persone che stanno affrontando una diagnosi, che sono in cura o che stanno cercando la propria strada verso la guarigione» dice.

E poi aggiunge una frase che racchiude il senso di tutto il suo percorso: «Il cancro tocca così tante vite; non solo quelle dei pazienti, ma anche quelle delle famiglie, degli amici e di chi cammina loro accanto».

Per Kate Middleton, oggi in remissione, la malattia non è stata un percorso lineare, e lo sottolinea con una lucidità che risuona in chiunque abbia vissuto un’esperienza simile. «Come chiunque abbia attraversato questo viaggio sa bene, non è lineare. Ci sono momenti di paura ed esaurimento. Ma anche momenti di forza, gentilezza e connessione profonda».

Parole che non edulcorano il dolore, ma lo collocano dentro una narrazione più ampia, fatta anche di solidarietà e speranza. «Per favore, sappiate che non siete soli» conclude.

**Il futuro della famiglia reale dipende tutto da Kate Middleton: lo dicono gli esperti**

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La battaglia di Kate Middleton contro il cancro e il suo ritorno alla vita pubblica

La storia clinica di Kate Middleton inizia nel gennaio 2024, con un intervento addominale che inizialmente non sembrava legato a una patologia oncologica. Solo in seguito, gli esami hanno rivelato la presenza di un tumore.

A marzo dello stesso anno, la principessa decide di rendere pubblica la diagnosi con un video che rompe il silenzio e chiarisce la necessità di allontanarsi temporaneamente dagli impegni ufficiali. «L’operazione è stata un successo» aveva spiegato allora, aggiungendo: «ma i test successivi hanno rilevato la presenza di un cancro. Il mio team medico mi ha quindi consigliato un ciclo di chemioterapia preventiva».

Un percorso che lei stessa ha definito «incredibilmente duro», concluso nel settembre 2024, e che ha portato, quattro mesi dopo, all’annuncio tanto atteso: la remissione. «È un sollievo essere ora in remissione e resto concentrata sulla mia ripresa» ha scritto nel gennaio 2025. «Serve tempo per adattarsi a una nuova normalità, ma guardo al futuro con speranza».

Nel frattempo, Kate Middleton ha scelto di trasformare l’esperienza personale in un impegno concreto, accettando il ruolo di Co-patrona del Royal Marsden, uno dei centri oncologici più importanti del Regno Unito. «Sostenendo la ricerca all’avanguardia e l’eccellenza clinica, e promuovendo il benessere dei pazienti e delle loro famiglie, possiamo salvare molte più vite e trasformare l’esperienza di chi affronta il cancro» aveva raccontato a riguardo.

Il ritorno alla vita pubblica è stato graduale e misurato. Nel corso del 2025, la principessa è riapparsa in occasioni simboliche come il Royal Garden Party, il Trooping the Colour e Wimbledon, segnando una presenza discreta ma significativa.

In questo nuovo capitolo di vita, Kate Middleton non si limita a essere una figura di rappresentanza. La sua voce si è trasformata in un punto di riferimento per chi vive la malattia lontano dai palazzi e dalle cerimonie. Non un racconto di invincibilità, ma di attraversamento: della paura, della stanchezza, e di quella forza silenziosa che spesso nasce proprio nei momenti più bui.

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Tutto quello che c'è da sapere sulla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi Milano-Cortina

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Cerimonia di apertura Milano-Cortina 2026: cosa aspettarsi tra spettacoli, star internazionali e una nuova narrazione dei valori olimpici

Non sarà solo l’inizio ufficiale dei Giochi Invernali, ma un vero e proprio racconto collettivo, pensato per parlare al mondo. La cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi Milano-Cortina promette di essere uno degli eventi simbolici più potenti del 2026: una celebrazione diffusa, contemporanea e profondamente identitaria, capace di unire sport, cultura e futuro.

Per la prima volta nella storia olimpica, l’apertura si svolgerà in due luoghi diversi, Milano e Cortina d’Ampezzo, in dialogo costante tra città e montagna, innovazione e tradizione.

Un’idea che non nasce solo da esigenze logistiche, ma da una scelta narrativa precisa: raccontare l’Italia come un sistema di territori interconnessi, capaci di parlare una lingua comune pur restando profondamente diversi.

Ed è proprio da qui che parte la forza simbolica delle Olimpiadi Miliano-Cortina, pensate non come evento centralizzato, ma come esperienza condivisa e plurale.

4 cose da sapere sulla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina

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Due città, un solo racconto

La grande novità dell’inaugurazione delle Olimpiadi Miliano-Cortina è la sua struttura senza precedenti.

Milano e Cortina ospiteranno due cerimonie parallele, collegate in tempo reale, che dialogheranno attraverso immagini, performance e passaggi simbolici. Da un lato lo Stadio di San Siro, emblema urbano e contemporaneo; dall’altro Cortina, cuore alpino e paesaggio iconico delle Dolomiti.

Non si tratta di una divisione, ma di una narrazione a due voci: la metropoli che guarda al futuro e la montagna che custodisce l’identità profonda del Paese. L’effetto sarà quello di un racconto corale, in cui le immagini si rincorrono e si completano, offrendo al pubblico internazionale una visione nuova dell’Italia, lontana dagli stereotipi ma fortemente riconoscibile.

Cosa vedremo davvero sul palco della cerimonia

La cerimonia di apertura sarà un grande spettacolo visivo e narrativo, costruito per parlare a un pubblico globale ma con un linguaggio profondamente italiano.

Al centro non ci sarà solo lo sport, ma una riflessione più ampia sui valori olimpici riletti in chiave contemporanea: inclusione, sostenibilità, dialogo tra culture e territori. Il racconto prenderà forma attraverso immagini simboliche e potenti, pensate per essere immediatamente leggibili anche da chi guarda dall’altra parte del mondo.

La natura avrà un ruolo centrale: montagne, ghiaccio, acqua e luce diventeranno elementi scenici e narrativi, richiamando il paesaggio alpino che ospita una parte fondamentale dei Giochi. Il rapporto tra uomo e ambiente, tema chiave delle Olimpiadi Miliano-Cortina, sarà raccontato come equilibrio da preservare, non come conquista, con una forte attenzione alla fragilità dei territori e alla responsabilità collettiva verso il futuro.

Le performance artistiche alterneranno danza, musica dal vivo e immagini immersive, creando veri e propri quadri narrativi capaci di attraversare epoche e linguaggi. Tradizione e contemporaneità dialogheranno senza nostalgia: il patrimonio culturale italiano verrà evocato attraverso gesti, suoni e atmosfere, più che tramite citazioni didascaliche.

L’obiettivo non è semplicemente stupire, ma costruire un immaginario condiviso, emotivo e riconoscibile, capace di restare nella memoria.

Tutti gli ospiti presenti 

Come ogni grande evento olimpico, anche l’inaugurazione attirerà leader politici, capi di Stato, personalità istituzionali e celebrità internazionali. Milano e Cortina diventeranno per una sera il centro del mondo, con un parterre che riflette il peso simbolico delle Olimpiadi Miliano-Cortina sullo scenario globale.

Accanto alle delegazioni ufficiali, non mancheranno volti della cultura, della moda e dello spettacolo, chiamati a rappresentare l’eccellenza italiana in dialogo con il resto del mondo. 

Saliranno sul palco i cantanti Laura Pausini, Ghali e Andrea Bocelli; le attrici Matilda de Angelis e Sabrina Impacciatore, reduce dal successo mondiale di The White Lotus, e Pierfrancesco Favino, che si esibirà insieme al giovane violinista Giovanni Zanon. 

Ci saranno poi anche star internazionali, come Mariah Carey, Snoop Dog e Tom Cruise, in Italia per promuovere la prossima edizione dei Giochi, previsti per il 2028 a Los Angeles.

Perché questa inaugurazione conta più di quanto pensiamo

La cerimonia di apertura non è solo un rito formale: è il primo messaggio che un Paese invia al mondo. Nel caso delle Olimpiadi Miliano-Cortina 2026, questo messaggio parla di collaborazione tra territori, di sostenibilità come responsabilità collettiva, di cultura come strumento di connessione.

In un momento storico segnato da fratture e contraddizioni, l’inaugurazione dei Giochi diventa uno spazio simbolico in cui immaginare un futuro diverso, più inclusivo e consapevole.

Ed è forse proprio qui che risiede la forza più autentica delle Olimpiadi: non solo nello sport, ma nella capacità di trasformare un evento globale in un racconto che ci riguarda tutti.

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Quando un discorso diventa più potente di un premio: Grammy e Oscar diventano megafono sociale delle star

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Dai Grammy agli Oscar, il discorso di ringraziamento sul palco è diventato uno strumento potentissimo per lanciare messaggi politici e sociali a livello globale

Ci sono occasioni in cui un premio conta meno delle parole pronunciate sul palco.

Succede a eventi internazionali del calibro di Grammy, Oscar, Golden Globe... serate nate per celebrare talento, carriera e successo che, da tempo, sono diventati anche qualcos’altro. Un luogo simbolico, seguito in diretta da milioni di persone in tutto il mondo, dove un discorso di ringraziamento può trasformarsi in un messaggio politico, sociale o culturale destinato a viaggiare ben oltre il red carpet.

Ne è un esempio il discorso pronunciato ieri da Bad Bunny ai Grammy dopo aver vinto il premo per l’Album dell’anno con il suo Debí Tirar Más Fotos. 

«Prima di ringraziare Dio, devo dire ICE out» ha detto il cantante portoricano residente negli Usa. Le sue dure parole sono rivolte alle politiche anti-migranti del presidente Donald Trump e, nello specifico, agli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement, che nelle ultime settimane hanno ucciso due persone a Minneapolis. 

«Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani», ha aggiunto il cantante. «E vorrei dire anche che so quanto sia difficile non odiare in questi giorni. Ma l’odio diventa più potente con altro odio. L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore. Quindi, per favore, dobbiamo essere diversi. Se combattiamo, dobbiamo farlo con amore. Non li odiamo. Amiamo la nostra gente. Amiamo la nostra famiglia. È così che bisogna fare: con amore. Non dimenticatelo, per favore. Grazie».

Dall’intrattenimento alla presa di posizione: una tradizione che viene da lontano

Non solo Bad Bunny: la storia dello showbiz è costellata di discorsi di ringraziamento diventati simbolo di un’epoca. Già decenni fa, premi e cerimonie venivano usati per denunciare guerre e disuguaglianze.

Negli anni Settanta Marlon Brando rifiutò l’Oscar per Il padrino, mandando sul palco un’attivista nativa americana per denunciare il trattamento riservato agli indigeni negli Stati Uniti. Nel 2003 Michael Moore trasformò il suo discorso agli Oscar in una dura accusa contro la guerra in Iraq, mentre negli ultimi decenni temi come diritti civili, razzismo e conflitti internazionali sono entrati stabilmente nei momenti più seguiti delle cerimonie globali.

La differenza tra ieri oggi è la velocità con cui quei messaggi circolano e l’impatto che riescono ad avere fuori dai confini nazionali.

Negli anni, il pubblico si è abituato a questo doppio livello di lettura: da una parte la celebrazione dell’arte, dall’altra la consapevolezza che quel palco può diventare una tribuna.

Questo ha contribuito a ridefinire il ruolo delle star, sempre meno semplici intrattenitori e sempre più figure pubbliche chiamate (volenti o nolenti) a prendere posizione. 

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Il palco come spazio “protetto”

Questo di sicuro non è un fenomeno nuovo. Ma certamente negli ultimi anni è diventato sempre più evidente: quando il contesto politico è teso e quando un tema divide l’opinione pubblica, il palco di una grande cerimonia internazionale diventa un amplificatore potentissimo

La prima ragione per cui i grandi eventi dello showbiz sono diventati un megafono politico è semplice: l’audience.

Grammy e Oscar vengono trasmessi in decine di Paesi, rilanciati in tempo reale sui social, ripresi dai media internazionali e commentati per giorni. In questo contesto, un discorso non è solo un ringraziamento, ma un intervento che entra immediatamente nel dibattito pubblico globale.

C’è poi un elemento meno evidente ma decisivo: il palco è uno spazio protetto. Chi vince un premio ha pochi minuti, è emotivamente coinvolto, non può essere interrotto, né contraddetto. È un momento in cui la comunicazione appare spontanea e non mediata. Anche quando il messaggio è preparato, viene percepito come più sincero rispetto a una dichiarazione rilasciata a freddo. Ed è proprio questa percezione di verità che rende i discorsi di ringraziamento così potente.

Perché quelle parole ci colpiscono più di qualsiasi post

C’è infine una dimensione emotiva da non sottovalutare. Un discorso pronunciato nel momento della vittoria arriva quando le difese emotive del pubblico sono più basse. Chi ascolta è già coinvolto e disposto ad empatizzare. Le lacrime, la voce che trema, l’imperfezione del momento rendono il messaggio più umano e, quindi, più efficace.

A differenza dei social, dove tutto è potenzialmente costruito, editato e filtrato, il palco restituisce l’illusione dell’immediatezza.

Ed è proprio questa illusione a fare la differenza: ci sentiamo testimoni di qualcosa che accade in tempo reale, non spettatori di una strategia comunicativa.

In un’epoca in cui l’attenzione è frammentata e l’algoritmo decide cosa vediamo, questi momenti restano “non skippabili”. Ecco allora perché, quando si parla di diritti civili, guerra, migrazioni o giustizia sociale, il palco di una cerimonia internazionale continua a essere uno dei luoghi più efficaci per far arrivare un messaggio ovunque. Così, i discorsi di ringraziamento riescono a imprimersi nella memoria collettiva molto più a lungo di qualsiasi hashtag.

In fondo, il successo di questi momenti racconta qualcosa anche di noi. In un mondo saturo di informazioni, cerchiamo ancora luoghi simbolici in cui le parole contino davvero