Blake Lively e Ryan Reynolds svelano il segreto del loro matrimonio felice

Quando si parla di hit couple di Hollywood, tra i tanti nomi vengono sicuramente in mente quello di Blake Lively e Ryan Reynolds.
Conosciutisi sul set di Lanterna Verde e sposati dal 2012, Blake e Ryan sono oggi genitori di tre figlie: James, nata nel 2014, Inez, nel 2016 e Betty, nata nel settembre 2019.
Insieme, su Instagram, hanno più di 75 milioni di follower, con cui condividono scatti e piccoli insight sulla loro vita quotidiana.
Sui social i due appaiono più affiatati che mai e pare essere così anche nella vita reale. Ma qual è il segreto del loro per sempre felici e contenti?
A rivelarlo sono gli stessi attori.
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In una recente intervista, svelando ai fan il segreto del loro matrimonio felice, Ryan Reynolds ha raccontato cosa rendere il suo matrimonio con Blake Lively un matrimonio di successo, evidenziando come sono cresciuti insieme da quando si sono incontrati.
L'attore di Deadpool ha detto che l'ingrediente chiave per un matrimonio felice è essere buoni amici come prima cosa.
Ne sono una prova tutti i post e le foto che entrambi pubblicano di presa in giro dell'altro.
Secondo Reynolds, innamorarsi è fantastico, ma piacersi (anche nella quotidianità) è qualcosa di diverso.
Ryan Reynolds ha detto che sia lui che Blake Lively si sono sempre piaciuti e hanno deciso di crescere insieme, imparare gli uni dagli altri.
Lo ha poi confermato anche l'ex attrice di Gossip Girl, svelando che secondo lei, il segreto per un matrimonio lungo e felice è quello di non prendersi mai sul serio.
In una vecchia intervista a Vogue, Lively ha parlato della sua relazione con Ryan Reynolds come di una partnership: «Tutto ciò che facciamo nella vita, lo facciamo insieme».
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Quando un discorso diventa più potente di un premio: Grammy e Oscar diventano megafono sociale delle star

Ci sono occasioni in cui un premio conta meno delle parole pronunciate sul palco.
Succede a eventi internazionali del calibro di Grammy, Oscar, Golden Globe... serate nate per celebrare talento, carriera e successo che, da tempo, sono diventati anche qualcos’altro. Un luogo simbolico, seguito in diretta da milioni di persone in tutto il mondo, dove un discorso di ringraziamento può trasformarsi in un messaggio politico, sociale o culturale destinato a viaggiare ben oltre il red carpet.
Ne è un esempio il discorso pronunciato ieri da Bad Bunny ai Grammy dopo aver vinto il premo per l’Album dell’anno con il suo Debí Tirar Más Fotos.
«Prima di ringraziare Dio, devo dire ICE out» ha detto il cantante portoricano residente negli Usa. Le sue dure parole sono rivolte alle politiche anti-migranti del presidente Donald Trump e, nello specifico, agli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement, che nelle ultime settimane hanno ucciso due persone a Minneapolis.
«Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani», ha aggiunto il cantante. «E vorrei dire anche che so quanto sia difficile non odiare in questi giorni. Ma l’odio diventa più potente con altro odio. L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore. Quindi, per favore, dobbiamo essere diversi. Se combattiamo, dobbiamo farlo con amore. Non li odiamo. Amiamo la nostra gente. Amiamo la nostra famiglia. È così che bisogna fare: con amore. Non dimenticatelo, per favore. Grazie».
Dall’intrattenimento alla presa di posizione: una tradizione che viene da lontano
Non solo Bad Bunny: la storia dello showbiz è costellata di discorsi di ringraziamento diventati simbolo di un’epoca. Già decenni fa, premi e cerimonie venivano usati per denunciare guerre e disuguaglianze.
La differenza tra ieri oggi è la velocità con cui quei messaggi circolano e l’impatto che riescono ad avere fuori dai confini nazionali.
Negli anni, il pubblico si è abituato a questo doppio livello di lettura: da una parte la celebrazione dell’arte, dall’altra la consapevolezza che quel palco può diventare una tribuna.
Questo ha contribuito a ridefinire il ruolo delle star, sempre meno semplici intrattenitori e sempre più figure pubbliche chiamate (volenti o nolenti) a prendere posizione.
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Il palco come spazio “protetto”
Questo di sicuro non è un fenomeno nuovo. Ma certamente negli ultimi anni è diventato sempre più evidente: quando il contesto politico è teso e quando un tema divide l’opinione pubblica, il palco di una grande cerimonia internazionale diventa un amplificatore potentissimo.
La prima ragione per cui i grandi eventi dello showbiz sono diventati un megafono politico è semplice: l’audience.
Grammy e Oscar vengono trasmessi in decine di Paesi, rilanciati in tempo reale sui social, ripresi dai media internazionali e commentati per giorni. In questo contesto, un discorso non è solo un ringraziamento, ma un intervento che entra immediatamente nel dibattito pubblico globale.
C’è poi un elemento meno evidente ma decisivo: il palco è uno spazio protetto. Chi vince un premio ha pochi minuti, è emotivamente coinvolto, non può essere interrotto, né contraddetto. È un momento in cui la comunicazione appare spontanea e non mediata. Anche quando il messaggio è preparato, viene percepito come più sincero rispetto a una dichiarazione rilasciata a freddo. Ed è proprio questa percezione di verità che rende i discorsi di ringraziamento così potente.
Perché quelle parole ci colpiscono più di qualsiasi post
C’è infine una dimensione emotiva da non sottovalutare. Un discorso pronunciato nel momento della vittoria arriva quando le difese emotive del pubblico sono più basse. Chi ascolta è già coinvolto e disposto ad empatizzare. Le lacrime, la voce che trema, l’imperfezione del momento rendono il messaggio più umano e, quindi, più efficace.
A differenza dei social, dove tutto è potenzialmente costruito, editato e filtrato, il palco restituisce l’illusione dell’immediatezza.
Ed è proprio questa illusione a fare la differenza: ci sentiamo testimoni di qualcosa che accade in tempo reale, non spettatori di una strategia comunicativa.
In un’epoca in cui l’attenzione è frammentata e l’algoritmo decide cosa vediamo, questi momenti restano “non skippabili”. Ecco allora perché, quando si parla di diritti civili, guerra, migrazioni o giustizia sociale, il palco di una cerimonia internazionale continua a essere uno dei luoghi più efficaci per far arrivare un messaggio ovunque. Così, i discorsi di ringraziamento riescono a imprimersi nella memoria collettiva molto più a lungo di qualsiasi hashtag.
In fondo, il successo di questi momenti racconta qualcosa anche di noi. In un mondo saturo di informazioni, cerchiamo ancora luoghi simbolici in cui le parole contino davvero.
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Kate Middleton furiosa con il principe Andrea: cosa sta succedendo

Dietro le quinte della monarchia britannica, mentre l’attenzione pubblica resta concentrata sul futuro di William e Kate e sul loro ruolo sempre più centrale nella famiglia reale, si starebbe consumando una nuova frattura interna.
Al centro del malcontento, ancora una volta, c’è l'ex principe Andrew. Secondo indiscrezioni provenienti da ambienti vicini a Buckingham Palace, Kate Middleton sarebbe profondamente irritata dal modo in cui il duca di York continuerebbe a mantenere un’influenza indiretta sugli affari reali, nonostante il suo progressivo allontanamento ufficiale dalla vita di corte.
**Re Carlo caccia il Principe Andrea da Buckingham Palace: «Non è più il benvenuto»**
Dopo essere stato costretto a lasciare Royal Lodge, la residenza che aveva occupato per oltre vent’anni, Andrew si è trasferito in una proprietà temporanea in attesa della ristrutturazione della sua nuova casa. Ma il cambio di indirizzo non avrebbe coinciso con un vero passo indietro. Anzi. Secondo le fonti, l'ex principe si appoggerebbe sempre più alle figlie Beatrice ed Eugenie per restare informato su ciò che accade all’interno del Palazzo, una dinamica che starebbe alimentando sospetti e nervosismi.
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Perché Kate Middleton è irritata dal comportamento dell'ex principe Andrew
«Andrew fa molto affidamento su Beatrice ed Eugenie per restare coinvolto. La percezione è che le usi come suoi occhi e orecchie», racconta una fonte. Un comportamento che avrebbe portato Kate Middleton «al limite della sopportazione», soprattutto perché vissuto come una minaccia agli sforzi fatti negli ultimi anni per restituire credibilità e stabilità alla monarchia dopo una lunga stagione di scandali.
«Kate non mostra rabbia in pubblico, ma privatamente è furiosa» riferisce un insider. «Ha lavorato con grande attenzione per ricostruire la fiducia nell’istituzione, e vedere Andrew riemergere, anche solo indirettamente, le sembra uno schiaffo al lavoro svolto».
Il problema, spiegano le fonti, non riguarda tanto Beatrice ed Eugenie (che William e Kate non vorrebbero penalizzare) quanto il rischio che Andrew continui a esercitare una forma di influenza informale, “sussurrando” sullo sfondo delle decisioni reali.
Lo scandalo legato a Jeffrey Epstein ha segnato in modo indelebile la reputazione del duca di York, che nel 2022 ha raggiunto un accordo muti milionario per chiudere la causa civile intentata da Virginia Giuffre, continuando però a negare ogni accusa. Da allora Andrew ha perso titoli, onorificenze e il trattamento di Sua Altezza Reale, fino a essere ufficialmente conosciuto come Andrew Mountbatten-Windsor.
Eppure, secondo chi osserva da vicino le dinamiche di palazzo, il principe non avrebbe mai davvero accettato il proprio esilio. «Parla come se fosse intoccabile. Dice spesso: “Sono figlio di un monarca”», racconta una fonte. Una convinzione che, agli occhi di Kate Middleton, rende ancora più difficile voltare pagina.
A complicare il quadro c’è anche il ruolo di Sarah Ferguson, che nonostante il divorzio da Andrew continua a sostenerlo apertamente. Una vicinanza che alimenta la sensazione di altri reali che nulla sia realmente cambiato.
Protettiva nei confronti di William e dei loro figli, la principessa di Galles vedrebbe questa situazione come un peso costante sul futuro della famiglia reale. «William è paziente» conclude la fonte, «ma c’era l’aspettativa che Andrew si ritirasse in silenzio. Questo non è successo». E per Kate Middleton, che punta su trasparenza e rinnovamento, è una linea che rischia di essere superata.
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La generazione del tè freddo: la Gen Z riscrive la socialità tra party sobri, mocktail e home dinner

Chiamatela pure “generazione del tè freddo”. La Gen Z sta modificando il modo in cui si vive il tempo libero e lo sta facendo attraverso scelte che, fino a qualche anno fa, sarebbero sembrate controcorrente: meno alcol, più consapevolezza, più intimità e più qualità.
Una rivoluzione silenziosa che non riguarda solo chi ne fa parte, ma anche chi osserva da fuori per capire come sono cambiati i codici della socialità.
Gen Z e party sobri: quando divertirsi non significa esagerare
Nella nuova grammatica sociale dei più giovani, la serata perfetta non ruota intorno alle quantità di alcol, ma alla possibilità di star bene, di condividere momenti autentici e di divertirsi senza eccessi. I party sobri - dove gli unici “shottini” sono a base di zenzero, kombucha o infusi creativi - stanno diventando una scelta culturale prima ancora che un semplice trend.
A pesare è un atteggiamento più pragmatico: prendersi cura di sé, non perdere il giorno dopo e godersi l’evento per quello che è, non per quello che promette il bicchiere in mano. E così, tra playlist curate, luci soffuse e piccoli giochi da tavolo, la serata si trasforma in un’esperienza più intima, fatta di risate leggere, conversazioni autentiche e connessioni reali.
Mocktail: non un compromesso, ma un nuova estetica
Per la Gen Z il non bere non è un’assenza, ma uno spazio creativo e di sperimentazione. I mocktail (cocktail analcolici, che combinano ingredienti come succhi di frutta, sciroppi, erbe e spezie per imitare l'aspetto e il sapore dei cocktail tradizionali, ma senza alcol) sono curati nei minimi dettagli, fotografabili e spesso più complessi dei cocktail tradizionali, con ingredienti inaspettati e abbinamenti gourmet. Sono diventati un vero e proprio linguaggio, un modo per partecipare al rito del brindisi senza pagarne il prezzo fisico, senza calcoli o rimpianti il giorno dopo.
E soprattutto rappresentano un cambio di mentalità: non serve l’alcol per sentirsi parte del gruppo, per vivere emozioni condivise o per rendere memorabile una serata. In questo scenario, ogni incontro diventa un piccolo laboratorio di creatività, dove gusto, estetica e convivialità si mescolano in modo originale e sorprendente.
Home dinner: la casa torna a essere un luogo sociale
Dopo anni in cui la socialità sembrava doversi consumare fuori, la Gen Z riporta tutto dentro. Le home dinner non sono semplici cene tra amici: sono micro–rituali costruiti con attenzione, playlist curate, luci morbide e piatti che invitano a condividere, non a impressionare. È il ritorno di un’intimità che non disdegna i social, ma che mette al centro il tempo insieme.
Guardare questa generazione significa osservare un cambio di passo più ampio. La socialità non è scomparsa, è solo diventata più selettiva, più calma e più aderente alle esigenze reali delle persone. La “generazione del tè freddo” non rifiuta il divertimento: lo ridisegna. E il risultato è un modello che incuriosisce anche chi ha frequentato epoche di notti lunghe e bicchieri pieni.
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Ecco perché siamo così ossessionati dalla faida della famiglia Beckham

C’è stato un momento preciso in cui la vicenda privata della famiglia Beckham ha smesso di essere solo gossip ed è diventata qualcosa di più. È successo quando Brooklyn Beckham ha scelto di raccontare pubblicamente i motivi della propria rottura con i genitori, trasformando un conflitto familiare in un racconto collettivo, seguito, commentato e analizzato come una serie tv a puntate.
Da allora, la faida dei Beckham è diventata un caso culturale.
**Brooklyn Beckham rompe il silenzio: «Non voglio riconciliarmi con la mia famiglia»**
**David Beckham commenta le accuse del figlio**
La reazione è stata immediata. Chat, meme, thread, analisi infinite sui social. Non tanto per i dettagli specifici (come i diritti sul nome, i problemi del matrimonio con Nicola Peltz) quanto per ciò che quella frattura rappresenta simbolicamente. Perché i Beckham non sono una famiglia famosa come le altre: per oltre vent’anni hanno incarnato un’idea molto precisa di unità, compattezza, amore ostentato e successo condiviso.
Un modello quasi mitologico, costruito con grande attenzione e restituito al pubblico come qualcosa di aspirazionale ma, al tempo stesso, rassicurante.
Il punto è proprio questo: la famiglia Beckham non è mai stata solo una famiglia, ma un racconto. Un racconto fatto di immagini perfette, apparizioni pubbliche studiate, dediche affettuose e narrazioni sempre coerenti. L’idea che, dietro a tutto questo, potesse esserci una frattura profonda ha scardinato una delle illusioni più resistenti della cultura pop: quella della famiglia “che ce la fa sempre”, nonostante tutto.
**Brooklyn e Nicola Peltz dopo l’attacco ai Beckham: «Siamo felici di averlo fatto»**
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Quando il mito della famiglia perfetta si rompe
La fascinazione per la faida della famiglia Beckham nasce dal contrasto. Da una parte, ciò che siamo abituati a vedere: una famiglia che ha trasformato la propria unità in una forza comunicativa potentissima. Dall’altra, una versione improvvisamente più dissonante, rabbiosa, dolorosa. È questo scarto che rende il racconto così magnetico.
Non assistiamo semplicemente a una lite tra genitori e figli adulti, ma alla caduta di un modello simbolico che per anni è stato presentato come solido e inattaccabile.
C’è poi un altro elemento che amplifica tutto: il fatto che la narrazione si svolga sugli stessi canali che, per anni, hanno contribuito a costruire il mito. I social, usati per raccontare amore e compattezza, diventano ora lo spazio della distanza, della presa di parola individuale, della rottura.
Ma il vero motivo per cui i litigi della famiglia Beckham ci coinvolgono così tanto è un altro, più profondo e meno spettacolare. È la sua straordinaria normalità emotiva. Al di là delle cifre, dei brand e dei riflettori, quello che emerge è un conflitto che parla di incomprensioni, aspettative, ruoli familiari che cambiano, figli che cercano autonomia e genitori che faticano a lasciarla. Dinamiche comuni, universali, che attraversano moltissime famiglie, anche lontanissime dal mondo delle celebrity.
Vedere queste tensioni esplodere in un contesto così patinato produce un effetto paradossale: invece di allontanarci, ci avvicina. Ci consola quasi. Perché se persino una famiglia simbolo come questa può incrinarsi, allora forse le difficoltà relazionali non sono un fallimento personale, ma parte dell’esperienza umana.
In questo senso, i Beckham diventano un contenitore su cui proiettiamo le nostre storie, le nostre fratture, i nostri non detti.
Infine, c’è un aspetto che non va sottovalutato: il piacere (spesso inconfessabile) di vedere crollare l’idea della perfezione. Non per cattiveria, ma per bisogno di realtà. La cultura contemporanea ci chiede famiglie armoniche, relazioni limpide, affetti sempre allineati. Quando una narrazione così potente mostra le sue crepe, ci ricorda che la perfezione non esiste. E che dietro ogni immagine impeccabile può nascondersi una complessità che somiglia molto alla nostra.
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