Allegra Gucci: la nuova serie tv Sky tratta dal suo libro e la difficoltà di perdonare sua madre
Per anni ha pensato che il silenzio fosse la scelta giusta. Un padre ricco e di successo, Maurizio Gucci, ucciso a 46 anni per un’idea di sua madre, Patrizia Reggiani. Lei, Allegra Gucci, il 27 marzo del 1995 aveva 14 anni e insieme alla sorella maggiore Alessandra non sapeva che da quel giorno la sua vita sarebbe cambiata per sempre.
«Sono stati anni durissimi, senza un padre e con una madre in carcere», spiegava l’altra sera da Clan, concept store milanese di via Pontaccio, durante il simposio letterario organizzato dall’amica Sara Spaak.
Allegra Gucci e Sarah Spaak durante il Clan Literary Club
Ha deciso di scrivere la sua vera storia nel 2023 nel libro “Fine dei giochi. Luci e ombre sulla mia famiglia”, dopo aver visto il film House of Gucci, in cui Lady Gaga interpretava sua madre e Adam Driver suo padre. «Siamo usciti dalla proiezione in silenzio, io e mia sorella non riuscivamo a guardarci». Delusa da come lei e la sua famiglia erano stati raccontati dal regista Ridley Scott. Un’occasione persa.
«Quando realizzi che il passato con cui vorresti chiudere continua a rincorrerti ed è perennemente il tuo presente, allora non ti resta nient'altro che mettere la verità nero su bianco, e ufficializzarla. Per questo ho scritto il libro», raccontava.
Un libro che Sky ha scelto di trasformare in una serie tv, in uscita a marzo 2027, diretta dal regista Gabriele Muccino. Un documentario sulla famiglia Gucci dove a interpretare Allegra sarà Matilda Lutz, mentre Francesco Scianna sarà suo padre e Miriam Leone sua madre.
Allegra Gucci con Mariavittoria Rava presidente della Fondazione Francesca Rava a cui ha devoluto tutto il ricavato della vendita dei libri della serata al Clan Literary Club
Hai detto che questo libro è stato terapeutico, come se avessi elaborato ciò che è stato.
«La parte più difficile è stata riuscire a ricomporre tutti gli eventi. Ho fatto pace con tante cose, ho analizzato tutto ciò che ho vissuto con un occhio diverso. Facendo tesoro degli errori, per affrontare il futuro. E il passato».
Qual è stato un errore?
«Siamo cresciute con mia nonna, la madre di mia madre. Una donna piena di risentimento e diffidenza nei confronti degli altri. Col senno di poi, la cosa più sbagliata che in quella fase poteva succedere a due ragazze adolescenti rimaste senza famiglia».
Che cosa ti ha fatto più male di quel periodo?
«La foto pubblicata su tutti i giornali di mio padre morto. È una cicatrice indelebile. Perché è vero che il tempo cura le ferite, ma le cicatrici rimangono per sempre. E ho cercato di fare di tutto affinché quella foto fosse rimossa in modo tale che i miei figli non la vedessero».
Loro ti hanno mai chiesto chi fosse il nonno?
«Certo. Sanno che il nonno è morto per un incidente, e crescendo hanno saputo qualcosa di più perché non gli si può negare la verità. All’inizio, quando ho scritto il libro, la mia preoccupazione era che loro potessero stare male per quanto ero stata male io. Poi ho scoperto che il loro impatto emotivo è estremamente diverso dal mio, è la tristezza per il mio dolore perché non lo hanno mai conosciuto».
Il cuore della storia è quando parli di tua madre Patrizia. Lei non ha mai ammesso di essere colpevole, né di essere innocente. Però ha continuato a ripetere che qualsiasi cosa avesse fatto, è sempre stata per il vostro bene, tuo e di tua sorella Alessandra. Credi che questo senso di colpa sia stato il motivo per cui non l’avete mai abbandonata?
«Io e mia sorella abbiamo sempre fermamente creduto nella sua innocenza. Noi stavamo insieme a nostra nonna, quindi ci sentivamo come in dovere di starle accanto, era come condividere la pena ingiusta che lei aveva subito. Lei non ha mai detto di essere innocente, come non ha mai detto di essere colpevole, perché fondamentalmente lei, quello che è successo lo desiderava».
Tua madre è stata condannata a 26 anni come mandante dell’omicidio di tuo padre. Nelle interviste successive, dopo i 18 anni di carcere, ha ammesso di averlo ucciso.
«Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Mia madre ha sempre avuto brutte frequentazioni. Prima c'era Pina Auriemma, dopo è arrivata Loredana Canò, sua compagna di cella (che ha approfittato della sua fragilità e per questo condannata a 6 anni e 4 mesi di reclusione per circonvenzione d’incapace e peculato, ndr). Da quando ha iniziato a frequentare lei, ha iniziato a fare queste interviste dove ha ammesso di averlo fatto».
Che ragazze eravate?
«Io e mia sorella ci siamo ritrovate orfane, con un accanimento mediatico e un carcere da visitare ogni settimana. E tante persone che ci giravano intorno solo per interessi economici. C’erano personaggi che ogni giorno entravano nella nostra vita recriminando qualcosa, o presentandosi come migliori amici, parenti o ex compagni affranti dal dolore, ma i fatti dimostravano tutt'altro. Dopo un po’ non è rimasto nessuno. Tutte le vecchie amicizie con cui mia madre e mio padre facevano feste e viaggi, sono spariti».
Ora che tua mamma è uscita, quali sono i rapporti?
«È difficile accettare ciò che ha fatto. Io sono certa che il suo cambiamento è avvenuto nel 1992, quando ha subito l'asportazione di un tumore grosso come un mandarino, e il cervello non ha mai ripreso la posizione originaria. L’intervento ha impattato nella sua vita e nel suo modo di comportarsi. È sempre stata una persona forte, ma non è bastato. È cambiata nei comportamenti, è cambiata nel suo modo di essere perché non aveva più quel filtro nell'esprimere le emozioni o nel fare considerazioni. È stata una conseguenza della malattia».
Chi è tua madre oggi?
«In tutto ciò che è estetica e bellezza è sul pezzo. In tutto ciò che riguarda i sentimenti e avere un minimo di accortezza nei confronti degli altri, non c’è. L’empatia non le appartiene. La cosa più difficile come figlia è accettare. E non pretendere un buon gesto da parte sua».
A pagina 91 del libro racconti di Enrico Barbieri, prima fidanzato, poi diventato marito e papà dei tuoi figli. “Enrico è arrivato, ha fatto crollare i muri che pensavo di avere o che magari mi ero anche costruita per resistere di fronte a tutto. E mi ha fatto capire che c'era una seconda possibilità, poteva esserci una seconda possibilità di felicità. Non dico una felicità totale e perenne, però dei momenti felici”.
«Andavo avanti per inerzia quando l’ho incontrato. Ero convinta che ormai il mio destino fosse vivere una vita infelice. Lo incontro grazie ad amici in comune e succede qualcosa di magico: la sua luce riesce a penetrare nell'oscurità che mi circondava. Riesce ad abbattere le mie barriere, le maschere che tendevano a distanziare le persone. Sembrerebbe retorico, ma l'amore vince su tutto. Io l'avevo avvertito però: “Se prendi questo pacchetto, c'è anche quel baule di pesantezza”. (Enrico, presente in sala dice: “Sì, lo so, io prendo tutto”, ndr). È ricominciata la mia voglia di vivere, di prendere decisioni per me stessa, non più per dovere della famiglia e di mia madre. Dopo tanti anni, ho creduto che meritassi di essere felice».
E racconti che tua nonna lo voleva sabotare.
«Mia nonna, quando ha visto che questa persona portava gioia nella mia vita, voleva manipolarmi. Aveva assunto un investigatore privato per fare le pulci a tutta la vita di mio marito e della sua famiglia. In realtà ha trovato solo multe per divieto di sosta o degli eccessi di velocità. All’epoca chiaramente io ero bambina, quindi c'era nostra nonna che faceva da mentore. Ahimè, perché probabilmente se non ci fosse stata lei le cose sarebbero andate in maniera diversa».
Che cos’è oggi Gucci per te?
«Quando un marchio viene creato con tanta passione, estro, genio e capacità di rischiare, è un Dna che non lo potrà mai abbandonare. Non importa se sia stato venduto, l'anima di quel brand rimane, perché ciò che lo ha creato è stato fortissimo».
House of Gucci non lo ha saputo raccontare?
«È stata un'occasione persa di raccontare una grande storia. In quel film non c'è proprio la storia».
La serie sarà diversa?
«È una risposta a quel film. Uscirà l’anno prossimo per ridare giustizia alle fantasie che sono state narrate nel film e ridare giustizia un po' a tutti i personaggi. E a noi».
Che cosa porti di tuo padre in te?
«Il libro è impostato come una lettera a lui, un modo di dedicargli e raccontargli tutto ciò che è successo da quando non c'è più stato. Tutte le persone che hanno conosciuto mio padre l'hanno definito un uomo estremamente solare, e spero di assomigliargli in questo. I suoi collaboratori anche degli ultimi anni mi hanno detto che li faceva lavorare tanto, magari anche 12-18 ore di seguito, ma che a loro non pesava perché la sua energia e la sua visione rendeva tutto facile».
Soffri ancora?
«La sofferenza è perenne, ci sarà sempre. Però è ciò che oggi mi rende forte».
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