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Moda

Menabòh, il brand che dà una nuova vita ai vestiti e ai ricordi

Menabòh, il brand che dà una nuova vita ai vestiti e ai ricordi

foto di Cecilia Falovo Cecilia Falovo — 15 Ottobre 2026
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Abbiamo intervistato Gaia Rialti, fondatrice del brand, per scoprire come un abito ereditato possa trasformarsi in qualcosa di nuovo senza perdere la propria storia. Perché, a volte, il capo più desiderabile è già nel nostro armadio.

Menabòh, atelier creativo italiano nasce da una domanda tanto semplice quanto rivoluzionaria: e se il vestito che stiamo cercando fosse proprio quello che abbiamo già? Certo, tutti noi conosciamo bene il desiderio di novità, ma se provassimo a guardare con occhi diversi ciò che possediamo, riscopriremmo il valore dei capi che ci hanno accompagnato nel tempo.

Ne abbiamo parlato con Gaia Rialti, fondatrice del brand, che ha trasformato un'esigenza personale in un progetto capace di intrecciare moda, memoria e soprattutto, identità. Tutto comincia da un armadio di famiglia, quello di sua madre, e dalla voglia di indossarne i vestiti senza doverli necessariamente indossare così come erano stati pensati per lei.

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Credits: Courtesy of Press Office

Dall'armadio di famiglia a un nuovo modo di vivere la moda

Dietro Menabòh c'è, prima di tutto, una storia personale. «Non esisteva un posto capace di prendere quei capi sul serio, di guardarli come materia preziosa e non come qualcosa da sistemare», ci racconta Gaia. È proprio da questa mancanza che nasce l'idea del brand, alimentata anche dall'esperienza maturata negli anni all'interno delle grandi aziende del fashion e del beauty. Un percorso che le ha dato gli strumenti per costruire un progetto strutturato, mettendo insieme l'intuizione personale e il rigore professionale.

La dimensione affettiva, però, rimane il cuore di tutto. Se dovesse scegliere un solo capo da salvare per sempre, Gaia non avrebbe dubbi: l'abito da sposa di sua madre, ridisegnato e indossato in occasione del proprio matrimonio. «Lì dentro ci sono due giorni, il suo e il mio, e due donne diverse». Una frase che racchiude perfettamente la filosofia di Menabòh: un vestito può attraversare epoche, corpi e vite differenti, senza perdere il significato che lo rende speciale.

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Credits: Courtesy of Press Office

Non a caso, gli armadi della madre e della nonna rappresentano per Gaia una sorta di tesoro inesauribile. Ogni volta che li apre, trova qualcosa di nuovo, un dettaglio che prima non aveva notato o una storia che non aveva ancora compreso fino in fondo. È così che ha imparato a considerare il guardaroba come un archivio personale, fatto di abiti e di ricordi, di trasformazioni e di versioni diverse di noi stessi.

Quando un vestito diventa un diario personale

Il guardaroba di ognuno di noi è abitato da capi che smettiamo di indossare, ma che non riusciamo a lasciare andare, siamo d'accordo? Non perché siano ancora perfetti, ma perché custodiscono qualcosa che va oltre il tessuto. Gaia, per esempio, conserva un abitino nero di seta appartenuto alla madre, indossato da lei il giorno dopo il matrimonio per un rinfresco. Lo ha portato a lungo, forse persino troppo, e oggi la seta è consumata in alcuni punti. Eppure, l'idea non è quella di riportarlo alle condizioni originali, cancellando ogni segno del tempo.

«Non deve tornare com'era per forza, deve poter vivere ancora con me», spiega. È un principio che racconta bene il lavoro dell'atelier: capire dove un tessuto può ancora resistere, quali elementi meritano di essere preservati e come ridisegnare un capo perché possa trovare posto nella vita di chi lo indossa oggi.

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Credits: Courtesy of Press Office

Del resto, un vestito conserva tracce molto concrete della persona che lo ha portato. Si allarga nei punti in cui il corpo si muove, si consuma dove appoggiamo la borsa e cede dove lo abbiamo indossato più spesso. Per Gaia è una sorta di diario scritto nel tessuto, una memoria fisica che rende ogni pezzo diverso da qualsiasi altro.

Ecco perché l'imperfezione non è necessariamente qualcosa da correggere. A volte, è proprio il segno lasciato dal tempo a rendere un capo prezioso e il suo obiettivo non è farlo sembrare nuovo, ma decidere quali tracce della sua storia meritino di rimanere visibili.

Il valore della moda non si misura in stagioni

In un sistema che ci abitua a desiderare continuamente qualcosa di nuovo, la visione di Menabòh invita a fermarsi e a riconsiderare il significato stesso della novità. Secondo Gaia, abbiamo iniziato a confondere il nuovo con il valore quando la stagione è diventata l'unità di misura di tutto. Un capo ha smesso di essere apprezzato per quanto poteva durare ed è diventato interessante soprattutto per quanto fosse recente.

«Il nuovo è diventato una promessa: comprando qualcosa diventerai un'altra persona». Una promessa seducente, che conosciamo bene e che spesso ci spinge a cercare altrove ciò che, in realtà, potremmo ritrovare in quello che già possediamo. Eppure, come osserva Gaia, un cappotto indossato per vent'anni può sapere molto più di noi di un capo appena uscito dal negozio.

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Credits: Courtesy of Press Office

Questo non significa essere contrari alle novità, al contrario, Menabòh vuole dimostrare che la trasformazione può essere altrettanto desiderabile dell'acquisto, soprattutto quando permette a un vestito di continuare a evolversi insieme a chi lo indossa. Un approccio che nasce anche dalla conoscenza diretta dell'industria della moda: gli anni trascorsi nelle grandi aziende hanno insegnato a Gaia il valore del rigore, della cura del racconto e della capacità di costruire desiderio intorno a un oggetto. Ciò a cui non tornerebbe, invece, è l'idea che la vita di un prodotto finisca nel momento in cui arriva quello successivo.

In atelier, il meccanismo è quasi inverso: un capo arriva proprio perché ha già avuto una vita e qualcuno desidera prolungarla. Un modo assolutamente romantico di trovare il modo per continuare ad abitare il tempo.

Menaboh: l'unicità non si sceglie da un menu

Oggi la personalizzazione è una delle parole più ricorrenti nel mondo della moda. Iniziali ricamate, colori da selezionare, dettagli da modificare: possibilità che permettono di rendere un prodotto più vicino ai propri gusti, ma che partono spesso da una base identica per tutti. Per Gaia, la differenza tra personalizzazione e unicità sta proprio qui. «La personalizzazione ti fa scegliere da un menù che ha scritto qualcun altro. Essere unici significa partire da qualcosa che nessun altro ha».

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Credits: Courtesy of Press Office

Il redesign infatti non parte da un modello standard da adattare, ma da un oggetto che esiste già e che deve trovare una nuova forma. Per questo ogni creazione è un one-of-one: è un pezzo unico, pensato per una persona specifica e per la sua vita.

Ascoltare prima di disegnare

C'è una componente profondamente personale nel lavoro di Menabòh. Quando una cliente consegna un vestito, infatti, non affida soltanto un oggetto da modificare, ma anche una parte della propria storia. Per questo, prima ancora di parlare di misure, tessuti e silhouette, Gaia e il suo team cercano di capire quando quel capo è stato indossato, con chi, perché è finito in fondo all'armadio e cosa dovrebbe succedere perché torni a essere parte della quotidianità.

A volte, queste informazioni sono più importanti di qualsiasi dettaglio tecnico. «Se ascolti senza saper disegnare, restituisci un ricordo intatto ma inutilizzabile. Se disegni senza ascoltare, restituisci un bel capo che non appartiene a nessuno», spiega Gaia. Il lavoro sta esattamente nel mezzo: tradurre un'esigenza emotiva in una forma concreta, capace di rispettare il passato e, allo stesso tempo, di aprirsi al presente.

Quando il vestito torna a casa, le emozioni sono due. C'è la gioia di ritrovarsi con un pezzo che sembra nuovo, perché non lo si è mai avuto in quella forma, ma anche una nostalgia diversa, quasi dimenticata. Quella che si prova quando un oggetto familiare torna a far parte della nostra vita e ci ricorda qualcosa di noi.

Da Prada al guardaroba di domani

Abbiamo chiesto a Gaia, quale pezzo e quale brand sceglierebbe se potesse metter mano all'archivio di una maison storica. Lei non ha dubbi: Prada, e non solo per una questione di affetto. Il nome Menabòh, infatti, nasce da una scena del film Il diavolo veste Prada La scelta ricadrebbe su un capo in nylon, materiale che la maison ha saputo trasformare in un elemento distintivo del proprio linguaggio creativo.

Prada ha dimostrato che il valore non risiede necessariamente nella materia prima, ma nello sguardo con cui la si interpreta. E questa è un'intuizione che si avvicina molto al lavoro di Menabòh, dove un vestito già esistente può diventare qualcosa di inaspettato senza perdere la propria identità.

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Credits: Courtesy of Press Office

E se il progetto riuscisse davvero a cambiare il nostro rapporto con gli abiti, quale sarebbe la prima abitudine da perdere? La risposta di Gaia è una frase che probabilmente abbiamo pronunciato tutti almeno una volta: «Non ho niente da mettermi». Davanti a un armadio pieno, questa espressione racconta spesso qualcosa di diverso dalla mancanza di vestiti. Forse abbiamo smesso di guardarli davvero, oppure quegli abiti non parlano più della persona che siamo diventati.

Menabòh : gli abiti che abbiamo non smettono di raccontare storie

La domanda da porsi, allora, potrebbe essere un'altra: cosa potrebbe ancora raccontare di me quello che possiedo già?

È un modo diverso di guardare il proprio guardaroba, ma anche il tempo che passa e le persone che diventiamo. Gaia lo racconta attraverso due capi che rappresentano momenti diversi della sua vita. Oggi si riconosce in un giubbotto di pelle della madre, che ama perché è bellissimo, perché appartiene alla sua storia familiare e perché le dà «la grinta giusta». Dieci anni fa, invece, sarebbe stata probabilmente un blazer nero: il simbolo di una fase in cui era immersa in un mondo veloce, fatto di riunioni e situazioni nelle quali sentirsi sempre a posto.

Anche quel blazer, però, continua a esistere nel suo archivio, la testimonianza di una persona che è stata e che, forse, un giorno tornerà a raccontare qualcosa di nuovo.

In fondo, è questa l'idea che attraversa tutto il progetto Menabòh: un vestito non deve necessariamente smettere di parlarci quando cambiamo, a volte, ha soltanto bisogno di una nuova forma per raccontare la persona che siamo diventati.

© Riproduzione riservata

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