Valeria Golino: «Ho trovato la mia Hollywood»

Per il ruolo nella serie tv The Morning Show, con Jennifer Aniston, Valeria Golino è tornata in America, proprio dove la sua carriera era cominciata lavorando accanto a tante star. Qui l'attrice e regista parla a Grazia dell'emozione di questo ritorno e dei momenti che hanno cambiato il corso della sua vita: l'infanzia in Grecia con la madre e i giorni in ospedale negli Stati Uniti, il dolore per la perdita del padre, il destino di ritrovarsi in un film con l'ex Riccardo Scamarcio e, adesso, la scommessa di un nuovo amore.
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Ha gli occhi liquidi, Valeria Golino, e una voce dolceamara che ti avvolge e che conosciamo bene per tutti i film che ha interpretato e che ci portiamo nel cuore. Da quando, qualche anno fa, una mia collega l'ha intervistata a casa sua a Roma, davanti al Colosseo, sono sempre stata curiosa di scoprire la vista dalla sua finestra.

Glielo dico e in questa intervista su Zoom me la mostra, girando la telecamera del suo computer verso uno dei monumenti più famosi del mondo. «Questa casa mi assomiglia: è molto mia. È piena di armonia personale, ma è anche molto caotica. Io sono così», racconta.

Valeria ha 55 anni, ma in questo periodo sta lavorando con i ritmi di una ventenne: nel 2021 sono usciti già due film, ha appena finito di girarne un altro, The Beautiful Game, il 7 ottobre sarà nelle sale con La scuola cattolica di Stefano Mordini sul massacro del Circeo, presentato fuori concorso al Festival di Venezia. E questa settimana, su Apple Tv+, esce l'attesissima seconda serie di The Morning Show, ogni venerdì per dieci episodi. Il tema della serie ruota intorno al fenomeno del movimento anti-molestie #MeToo: le protagoniste, Jennifer Aniston e Reese Witherspoon, sono due giornaliste che conducono lo show e combattono il maschilismo dei vertici, rivelando molestie e abusi; Valeria è la donna che farà la conoscenza del famoso conduttore televisivo della serie, accusato di abusi.

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Ha sempre fatto pochissima televisione: ora interpreta una regista di documentari in una delle serie più apprezzate negli Stati Uniti. Com'è nata la sua collaborazione con The Morning Show?
«In modo romantico. Durante il primo lockdown l'attrice Isabella Ferrari ha chiamato me e altri nostri amici e ci ha chiesto: "Ma state vedendo The Morning Show? Dovete assolutamente farlo: è pazzesco. Ci sono grandi attori ed è scritto benissimo". Ho cominciato a guardarlo, in tre giorni l'avevo finito e ne parlavamo tra noi, ognuno isolato nella propria casa. Mi sono appassionata: è la tv della tv, un prodotto popolare nel senso migliore della parola, molto sofisticato nella sceneggiatura. Quattro mesi dopo, il 2 agosto, mi arriva una email dalla casting director di The Morning Show, la stessa che più di trent'anni fa, quando ne avevo solo 21, mi aveva scelto per il mio primo film a Los Angeles, Big Top Pee-Wee. Ero in vacanza e ho letto l'email solo il 18 agosto. Ho risposto in ritardo, ma abbiamo fatto subito una riunione su Zoom tra sole donne, con la regista principale e la showrunner, Kerry Ehrin, che nelle serie tv americane è una specie di responsabile creativa: che pensa, scrive e gestisce la produzione».

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E che cosa è successo?
«Ehrin mi ha detto: "Spero non ti sembri strano, ma ti devo confessare che mentre scrivevo questo ruolo ho sempre pensato a te. Ti ho perfino sognata". Insomma, mi hanno offerto la parte senza che dovessi neppure sudarmela. Un caso unico: è rarissimo che gli americani non ti facciano neppure un provino».

Interpreta Paola Lambruschini, una regista di documentari un po' ai margini del sistema che stringe amicizia con il giornalista licenziato dallo show per comportamenti sessuali scorretti, interpretato da Steve Carell. Secondo lei, perché questa serie ha spopolato negli Stati Uniti? Il #MeToo è ancora un tema caldo?
«The Morning Show ha avuto successo per come tratta il tema, non in modo demagogico o retorico, ma mostrandone tutte le sfumature. Negli Stati Uniti si sta affermando la "cancel culture": hanno stabilito regole su ciò che si può dire o non dire, su ciò che è giusto o sbagliato. E alcune persone sono considerate colpevoli ancora prima che la legge le condanni o le assolva. Tutto questo servirà a portare cambiamenti, ma c'è stato un eccesso di zelo ed è allarmante: i diritti delle persone vanno salvaguardati».

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Nel film La scuola cattolica interpreta invece il ruolo della mamma che ognuno di noi vuole avere: gioca a carte con il figlio, è sempre affettuosa. Il film rivela tante parti buie nel rapporto tra genitori e figli, ma lei rappresenta l'unica luce, anche se è una donna che vive sulle nuvole. Lei ha avuto una madre così?
«Simile: era un tipo di genitorialità naturale, distratta, affettuosa. Avevo 5 anni quando i miei genitori si sono separati. La mia mamma era single, giovanissima: a 27 anni è partita da Napoli, dove è rimasto papà, per tornare ad Atene con me e mio fratello grande, Sandro. Ci portava dappertutto: a cena con gli amici, in giro, in vacanza. E tutti ci avevano adottato. Aveva smesso di fare la pittrice e si era dovuta trovare un lavoro nell'azienda di un amico. Ma nella mia classe ero l'unica figlia di separati, una "diversa". Oggi è il contrario: si è diversi quando i genitori stanno insieme».

Continua a leggere l'intervista a Valeria Golino sul numero 41 di Grazia ora in edicola

Foto di Andrea Olivo - Styling di Valeria J Marchetti

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«Se non ci importa nulla dei martiri iraniani»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

Perché non ci importa nulla dell'Iran? Perché non riempiamo le piazze a favore della resistenza di un popolo che sfida con straordinario coraggio una teocrazia assassina? Perché non si manifesta nei licei e nelle università per le migliaia di giovani uccisi poiché volevano democrazia e diritti?

Le ragazze e i ragazzi iraniani sognano l’Occidente, i nostri valori, la nostra libertà. Desiderano sciogliersi i capelli, baciarsi, ascoltare musica. Ma non ci siamo commossi per loro come per altre tragedie della storia: Gaza, per esempio.

Mentre reprimeva i suoi cittadini e giustificava un agente che aveva sparato in faccia a una madre sorridente, Donald Trump incoraggiava i manifestanti iraniani a continuare le proteste. Prometteva persino di aiutarli.

Poi ha fatto marcia indietro, distratto da obiettivi più remunerativi: prendersi la Groenlandia e imporre ulteriori dazi ai Paesi europei che hanno truppe nella Terra dei Ghiacci, per esempio. In realtà il nuovo Imperatore del mondo non è mai stato molto preoccupato per le vite degli iraniani o la mancanza di democrazia tra gli ayatollah.

Forse noi non piangiamo i martiri di Teheran perché il regime islamista è avversario di Israele e dell’America, quindi il nemico del nemico diventa quasi amico? Siamo così intrisi di anti occidentalismo? O non ci impicciamo perché se la sbrighino tra loro, con la loro religione? Si liberino da soli, perché mai dovremmo manifestare contro gli ayatollah?

Perché certamente li farebbe sentire meno soli e abbandonati, dico io. Anche il velo imposto alle donne aveva scaldato poco i cuori. Per un certo femminismo, il velo è simbolo di appartenenza e di libera scelta, dimenticando che è prima di tutto strumento del potere maschile.

Ho appena visto il documentario An Eye for an Eye (Occhio per occhio) diretto dalla regista americana nata in Iran, Tanaz Eshaghian. È la storia di una donna che uccide il marito violento dopo anni di feroci abusi. Lei sconta una lunga condanna in carcere e, quando ne esce, deve raccogliere il denaro per risarcire i familiari del morto e non essere mandata al patibolo.

In Iran si applica infatti la legge della vendetta: un omicidio deve essere rimborsato con un’altra vita, fatto salvo il perdono da parte dei familiari dell’ucciso o un risarcimento economico. È un film molto bello, ma non ha neppure un distributore.

Davanti a una semplice espressione di solidarietà per il popolo iraniano, anche il Parlamento italiano si è spaccato. Il Movimento 5 Stelle si è astenuto. Il Governo, dal canto suo, ha frenato sulla proposta tedesca d’inserire le guardie islamiche nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Ma il silenzio in questi frangenti è complicità. Di fronte alle violazioni dei diritti umani non esistono zone grigie. O si sta con gli eroi iraniani o con le squadracce governative che li trucidano. I cadaveri ammassati come sacchi della spazzatura sulle strade di Teheran sono un avvertimento scritto nel sangue per ridurre al silenzio un popolo giovane che sogna la libertà.

L’arco della storia è lungo, ma tende verso la giustizia. Ricorderà chiaramente questo eccidio. Il punto non sarà se il mondo sapeva. Il mondo sapeva, ma aveva scelto di non vedere.

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Grazia è in edicola con lo speciale Milano Cortina 2026

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Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

La neve, il ghiaccio, il battito del cuore prima della gara. I Giochi olimpici invernali arrivano a casa nostra e Grazia ve li racconta.

Abbiamo parlato con chi sogna l'oro: la sciatrice Sofia Goggia, la campionessa di biathlon Dorothea Wierer, i pattinatori Sara Conti e Niccolò Macii. In più vi faremo conoscere tutti gli atleti e i talenti che inseguiranno l'oro.

Da Mariah Carey, Andrea Bocelli e Laura Pausini alla pop star Dua Lipa: vi sveliamo tutti i divi che saranno protagonisti. Inoltre racconteremo come Milano e Cortina e le altre città toccate dalle Olimpiadi cambieranno grazie alle opere realizzate per i Giochi.

La cucina italiana, celebrata come patrimonio Unesco, vivrà ai Giochi con i maestri del gusto, da Davide Oldani a Fabio Pompanin e Graziano Prest.

Anche nelle pagine dedicate alla moda, gli accessori e tessuti tecnici sono i protagonisti di uno stile in sintonia con l’energia dei Giochi invernali. E, nelle pagine dedicate alla bellezza, accendiamo i riflettori sui benefìci della montagna e dell’attività fisica praticata a basse temperature.

Nelle pagine di attualità vi portiamo a Minneapolis per raccontare la nuova guerra civile americana. Lì, dove è stata uccisa Renee Good, gli agenti antimmigrazione continuano a fare arresti indiscriminati con le armi spianate mentre la gente si nasconde.

In primo piano c'è anche l'Iran, dove si teme che siano oltre 16 mila i ragazzi uccisi nelle proteste contro il regime islamista. Grazia vi porta nelle storie di alcuni di loro per raccontare quell’amore per la libertà che l’Occidente deve proteggere.

Fenomeno Timothée Chalamet: con il film Marty Supreme, ora nelle sale, l’attore potrebbe vincere l’Oscar. A Grazia chi ha già visto il film racconta perché il divo ci conquisterà nel ruolo di un campione di ping pong che ci invita a non arrenderci mai.

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Jessie Buckley e Paul Mescal: "In Hamnet siamo i coniugi Shakespeare"

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Jessie Buckley è una forza della natura. A 36 anni l’attrice irlandese ha appena vinto un Golden Globe per la sua interpretazione intensa in Hamnet - Nel nome del figlio, film che a sua volta ha trionfato come miglior dramma ai Golden Globe. Diretto dalla regista Premio Oscar Chloé Zhao, prodotto da Steven Spielberg e Sam Mendes e al cinema dal 5 febbraio, racconta la passione di una coppia diversa dalle altre, quella di William Shakespeare e di sua moglie Agnes (Anne Hathaway), straziata dalla morte del figlio Hamnet. Un dolore profondo, da cui nascerà il capolavoro Amleto: «La nostra è una versione diversa da quelle accademiche che studiavamo a scuola», racconta Paul Mescal che interpreta il Bardo. 

«Vedendo il mio Shakespeare direte: ‘Somiglia alle persone creative che conosco’». Buckley si dice entusiasta di aver dato voce «a una delle tante donne la cui voce e la cui storia sono state messe da parte». Poi sottolinea: «A volte come donna forte sei etichettata come dura, ribelle, o provocatoria, questa storia invece racconta come la feroce tenerezza femminile possa davvero trasformare la cultura, il linguaggio, le relazioni. Non si tratta di essere mascoline, o di stare sulla difensiva. La forza di una donna viene dalla sua tenerezza».

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«F*cking b*tch. Brutta stronza, ubbidisci o muori»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

L’agente anti-immigrazione Jonathan Ross ha ucciso a sangue freddo con tre colpi di pistola alla testa la cittadina americana Renee Good a Minneapolis.

Dopo averla finita, le ha urlato «brutta stronza», come abbiamo visto in un video diffuso dall'amministrazione Trump, che voleva dimostrare che il miliziano avesse sparato per legittima difesa a una terrorista interna.

Ma lei non era una terrorista e quelle non sembrano le parole di un uomo che aveva paura per la sua vita, piuttosto di un maschio furioso perché quella donna aveva osato sfidarlo.

Nel filmato, girato dallo stesso Ross che in una mano tiene il cellulare e nell’altra la pistola, si vede l’auto di Good ferma in mezzo alla strada. Lei abbassa il finestrino e, sorridendo, dice all’agente mascherato: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te».

Qualche momento dopo la donna, che aveva ricevuto da un miliziano l’ordine di andarsene e da un altro quello di scendere, riparte sterzando a destra per evitare d’investire Ross, che le sta davanti armato. L’uomo grida, lascia cadere il cellulare e spara. Renee muore, l’auto va a sbattere contro un’altra macchina. L’assassino urla: «F*cking b*tch». Poi procede a passo spedito verso il suo automezzo, mentre i colleghi mascherati impediscono ai medici presenti sul posto di soccorrere la vittima. 

“Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne hanno paura che gli uomini le uccidano”, dice la scrittrice Margaret Atwood, autrice di un libro portentoso che racconta un’America in qualche modo simile agli Stati Uniti della presidenza di Donald Trump. 

Ho sperato anche questa volta che il grande Paese delle libertà non fosse diventato quest’America. Ho visto i vari video, girati da testimoni oculari, che mostrano da diverse angolazioni questa esecuzione pubblica su una strada di Minneapolis. Ho ascoltato le testimonianze, trasmesse dalle televisioni americane, di chi si trovava sulla scena dell’omicidio. Purtroppo, questo è un atto gravissimo.

La vittima era una madre di tre figli, e aveva appena accompagnato il più piccolo di 6 anni a scuola. Il 7 gennaio, quando è stata trucidata, si trovava con la moglie e il loro cane vicino a dove, sei anni fa, il poliziotto bianco Derek Chauvin aveva ucciso il cittadino afro-americano George Floyd, premendogli un ginocchio sul collo.

La brutalità e l’abuso di potere delle forze dell’ordine in America non è una novità. Nuovo è che questa volta si tratti di una donna bianca, che quella mattina stava facendo la volontaria per segnalare la presenza dei miliziani mandati da Trump a rastrellare la città a caccia di immigrati. Lei e sua moglie erano dotate di fischietti per avvisare gli abitanti della zona, non di armi. I miliziani avevano pistole. 

Ma la sua esecuzione dimostra che l’attivismo in America, come in Iran, ti costa la vita. Ormai, anche negli Stati Uniti quando un poliziotto o un governante ti dà un ordine devi obbedirgli se vuoi rimanere viva. Esistere è diventato un privilegio concesso dall’autorità e la morte la punizione alla disobbedienza. Ti stanno dicendo: piegati o muori. La relazione tra i cittadini e il potere è ridotta a sottomissione. 

Il video girato dall’assassino dimostra anche che si è trattato di un atto terminale di violenza misogina. Quella donna aveva ferito più la sua virilità che attaccato la sua incolumità. Quando ho visto il sorriso della vittima, mentre diceva all’uomo che l’avrebbe uccisa: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te», ho capito che Renee Good aveva paura.

Stava replicando tutto ciò che è stato insegnato alle donne. Si stava facendo piccola e mansueta per cercare di prevenire la violenza maschile. È rimasta calma, anche se circondata da agenti che le impartivano ordini contrastanti.

Ma non è bastato. Non era abbastanza spaventata, abbastanza sottomessa. Dopo, non era neppure abbastanza morta. Lo sparatore ha voluto anche infangarla urlando «brutta stronza!».

L’omicidio di Floyd affondava le radici nel razzismo, l’esecuzione pubblica di Renee Good le affonda nella misoginia.

Dopo la sua morte, in America il potere l’ha accusata. Hanno dichiarato che era una terrorista. È stata insultata perché era lesbica e aveva tre figli da due precedenti matrimoni, come se la sua vita non tradizionale giustificasse in qualche modo l’omicidio.

Il messaggio del potere è: guardate come sono strane queste persone. Meritano di essere giustiziate in mezzo alla strada in America.