The Dreamers — e non è il film con Eva Green

Ho prenotato i biglietti del treno, questa volta è Giaco che mi accompagna a Napoli, ma c’è solo una cosa che non ho ancora capito: come ci si veste per andare a presentare un libro che ha la faccia di un manuale per mamme, in una scuola di teenagers? Jeans, felpa e scarpe da ginnastica mi toglierebbero vent’anni?
Non credo, non avrebbero inventato il botox, e a ogni modo, non mi serve un elisir di eterna giovinezza, ma qualcosa che faccia emergere il mio spirito giovanile. Che ci vuole?
Ci vuole Robbi, che oltre a essere il mio personal trainer, è anche regista, costumista e stylist presso se stesso.
“Allora Enri: jeans, felpa e sneakers non vanno bene...”
“Neanche i jeans?”
“I jeans sì, ma con un tacco.”
“Volevo stare comoda...”
“Non dico mica un tacco dodici, ma un mezzo tacco ci sta: fa un po’ donna in carriera.”
Massi’, un po’ Melanie Griffith ci sta.
Voglio fidarmi. Faccio mente locale sulle scarpe che possiedo, ma un po’ perché sono tante e un po’ perché le mezze misure non mi appartengono, l’unica papabile che mi sovviene è uno stivaletto nero in pelle, tra l’altro comodissimo.
“Ce l’ho. Poi?”
E dopo aver vagliato ventisette combinazioni differenti — tenendo fisso per tutte il mezzo tacco da donna in carriera — la conclusiva prevede: un paio di jeans bianchi, un maglione nero, un maxi cardigan bicolore e uno zainetto.
La professoressa Manno, la fantastica donna che mi ha invitato al liceo Calamandrei e che ogni estate accompagna i suoi ragazzi alla rassegna letteraria di Positano, l’ho conosciuta ieri sera. Ci ha portato a mangiare la pizza più buona del mondo e ci ha presentato Antonio, il suo compagno: un insegnante di ginnastica simpaticissimo che mi ha confessato di aver avuto un passato scolastico turbolento almeno quanto il mio.
Sono stati entrambi incoraggianti riguardo alla giornata di oggi e seppure apprezzi il loro ottimismo, questa volta ho deciso di leggere una delle mie storie di ordinaria follia, quella della Vespa, giusto per impappinarmi un po’ meno del solito. E poi ho anche la benedizione della prof.
Quindi via, si parte, dobbiamo essere a scuola per le undici.
Io e Giaco — in modalità teenager — entriamo al liceo tenendoci per mano, ma dalla cattedra che sta al centro dell’atrio, si alza una ragazzina chiedendoci se siamo qui per iscrivere nostro figlio.
Sono l’emoji con la goccia di sudore che sorride con sgomento.
Non mi ha riconosciuta: era prevedibile, non sono mica Melanie Griffith.
Mi presento e dico perché sono qui, una professoressa che mi ascolta in lontananza si avvicina e si offre di accompagnarmi nell’aula in cui mi stanno aspettando. Giaco, che ha definitivamente abbondato l’idea di prendermi per mano, mi segue a ruota con occhi incoraggianti.
Nell’aula ci sono due fazioni: a sinistra i ragazzi — sono più le ragazze in verità — che hanno letto il mio romanzo.
A destra, i ragazzi che hanno letto il romanzo dell’autrice che è stata invitata insieme a me. C’è anche TeleCapri
La scaletta prevede che un ragazzo per squadra faccia una prima presentazione del libro, poi la parola passerà alle scrittrici, che faranno un po’ di show per argomentare quale forza mistica fomenti il loro desiderio di dedicare l’intera vita alla scrittura, e risponderanno a qualche domanda. Posso farcela: coraggio.
A rompere il ghiaccio è Fabiola, una ragazza della mia fazione a cui il libro è piaciuto molto e ha scritto un piccolo discorso. Vorrei commuovermi, ma sono una professionista, mi commuoverò più tardi, quando ci ripenserò.
Poi è la volta di un’altra ragazza che presenta il secondo romanzo e adesso a chi tocca?
Qualcuno cerca di passarmi il microfono, ma io lo scanso come un taser.
Se stessimo giocando a scarabeo, ora toccherebbe a me, ma non mi vengono le parole, perciò bella, ce la giochiamo a sorte. “Pari o dispari?” chiedo all’autrice.
Lei continua a passarmi il microfono, io insisto per offrirle il mio turno, lei accetta: io tiro un sospiro di sollievo.
La ascolto: sentirla parlare è un piacere, non mette troppe pause tra i discorsi, ha un tono professionale e soprattutto non saltella e non gesticola. In pratica fa tutto quello che io non riesco a fare.
Racconta come è nato il desiderio di concepire l’idea di una storia di cui vorrebbe scrivere il seguito. Racconta i suoi successi, i retroscena del suo romanzo, risponde alle domande e adesso tocca a me.
Per la prima volta, la voce di Gallucci del TG5 che dice: “andiamo a braccio!” riecheggia nelle mie orecchie come quella di Zeus.
E A braccio sia! Niente Vespa.
Mi alzo, afferro il microfono e dico:
“Ho scritto il mio romanzo con l’ambizione di poter aiutare le persone — di tutte le età — a vivere con soddisfazione e passione, con il desiderio di spronarle a essere soddisfatte di loro stesse, suggerendo loro di sfruttare la bellezza in senso globale, sfatando il mito che quella interiore e quella esteriore siano due concetti distinti, ma complementari: le facce della stessa medaglia, entrambe necessarie a costruire l’autostima.”
La voce tremula con cui avevo cominciato si è distesa, potrei quasi dire che mi sento a mio agio. E continuo: “Non esistono le mezze misure, non ci si può far bastare di averne solo un po’, per essere felici ci vuole tanta autostima.
Per quanto mi riguarda, ci sono giorni in cui mi sembra di averne e altri in cui non riesco a trovarne da nessuna parte. E quando si nasconde, anch’io ho voglia di nascondermi.
Se leggo qualche recensione cattiva, qualche commento al vetriolo, non sempre so come reagire, forse succede anche a voi?”
I ragazzi annuiscono.
“Nel mio libro cito tanti film, chi lo ha letto sa che mi piacciono, e anche Vivian — Julia Roberts in Pretty Woman — a un certo punto della storia dice: ‘è più facile credere alle cattiverie, ci hai mai fatto caso?’ Questo per dirvi che non si può piacere a tutti, non siamo cioccolata, ma le parole fanno male e quando ci pungono sul vivo rischiano di fare ammalare l’anima.”
Alcuni ragazzi annuiscono anche ora.
Mi dispiace ritrovare su qualcuno dei loro volti le mie stesse insicurezze. So che stanno soffrendo.
“Ma esiste una cura.” riprendo fiduciosa. “Una cura per alzare le difese immunitarie emotive: cercate la vostra specialità, c’è sicuramente qualcosa che vi fa sentire speciali e dovete trovarlo, non arrendetevi fino a che non ci sarete riusciti: è il segreto per essere felici.”
I ragazzi mi guardano, sorridono, mi fanno sentire orgogliosa. E siccome non avrò la loro attenzione per sempre, sarà meglio concludere.
“Ho scritto il mio libro perché volevo chiarire il concetto — visto che usiamo gli hashtag — del #volemosebene: avere cura del proprio aspetto è una forma di rispetto nei confronti di noi stessi e anche nei confronti di chi ci sta intorno, ma non assecondate mai chi pretende da voi il meglio e basta, siate il meglio per voi stessi, non importa cosa vogliano gli altri.
Credete nei vostri sogni, niente è impossibile. Non lasciatevi convincere da chi pensa il contrario.”
Scatta l’applauso: sono emozionata.
Anche Giaco ha smesso di filmare per battermi le mani. Credo fosse la sua unica occasione per impedire una paresi al braccio: dopo averlo tenuto sollevato per quattordici minuti di riprese, ci sta.
La presentazione termina da lì a breve.
Conosco i ragazzi che hanno letto il mio libro, scrivo una dedica sulla prima pagina delle loro copie, li abbraccio, li bacio, faccio alcune foto e un po’ di propaganda a Melissa, invitandoli a leggere la pagina di Facebook.
La professoressa Manno offre a tutti un caffè, se non fosse che nello spazio accanto al bar, c’è un sound da paura, vogliamo tutti sapere chi sta suonando.
Entriamo e dietro a una consolle, c’è il sosia di Arturo Muselli, uno degli attori di Gomorra, l’idolo del mio amico Lorieri: si pettina pure come lui. Si chiama Vincenzo Molino ed è un famoso dj di Napoli.
Ha un progetto: “Visionary Lab” con cui vuole stimolare la creatività musicale dei ragazzi, mostrando loro nuove prospettive e ambizioni lavorative. La sua idea è quella di prevenire il disagio causato dalla dispersione scolastica, di scoprire nuovi talenti e di dare a tutti gli alunni la possibilità di appassionarsi alla musica, con la produzione di eventi musicali che contribuiscano a realizzare esperienze gratificanti e creative.
Vincenzo vuole cambiare l’idea delle discoteche in cui lo sballo diventa necessario, la discoteca è un club in cui condividere le passione per il ballo e per la musica, non deve essere necessariamente un luogo di perdizione.
Insegna ai ragazzi a eseguire brani utilizzando programmi musicali con strumenti e campioni sonori. Insegna loro come usare in maniera espressiva la tecnica produttiva musicale, stimolando il loro stile personale nel comunicare emozioni, sensazioni e atmosfere. Ma allo stesso tempo, insegna come utilizzare al meglio le proprie capacità per soddisfare i propri desideri.
Direi che su questo siamo tutti d’accordo.
Durante il viaggio di ritorno, sul treno che ci sta portando a casa, mi chiedo se questa cosa del ‘seguite le vostre passioni ragazzi!’ abbia contagiato anche a Giaco. Di recente ha apertamente dichiarato alla famiglia di voler iniziare un corso da dj: mi piace pensare di essere io quella scintilla che ha riacceso la sua fiamma per il mixer.
Guardo la valigia che ho infilato nel vano che sta sopra la testa di una signora seduta di fronte a me, e penso che questa volta, al mio bagaglio — oltre a un paio di leggings in ecopelle bianca di Zara — ho aggiunto anche questa bellissima avventura.
Le scuole sono proprio stimolanti.
Sai che faccio? Lunedì chiamo la mia vecchia scuola e propongo alla preside lo stesso progetto: accetterà sicuramente.
L’ho chiamata due volte, sto ancora aspettando che mi richiami.
Quasi quasi riprovo martedì.
Illustrazione di Valeria Terranova
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare
«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.
Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.
Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.
La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.
Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».
Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».
Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».
Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».
Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».
Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».
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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli
La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.
Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.
Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.
È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».
Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.
Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.
Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.
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Grazia è in edicola con Maya Hawke
Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.
Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.
Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.
Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.
Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.
E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.
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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"
Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.
Che rapporto ha con il passare del tempo?
«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».
Davvero?
«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».
Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.
«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».
Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?
«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».
Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?
«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».
Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…
«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare».
Come mai?
«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».
Che cosa le disse al ritorno?
«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».
Ha fatto lo stesso con i suoi figli?
«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».
Che rapporto ha con la psichiatria?
«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».
Com’è andata?
«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».
E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?
«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il corpo».
Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?
«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».
Che cosa di lei non hanno mai capito finora?
«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».
Com’è la sua giornata ideale?
«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».
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