The Dreamers — e non è il film con Eva Green

Ho prenotato i biglietti del treno, questa volta è Giaco che mi accompagna a Napoli, ma c’è solo una cosa che non ho ancora capito: come ci si veste per andare a presentare un libro che ha la faccia di un manuale per mamme, in una scuola di teenagers? Jeans, felpa e scarpe da ginnastica mi toglierebbero vent’anni?
Non credo, non avrebbero inventato il botox, e a ogni modo, non mi serve un elisir di eterna giovinezza, ma qualcosa che faccia emergere il mio spirito giovanile. Che ci vuole?
Ci vuole Robbi, che oltre a essere il mio personal trainer, è anche regista, costumista e stylist presso se stesso.
“Allora Enri: jeans, felpa e sneakers non vanno bene...”
“Neanche i jeans?”
“I jeans sì, ma con un tacco.”
“Volevo stare comoda...”
“Non dico mica un tacco dodici, ma un mezzo tacco ci sta: fa un po’ donna in carriera.”
Massi’, un po’ Melanie Griffith ci sta.
Voglio fidarmi. Faccio mente locale sulle scarpe che possiedo, ma un po’ perché sono tante e un po’ perché le mezze misure non mi appartengono, l’unica papabile che mi sovviene è uno stivaletto nero in pelle, tra l’altro comodissimo.
“Ce l’ho. Poi?”
E dopo aver vagliato ventisette combinazioni differenti — tenendo fisso per tutte il mezzo tacco da donna in carriera — la conclusiva prevede: un paio di jeans bianchi, un maglione nero, un maxi cardigan bicolore e uno zainetto.
La professoressa Manno, la fantastica donna che mi ha invitato al liceo Calamandrei e che ogni estate accompagna i suoi ragazzi alla rassegna letteraria di Positano, l’ho conosciuta ieri sera. Ci ha portato a mangiare la pizza più buona del mondo e ci ha presentato Antonio, il suo compagno: un insegnante di ginnastica simpaticissimo che mi ha confessato di aver avuto un passato scolastico turbolento almeno quanto il mio.
Sono stati entrambi incoraggianti riguardo alla giornata di oggi e seppure apprezzi il loro ottimismo, questa volta ho deciso di leggere una delle mie storie di ordinaria follia, quella della Vespa, giusto per impappinarmi un po’ meno del solito. E poi ho anche la benedizione della prof.
Quindi via, si parte, dobbiamo essere a scuola per le undici.
Io e Giaco — in modalità teenager — entriamo al liceo tenendoci per mano, ma dalla cattedra che sta al centro dell’atrio, si alza una ragazzina chiedendoci se siamo qui per iscrivere nostro figlio.
Sono l’emoji con la goccia di sudore che sorride con sgomento.
Non mi ha riconosciuta: era prevedibile, non sono mica Melanie Griffith.
Mi presento e dico perché sono qui, una professoressa che mi ascolta in lontananza si avvicina e si offre di accompagnarmi nell’aula in cui mi stanno aspettando. Giaco, che ha definitivamente abbondato l’idea di prendermi per mano, mi segue a ruota con occhi incoraggianti.
Nell’aula ci sono due fazioni: a sinistra i ragazzi — sono più le ragazze in verità — che hanno letto il mio romanzo.
A destra, i ragazzi che hanno letto il romanzo dell’autrice che è stata invitata insieme a me. C’è anche TeleCapri
La scaletta prevede che un ragazzo per squadra faccia una prima presentazione del libro, poi la parola passerà alle scrittrici, che faranno un po’ di show per argomentare quale forza mistica fomenti il loro desiderio di dedicare l’intera vita alla scrittura, e risponderanno a qualche domanda. Posso farcela: coraggio.
A rompere il ghiaccio è Fabiola, una ragazza della mia fazione a cui il libro è piaciuto molto e ha scritto un piccolo discorso. Vorrei commuovermi, ma sono una professionista, mi commuoverò più tardi, quando ci ripenserò.
Poi è la volta di un’altra ragazza che presenta il secondo romanzo e adesso a chi tocca?
Qualcuno cerca di passarmi il microfono, ma io lo scanso come un taser.
Se stessimo giocando a scarabeo, ora toccherebbe a me, ma non mi vengono le parole, perciò bella, ce la giochiamo a sorte. “Pari o dispari?” chiedo all’autrice.
Lei continua a passarmi il microfono, io insisto per offrirle il mio turno, lei accetta: io tiro un sospiro di sollievo.
La ascolto: sentirla parlare è un piacere, non mette troppe pause tra i discorsi, ha un tono professionale e soprattutto non saltella e non gesticola. In pratica fa tutto quello che io non riesco a fare.
Racconta come è nato il desiderio di concepire l’idea di una storia di cui vorrebbe scrivere il seguito. Racconta i suoi successi, i retroscena del suo romanzo, risponde alle domande e adesso tocca a me.
Per la prima volta, la voce di Gallucci del TG5 che dice: “andiamo a braccio!” riecheggia nelle mie orecchie come quella di Zeus.
E A braccio sia! Niente Vespa.
Mi alzo, afferro il microfono e dico:
“Ho scritto il mio romanzo con l’ambizione di poter aiutare le persone — di tutte le età — a vivere con soddisfazione e passione, con il desiderio di spronarle a essere soddisfatte di loro stesse, suggerendo loro di sfruttare la bellezza in senso globale, sfatando il mito che quella interiore e quella esteriore siano due concetti distinti, ma complementari: le facce della stessa medaglia, entrambe necessarie a costruire l’autostima.”
La voce tremula con cui avevo cominciato si è distesa, potrei quasi dire che mi sento a mio agio. E continuo: “Non esistono le mezze misure, non ci si può far bastare di averne solo un po’, per essere felici ci vuole tanta autostima.
Per quanto mi riguarda, ci sono giorni in cui mi sembra di averne e altri in cui non riesco a trovarne da nessuna parte. E quando si nasconde, anch’io ho voglia di nascondermi.
Se leggo qualche recensione cattiva, qualche commento al vetriolo, non sempre so come reagire, forse succede anche a voi?”
I ragazzi annuiscono.
“Nel mio libro cito tanti film, chi lo ha letto sa che mi piacciono, e anche Vivian — Julia Roberts in Pretty Woman — a un certo punto della storia dice: ‘è più facile credere alle cattiverie, ci hai mai fatto caso?’ Questo per dirvi che non si può piacere a tutti, non siamo cioccolata, ma le parole fanno male e quando ci pungono sul vivo rischiano di fare ammalare l’anima.”
Alcuni ragazzi annuiscono anche ora.
Mi dispiace ritrovare su qualcuno dei loro volti le mie stesse insicurezze. So che stanno soffrendo.
“Ma esiste una cura.” riprendo fiduciosa. “Una cura per alzare le difese immunitarie emotive: cercate la vostra specialità, c’è sicuramente qualcosa che vi fa sentire speciali e dovete trovarlo, non arrendetevi fino a che non ci sarete riusciti: è il segreto per essere felici.”
I ragazzi mi guardano, sorridono, mi fanno sentire orgogliosa. E siccome non avrò la loro attenzione per sempre, sarà meglio concludere.
“Ho scritto il mio libro perché volevo chiarire il concetto — visto che usiamo gli hashtag — del #volemosebene: avere cura del proprio aspetto è una forma di rispetto nei confronti di noi stessi e anche nei confronti di chi ci sta intorno, ma non assecondate mai chi pretende da voi il meglio e basta, siate il meglio per voi stessi, non importa cosa vogliano gli altri.
Credete nei vostri sogni, niente è impossibile. Non lasciatevi convincere da chi pensa il contrario.”
Scatta l’applauso: sono emozionata.
Anche Giaco ha smesso di filmare per battermi le mani. Credo fosse la sua unica occasione per impedire una paresi al braccio: dopo averlo tenuto sollevato per quattordici minuti di riprese, ci sta.
La presentazione termina da lì a breve.
Conosco i ragazzi che hanno letto il mio libro, scrivo una dedica sulla prima pagina delle loro copie, li abbraccio, li bacio, faccio alcune foto e un po’ di propaganda a Melissa, invitandoli a leggere la pagina di Facebook.
La professoressa Manno offre a tutti un caffè, se non fosse che nello spazio accanto al bar, c’è un sound da paura, vogliamo tutti sapere chi sta suonando.
Entriamo e dietro a una consolle, c’è il sosia di Arturo Muselli, uno degli attori di Gomorra, l’idolo del mio amico Lorieri: si pettina pure come lui. Si chiama Vincenzo Molino ed è un famoso dj di Napoli.
Ha un progetto: “Visionary Lab” con cui vuole stimolare la creatività musicale dei ragazzi, mostrando loro nuove prospettive e ambizioni lavorative. La sua idea è quella di prevenire il disagio causato dalla dispersione scolastica, di scoprire nuovi talenti e di dare a tutti gli alunni la possibilità di appassionarsi alla musica, con la produzione di eventi musicali che contribuiscano a realizzare esperienze gratificanti e creative.
Vincenzo vuole cambiare l’idea delle discoteche in cui lo sballo diventa necessario, la discoteca è un club in cui condividere le passione per il ballo e per la musica, non deve essere necessariamente un luogo di perdizione.
Insegna ai ragazzi a eseguire brani utilizzando programmi musicali con strumenti e campioni sonori. Insegna loro come usare in maniera espressiva la tecnica produttiva musicale, stimolando il loro stile personale nel comunicare emozioni, sensazioni e atmosfere. Ma allo stesso tempo, insegna come utilizzare al meglio le proprie capacità per soddisfare i propri desideri.
Direi che su questo siamo tutti d’accordo.
Durante il viaggio di ritorno, sul treno che ci sta portando a casa, mi chiedo se questa cosa del ‘seguite le vostre passioni ragazzi!’ abbia contagiato anche a Giaco. Di recente ha apertamente dichiarato alla famiglia di voler iniziare un corso da dj: mi piace pensare di essere io quella scintilla che ha riacceso la sua fiamma per il mixer.
Guardo la valigia che ho infilato nel vano che sta sopra la testa di una signora seduta di fronte a me, e penso che questa volta, al mio bagaglio — oltre a un paio di leggings in ecopelle bianca di Zara — ho aggiunto anche questa bellissima avventura.
Le scuole sono proprio stimolanti.
Sai che faccio? Lunedì chiamo la mia vecchia scuola e propongo alla preside lo stesso progetto: accetterà sicuramente.
L’ho chiamata due volte, sto ancora aspettando che mi richiami.
Quasi quasi riprovo martedì.
Illustrazione di Valeria Terranova
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«Non ce la farete a ricacciarci in casa»: l'editoriale di Silvia Grilli
Le Olimpiadi sono finite ma non riesco a smettere di ascoltare Eileen Gu, un oro e due argenti per la Cina a Milano Cortina 2026. È l’atleta più vincente nella storia dello sci acrobatico, modella, studentessa universitaria a Stanford. Dopo le tre medaglie, ha detto: «Ciò che conta è poter mostrare al mondo ciò di cui sono capaci le donne».
RIPENSO A PIERRE DE COUBERTIN, FONDATORE DEI GIOCHI OLIMPICI, SECCAMENTE CONTRARIO ALLA PARTECIPAZIONE FEMMINILE ALLE OLIMPIADI. Sosteneva che noi servissimo solo a incoronare i vincitori maschi. Vedere gareggiare i nostri corpi sarebbe stato uno spettacolo osceno e inadeguato. Con la sua bellezza e il suo talento, Gu se lo sarebbe mangiato vivo, come si è mangiata il giornalista che, dopo le sue prime due medaglie, le ha chiesto come mai avesse vinto solo l’argento. Lei gli ha riso in faccia con il suo bel viso sfrontato: «Sono la sciatrice acrobatica più decorata della storia, sto compiendo imprese mai fatte prima, mostrando lo sci migliore. La sua prospettiva è ridicola».
LA AMO. SE RICORDO COM’ERO TIMIDA IO A 22 ANNI, MI SENTO MALE. ALLA SUA ETÀ CAMMINAVO RASENTANDO I MURI. NON VOLEVO, NON PRETENDEVO. CI HO MESSO DECENNI A COMPLIMENTARMI (A VOLTE) PER CIÒ CHE FACCIO. ANZI, ANCORA SONO RILUTTANTE. E allora ascolto Gu. Sento la forza di Francesca Lollobrigida, che hanno cercato di ridurre a mamma e basta, perché «campionessa» per una donna è sempre troppo. Sento la gioia portentosa di Alysa Liu, che ha pattinato per se stessa, senza ascoltare nessuno, come voleva lei e ha vinto l’oro. Ascolto la libertà della pattinatrice Amber Glenn, che ci ha incantati al gala finale, e non ha mai smesso di esprimere le sue opinioni: «La gente ritiene che siamo solo atleti. “Pensa al tuo lavoro”, dicono. “Non parlare di politica”. Invece no, la politica ci riguarda tutti».
PERCIÒ MI DICO: AL NETTO DI TUTTO, NON VA COSÌ MALE PER NOI DONNE. La parità, con la partecipazione femminile a tutte le gare olimpiche, l’abbiamo raggiunta solo nel 2012. Ma voi avete visto quale spettacolo di forza, di consapevolezza, di autostima, non solo di grandissimo valore sportivo, ci hanno dato queste ragazze?
Sapete che c’è? Togliete pure la parola «consenso» dalla legge sullo stupro, togliete anche le quote rosa dai consigli di amministrazione come stanno facendo in America, lodateci pure solo quando siamo madri, oscurando tutti gli altri talenti. Rappresentateci pure come il vicepresidente americano J. D. Vance, che ostenta in giro la moglie alla quarta gravidanza come lezione di quello che dovrebbero fare le donne: ritirarsi dal lavoro e dare figli alla Patria. CONTINUATE PURE, MA IL SENTIERO È BEN SEGNATO. NON AVRÀ SUCCESSO LA VOSTRA RESTAURAZIONE. LE RAGAZZE NON VI ASCOLTANO PIÙ.
P.S. Gu è nata a San Francisco, ma ha scelto di competere per la Cina, il Paese di sua madre. Vance insiste che dovrebbe rappresentare l’America alle Olimpiadi. Come mai il più sfrenato dei nazionalisti improvvisamente vuole gli stranieri? Gu gli ha risposto: «Grazie J. D., ma se non vincessi non te ne importerebbe». Esatto.
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Grazia celebra Sanremo 2026 con quattro cover esclusive dedicate a Elettra Lamborghini, Malika Ayane, Arisa e Levante
Il nuovo numero di Grazia, in uscita in tutte le edicole e su app dal 26 febbraio, celebra il Festival di Sanremo con uno speciale dedicato alle protagoniste della musica italiana. La rivista diretta da Silvia Grilli propone infatti quattro cover esclusive, dedicate ad Arisa, Malika Ayane, Levante ed Elettra Lamborghini.
“Quattro servizi fotografici esclusivi, quattro interviste, quattro diverse copertine rimarcano la forza di Grazia e il talento di queste artiste. Così celebriamo il rito nazionale del Festival di Sanremo”, dichiara la direttrice Silvia Grilli.
Arisa porta sul palcoscenico la sua vita, tra gioia, dolore e l’oceano della passione, in quella che definisce la sua “favola”. Malika Ayane torna a Sanremo con una canzone d’amore che esplora la scoperta della normalità e della felicità, mentre Levante conquista con la sua passione travolgente. Elettra Lamborghini condivide invece la sua vita da Elettra, tra il cognome che porta e il desiderio costante di superare i propri limiti.
L’edizione di quest’anno è raccontata anche da Carlo Conti, tra le canzoni in gara, i grandi ospiti e le polemiche sul comico Andrea Pucci. Il direttore artistico svela poi la sua formula per lo show italiano più seguito, offrendo un punto di vista esclusivo dietro le quinte della kermesse musicale. Segue Michele Bravi, che torna sul palco dell’Ariston con la canzone Prima o Poi e lo spirito di chi, nell’ultimo anno, ha voltato pagina, andando in cerca di nuova musica e di sé stesso, senza perdere la voglia di emozionare.
Passando alla sezione 10 storie di cui parlare, Grazia affronta temi cruciali dell’attualità - dalle domande che feriscono le donne vittime di abusi al potere terapeutico dell’arte, dal coraggio civile alle riflessioni sulle quote rosa negli Stati Uniti - mentre nell’inchiesta Noi che a 30 anni siamo uniche dà voce ai trentenni di oggi, una generazione che sta ridefinendo priorità, ambizioni e modelli di riferimento, tra carriera, equilibrio personale e desiderio di autenticità.
La moda occupa uno spazio centrale nel numero, in perfetta sintonia con la Milano Fashion Week. Grazia intercetta l’energia e le aspettative di una momento cruciale per il sistema moda internazionale con uno speciale ricco di ispirazioni, tendenze e interpretazioni contemporanee. Dalle suggestioni british al ritorno dell’estetica Anni 70, dal rosso ribelle ai giochi di contrasti più sofisticati, il racconto si sviluppa tra passerelle ideali e street style, accessori e pagine shopping pensate per tradurre i trend in scelte concrete.
Chiudono l’edizione le pagine dedicate alla bellezza, con un focus sul make-up primaverile e sugli incontri che dimostrano come la collaborazione possa diventare forza condivisa.
Ma il Festival e la moda si vivono anche online: sul sito e i canali social di Grazia, i lettori e gli utenti potranno seguire tutto in tempo reale, scoprire il backstage, ammirare i look delle star, approfondire interviste e curiosità dagli eventi più esclusivi e lasciarsi ispirare dai trend della moda, per un’esperienza digitale completa che integra musica, stile e lifestyle e amplifica il dialogo con la fashion week milanese.
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Krug e Max Richter traducono in musica un'annata di emozioni
Un concerto straordinario per celebrare un’annata straordinaria. Siamo nella Roundhouse di Londra, a Camden Town. È il 10 febbraio e seduto al pianoforte c’è il compositore Max Richter, uno dei talenti più acclamati della musica contemporanea.
In prima fila ad applaudirlo ci sono volti noti come gli attori Pierce Brosnan, Lily James e Kristin Scott Thomas, ma anche Olivier Krug, sesta generazione della famiglia e ambasciatore della Maison. Accanto a loro, anzi accanto a ogni componente della platea, ci sono tre calici che verranno riempiti per ogni brano di questa esibizione unica.
Si tratta del nuovo capitolo del viaggio musicale che Krug ha chiamato Every Note Counts, ogni nota conta, affidando a un musicista di fama mondiale il compito di tradurre in musica lo spirito delle sue cuvée.
Richter ha intrapreso un viaggio nel tempo verso un anno straordinario per tanti motivi diversi, il 2008. Ve lo ricordate? L’elezione alla Casa Bianca di Barack Obama, la grande crisi finanziaria globale, Katy Perry che impazzava nelle radio con I Kissed a Girl. Quella del 2008 fu un'annata straordinaria anche in Champagne: nelle campagne francesi l'inverno fu freddo, l'estate clemente, e il sole tornò proprio al momento giusto, in settembre, pochi giorni prima della vendemmia.
«È molto raro assistere a un allineamento dei pianeti così perfetto da offrirci tre “movimenti” nella stessa stagione. La missione di Krug è creare ogni anno una prestige cuvée che sia come una sinfonia, ma non sempre possiamo avere altre storie da raccontare come accaduto nel 2008», dice Julie Cavil, Chef de Cave di Maison Krug. «Le condizioni fresche, i contrasti morbidi e una maturazione lenta e costante hanno permesso alle uve di svilupparsi con un equilibrio e una precisione straordinari. I vini che ne nascono incarnano eleganza, verticalità e un'austera, sottile compostezza».
Grazie anche a quelle uve maturate in una stagione senza precedenti Cavil ha creato tre cuvées: il Krug Clos d'Ambonnay 2008, nato da un solo pregiatissimo appezzamento di Pinot Noir; il Krug 2008, il millesimato che celebra il carattere distintivo di quell'anno particolare; e il Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio di oltre 120 singoli vini di oltre 10 annate diverse.
Max Richter ha risposto a queste creazioni componendo tre brani musicali originali ispirati a ciascun vino:Clarity, dove i protagonisti sono gli strumenti solisti che raccontano un solo terreno, una singola uva e un singolo anno; Ensemble, un crescendo armonico che suona come un dialogo tra più voci; e Sinfonia, dove la pienezza dell’orchestra va a riecheggiare la ricchezza che compone il Krug Grande Cuvée 164ème Édition.
Per dare vita a questa creazione Richter ha visitato le proprietà Krug a Reims e Ambonnay, in Francia. Ha passeggiato tra le vigne, messo le mani nella terra, osservato la curva della luce che accarezza i grappoli. Cavil ha poi fatto visita alla casa laboratorio del compositore, immerso nella natura dell'Oxfordshire, in Gran Bretagna. Nelle apparecchiature dello studio musicale, nei canali dei mixer, ha quasi riconosciuto i filari delle sue amate vigne.
Entrambi hanno trovato similitudini tra i loro mondi: «Il mio lavoro è fatto di materiali che sono gli stessi da secoli», dice Richter, «è una continua connessione tra il presente e il passato, ma alla fine lavoriamo tutti con ciò che non conosciamo: Julie non sa che cosa la terra darà ogni anno e questo è il prezzo della scoperta. Ed è molto stimolante». Continua Richter: «Il lavoro creativo è come metà di una conversazione. Fai una domanda e aspetti la risposta di chi hai davanti. Quello che ottieni lo chiamiamo cultura».
Il risultato dell’incontro tra cuvées de prestige e musica è ora a disposizione di tutti con il trio di champagne chiamati Krug from Soloist to Orchestra in 2008 - Act 2. Un’armonia nuova che si può cominciare a conoscere guardando il documentario disponibile qui e ascoltare anche sulle principali piattaforme di streaming. Un invito a vivere ogni esperienza con la lentezza che merita. E immergersi nella musica con un calice in mano per sentire profumi tra le note musicali, accompagnati dalla luce che ha dato vita a un'annata indimenticabile.
Nelle foto, dall'alto:
Max Richter in concerto a Londra
Max Richter con le tre Cuvées de Prestige Krug
Max Richter con Julie Cavil, Chef de Cave di Krug
Un'altra immagine del concerto di Londra
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«Sorridi e fa' la brava, sei una donna»: l'editoriale di Silvia Grilli
Alzi la mano la donna che non si è mai sentita dire: «Dovresti sorridere di più». Kaitlan Collins, giornalista dell’emittente televisiva CNN, ha chiesto a Donald Trump: «Che cosa risponde alle vittime di Jeffrey Epstein, che chiedono giustizia?».
TRUMP, CHE COMPARE IN PIÙ DI 5.300 DOCUMENTI DELL’INCHIESTA SULLA RETE DI POTENTI CHE ABUSAVA DI RAGAZZINE MINORENNI, L’HA ATTACCATA: «Sei pessima, la peggiore reporter. Non mi stupisco che la CNN sia così svalutata. È colpa di gente come te».
Rivolgendosi al suo staff e agli altri cronisti, che assistevano senza proferire parola, il presidente ha aggiunto: «Sapete, è giovane». Poi, ancora a Collins: «Non penso di averti mai vista sorridere. Ti conosco da 10 anni. Non ho mai visto un sorriso sul tuo viso».
MENTRE GUARDAVO LA SCENA, MI SONO SENTITA RIBOLLIRE. NON PERCHÉ FOSSE SCONVOLGENTE. MA PERCHÉ NON LO ERA. Alle donne viene insegnato sin da bambine a essere docili, accoglienti, affettuose. Per tutta la vita ci fanno credere che la migliore versione di noi stesse sia fare sentire gli altri a proprio agio.
Sorridere esprime obbedienza. Il presidente avrebbe voluto che Collins lo facesse. SORRIDI, FAMMI CREDERE CHE IO TI PIACCIA. PORGIMI DOMANDE COMPIACENTI COME MI PORTERESTI LA COLAZIONE IN CAMERA.
La nostra società trova sempre giustificazioni ai peggiori comportamenti maschili. Ci sono volute più di mille vittime prima che l’America capisse che il finanziere Epstein non fosse un aitante libertino con amici influenti, tra cui lo stesso Trump. No, era un predatore seriale, con un’organizzazione finalizzata all’abuso sessuale e al traffico di minorenni.
Eppure, ancora oggi il problema non sono il pedofilo e i compagni di merende. Trump zittisce una giornalista che esige da lui la verità. INSEGNIAMO ALLE NOSTRE FIGLIE CHE AVERE UNA VOCE È PIÙ IMPORTANTE CHE ESSERE AMABILI.
Nessuno chiederebbe a un maschio perché non sorride. Un uomo austero è sinonimo di solennità. Ma Collins è una donna. DOVREMMO MOSTRARCI BELLE CONTENTE ANCHE QUANDO CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER VIOLENZE SESSUALI. E COMUNQUE NON SAREMMO MAI ABBASTANZA DOCILI DA MERITARE IL PERDONO PER AVER SFIDATO GLI UOMINI.
ALLE LETTRICI E AI LETTORI
Da questo numero, Grazia si rinnova. Rafforza il suo punto di vista, evolve in autorevolezza e ricercatezza. Nell’epoca della velocità dei social media, diventa quindicinale, privilegiando l’affidabilità e la competenza, storie vere e verificate, la moda più desiderabile, il tempo per la lettura. Cambiamo, ma non cambiamo l’anima. Resteremo quello che siamo: amanti della libertà e della bellezza. Buona lettura. Scrivetemi che cosa ne pensate. Un abbraccio.
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