Ryan Reynolds: «Che noia il lieto fine»

Ryan Reynolds è uno dei più sexy di Hollywood. Ha una ex che si chiama Scarlett Johansson e ha sposato l’icona glam Blake Lively, che lo ha reso padre. Eppure l’attore dice a Grazia di non amare le favole. E ora che èla star di un film di fantascienza ammette: «Mi diverto di più quando tutti vogliono farmi fuori»

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Prima ha fatto perdere la testa alla cantante Alanis Morissette. Poi ha sposato l’attrice più desiderata del pianeta, cioè Scarlett Johansson. Alla fine ha scelto l’ancor più sexy (e giovane) Blake Lively, dieci anni meno di lui, per metter su famiglia: un anno e mezzo fa è nata James, ma pare arriveranno altri fratellini. «Blake ed io veniamo entrambi da famiglie piuttosto numerose e desideriamo tutti e due molti bambini. Non chiedetemi quanti, però: non sono un indovino», ha dichiarato papà Ryan.

Ma che cosa avrà di tanto speciale Reynolds? È uno di quei casi in cui le capriole cerebrali servono a poco, basta guardarlo per capire. Da anni in vetta alle classifiche sui maschi più sexy del mondo, l’attore canadese a 38 anni sfoggia un fisico ineccepibile anche nel suo ultimo film Self/less, nelle sale. Guarda caso, interpreta un “corpo in prestito”, un soldato la cui memoria è stata cancellata per ospitare quella di un anziano uomo d’affari (Ben Kingsley) che ha pagato profumatamente pur di continuare a vivere in un corpo altrui. Detta così è complicata, ma attraverso la metafora del trapianto di coscienza il film fantascientifico del regista Tarsem Singh mostra fino a che punto gli esseri umani siano pronti a spingersi pur di sopravvivere. C’è da dire che Reynolds non si risparmia: corre, fugge, si sfila una T-shirt dietro l’altra, sventa esplosioni, si ferisce, seduce. Eppure nel film, a un certo punto, l’indole da sciupafemmine seriale lascia presto spazio alla dedizione assoluta verso una sola donna. Come gli è capitato nella vita vera.

Il 9 settembre Ryan ha celebrato i tre anni di matrimonio con Blake Lively, ma nel nostro incontro ha parlato tantissimo di James, la figlia per la quale ha scelto un nome inconsueto (James è un nome da maschio) e che lo ha conquistato per sempre. Altro che tombeur de femmes: fuori dal set Reynolds mette da parte i panni del sex symbol e si concentra sulla famiglia come ha imparato dai genitori (una commessa e un commerciante) e sul lavoro, come quando, prima di tentare con la recitazione, sgobbava al mercato tra i banchi di frutta e verdura. In più è diventato un paladino ecologista e un sostenitore della ricerca contro il cancro. Poco tempo fa, ha commosso tutti accogliendo sul set di Deadpool, il nuovo film di supereroi Marvel che lo vedrà protagonista nel 2016, il piccolo Tony Acevedo, bambino affetto dal linfoma di Hodgkin, che tanto voleva incontrarlo. Ecco perché, quando gli chiedo in che categoria di celeb rientri, lui mi risponde: «Nessuna. Sono solo un papà preoccupato, ma proprio tanto preoccupato».

Che cosa la spaventa tanto?
«Che mia figlia cresca in un mondo come il nostro, in cui farà fatica a respirare aria pulita, dovrà vivere con un clima più caldo di adesso di almeno otto gradi, con milioni di persone in più chiuse in altrettante autovetture. Questi pensieri mi terrorizzano: sogno per James un mondo simile a quello in cui ho vissuto io. Mi piacerebbe immaginarla in mezzo alla natura, tra fiumi, laghi, montagne, alberi, proprio come è successo a me durante l’infanzia in Canada, nella Columbia Britannica. Per me quel periodo ha significato tanto e la libertà che ho provato nella natura incontaminata è una delle sensazioni che vorrei James avesse in eredità».

Crescere a Hollywood con due genitori famosi dev’essere comunque un’alternativa di vita piacevole.
«La gente ha questa strana idea di Hollywood, come se tutti avessimo chissà quale patrimonio, potere o influenza sulle cose. Non è così e lo dimostrano gli attori con la A maiuscola, come Ben Kingsley. Ho accettato la parte in Self/less quasi solo per avere modo di passare un po’ di tempo con lui: credetemi, non è una persona, è un reattore nucleare».

In che senso, scusi?
«Appartiene a quella categoria di uomini intensi che bruciano, brillano e, nel frattempo, sanno essere anche perfetti gentlemen, educatissimi, pronti a metterti a tuo agio in ogni situazione. Le grandi star sono così, questo è il loro potere. Ce le immaginiamo con un red carpet sotto i piedi ovunque vadano, in realtà sono persone affabilissime».

Ha lavorato con tante dive, da Julia Roberts a Sandra Bullock: tra le star di cui parla c’è per caso una donna che le è rimasta impressa?
«Mi viene in mente un nome su tutte: Helen Mirren, seria e dolce. L’ho conosciuta sul set di Woman in Gold (in Italia arriverà in ottobre, ndr). Certo, non posso dire di non esserne rimasto intimidito: lei è “Madame Mirren”, così come Ben è “Sir Kingsley”».

E lei?
«Io sono solo Ryan. E, tra l’altro, sono pure canadese. Sui set resto il ragazzo a cui al massimo danno una pacca sulla spalla quando dice la sua battuta nel modo giusto».

“Ragazzo” a 38 anni. Come la mette con il tempo che passa?
«Sono felice di crescere. Se sapessimo di non morire mai, non vivremmo intensamente la vita. Il fatto di non sapere quanto tempo avrai ti spinge a essere un uomo più coraggioso, appassionato, interessante. Se sapessi di essere immortale, penso che a un certo punto mi imbottirei di sonniferi per far trascorrere almeno un po’ di tempo e ammazzare la noia».

Per questo fa l’attore, per vivere sempre esistenze diverse?
«No, anche per avere il ruolo della vittima sacrificale: adoro quando mi fanno morire in un film. È più forte di me».

Dice davvero?
«Ma sì, non sono mai stato un gran fan del lieto fine, amo i registi che uccidono i loro eroi. O che li mettono in situazioni al limite, come quando Rodrigo Cortés mi ha seppellito vivo nel film Buried - Sepolto».

Le piacciono le provocazioni?
«No, ma sono liberatorie. Ed è decisamente più interessante della solita favola in cui principe e principessa si allontanano verso il tramonto tenendosi mano nella mano. Comunque la cosa più liberatoria al mondo resta vedere i propri sogni che si avverano».

A lei è capitato: era un fruttivendolo, oggi è un attore di fama internazionale.
«Sono fortunato e ora sarò messo alla prova nel film che aspettavo da tempo: sarò un supereroe in Deadpool (uscirà in febbraio, ndr). Ma un eroe a modo mio: non abbiamo un budget stellare e questo è un bene perché ci permette di essere più creativi».

Il suo personaggio Wade Wilson/Deadpool sarà un supereroe politicamente scorretto, di quelli vietati ai minori di 17 anni?
«Vedremo. Sono 11 anni che aspettavo di interpretarlo. E credetemi, vi stupirà. Anche solo per il costume che indossa: è costruito alla perfezione, la prima volta che l’ho visto sono scoppiato in lacrime. Interpretarlo è per me molto più importante del titolo di celeb».

Quando l’ha capito?
«L’ho imparato col tempo. Se mi avesse incontrato a 20 anni, me ne avrebbe dati 40: ero un tipo molto calmo, equilibrato, noioso. Avevo così fretta di “diventare grande” che mi perdevo tutto il bello della vita. Comprese quelle nottate selvagge dopo le quali ti svegli senza ricordare nulla».

Quel tempo “perso” lo ha recuperato?
«Sì. A 29 anni mi sono fermato, ho staccato da tutto per un po’ e ho imparato a vivere il presente, a lasciarmi andare. Mi è servito per diventare l’uomo e il padre che sono oggi».

Se potesse tornare indietro, cambierebbe qualcosa?
«Non credo, no. La mia vita mi sta bene così, passato compreso. E poi non riesco neanche a immaginare la fatica che farei se dovessi ricominciare tutto da capo».

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«Se non ci importa nulla dei martiri iraniani»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

Perché non ci importa nulla dell'Iran? Perché non riempiamo le piazze a favore della resistenza di un popolo che sfida con straordinario coraggio una teocrazia assassina? Perché non si manifesta nei licei e nelle università per le migliaia di giovani uccisi poiché volevano democrazia e diritti?

Le ragazze e i ragazzi iraniani sognano l’Occidente, i nostri valori, la nostra libertà. Desiderano sciogliersi i capelli, baciarsi, ascoltare musica. Ma non ci siamo commossi per loro come per altre tragedie della storia: Gaza, per esempio.

Mentre reprimeva i suoi cittadini e giustificava un agente che aveva sparato in faccia a una madre sorridente, Donald Trump incoraggiava i manifestanti iraniani a continuare le proteste. Prometteva persino di aiutarli.

Poi ha fatto marcia indietro, distratto da obiettivi più remunerativi: prendersi la Groenlandia e imporre ulteriori dazi ai Paesi europei che hanno truppe nella Terra dei Ghiacci, per esempio. In realtà il nuovo Imperatore del mondo non è mai stato molto preoccupato per le vite degli iraniani o la mancanza di democrazia tra gli ayatollah.

Forse noi non piangiamo i martiri di Teheran perché il regime islamista è avversario di Israele e dell’America, quindi il nemico del nemico diventa quasi amico? Siamo così intrisi di anti occidentalismo? O non ci impicciamo perché se la sbrighino tra loro, con la loro religione? Si liberino da soli, perché mai dovremmo manifestare contro gli ayatollah?

Perché certamente li farebbe sentire meno soli e abbandonati, dico io. Anche il velo imposto alle donne aveva scaldato poco i cuori. Per un certo femminismo, il velo è simbolo di appartenenza e di libera scelta, dimenticando che è prima di tutto strumento del potere maschile.

Ho appena visto il documentario An Eye for an Eye (Occhio per occhio) diretto dalla regista americana nata in Iran, Tanaz Eshaghian. È la storia di una donna che uccide il marito violento dopo anni di feroci abusi. Lei sconta una lunga condanna in carcere e, quando ne esce, deve raccogliere il denaro per risarcire i familiari del morto e non essere mandata al patibolo.

In Iran si applica infatti la legge della vendetta: un omicidio deve essere rimborsato con un’altra vita, fatto salvo il perdono da parte dei familiari dell’ucciso o un risarcimento economico. È un film molto bello, ma non ha neppure un distributore.

Davanti a una semplice espressione di solidarietà per il popolo iraniano, anche il Parlamento italiano si è spaccato. Il Movimento 5 Stelle si è astenuto. Il Governo, dal canto suo, ha frenato sulla proposta tedesca d’inserire le guardie islamiche nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Ma il silenzio in questi frangenti è complicità. Di fronte alle violazioni dei diritti umani non esistono zone grigie. O si sta con gli eroi iraniani o con le squadracce governative che li trucidano. I cadaveri ammassati come sacchi della spazzatura sulle strade di Teheran sono un avvertimento scritto nel sangue per ridurre al silenzio un popolo giovane che sogna la libertà.

L’arco della storia è lungo, ma tende verso la giustizia. Ricorderà chiaramente questo eccidio. Il punto non sarà se il mondo sapeva. Il mondo sapeva, ma aveva scelto di non vedere.

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Grazia è in edicola con lo speciale Milano Cortina 2026

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Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

La neve, il ghiaccio, il battito del cuore prima della gara. I Giochi olimpici invernali arrivano a casa nostra e Grazia ve li racconta.

Abbiamo parlato con chi sogna l'oro: la sciatrice Sofia Goggia, la campionessa di biathlon Dorothea Wierer, i pattinatori Sara Conti e Niccolò Macii. In più vi faremo conoscere tutti gli atleti e i talenti che inseguiranno l'oro.

Da Mariah Carey, Andrea Bocelli e Laura Pausini alla pop star Dua Lipa: vi sveliamo tutti i divi che saranno protagonisti. Inoltre racconteremo come Milano e Cortina e le altre città toccate dalle Olimpiadi cambieranno grazie alle opere realizzate per i Giochi.

La cucina italiana, celebrata come patrimonio Unesco, vivrà ai Giochi con i maestri del gusto, da Davide Oldani a Fabio Pompanin e Graziano Prest.

Anche nelle pagine dedicate alla moda, gli accessori e tessuti tecnici sono i protagonisti di uno stile in sintonia con l’energia dei Giochi invernali. E, nelle pagine dedicate alla bellezza, accendiamo i riflettori sui benefìci della montagna e dell’attività fisica praticata a basse temperature.

Nelle pagine di attualità vi portiamo a Minneapolis per raccontare la nuova guerra civile americana. Lì, dove è stata uccisa Renee Good, gli agenti antimmigrazione continuano a fare arresti indiscriminati con le armi spianate mentre la gente si nasconde.

In primo piano c'è anche l'Iran, dove si teme che siano oltre 16 mila i ragazzi uccisi nelle proteste contro il regime islamista. Grazia vi porta nelle storie di alcuni di loro per raccontare quell’amore per la libertà che l’Occidente deve proteggere.

Fenomeno Timothée Chalamet: con il film Marty Supreme, ora nelle sale, l’attore potrebbe vincere l’Oscar. A Grazia chi ha già visto il film racconta perché il divo ci conquisterà nel ruolo di un campione di ping pong che ci invita a non arrenderci mai.

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Jessie Buckley e Paul Mescal: "In Hamnet siamo i coniugi Shakespeare"

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Jessie Buckley è una forza della natura. A 36 anni l’attrice irlandese ha appena vinto un Golden Globe per la sua interpretazione intensa in Hamnet - Nel nome del figlio, film che a sua volta ha trionfato come miglior dramma ai Golden Globe. Diretto dalla regista Premio Oscar Chloé Zhao, prodotto da Steven Spielberg e Sam Mendes e al cinema dal 5 febbraio, racconta la passione di una coppia diversa dalle altre, quella di William Shakespeare e di sua moglie Agnes (Anne Hathaway), straziata dalla morte del figlio Hamnet. Un dolore profondo, da cui nascerà il capolavoro Amleto: «La nostra è una versione diversa da quelle accademiche che studiavamo a scuola», racconta Paul Mescal che interpreta il Bardo. 

«Vedendo il mio Shakespeare direte: ‘Somiglia alle persone creative che conosco’». Buckley si dice entusiasta di aver dato voce «a una delle tante donne la cui voce e la cui storia sono state messe da parte». Poi sottolinea: «A volte come donna forte sei etichettata come dura, ribelle, o provocatoria, questa storia invece racconta come la feroce tenerezza femminile possa davvero trasformare la cultura, il linguaggio, le relazioni. Non si tratta di essere mascoline, o di stare sulla difensiva. La forza di una donna viene dalla sua tenerezza».

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«F*cking b*tch. Brutta stronza, ubbidisci o muori»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

L’agente anti-immigrazione Jonathan Ross ha ucciso a sangue freddo con tre colpi di pistola alla testa la cittadina americana Renee Good a Minneapolis.

Dopo averla finita, le ha urlato «brutta stronza», come abbiamo visto in un video diffuso dall'amministrazione Trump, che voleva dimostrare che il miliziano avesse sparato per legittima difesa a una terrorista interna.

Ma lei non era una terrorista e quelle non sembrano le parole di un uomo che aveva paura per la sua vita, piuttosto di un maschio furioso perché quella donna aveva osato sfidarlo.

Nel filmato, girato dallo stesso Ross che in una mano tiene il cellulare e nell’altra la pistola, si vede l’auto di Good ferma in mezzo alla strada. Lei abbassa il finestrino e, sorridendo, dice all’agente mascherato: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te».

Qualche momento dopo la donna, che aveva ricevuto da un miliziano l’ordine di andarsene e da un altro quello di scendere, riparte sterzando a destra per evitare d’investire Ross, che le sta davanti armato. L’uomo grida, lascia cadere il cellulare e spara. Renee muore, l’auto va a sbattere contro un’altra macchina. L’assassino urla: «F*cking b*tch». Poi procede a passo spedito verso il suo automezzo, mentre i colleghi mascherati impediscono ai medici presenti sul posto di soccorrere la vittima. 

“Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne hanno paura che gli uomini le uccidano”, dice la scrittrice Margaret Atwood, autrice di un libro portentoso che racconta un’America in qualche modo simile agli Stati Uniti della presidenza di Donald Trump. 

Ho sperato anche questa volta che il grande Paese delle libertà non fosse diventato quest’America. Ho visto i vari video, girati da testimoni oculari, che mostrano da diverse angolazioni questa esecuzione pubblica su una strada di Minneapolis. Ho ascoltato le testimonianze, trasmesse dalle televisioni americane, di chi si trovava sulla scena dell’omicidio. Purtroppo, questo è un atto gravissimo.

La vittima era una madre di tre figli, e aveva appena accompagnato il più piccolo di 6 anni a scuola. Il 7 gennaio, quando è stata trucidata, si trovava con la moglie e il loro cane vicino a dove, sei anni fa, il poliziotto bianco Derek Chauvin aveva ucciso il cittadino afro-americano George Floyd, premendogli un ginocchio sul collo.

La brutalità e l’abuso di potere delle forze dell’ordine in America non è una novità. Nuovo è che questa volta si tratti di una donna bianca, che quella mattina stava facendo la volontaria per segnalare la presenza dei miliziani mandati da Trump a rastrellare la città a caccia di immigrati. Lei e sua moglie erano dotate di fischietti per avvisare gli abitanti della zona, non di armi. I miliziani avevano pistole. 

Ma la sua esecuzione dimostra che l’attivismo in America, come in Iran, ti costa la vita. Ormai, anche negli Stati Uniti quando un poliziotto o un governante ti dà un ordine devi obbedirgli se vuoi rimanere viva. Esistere è diventato un privilegio concesso dall’autorità e la morte la punizione alla disobbedienza. Ti stanno dicendo: piegati o muori. La relazione tra i cittadini e il potere è ridotta a sottomissione. 

Il video girato dall’assassino dimostra anche che si è trattato di un atto terminale di violenza misogina. Quella donna aveva ferito più la sua virilità che attaccato la sua incolumità. Quando ho visto il sorriso della vittima, mentre diceva all’uomo che l’avrebbe uccisa: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te», ho capito che Renee Good aveva paura.

Stava replicando tutto ciò che è stato insegnato alle donne. Si stava facendo piccola e mansueta per cercare di prevenire la violenza maschile. È rimasta calma, anche se circondata da agenti che le impartivano ordini contrastanti.

Ma non è bastato. Non era abbastanza spaventata, abbastanza sottomessa. Dopo, non era neppure abbastanza morta. Lo sparatore ha voluto anche infangarla urlando «brutta stronza!».

L’omicidio di Floyd affondava le radici nel razzismo, l’esecuzione pubblica di Renee Good le affonda nella misoginia.

Dopo la sua morte, in America il potere l’ha accusata. Hanno dichiarato che era una terrorista. È stata insultata perché era lesbica e aveva tre figli da due precedenti matrimoni, come se la sua vita non tradizionale giustificasse in qualche modo l’omicidio.

Il messaggio del potere è: guardate come sono strane queste persone. Meritano di essere giustiziate in mezzo alla strada in America.