Rita Ora: «La mia musica nasce dall'amore»
Solo tu mi ami, You Only Love Me non è solo il titolo di una canzone che ci sta conquistando una settimana dopo l’altra con un’energia e che ci porta già nel cuore dell’estate. Rita Ora, che la interpreta, è pronta a tornare ai vertici delle classifiche con il suo terzo album. Un progetto che l’ha impegnata a 360 gradi per due anni e che con il titolo You&I uscirà il 14 di luglio. You Only Love Me e Praising You, l’altro singolo di anticipazione rilasciato in questi giorni, esprimono molto bene questo momento d’oro della cantante, ospite alle semifinali dell’Eurovision Song Contest che si terrà a Liverpool dal 9 al 13 maggio.
La felicità che si respira anche nell’incontro di Grazia con la popstar, però, ha nome preciso: Tiaka Waititi, il regista e produttore che Rita ha sposato nell’agosto dell’anno scorso, in una cerimonia privatissima. «Un matrimonio esattamente come lo volevo. Semplicemente bello e perfetto», commenta lei raggiante.
Rita Ora ammette senza timori che questa sua relazione le ha regalato anche una nuova energia professionale e ispirato quasi tutti i testi del nuovo album, già destinato dopo i primi due, Ora e Phoenix, distribuiti rispettivamente nel 2012 e 2018, a diventare successo globale e pluripremiato. Ed è con lo stesso grande entusiasmo che la cantante ripercorre per Grazia i traguardi e i momenti chiave della sua carriera, raccontando sogni e speranze per domani. Nel farlo si dimostra una donna tenace e determinata, grazie anche alla sua storia personale, alla particolare dimensione multi-culturale e religiosa in cui è cresciuta. Rita, oggi trentaduenne, arrivò quando aveva solo un anno a Londra nel quartiere di Notting Hill. La sua famiglia veniva dal Kosovo dilaniato dagli scontri che portarono, alla fine degli Anni 90, alla guerra nei Balcani. Una fuga coraggiosa, quella dei suoi genitori, e un viaggio non privo di fatiche e incognite.
Partiamo proprio da qui, dalle sue radici. Suo padre, musulmano, economista e proprietario di un pub, sua madre psichiatra cattolica. Entrambi albanesi del Kosovo. Com’è stata la sua infanzia?
«I miei genitori sono sempre stati un dono, il mio più grande aiuto, e sono stata incredibilmente fortunata a crescere con i miei fratelli Elena e Don in quello che considero un guscio protettivo pieno d’amore. I miei familiari erano molto uniti su tutto e mi hanno insegnato la determinazione, la grinta e la fedeltà a me stessa, tutti valori fondamentali e indispensabili quando si vuole arrivare in alto. Ero molto piccola quando abbiamo lasciato il Kosovo per Londra, le vicende di quel periodo della nostra vita sono intense, a volte commoventi. C’è voluto un gran coraggio da parte dei miei per affrontare un cambiamento di vita così radicalein un Paese tanto diverso dal loro. Eppure ce l’abbiamo fatta e vedere dove mi trovo ora è bellissimo, mi dà grande energia. Non avrei costruito tutto questo senza l’appoggio della mia famiglia».
Lei ha milioni di fan giovanissimi. Che tipo di esempio vuole essere per i ragazzi che la seguono anche sui social?
«Sento il dovere d’ispirare fiducia ai miei fan. Nel corso degli ultimi due anni, lavorando al nuovo album, ho davvero intrapreso un viaggio per aprirmi al mio pubblico, per amplificare il rapporto eccezionale che mi lega a chi mi segue. Questo percorso mi ha permesso di raggiungere un’ intensa felicità interiore».
Se dovesse scegliere un momento della sua carriera che l’ha resa particolarmente orgogliosa, quale indicherebbe?
«Sicuramente quando, nel 2015, ho avuto il privilegio di esibirmi durante la serata degli Oscar. È stato uno degli eventi di cui vado più fiera e, ripensandoci ora, a mente fredda, posso dire che quell’esibizione ha rappresentato un momento di crescita per me. Mentre cantavo e il mio show si svolgeva davanti a quella platea eccezionale pensavo: “Wow, non posso credere che io lo stia facendo davvero, non posso credere che accada proprio a me”».
Si sentiva intimidita?
«No. Penso, d’altra parte, che una delle mie migliori doti sia l’entusiasmo con cui affronto le situazioni. Sono sempre curiosa di scoprire che cosa mi riserva il domani. Il futuro per me è tutto da costruire, come un immenso campo da gioco, un’avventura di cui non si conoscono i limiti. Quando lavoro a un nuovo album, la spinta a procedere non è solo il risultato che posso ottenere a livello musicale, ma anche l’amicizia e il gioco di squadra con i miei col- laboratori. Gli sforzi sono sempre molti, ma solo così mi sento davvero fiera di quello che faccio. Sono positiva per natura. Sento che il meglio debba ancora venire e che il futuro mi porterà ancora grandi sorprese».
Quanto del rapporto con suo marito c’è nella canzone You Only Love Me?
«Il brano parla di situazioni che appartengono a tutte le coppie. Racconta quelle prime fasi di una relazione in cui è complicato immedesimarsi nel partner perché non ci si conosce ancora bene, si fa fatica a immaginare i pensieri e le emozioni di chi amiamo. Ti chiedi, per esempio, se il motivo per cui la persona di cui ti sei innamorato decide di mandarti messaggi a tarda notte sia solo un caso, frutto di un momento di follia, o se ci sia un interesse autentico. Gli inizi di una storia d’amore sono sempre un misto di paura e divertimento e questa canzone intende proprio farsi interprete di quei sentimenti forti, a volte contrastanti, ma sempre magici che anche io ho provato».
Si parla molto di quanta fatica in ogni campo le donne facciano per vedersi riconosciuti gli stessi diritti degli uomini. Che cosa signif ica per lei empowerment femminile? E chi sono le donne che hanno rappresentato un modello da seguire?
«Se ripenso alla mia infanzia, a tutte le figure che ho ammirato e che erano là fuori a cercare di realizzarsi, a imporsi, a credere nella propria visione della musica e dell’arte, l’emancipazione delle donne significa molto per me. Sto pensando ad artiste come Cher, Madonna, Whitney Houston, le Spice Girls. A queste artiste affianco il mio modello femminile per eccellenza: mia madre. Tutte loro sono state una grande fonte d’ispirazione per me e per la mia carriera, mi hanno dato forza e fiducia con il loro esempio».
Che cosa vuol dire crescere come cantante?
«Ho lavorato giorno e notte al mio nuovo album negli ultimi due anni. L’ho legato a un tema per me importantissimo: la mia storia d’amore. Per la prima volta sono al timone di tutto ciò che ascoltate. Un’imprenditrice di tutto il progetto: dalla scrittura delle canzoni alla produzione, volevo che questo lavoro corrispondesse al diapason dei miei stati d’animo e dei miei sentimenti e catturasse e trasformasse in musica tutto la felicità che stavo attraversando».
Ci vuole coraggio a raccontarsi in modo così diretto al pubblico.
«Un lavoro del genere può rendere vulnerabili. Per il pubblico mi sono messa totalmente in gioco. È un album determinante nel mio percorso. Ma sono finalmente in una fase in cui mi sento pronta e disposta a condividere emo- zioni e parti di me stessa che prima preferivo custodire in una dimensione privata».
La sua immagine e il suo stile in questo momento rispecchiano molto la sua felicità. Che rapporto ha con la moda?
«Mi piace usarla come un modo per esprimere la mia creatività e individualità, è uno strumento indispensable, un mezzo per affermare la mia personalità, esattamente come accade nella mia musica. Adoro sperimentare, tento accostamenti, stili diversi e a volte con un look mi diverto a osare. Bisogna considerare però che la moda ha effetti diversi su ognuno di noi. Ciò che funziona per una persona, potrebbe non funzionare per un’altra. Ma proprio questo è l’elemento che la rende così divertente: la moda ci aiuta a creare uno stile solo nostro attingendo a diverse ispirazioni».
Lei in queste pagine è vestita Fendi. Che cosa rappresenta per lei questa maison?
«Per me, indossare Fendi significa sentirmi sexy e sicura di me. Mi ispirano le persone come lo stilista Kim Jones, direttore artistico della couture e del prêt-à-porter donna del marchio romano, creativi che capiscono perfettamente il ruolo della moda come strumento potente per costruire anche la fiducia in se stessi, quella che valorizza e mette in luce i punti forti di ognuno di noi. L’ultima sfilata alla quale ho assistito a Parigi è stata sbalorditiva. Kim ha saputo lavorare in maniera straordinaria, adoro il modo in cui si è ispirato a diverse epoche e ha giocato con i materiali».
Quando ha scoperto questo marchio?
«Sinceramente, sono sempre stata un fan di Fendi. Materiali unici e accessori audaci sono il denominatore comune delle loro collezioni che trovo sempre interessanti, ricche di dettagli affascinanti. Mi è piaciuto lavorare con Karl Lagerfeld in passato, la nostra è stata una relazione molto costruttiva. L’impegno e la devozione che Lagerfeld aveva per la moda era un esempio di quanto amore portasse nella sua arte».
Quali capi Fendi hanno un posto privilegiato nel suo guardaroba?
«Mi è piaciuto tanto il look che ho indossato alla sfilata di Parigi durante la settimana dell’haute couture. Ma la pochette Peekaboo Cut è insostituibile: non puoi mai sbagliare con una borsa Fendi».
Con la sua immagine e la sua musica, lei esprime un modello di ragazza sensuale e consapevole. Che cos’è per lei la libertà?
«Si tratta di un concetto legato alla possibilità di esprimere se stessi e sentirsi sempre accolti. Questo vale in ogni campo e, per me in particolare, è importante per quanto riguarda i sentimenti. Essere liberi di amare, accettare noi stessi per ciò che siamo è qualcosa a cui non potrei rinunciare. La mia vita è stata costellata da grandi trasformazioni, sia nella mia vita privata sia in quella professionale. E molti di questi cambiamenti sono stati decisivi. Sapere che posso evolvermi, essere sempre diversa, ma capita mi fa sentire libera più che mai».
Con quali parole si descriverebbe Rita Ora?
«Curiosa. Impavida. Appassionata. Spiritosa. Tenace. Ecco, sono così»
Testo di EVA MORLETTO da PARIGI
Foto di SABINE VILLIARD
Styling AURÉLIEN STORNY+MISERICORDIA
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare
«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.
Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.
Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.
La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.
Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».
Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».
Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».
Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».
Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».
Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».
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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli
La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.
Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.
Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.
È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».
Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.
Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.
Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.
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Grazia è in edicola con Maya Hawke
Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.
Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.
Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.
Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.
Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.
E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.
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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"
Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.
Che rapporto ha con il passare del tempo?
«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».
Davvero?
«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».
Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.
«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».
Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?
«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».
Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?
«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».
Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…
«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare».
Come mai?
«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».
Che cosa le disse al ritorno?
«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».
Ha fatto lo stesso con i suoi figli?
«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».
Che rapporto ha con la psichiatria?
«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».
Com’è andata?
«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».
E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?
«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il corpo».
Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?
«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».
Che cosa di lei non hanno mai capito finora?
«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».
Com’è la sua giornata ideale?
«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».
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