Nel mio grande cuore
Arriva per l’intervista pieno di parole gentili per me. Gli piace Grazia, ama la libertà che si respira nei nostri articoli, promette che mi aprirà la sua anima. L’anima di Piero Piazzi, 60 anni, uno dei più influenti agenti di modelle al mondo: da Naomi Campbell a Mariacarla Boscono. Ex modello lui stesso, è una personalità riconosciuta nel mondo della moda.
Ti senti più maschio o più femmina, Piero?
«Ognuno di noi ha un lato dell’altro sesso: le donne non nascondono mai la loro parte maschile, gli uomini si vergognano della loro parte femminile. Io detesto definirmi “maschio o femmina”. Siamo persone».
Hai compiuto 60 anni ad agosto 2023.
«È stato il più bel compleanno della mia vita: con due amiche, perché iniziavano a esserci problemi con mia moglie. Pensavo fosse la mia famiglia, ma in agosto è crollato quello che pensavo, perché mia moglie non mi ha difeso in un fatto che mi ha molto toccato. Io non ho mai avuto bisogno di fare “coming out”, perché per me è tutto naturale. Non ho mai convissuto con un uomo, non per vergogna, ma perché ho avuto veramente pochissime relazioni con loro e disastrose. Mia moglie è la persona che ho amato di più nella vita, per 22 anni, e penso che lo rimarrà».
Perché hai avuto relazioni disastrose con gli uomini?
«Soffro di depressione, due anni e mezzo fa decisi il ricovero alla clinica “Le Betulle”. Lì ho riconosciuto e accettato i traumi forti della mia vita. Non vorrei cancellare niente, ma non vorrei rifare tante cose e vorrei farne tante altre: un figlio oggi è la mancanza più atroce. Grazie al cielo ho Talita, mia nipote; i bambini africani seguiti con la mia organizzazione no profit To Get There e Nicole, la mia amica di 10 anni affetta dalla Sindrome di Down».
Che cosa hai imparato ad accettare di te?
«Oggi amo la mia parte femminile: sensibilità, coccole. Non bevo, non mi drogo, non fumo più. Mi sono drogato, non sono mai stato tossicodipendente, non sono mai stato un alcolizzato, però sono cambiate tante cose curandomi dalla depressione. Sono molto felice di essere diventato testimonial del “Progetto Itaca”, che aiuta a considerare la depressione come una malattia che va curata. C’è ancora molta vergogna, io ho tentato il suicidio da giovane, quando facevo il modello, ma oggi amo la vita come mai prima».
Com’era tua madre?
«Imponente. Per lei l’amore era possesso. Io non ero desiderato. Avevo già una sorella più grande di 12 anni e un fratello di 6. A quei tempi non era possibile abortire, se non clandestinamente, ma i miei ci hanno pensato. Mio padre non voleva più figli, mi chiamava “Sopravvenienza passiva”. Era direttore commerciale di un quotidiano, Il Resto del Carlino, a Bologna. Abbiamo avuto in casa tanti politici, Giovanni Spadolini (ex presidente del Consiglio, ndr), molti altri».
Tua madre lavorava?
«Non ha mai lavorato fuori casa. Era molto bella, piena di problemi, depressa. Io ero suo e lei voleva essere l’unica donna della mia vita».
Come lo manifestava?
«Con la presenza 24 ore su 24. Giocavo a tennis: c’era lei; andavo a nuoto: c’era lei. Io esprimevo il disagio per un padre assente. Soffrivo di enuresi notturna, crisi epilettiche. Esistono dei fenomeni per cui l’epilessia è come se te la procurassi per far sentire la tua presenza. Io ero molto legato alla mia maestra elementare, Luisa Trombetta. L’avevo riconosciuta come mamma. A 7 anni, scrivevo: “Non volevo nascere in questo mondo”».
Come vedevi tua moglie?
«Come la mia bambina e tuttora credo sia la mia bambina. Non è una persona dolce, è il mio opposto. Abbiamo avuto una storia 10 anni prima di metterci veramente insieme. Allora la sua figlia più piccola aveva 3 anni e lei stava per separarsi. Io avevo 27 anni, poi lei partì per un viaggio, la nostra storia s’interruppe».
È stato un grande amore?
«Grandissimo e vorrei che continuasse a esserlo. L’amore ha diverse forme. Sono sicuro che, qualsiasi cosa succeda a mia moglie, arriverò sempre prima di tutti. I suoi figli erano per me anche i miei figli, ma è stato un mio grande errore di valutazione».
Quando hai cominciato a pensare a un figlio tuo?
«Ricordo ancora i nomi delle mie prime fidanzate: Daniela Vecchietti, Claudia Bigoni, Simonetta De Nicolais, con cui ancora sono amicissimo. Volevo avere tanti figli».
E ci hai provato allora?
«Ero troppo giovane. Avevo 15, 16 anni».
Hai subìto violenza nella tua vita?
«A 11 anni, ma l’episodio è riaffiorato tre anni fa, durante il mio ricovero alle “Betulle”. La dottoressa Sacchezin, che mi ha dato, non ridato, la vita, me l’ha fatto ricordare. Ero a Malta per approfondire l’inglese. Non c’era posto presso le famiglie, andai in albergo. Una sera feci il bagno in mare e, dalle rocce, comparve un uomo che mi violentò. Il mio cervello l’aveva completamente rimosso».
Un uomo che conoscevi?
«Un ospite dell’albergo. Mi sono ricordato che nei giorni a venire l’ho rivisto: passeggiavamo. Lo vedevo come mio padre. Era molto più grande di me. È riaffiorato il nome, che cosa faceva, tutto. Lavorava per l’Alitalia ed era lì per un corso d’inglese. Quando è riemerso tutto, sono stato malissimo in clinica, barcollavo per i corridoi vomitando bile, vedevo la camera girare intorno, mi volevano sedare ma ho rifiutato perché volevo viverla, al punto che ho perdonato».
Non hai più rivisto quell’uomo?
«No. Mi chiamò a casa. L’ho “googlato” e non è venuto fuori. Oggi lo denuncerei. È pedofilia, e mi ha dato anche una risposta ai miei rapporti complicati con gli uomini. Il mio ultimo compagno, A., è il mio migliore amico oggi. È stato un rapporto molto difficile, ma oggi è una persona che c’è. Nel subconscio, mia moglie avrebbe voluto che la mia parte omosessuale sparisse. Ma io do poca importanza al sesso, il sesso è solo l’inizio».
Perché hai cancellato la violenza subìta?
«Per sopravvivere. Ma quando entrai alle “Betulle” dissi a mia moglie: “Non ho più voglia di sopravvivere, ho voglia di vivere”».
Il mondo della moda è autentico?
«Non ho paura della mia morte, ho paura della morte delle persone che mi hanno lasciato qualcosa. Ci sono persone che non muoiono mai, per me Franca Sozzani (storica direttrice di Vogue Italia, ndr) e Giovanni Gastel (grande fotografo, ndr) erano due grandissimi amici. Quando ho deciso di sposarmi, Franca m’ha confidato: “Tanta gente dice che il tuo matrimonio durerà poco, secondo me durerà invece tantissimo”. È durato 22 anni. Io non vorrei alla mia morte essere ricordato come “quello delle modelle”, ma per essere stato una persona gentile».
A 60 anni che cosa hai capito dell’amore?
«Non ho mai amato realmente un uomo, ho sempre cercato la figura paterna. In una donna, anche se mia moglie è 10 anni più grande di me, non ho mai cercato la figura materna. In 22 anni di matrimonio posso avere avuto un’attrazione fisica per un uomo, ma non ci ho mai fatto sesso. Ho amato immensamente mia moglie. Forse perché non l’ho veramente avuta, credo nella famiglia».
Ti sei sempre reso conto di essere bello?
«Non me ne rendevo conto quando facevo il modello, lo vedo adesso quando guardo le foto di allora. Per indole, pensavo sempre prima agli altri, poi a me, come nel matrimonio. Nella classifica c’erano: mia moglie, i suoi figli e io. Oggi, dopo il ricovero, sono diventato primo in classifica. Mia moglie mi ha detto: “Ti preferivo prima”. Ho risposto: “Oggi però esisto”».
Che cosa ricordi soprattutto del tuo ricovero?
«Un giorno mi sono abbracciato, abbracciavo Piero piccolo, piangevo. Da allora ho iniziato a postare delle foto d’infanzia e a dire: “Perdono mia madre, mio padre, tutte le persone che mi hanno fatto male nella vita, persino la persona che mi ha violentato. Gli auguro che abbia risolto i suoi problemi e che non abbia fatto altri danni”».
Come sono oggi i rapporti con tua moglie Silvia?
«L’errore di Silvia è stato coinvolgere troppe persone nella nostra crisi. Solo lei e io sappiamo e sapremo parlare di noi due, nessun altro».
Raccontami il tuo desiderio di avere figli.
«Ieri sera è venuto a un mio evento Jacopo Etro, amico d’infanzia: oggi ha un marito e una bambina. Quante volte racconto anche a Naomi (Campbell, ndr) che avrei desiderato avere un bambino. Quando ci siamo sposati, mia moglie ne aveva già tre. Se io e Silvia fossimo rimasti insieme la prima volta, quando Margherita aveva 3 anni, oggi avrei un figlio, ma non condanno lei. Ogni volta che vado in Africa dico: “Ne porto uno con me”, ma l’adozione non è legale in Uganda. Però considero come una figlia mia nipote Talita».
Vorresti fare un figlio ora?
«Ho 60 anni e non sono egoista. Vorrebbe dire che quando io avrei 83 anni, lui ne avrebbe venti, una roba orrenda».
Che cosa pensi della gestazione per altri?
«Sono completamente d’accordo. Naomi ha avuto due bambini dopo aver congelato gli ovuli, è stata la sua salvezza. Lotterò fino alla morte per le coppie omogenitoriali, perché l’amore è amore. Magari sarei stato molto più amato da una coppia di due papà, che ne sai...».
Non credi che sia uno sfruttamento del corpo delle donne più povere?
«Sì, ma sono scelte e di fronte alle scelte altrui non mi pongo mai in posizione di giudice».
Durante il vostro matrimonio avete mai progettato di avere un figlio?
«No, perché Silvia era già in menopausa. Io compivo 40 anni, lei 50».
Come ti vedi tra vent’anni, mentre la tua vita sta prendendo una piega diversa?
«Da quando ho deciso di separarmi, ho paura del futuro. Ho sempre detto: “Il mio grande timore è che Silvia muoia prima di me, se muore Silvia muoio io”. Quando sono uscito dalle “Betulle” ho pensato: “Se muore Silvia, vivrò comunque, perché adesso esisto, sono il primo in classifica”. Però ho veramente paura d’invecchiare, perché gli altri avranno famiglie grandi, nipoti, bambini che cresceranno e io no. Mio fratello Luca, a cui sono legatissimo in questo momento, non ha figli e mia sorella ha una figlia molto grande. Spero tanto che Talita abbia dei bambini, però non è giusto che io non abbia avuto un figlio, perché sarei stato un grandissimo padre, sarei stato veramente una brava persona» (Piange).
Mi spiace, Piero...
«Ora passa, passa tutto. Ho fatto un gesto coraggioso, lo sto pagando perché la casa è vuota, vedo mia moglie dappertutto. Non so se riuscirò a continuare vivere in quella casa, mi ricorda tanto di lei. Per me lei ci sarà sempre, perché è nel mio grande cuore. Però ho paura del futuro» (Ha la voce rotta dall’emozione).
Hai paura di dormire da solo?
«Lo sai, vero? Adesso ho assunto una signora che da lunedì dormirà in casa con me» (Continua a piangere).
Piero, hai tante persone che ti vogliono bene...
«È giusto piangere. Ho tanta paura della solitudine. Sono nato abbandonato. Per questo non abbandonerò mai mia moglie. Gliel’ho detto, sembra che non ci creda... Ma glielo dimostrerò».
foto di LUIGI D’ORIANO
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«Se non ci importa nulla dei martiri iraniani»: l'editoriale di Silvia Grilli
Perché non ci importa nulla dell'Iran? Perché non riempiamo le piazze a favore della resistenza di un popolo che sfida con straordinario coraggio una teocrazia assassina? Perché non si manifesta nei licei e nelle università per le migliaia di giovani uccisi poiché volevano democrazia e diritti?
Le ragazze e i ragazzi iraniani sognano l’Occidente, i nostri valori, la nostra libertà. Desiderano sciogliersi i capelli, baciarsi, ascoltare musica. Ma non ci siamo commossi per loro come per altre tragedie della storia: Gaza, per esempio.
Mentre reprimeva i suoi cittadini e giustificava un agente che aveva sparato in faccia a una madre sorridente, Donald Trump incoraggiava i manifestanti iraniani a continuare le proteste. Prometteva persino di aiutarli.
Poi ha fatto marcia indietro, distratto da obiettivi più remunerativi: prendersi la Groenlandia e imporre ulteriori dazi ai Paesi europei che hanno truppe nella Terra dei Ghiacci, per esempio. In realtà il nuovo Imperatore del mondo non è mai stato molto preoccupato per le vite degli iraniani o la mancanza di democrazia tra gli ayatollah.
Forse noi non piangiamo i martiri di Teheran perché il regime islamista è avversario di Israele e dell’America, quindi il nemico del nemico diventa quasi amico? Siamo così intrisi di anti occidentalismo? O non ci impicciamo perché se la sbrighino tra loro, con la loro religione? Si liberino da soli, perché mai dovremmo manifestare contro gli ayatollah?
Perché certamente li farebbe sentire meno soli e abbandonati, dico io. Anche il velo imposto alle donne aveva scaldato poco i cuori. Per un certo femminismo, il velo è simbolo di appartenenza e di libera scelta, dimenticando che è prima di tutto strumento del potere maschile.
Ho appena visto il documentario An Eye for an Eye (Occhio per occhio) diretto dalla regista americana nata in Iran, Tanaz Eshaghian. È la storia di una donna che uccide il marito violento dopo anni di feroci abusi. Lei sconta una lunga condanna in carcere e, quando ne esce, deve raccogliere il denaro per risarcire i familiari del morto e non essere mandata al patibolo.
In Iran si applica infatti la legge della vendetta: un omicidio deve essere rimborsato con un’altra vita, fatto salvo il perdono da parte dei familiari dell’ucciso o un risarcimento economico. È un film molto bello, ma non ha neppure un distributore.
Davanti a una semplice espressione di solidarietà per il popolo iraniano, anche il Parlamento italiano si è spaccato. Il Movimento 5 Stelle si è astenuto. Il Governo, dal canto suo, ha frenato sulla proposta tedesca d’inserire le guardie islamiche nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Ma il silenzio in questi frangenti è complicità. Di fronte alle violazioni dei diritti umani non esistono zone grigie. O si sta con gli eroi iraniani o con le squadracce governative che li trucidano. I cadaveri ammassati come sacchi della spazzatura sulle strade di Teheran sono un avvertimento scritto nel sangue per ridurre al silenzio un popolo giovane che sogna la libertà.
L’arco della storia è lungo, ma tende verso la giustizia. Ricorderà chiaramente questo eccidio. Il punto non sarà se il mondo sapeva. Il mondo sapeva, ma aveva scelto di non vedere.
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Grazia è in edicola con lo speciale Milano Cortina 2026
La neve, il ghiaccio, il battito del cuore prima della gara. I Giochi olimpici invernali arrivano a casa nostra e Grazia ve li racconta.
Abbiamo parlato con chi sogna l'oro: la sciatrice Sofia Goggia, la campionessa di biathlon Dorothea Wierer, i pattinatori Sara Conti e Niccolò Macii. In più vi faremo conoscere tutti gli atleti e i talenti che inseguiranno l'oro.
Da Mariah Carey, Andrea Bocelli e Laura Pausini alla pop star Dua Lipa: vi sveliamo tutti i divi che saranno protagonisti. Inoltre racconteremo come Milano e Cortina e le altre città toccate dalle Olimpiadi cambieranno grazie alle opere realizzate per i Giochi.
La cucina italiana, celebrata come patrimonio Unesco, vivrà ai Giochi con i maestri del gusto, da Davide Oldani a Fabio Pompanin e Graziano Prest.
Anche nelle pagine dedicate alla moda, gli accessori e tessuti tecnici sono i protagonisti di uno stile in sintonia con l’energia dei Giochi invernali. E, nelle pagine dedicate alla bellezza, accendiamo i riflettori sui benefìci della montagna e dell’attività fisica praticata a basse temperature.
Nelle pagine di attualità vi portiamo a Minneapolis per raccontare la nuova guerra civile americana. Lì, dove è stata uccisa Renee Good, gli agenti antimmigrazione continuano a fare arresti indiscriminati con le armi spianate mentre la gente si nasconde.
In primo piano c'è anche l'Iran, dove si teme che siano oltre 16 mila i ragazzi uccisi nelle proteste contro il regime islamista. Grazia vi porta nelle storie di alcuni di loro per raccontare quell’amore per la libertà che l’Occidente deve proteggere.
Fenomeno Timothée Chalamet: con il film Marty Supreme, ora nelle sale, l’attore potrebbe vincere l’Oscar. A Grazia chi ha già visto il film racconta perché il divo ci conquisterà nel ruolo di un campione di ping pong che ci invita a non arrenderci mai.
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Jessie Buckley e Paul Mescal: "In Hamnet siamo i coniugi Shakespeare"
Jessie Buckley è una forza della natura. A 36 anni l’attrice irlandese ha appena vinto un Golden Globe per la sua interpretazione intensa in Hamnet - Nel nome del figlio, film che a sua volta ha trionfato come miglior dramma ai Golden Globe. Diretto dalla regista Premio Oscar Chloé Zhao, prodotto da Steven Spielberg e Sam Mendes e al cinema dal 5 febbraio, racconta la passione di una coppia diversa dalle altre, quella di William Shakespeare e di sua moglie Agnes (Anne Hathaway), straziata dalla morte del figlio Hamnet. Un dolore profondo, da cui nascerà il capolavoro Amleto: «La nostra è una versione diversa da quelle accademiche che studiavamo a scuola», racconta Paul Mescal che interpreta il Bardo.
«Vedendo il mio Shakespeare direte: ‘Somiglia alle persone creative che conosco’». Buckley si dice entusiasta di aver dato voce «a una delle tante donne la cui voce e la cui storia sono state messe da parte». Poi sottolinea: «A volte come donna forte sei etichettata come dura, ribelle, o provocatoria, questa storia invece racconta come la feroce tenerezza femminile possa davvero trasformare la cultura, il linguaggio, le relazioni. Non si tratta di essere mascoline, o di stare sulla difensiva. La forza di una donna viene dalla sua tenerezza».
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«F*cking b*tch. Brutta stronza, ubbidisci o muori»: l'editoriale di Silvia Grilli
L’agente anti-immigrazione Jonathan Ross ha ucciso a sangue freddo con tre colpi di pistola alla testa la cittadina americana Renee Good a Minneapolis.
Dopo averla finita, le ha urlato «brutta stronza», come abbiamo visto in un video diffuso dall'amministrazione Trump, che voleva dimostrare che il miliziano avesse sparato per legittima difesa a una terrorista interna.
Ma lei non era una terrorista e quelle non sembrano le parole di un uomo che aveva paura per la sua vita, piuttosto di un maschio furioso perché quella donna aveva osato sfidarlo.
Nel filmato, girato dallo stesso Ross che in una mano tiene il cellulare e nell’altra la pistola, si vede l’auto di Good ferma in mezzo alla strada. Lei abbassa il finestrino e, sorridendo, dice all’agente mascherato: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te».
Qualche momento dopo la donna, che aveva ricevuto da un miliziano l’ordine di andarsene e da un altro quello di scendere, riparte sterzando a destra per evitare d’investire Ross, che le sta davanti armato. L’uomo grida, lascia cadere il cellulare e spara. Renee muore, l’auto va a sbattere contro un’altra macchina. L’assassino urla: «F*cking b*tch». Poi procede a passo spedito verso il suo automezzo, mentre i colleghi mascherati impediscono ai medici presenti sul posto di soccorrere la vittima.
“Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne hanno paura che gli uomini le uccidano”, dice la scrittrice Margaret Atwood, autrice di un libro portentoso che racconta un’America in qualche modo simile agli Stati Uniti della presidenza di Donald Trump.
Ho sperato anche questa volta che il grande Paese delle libertà non fosse diventato quest’America. Ho visto i vari video, girati da testimoni oculari, che mostrano da diverse angolazioni questa esecuzione pubblica su una strada di Minneapolis. Ho ascoltato le testimonianze, trasmesse dalle televisioni americane, di chi si trovava sulla scena dell’omicidio. Purtroppo, questo è un atto gravissimo.
La vittima era una madre di tre figli, e aveva appena accompagnato il più piccolo di 6 anni a scuola. Il 7 gennaio, quando è stata trucidata, si trovava con la moglie e il loro cane vicino a dove, sei anni fa, il poliziotto bianco Derek Chauvin aveva ucciso il cittadino afro-americano George Floyd, premendogli un ginocchio sul collo.
La brutalità e l’abuso di potere delle forze dell’ordine in America non è una novità. Nuovo è che questa volta si tratti di una donna bianca, che quella mattina stava facendo la volontaria per segnalare la presenza dei miliziani mandati da Trump a rastrellare la città a caccia di immigrati. Lei e sua moglie erano dotate di fischietti per avvisare gli abitanti della zona, non di armi. I miliziani avevano pistole.
Ma la sua esecuzione dimostra che l’attivismo in America, come in Iran, ti costa la vita. Ormai, anche negli Stati Uniti quando un poliziotto o un governante ti dà un ordine devi obbedirgli se vuoi rimanere viva. Esistere è diventato un privilegio concesso dall’autorità e la morte la punizione alla disobbedienza. Ti stanno dicendo: piegati o muori. La relazione tra i cittadini e il potere è ridotta a sottomissione.
Il video girato dall’assassino dimostra anche che si è trattato di un atto terminale di violenza misogina. Quella donna aveva ferito più la sua virilità che attaccato la sua incolumità. Quando ho visto il sorriso della vittima, mentre diceva all’uomo che l’avrebbe uccisa: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te», ho capito che Renee Good aveva paura.
Stava replicando tutto ciò che è stato insegnato alle donne. Si stava facendo piccola e mansueta per cercare di prevenire la violenza maschile. È rimasta calma, anche se circondata da agenti che le impartivano ordini contrastanti.
Ma non è bastato. Non era abbastanza spaventata, abbastanza sottomessa. Dopo, non era neppure abbastanza morta. Lo sparatore ha voluto anche infangarla urlando «brutta stronza!».
L’omicidio di Floyd affondava le radici nel razzismo, l’esecuzione pubblica di Renee Good le affonda nella misoginia.
Dopo la sua morte, in America il potere l’ha accusata. Hanno dichiarato che era una terrorista. È stata insultata perché era lesbica e aveva tre figli da due precedenti matrimoni, come se la sua vita non tradizionale giustificasse in qualche modo l’omicidio.
Il messaggio del potere è: guardate come sono strane queste persone. Meritano di essere giustiziate in mezzo alla strada in America.
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