Natalie Dormer: Sono la ragazza che state cercando

L’abbiamo vista combattere nella saga di Hunger Games ennella serie tv Il trono di spade. Ora Natalie Dormer, premiata da Max Mara comenattrice del momento, è la star che tutti vogliono. Merito anche, come raccontana Grazia, di un fidanzato che le ha insegnato a correre le maratone e a nonnavere mai paura di diventare una diva
nnnnnn«Mi piace correre e mi piace immergermi nell’Oceano», mi risponde Natalie Dormer aprendosi in un sorriso solare quando le chiedo che cosa fa per rilassarsi. Questo è stato l’anno più intenso della sua carriera. E se “per rilassarsi” ha partecipato alla maratona di Londra, portandola a termine in meno di quattr’ore, traguardo non da tutti, prima è stata una delle protagoniste della saga cinematografica Hunger Games e poi la controversa regina Margaery Tyrell che ha animato l’ultima stagione della serie tv di culto Il trono di spade.
«La corsa mi ha insegnato a lavorare sodo per i miei traguardi e a non lasciarmeli scappare. Posso allenarmi anche per diverse ore di seguito. Entro in una specie di stato meditativo, mi concentro molto su me stessa. E, quando ho finito, mi sento la forza per affrontare qualunque sfida». Non sorprende quindi che sia andato a questa attrice britannica di 34 anni il Women in Film Max Mara Face of the Future Award, il premio che la maison italiana di moda dedica ogni anno all’attrice più promettente del momento e che in passato è stato assegnato a dive come Kate Mara, Emily Blunt (vedi anche pagina 72), Rose Byrne, Zoe Saldana o Katie Holmes.
Natalie Dormer è la classica bionda con la faccia giusta per i film epici e in costume: «Sono affascinata dalle donne di potere, dai personaggi che, come Anna Bolena nella serie televisiva I Tudors, trasformano la loro forza in sensualità. In realtà io sono molto diversa, schiva. Chissà, forse a forza di accettare queste parti diventerò anch’io una grande seduttrice».
Dormer è anche la classica bellezza inglese che funziona nei thriller e negli horror come ha dimostrato qualche mese fa in The Forest: «Sono una fifona, però. Quando si facevano le feste tra adolescenti e qualcuno proponeva un film da brividi, io ero quella che si nascondeva nel sacco a pelo. E ancora oggi faccio fatica a rivedere certe scene, anche se sono io la protagonista».
L’attrice ha appena firmato il contratto per Official Secrets dove interpreterà la vera storia di Katharine Gun, l’agente dei servizi segreti inglesi che ha avuto il coraggio di denunciare pesanti irregolarità sull’invasione in Iraq del 2003 da parte degli Stati Uniti. Accanto a lei ci saranno Anthony Hopkins e Harrison Ford. L’occasione giusta, insomma, per cominciare a correre davvero, questa volta non in una maratona sportiva, ma dritta sul podio degli Oscar o dei Golden Globe.
L’incontro con Natalie è fissato nella sua suite dell’hotel Four Seasons di Beverly Hills. In realtà l’avevo conosciuta alla festa in suo onore organizzata da Max Mara allo Chateau Marmont, il leggendario hotel nel cuore di Hollywood, ed ero già stato conquistato dalla sua classe, ma anche dalla sua semplicità.
«Questo è davvero un periodo felice, per me, ma anche di superlavoro. A essere sincera non vedo l’ora di farmi una vacanza con Antony (Byrne, il regista e sceneggiatore irlandese suo compagno da nove anni, ndr). Con lui mi alleno sempre per le maratone e mi piace fare immersioni subacquee».
Mi piace ascoltare Natalie mentre parla. Il suo è un inglese pulito, chiaro, ma allo stesso tempo ha un tono di voce delicato e avvolgente. Non ha nulla di “posh”, vale a dire di quegli snobismi tipici dell’alta società inglese, che di solito vengono ridicolizzati con l’espressione “plum in the mouth”, cioè parlare con la prugna in bocca.
La mia osservazione fa molto ridere Natalie, che però apprezza il mio complimento. «Non c’è nulla di “posh”, snob o costruito nella mia vita», mi spiega l’attrice. «Vengo da una normale famiglia di Reading, alla periferia di Londra, e mi sono mantenuta per i tre anni in cui ho frequentato l’accademia di arte drammatica facendo la segretaria, la cameriera e la maschera a teatro. Questa dizione che lei giudica perfetta, l’ho imparata da mio nonno».
Era anche lui un attore?
«No, ma era affascinato dalla mia voglia di raccontare storie e di trasformarmi, fin da quando ero piccola, in personaggi che prendevano vita, prima di tutto, nella mia immaginazione. Io ci tenevo moltissimo e lui mi ha aiutato a crederci e a interpretarli in maniera credibile. Nel tempo libero faceva il falegname e mi ha costruito una sorta di armadio portatile dove tenevo tutti i miei costumi e i trucchi per gli spettacoli».
Com’è la sua famiglia, ha fratelli e sorelle?
«Sono cresciuta come figlia unica fino ai 7 anni e mezzo. Poi sono arrivati mio fratello e mia sorella, che sono diventati anche il mio primo pubblico. Recitare è sempre stato un grande desiderio. E la prima volta che sono stata davvero convinta di averlo realizzato è stato quando mi hanno dato la parte di Peter Pan a scuola. Avevo 8 anni e ricordo ancora, come fosse ieri, la calza maglia verde scuro e l’applauso della mia classe».
Il premio di Max Mara che ha ricevuto sembra proprio la conferma che la recitazione era la strada giusta.
«È vero, in questo momento della mia carriera, questo riconoscimento è un piccolo grande regalo che dà valore a tutto il lavoro che ho svolto finora. Infatti mi sono commossa quando mi hanno chiamata per assegnarmelo. Mi sento davvero in un momento cruciale della mia vita professionale. Mi sono sempre messa alla prova con parti diverse e ho cercato di scoprire nuove emozioni e personaggi complessi. E adesso raccolgo i frutti del mio impegno. Non c’è dubbio: è molto gratificante quando qualcuno si accorge di te».
Nel suo caso, è stato addirittura un grande marchio del made in Italy. Conosceva lo stile Max Mara?
«Certamente perché riflette la mia idea di moda. Mi piace l’eleganza naturale e mai esasperata di questo marchio: indossi una giacca o un cappotto ben tagliati e il gioco è fatto. Sono una ragazza londinese, adoro tutti gli abiti sartoriali, come quelli di Vivienne Westwood o Alexander McQueen. Penso che gli italiani e gli inglesi abbiano tanto in comune, a partire dall’amore per la costruzione di vestiti impeccabili. Quando porti questi capi basta aggiungere un tocco personale, un dettaglio creativo e sei già perfetta».
A proposito di “su misura”, tra i suoi progetti c’è anche quello di girare un film scritto, diretto e costruito dal suo compagno intorno a lei. Una bella dichiarazione d’amore, non trova?
«In realtà si tratta di un copione che abbiamo elaborato insieme, sei anni fa. È stato un tentativo di trovare qualcosa da fare, io come attrice e lui come regista, in un momento in cui nessuno ci proponeva qualcosa d’interessante. Così, invece di lamentarci, ci siamo messi al lavoro su qualcosa che ci piacesse e ci soddisfacesse. E comunque è stato un viaggio davvero eccitante, una vera scuola di vita entrare nel mondo delle produzioni indipendenti. Ho imparato molte cose nuove, incontrato gente che ama veramente il cinema. E in più lavorare su un copione mi ha aiutato a capire meglio gli attori, mentre Anthony mi ha spiegato di che cosa hanno davvero bisogno i registi. Il film s’intitola In Darkness e la mia è la parte di una musicista cieca che una sera sente commettere un omicidio nell’appartamento sopra il suo».
Mi ha fatto venire in mente La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock.
«È esattamente il tipo di effetto che vogliamo ottenere. Ci piacerebbe girarlo come un film noir, come un classico thriller. Anthony è un grande appassionato di cinema e vogliamo riproporre quel genere di storie che anche nel cinema inglese sembrano tristemente scomparse».
Che film guardava da ragazza?
«Non sono diventata attrice pensando di avere successo al cinema. Ho sempre preferito il palcoscenico, il teatro di William Shakespeare. Queste sono le mie più grandi passione. Anthony, invece, ama il cinema fin da quando era bambino ed è stato lui a farmi scoprire questo mondo. In qualche modo ci educhiamo a vicenda. Lui mi ha insegnato quanto importante sia il lavoro dietro la cinepresa».
Quando vi siete conosciuti?
«Nove anni fa mentre giravo I Tudors agli Ardmore Studios di Dublino. Gli stessi tecnici di scena sarebbero andati a lavorare per un suo film subito dopo e Antony era venuto sul set per incontrarli. Parlava un irlandese così stretto che non capivo una parola, ma l’attrazione è scattata subito. E da allora non ci siamo più lasciati».
Amore a prima vista?
«Può dirlo forte, ma agli inizi avevo bisogno di un traduttore. Non sto scherzando».
Qual è il vostro posto ideale per un weekend?
«Venezia: è una città che mi sta a cuore perché là ho girato il film, Casanova. Era il mio primo vero lavoro e ho un ricordo indelebile di quelle riprese in costume, in piazza San Marco o in giro per calle e campielli in laguna».
È stato su quel set che ha capito di essere un’attrice adatta al grande schermo?
«No, lì ho scoperto, invece, il caffè. Tutti quelli della troupe non facevano che berne una tazzina dopo l’altra. Non avevo mai sentito parlare di espresso, ma da allora ne sono dipendente. Come abbia fatto a frequentare tre anni di scuola drammatica senza un espresso ancora non me lo spiego».
Lei per sei anni ha fatto la parte della regina: una donna scaltra, intelligente, machiavellica. Le manca la serie tv Il trono di Spade?
«Certo. Anche perché è una di quelle in cui tutto può succedere, oltre ogni immaginazione. E questo, come aveva capito mio nonno, e come mi ha insegnato il mio uomo, è la vera molla che mi spinge ad accettare ogni sfida».
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«Non ce la farete a ricacciarci in casa»: l'editoriale di Silvia Grilli
Le Olimpiadi sono finite ma non riesco a smettere di ascoltare Eileen Gu, un oro e due argenti per la Cina a Milano Cortina 2026. È l’atleta più vincente nella storia dello sci acrobatico, modella, studentessa universitaria a Stanford. Dopo le tre medaglie, ha detto: «Ciò che conta è poter mostrare al mondo ciò di cui sono capaci le donne».
RIPENSO A PIERRE DE COUBERTIN, FONDATORE DEI GIOCHI OLIMPICI, SECCAMENTE CONTRARIO ALLA PARTECIPAZIONE FEMMINILE ALLE OLIMPIADI. Sosteneva che noi servissimo solo a incoronare i vincitori maschi. Vedere gareggiare i nostri corpi sarebbe stato uno spettacolo osceno e inadeguato. Con la sua bellezza e il suo talento, Gu se lo sarebbe mangiato vivo, come si è mangiata il giornalista che, dopo le sue prime due medaglie, le ha chiesto come mai avesse vinto solo l’argento. Lei gli ha riso in faccia con il suo bel viso sfrontato: «Sono la sciatrice acrobatica più decorata della storia, sto compiendo imprese mai fatte prima, mostrando lo sci migliore. La sua prospettiva è ridicola».
LA AMO. SE RICORDO COM’ERO TIMIDA IO A 22 ANNI, MI SENTO MALE. ALLA SUA ETÀ CAMMINAVO RASENTANDO I MURI. NON VOLEVO, NON PRETENDEVO. CI HO MESSO DECENNI A COMPLIMENTARMI (A VOLTE) PER CIÒ CHE FACCIO. ANZI, ANCORA SONO RILUTTANTE. E allora ascolto Gu. Sento la forza di Francesca Lollobrigida, che hanno cercato di ridurre a mamma e basta, perché «campionessa» per una donna è sempre troppo. Sento la gioia portentosa di Alysa Liu, che ha pattinato per se stessa, senza ascoltare nessuno, come voleva lei e ha vinto l’oro. Ascolto la libertà della pattinatrice Amber Glenn, che ci ha incantati al gala finale, e non ha mai smesso di esprimere le sue opinioni: «La gente ritiene che siamo solo atleti. “Pensa al tuo lavoro”, dicono. “Non parlare di politica”. Invece no, la politica ci riguarda tutti».
PERCIÒ MI DICO: AL NETTO DI TUTTO, NON VA COSÌ MALE PER NOI DONNE. La parità, con la partecipazione femminile a tutte le gare olimpiche, l’abbiamo raggiunta solo nel 2012. Ma voi avete visto quale spettacolo di forza, di consapevolezza, di autostima, non solo di grandissimo valore sportivo, ci hanno dato queste ragazze?
Sapete che c’è? Togliete pure la parola «consenso» dalla legge sullo stupro, togliete anche le quote rosa dai consigli di amministrazione come stanno facendo in America, lodateci pure solo quando siamo madri, oscurando tutti gli altri talenti. Rappresentateci pure come il vicepresidente americano J. D. Vance, che ostenta in giro la moglie alla quarta gravidanza come lezione di quello che dovrebbero fare le donne: ritirarsi dal lavoro e dare figli alla Patria. CONTINUATE PURE, MA IL SENTIERO È BEN SEGNATO. NON AVRÀ SUCCESSO LA VOSTRA RESTAURAZIONE. LE RAGAZZE NON VI ASCOLTANO PIÙ.
P.S. Gu è nata a San Francisco, ma ha scelto di competere per la Cina, il Paese di sua madre. Vance insiste che dovrebbe rappresentare l’America alle Olimpiadi. Come mai il più sfrenato dei nazionalisti improvvisamente vuole gli stranieri? Gu gli ha risposto: «Grazie J. D., ma se non vincessi non te ne importerebbe». Esatto.
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Grazia celebra Sanremo 2026 con quattro cover esclusive dedicate a Elettra Lamborghini, Malika Ayane, Arisa e Levante
Il nuovo numero di Grazia, in uscita in tutte le edicole e su app dal 26 febbraio, celebra il Festival di Sanremo con uno speciale dedicato alle protagoniste della musica italiana. La rivista diretta da Silvia Grilli propone infatti quattro cover esclusive, dedicate ad Arisa, Malika Ayane, Levante ed Elettra Lamborghini.
“Quattro servizi fotografici esclusivi, quattro interviste, quattro diverse copertine rimarcano la forza di Grazia e il talento di queste artiste. Così celebriamo il rito nazionale del Festival di Sanremo”, dichiara la direttrice Silvia Grilli.
Arisa porta sul palcoscenico la sua vita, tra gioia, dolore e l’oceano della passione, in quella che definisce la sua “favola”. Malika Ayane torna a Sanremo con una canzone d’amore che esplora la scoperta della normalità e della felicità, mentre Levante conquista con la sua passione travolgente. Elettra Lamborghini condivide invece la sua vita da Elettra, tra il cognome che porta e il desiderio costante di superare i propri limiti.
L’edizione di quest’anno è raccontata anche da Carlo Conti, tra le canzoni in gara, i grandi ospiti e le polemiche sul comico Andrea Pucci. Il direttore artistico svela poi la sua formula per lo show italiano più seguito, offrendo un punto di vista esclusivo dietro le quinte della kermesse musicale. Segue Michele Bravi, che torna sul palco dell’Ariston con la canzone Prima o Poi e lo spirito di chi, nell’ultimo anno, ha voltato pagina, andando in cerca di nuova musica e di sé stesso, senza perdere la voglia di emozionare.
Passando alla sezione 10 storie di cui parlare, Grazia affronta temi cruciali dell’attualità - dalle domande che feriscono le donne vittime di abusi al potere terapeutico dell’arte, dal coraggio civile alle riflessioni sulle quote rosa negli Stati Uniti - mentre nell’inchiesta Noi che a 30 anni siamo uniche dà voce ai trentenni di oggi, una generazione che sta ridefinendo priorità, ambizioni e modelli di riferimento, tra carriera, equilibrio personale e desiderio di autenticità.
La moda occupa uno spazio centrale nel numero, in perfetta sintonia con la Milano Fashion Week. Grazia intercetta l’energia e le aspettative di una momento cruciale per il sistema moda internazionale con uno speciale ricco di ispirazioni, tendenze e interpretazioni contemporanee. Dalle suggestioni british al ritorno dell’estetica Anni 70, dal rosso ribelle ai giochi di contrasti più sofisticati, il racconto si sviluppa tra passerelle ideali e street style, accessori e pagine shopping pensate per tradurre i trend in scelte concrete.
Chiudono l’edizione le pagine dedicate alla bellezza, con un focus sul make-up primaverile e sugli incontri che dimostrano come la collaborazione possa diventare forza condivisa.
Ma il Festival e la moda si vivono anche online: sul sito e i canali social di Grazia, i lettori e gli utenti potranno seguire tutto in tempo reale, scoprire il backstage, ammirare i look delle star, approfondire interviste e curiosità dagli eventi più esclusivi e lasciarsi ispirare dai trend della moda, per un’esperienza digitale completa che integra musica, stile e lifestyle e amplifica il dialogo con la fashion week milanese.
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Krug e Max Richter traducono in musica un'annata di emozioni
Un concerto straordinario per celebrare un’annata straordinaria. Siamo nella Roundhouse di Londra, a Camden Town. È il 10 febbraio e seduto al pianoforte c’è il compositore Max Richter, uno dei talenti più acclamati della musica contemporanea.
In prima fila ad applaudirlo ci sono volti noti come gli attori Pierce Brosnan, Lily James e Kristin Scott Thomas, ma anche Olivier Krug, sesta generazione della famiglia e ambasciatore della Maison. Accanto a loro, anzi accanto a ogni componente della platea, ci sono tre calici che verranno riempiti per ogni brano di questa esibizione unica.
Si tratta del nuovo capitolo del viaggio musicale che Krug ha chiamato Every Note Counts, ogni nota conta, affidando a un musicista di fama mondiale il compito di tradurre in musica lo spirito delle sue cuvée.
Richter ha intrapreso un viaggio nel tempo verso un anno straordinario per tanti motivi diversi, il 2008. Ve lo ricordate? L’elezione alla Casa Bianca di Barack Obama, la grande crisi finanziaria globale, Katy Perry che impazzava nelle radio con I Kissed a Girl. Quella del 2008 fu un'annata straordinaria anche in Champagne: nelle campagne francesi l'inverno fu freddo, l'estate clemente, e il sole tornò proprio al momento giusto, in settembre, pochi giorni prima della vendemmia.
«È molto raro assistere a un allineamento dei pianeti così perfetto da offrirci tre “movimenti” nella stessa stagione. La missione di Krug è creare ogni anno una prestige cuvée che sia come una sinfonia, ma non sempre possiamo avere altre storie da raccontare come accaduto nel 2008», dice Julie Cavil, Chef de Cave di Maison Krug. «Le condizioni fresche, i contrasti morbidi e una maturazione lenta e costante hanno permesso alle uve di svilupparsi con un equilibrio e una precisione straordinari. I vini che ne nascono incarnano eleganza, verticalità e un'austera, sottile compostezza».
Grazie anche a quelle uve maturate in una stagione senza precedenti Cavil ha creato tre cuvées: il Krug Clos d'Ambonnay 2008, nato da un solo pregiatissimo appezzamento di Pinot Noir; il Krug 2008, il millesimato che celebra il carattere distintivo di quell'anno particolare; e il Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio di oltre 120 singoli vini di oltre 10 annate diverse.
Max Richter ha risposto a queste creazioni componendo tre brani musicali originali ispirati a ciascun vino:Clarity, dove i protagonisti sono gli strumenti solisti che raccontano un solo terreno, una singola uva e un singolo anno; Ensemble, un crescendo armonico che suona come un dialogo tra più voci; e Sinfonia, dove la pienezza dell’orchestra va a riecheggiare la ricchezza che compone il Krug Grande Cuvée 164ème Édition.
Per dare vita a questa creazione Richter ha visitato le proprietà Krug a Reims e Ambonnay, in Francia. Ha passeggiato tra le vigne, messo le mani nella terra, osservato la curva della luce che accarezza i grappoli. Cavil ha poi fatto visita alla casa laboratorio del compositore, immerso nella natura dell'Oxfordshire, in Gran Bretagna. Nelle apparecchiature dello studio musicale, nei canali dei mixer, ha quasi riconosciuto i filari delle sue amate vigne.
Entrambi hanno trovato similitudini tra i loro mondi: «Il mio lavoro è fatto di materiali che sono gli stessi da secoli», dice Richter, «è una continua connessione tra il presente e il passato, ma alla fine lavoriamo tutti con ciò che non conosciamo: Julie non sa che cosa la terra darà ogni anno e questo è il prezzo della scoperta. Ed è molto stimolante». Continua Richter: «Il lavoro creativo è come metà di una conversazione. Fai una domanda e aspetti la risposta di chi hai davanti. Quello che ottieni lo chiamiamo cultura».
Il risultato dell’incontro tra cuvées de prestige e musica è ora a disposizione di tutti con il trio di champagne chiamati Krug from Soloist to Orchestra in 2008 - Act 2. Un’armonia nuova che si può cominciare a conoscere guardando il documentario disponibile qui e ascoltare anche sulle principali piattaforme di streaming. Un invito a vivere ogni esperienza con la lentezza che merita. E immergersi nella musica con un calice in mano per sentire profumi tra le note musicali, accompagnati dalla luce che ha dato vita a un'annata indimenticabile.
Nelle foto, dall'alto:
Max Richter in concerto a Londra
Max Richter con le tre Cuvées de Prestige Krug
Max Richter con Julie Cavil, Chef de Cave di Krug
Un'altra immagine del concerto di Londra
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«Sorridi e fa' la brava, sei una donna»: l'editoriale di Silvia Grilli
Alzi la mano la donna che non si è mai sentita dire: «Dovresti sorridere di più». Kaitlan Collins, giornalista dell’emittente televisiva CNN, ha chiesto a Donald Trump: «Che cosa risponde alle vittime di Jeffrey Epstein, che chiedono giustizia?».
TRUMP, CHE COMPARE IN PIÙ DI 5.300 DOCUMENTI DELL’INCHIESTA SULLA RETE DI POTENTI CHE ABUSAVA DI RAGAZZINE MINORENNI, L’HA ATTACCATA: «Sei pessima, la peggiore reporter. Non mi stupisco che la CNN sia così svalutata. È colpa di gente come te».
Rivolgendosi al suo staff e agli altri cronisti, che assistevano senza proferire parola, il presidente ha aggiunto: «Sapete, è giovane». Poi, ancora a Collins: «Non penso di averti mai vista sorridere. Ti conosco da 10 anni. Non ho mai visto un sorriso sul tuo viso».
MENTRE GUARDAVO LA SCENA, MI SONO SENTITA RIBOLLIRE. NON PERCHÉ FOSSE SCONVOLGENTE. MA PERCHÉ NON LO ERA. Alle donne viene insegnato sin da bambine a essere docili, accoglienti, affettuose. Per tutta la vita ci fanno credere che la migliore versione di noi stesse sia fare sentire gli altri a proprio agio.
Sorridere esprime obbedienza. Il presidente avrebbe voluto che Collins lo facesse. SORRIDI, FAMMI CREDERE CHE IO TI PIACCIA. PORGIMI DOMANDE COMPIACENTI COME MI PORTERESTI LA COLAZIONE IN CAMERA.
La nostra società trova sempre giustificazioni ai peggiori comportamenti maschili. Ci sono volute più di mille vittime prima che l’America capisse che il finanziere Epstein non fosse un aitante libertino con amici influenti, tra cui lo stesso Trump. No, era un predatore seriale, con un’organizzazione finalizzata all’abuso sessuale e al traffico di minorenni.
Eppure, ancora oggi il problema non sono il pedofilo e i compagni di merende. Trump zittisce una giornalista che esige da lui la verità. INSEGNIAMO ALLE NOSTRE FIGLIE CHE AVERE UNA VOCE È PIÙ IMPORTANTE CHE ESSERE AMABILI.
Nessuno chiederebbe a un maschio perché non sorride. Un uomo austero è sinonimo di solennità. Ma Collins è una donna. DOVREMMO MOSTRARCI BELLE CONTENTE ANCHE QUANDO CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER VIOLENZE SESSUALI. E COMUNQUE NON SAREMMO MAI ABBASTANZA DOCILI DA MERITARE IL PERDONO PER AVER SFIDATO GLI UOMINI.
ALLE LETTRICI E AI LETTORI
Da questo numero, Grazia si rinnova. Rafforza il suo punto di vista, evolve in autorevolezza e ricercatezza. Nell’epoca della velocità dei social media, diventa quindicinale, privilegiando l’affidabilità e la competenza, storie vere e verificate, la moda più desiderabile, il tempo per la lettura. Cambiamo, ma non cambiamo l’anima. Resteremo quello che siamo: amanti della libertà e della bellezza. Buona lettura. Scrivetemi che cosa ne pensate. Un abbraccio.
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