Miracoli dal cielo – e non è il film con Jennifer Garner

Miracoli dal cielo – e non è il film con Jennifer GarnerMiracoli dal cielo – e non è il film con Jennifer Garner

Mi succede in questo periodo dell’anno, come Boy annuso l’aria e, anche se sulla carta è ancora inverno, nella mia testa la primavera è già arrivata.

Dalla primavera all’estate è un attimo ed ecco che mi ritorna in mente – bella come era – la Visa rosso Valentino della Nonna Glitter: la macchina con cui negli anni Ottanta portava i suoi nipoti in vacanza al Lago di Garda. 

Era un lavoro sporco, ma qualcuno doveva pur farlo.

Partivamo poco dopo la fine della scuola e tornavamo poco prima dell’inizio.

Era uno spasso: il bagno tutti i giorni, le risate a tavola, le partite a Forza 4, i giri in bicicletta, le patatine fritte due volte a settimana.

La squadra di mocciosi fortunati di cui la nonna si occuperà questa estate è composta da me, da mio fratello e da mio cugino Luca che ha undici anni: il più grande di tutti; poi vengo io che ne ho nove e mio fratello che ne ha cinque.

La crudeltà insita nell’essere umano spesso si manifesta in tenera età e noi cominciamo ad annientare la nonna proprio all’inizio di quello che, ai nostri occhi, è un lungo, noioso e interminabile viaggio.

In cerca di distrazione ridiamo senza motivo delle persone che intravediamo per strada, e le nostre risate, a loro volta, distraggono la nonna.

Dopo averci chiesto in tutte le lingue di smetterla, di fare silenzio, minacciando di fare inversione dopo soli otto minuti dalla partenza, alla fine impreca in siciliano: “Porco diavolo inchiuvato!”

Il suono assomiglia a una schioppettata.

Ci mettiamo buoni per un po’, ci sforziamo di non guardarci tra di noi per evitare di innescare la risata involontaria che la manda fuori di testa, e così lei finalmente si distende, si rilassa alla guida e ammira il panorama senza mai perdere di vista la strada.

A un certo punto, guarda verso un bosco che ci passa accanto e dice malinconica: “Quando il nonno era ancora vivo, andavamo sempre a fare i picchi nicchi…”

Nessuno di noi ha capito.

“Come nonna?” chiedo io.

“Ho detto…” dice alzando la voce e abbassando la radio. “Che quando c’era ancora il nonno andavamo spesso a fare i picchi nicchi.”

Solo alla quarta volta che ripete capiamo che sta storpiando la parola picnic.

Nonostante l’incipit commovente dedicato al nonno, noi bambini senza cuore scoppiamo a ridere. Lei ormai sbanda per il disappunto.

“Ah sì?!? È così che cominciamo? È così che mancate di rispetto a vostro nonno?”

Come sempre sono io a riscattare la reputazione del gruppo: l’avvocato mancato che volevo diventare dopo aver visto recitare Tom Cruise in Codice d’Onore.

“Nonna, non abbiamo riso per il nonno...”

Lei non ci rivolge più la parola e mette Claudio Villa a pallettoni. Ma presto avremo la nostra vendetta.

Facciamo passare giusto un paio di giorni: tempo di arrivare, di sistemarci, di fare la spesa e di ricomporre la banda di amici che abbiamo lasciato un anno fa.

Una piccola associazione a delinquere a discapito dei nonni che accompagnano i nipoti in vacanza — a loro volta compagni di Pinnacolo.

Dopo un primo incontro con la mia amica Ilaria di Milano — che vive in città e lei sa tutto — mi dice che si può andare a fare il bagno anche dopo aver mangiato: basta andarci subito, subito dopo aver finito. Prima che inizi la digestione.

Io e mio cugino, venuti a conoscenza di questa grande scoperta che può evitarci di aspettare un’eternità per fare il bagno, decidiamo di mettere al corrente la nonna, sfruttando il momento del pranzo.

È una calda giornata di fine giugno: l’ombrellone di quattro metri per tre è aperto sotto la tavola già apparecchiata.

Tira una piacevole brezza, ancora non immaginiamo che ci ritroveremo nel bel mezzo di una tempesta, e Luca si siede allegro vicino a me. Io sono di fronte a mio fratello che è già seduto e sta colorando.

La nonna ci raggiunge con la pasta fumante, la mette nei nostri piatti e si siede accanto a Ogi.

Inizia il pranzo e anche la discussione.

“Nonna, sai che oggi abbiamo scoperto che possiamo fare il bagno anche subito dopo aver mangiato?” esordisce Luca dopo aver dato il primo boccone.

“Eh no, caro mio, non esiste”, ribatte lei.

“Nonna, guarda che è vero”, intervengo io. “Lo ha detto Ilaria, lei vive a Milano: lei certe cose le sa.”

Le mie parole innocenti devono aver involontariamente sollevato una questione più importante, tipo la Guerra di Secessione tra nord e sud.

“Se a Milano si fa il bagno dopo mangiato, qui, con la sottoscritta”, dice puntando l’indice sul petto. “Si aspettano quattro ore. Ora basta, mangiamo.”

La nonna impugna la forchetta e inizia a mangiare, ma non possiamo lasciare perdere: la questione ci tocca troppo da vicino. Dobbiamo insistere e convincerla.

Al 74esimo ‘nonna ti prego, nonna ti supplico, nonna ti prego per favore fallo per noi, ti prego ti supplicò, la Nonna Glitter sclera di brutto.

Lei, che è anche campionessa di tiro dello zoccolo di legno — perché giudica l’infradito di gomma troppo volgare – se lo leva, e lo tira verso di noi come una palla da rugby.

Ma non tiene conto che noi schiviamo il colpo e lo zoccolo colpisce la roulotte alle nostre spalle.

Il tonfo attira l’attenzione di Ogi che smette di mangiare, Luca si mette a ridere, io non riesco a trattenermi e lo imito.

D’un tratto, davanti allo sguardo smarrito della nonna si apre la finestrella della roulotte che è appena stata ammaccata dallo zoccolo, ed esce la faccia di una signora preoccupata: “cosa sta succedendo… bambini?”

Fatico a descrivere il colorito della nonna: è un contrasto tra rosso vergogna e verde rabbia.

È come vedere un cielo che si annuvola.

“Li scusi, li stavo giusto sgridando...” mormora lei imbarazzata.

La signora della roulette bianco celeste richiude la finestrella un po’ indignata. La nonna si alza e con un filo di voce ci ordina di fare le valigie: ci riporta a casa, con noi non ce la fa più.

All’inizio la guardiamo basiti: crediamo che stia scherzando; non può farci una cosa simile, i nostri genitori si arrabbieranno moltissimo e non ci faranno tornare mai più. Eppure non riesco a replicare, è troppo arrabbiata.

Stavolta abbiamo esagerato.

L’unico ad aprire bocca è mio fratello: “Io cosa c’entro?”

“Tu niente, amore, ma la macchina una è: non posso lasciarti qui da solo.”

Anche mio fratello le obbedisce.

Andiamo tutti e tre in roulotte, prepariamo i bagagli e saliamo in macchina, aspettando che la nonna chiuda l’ombrellone. Dopo di che partiremo e forse non rivedremo più questo posto.

Mi metto a pregare il nonno che non ho mai voluto deridere e che invece mi manca, anche se non l’ho mai conosciuto. Ma so che la nonna gli voleva bene e forse è l’unico che può convincerla a cambiare idea.

Mio fratello e mio cugino mi seguono, pregano con me ad alta voce, ma è Luca il primo ad accorgersi che la nonna non riesce a chiudere l’ombrellone.

Questo è un segno divino... o forse no: si è appena seduta sfinita su una sedia.

Siamo preoccupati e scendiamo dalla macchina per sapere come sta.

“Nonna, tutto bene?” le chiediamo all’unisono.

“Andate a prendere le vostre borse in macchina, restiamo qui.”

La ringraziamo e facciamo come ha detto.

“È stato il nonno...” bisbiglia mio fratello mentre mi prende per mano.

“Sì, può darsi.”

Ed è lui a ricordarci che varrebbe la pena stringere una promessa tra noi per impegnarci a non fare rimpiangere alla nonna il giorno in cui siamo nati.

Quella estate, ahimè, bella e spensierata è già finita, ma ho capito che la nonna ha avuto una scorta inesauribile di pazienza e non la ripagheremo mai abbastanza per i momenti che ci ha regalato.

E ho capito anche se non vuoi aspettare quattro ore per fare il bagno, e sei un nipote in vacanza con la nonna, stai a digiuno: conviene.

Illustrazione di Valeria Terranova

Miracoli dal cielo – e non è il film con Jennifer Garner
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«F*cking b*tch. Brutta stronza, ubbidisci o muori»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

L’agente anti-immigrazione Jonathan Ross ha ucciso a sangue freddo con tre colpi di pistola alla testa la cittadina americana Renee Good a Minneapolis.

Dopo averla finita, le ha urlato «brutta stronza», come abbiamo visto in un video diffuso dall'amministrazione Trump, che voleva dimostrare che il miliziano avesse sparato per legittima difesa a una terrorista interna.

Ma lei non era una terrorista e quelle non sembrano le parole di un uomo che aveva paura per la sua vita, piuttosto di un maschio furioso perché quella donna aveva osato sfidarlo.

Nel filmato, girato dallo stesso Ross che in una mano tiene il cellulare e nell’altra la pistola, si vede l’auto di Good ferma in mezzo alla strada. Lei abbassa il finestrino e, sorridendo, dice all’agente mascherato: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te».

Qualche momento dopo la donna, che aveva ricevuto da un miliziano l’ordine di andarsene e da un altro quello di scendere, riparte sterzando a destra per evitare d’investire Ross, che le sta davanti armato. L’uomo grida, lascia cadere il cellulare e spara. Renee muore, l’auto va a sbattere contro un’altra macchina. L’assassino urla: «F*cking b*tch». Poi procede a passo spedito verso il suo automezzo, mentre i colleghi mascherati impediscono ai medici presenti sul posto di soccorrere la vittima. 

“Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne hanno paura che gli uomini le uccidano”, dice la scrittrice Margaret Atwood, autrice di un libro portentoso che racconta un’America in qualche modo simile agli Stati Uniti della presidenza di Donald Trump. 

Ho sperato anche questa volta che il grande Paese delle libertà non fosse diventato quest’America. Ho visto i vari video, girati da testimoni oculari, che mostrano da diverse angolazioni questa esecuzione pubblica su una strada di Minneapolis. Ho ascoltato le testimonianze, trasmesse dalle televisioni americane, di chi si trovava sulla scena dell’omicidio. Purtroppo, questo è un atto gravissimo.

La vittima era una madre di tre figli, e aveva appena accompagnato il più piccolo di 6 anni a scuola. Il 7 gennaio, quando è stata trucidata, si trovava con la moglie e il loro cane vicino a dove, sei anni fa, il poliziotto bianco Derek Chauvin aveva ucciso il cittadino afro-americano George Floyd, premendogli un ginocchio sul collo.

La brutalità e l’abuso di potere delle forze dell’ordine in America non è una novità. Nuovo è che questa volta si tratti di una donna bianca, che quella mattina stava facendo la volontaria per segnalare la presenza dei miliziani mandati da Trump a rastrellare la città a caccia di immigrati. Lei e sua moglie erano dotate di fischietti per avvisare gli abitanti della zona, non di armi. I miliziani avevano pistole. 

Ma la sua esecuzione dimostra che l’attivismo in America, come in Iran, ti costa la vita. Ormai, anche negli Stati Uniti quando un poliziotto o un governante ti dà un ordine devi obbedirgli se vuoi rimanere viva. Esistere è diventato un privilegio concesso dall’autorità e la morte la punizione alla disobbedienza. Ti stanno dicendo: piegati o muori. La relazione tra i cittadini e il potere è ridotta a sottomissione. 

Il video girato dall’assassino dimostra anche che si è trattato di un atto terminale di violenza misogina. Quella donna aveva ferito più la sua virilità che attaccato la sua incolumità. Quando ho visto il sorriso della vittima, mentre diceva all’uomo che l’avrebbe uccisa: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te», ho capito che Renee Good aveva paura.

Stava replicando tutto ciò che è stato insegnato alle donne. Si stava facendo piccola e mansueta per cercare di prevenire la violenza maschile. È rimasta calma, anche se circondata da agenti che le impartivano ordini contrastanti.

Ma non è bastato. Non era abbastanza spaventata, abbastanza sottomessa. Dopo, non era neppure abbastanza morta. Lo sparatore ha voluto anche infangarla urlando «brutta stronza!».

L’omicidio di Floyd affondava le radici nel razzismo, l’esecuzione pubblica di Renee Good le affonda nella misoginia.

Dopo la sua morte, in America il potere l’ha accusata. Hanno dichiarato che era una terrorista. È stata insultata perché era lesbica e aveva tre figli da due precedenti matrimoni, come se la sua vita non tradizionale giustificasse in qualche modo l’omicidio.

Il messaggio del potere è: guardate come sono strane queste persone. Meritano di essere giustiziate in mezzo alla strada in America. 

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Grazia è in edicola con Valentina Bellè

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Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Valentina Bellè è la protagonista di copertina del nuovo numero di Grazia in edicola e app. È diventata celebre con le serie Volevo fare la rockstar e The Good Mothers.

In questi giorni è al cinema con il film Primavera, di Damiano Michieletto. Fotografata tra le stanze di un appartamento milanese, l’attrice è la protagonista di un servizio fotografico intimo ed emozionante.

Nell’intervista con Grazia si racconta: la scelta di studiare negli Stati Uniti e le sorelle da cui torna per sentirsi a casa. Il quaderno che porta sempre con sé e la paura di soffrire che ha superato guardandosi dentro.

Una delle attrici italiane più amate, Valentina ha lavorato in produzioni internazionali accanto ad Adam Driver, Penélope Cruz, George Clooney, Antonio Banderas, grazie alla capacità di emozionare. Un talento che, racconta a Grazia, nasce dal suo bisogno di mettere sempre in primo piano ogni dettaglio.

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Le illusioni di una coppia

Attilio Fontana; Rosita Celentano; Stefano
Rosita Celentano è la protagonista al Teatro Franco Parenti di Milano di uno spettacolo che fa riflettere, tra ironia e cinismo, sulle difficoltà dei rapporti d’amore

Il Teatro Franco Parenti di Milano ospita L’illusione coniugale, fino all’11 gennaio, una commedia che esplora le fragilità e le contraddizioni delle relazioni di coppia. Lo spettacolo fa parte della rassegna Il teatro è donna del Franco Parenti ed è il quarto appuntamento dedicato alle protagoniste del palcoscenico, di cui Grazia è partner culturale.

Sul palco, Rosita Celentano, Attilio Fontana e Stefano Artissunch, anche regista della pièce, portano alla luce tradimenti, bugie, insicurezze, rancori e gelosie che emergono dopo una serata mondana, tra confessioni e riflessioni. Il testo, scritto da Éric Assous, più volte Premio Molière per la migliore commedia, affronta con umorismo, profondità e cinismo la complessità dei rapporti amorosi.

Alessandro Enriquez

Tutto ha inizio con una secca richiesta di lei a lui di essere onesti e leali sui tradimenti dell’altro, che diventa l’occasione per passare al setaccio la loro relazione. Desiderio, tenerezza, complicità e mistero vengono attraversati dai protagonisti con ironia, divertimento, conflitto e una certa dose di cinismo.

La relazione di coppia è sempre sotto la lente di ingrandimento in uno spettacolo che fa ridere e riflettere ed è molto profondo e complesso. Dentro ci sono rabbia, presa di coscienza, debolezza, confusione, compromessi e perdono ma anche quei segreti che non necessariamente vanno rivelati, perché possono trasformarsi in forza. I dialoghi sono autentici a tal punto che è facile immedesimarsi e riconoscersi.

Enzo Iacchetti

«In una coppia le responsabilità non sono mai completamente di una sola persona: possono essere distribuite in modo diverso, ma c’è sempre uno scambio reciproco», ha detto Rosita Celentano a Grazia. «Perdonare non significa scagionare l’altro, ma perdonare la coppia, cioè scegliere di ricostruire insieme, riconoscere che ognuno ha limiti e fragilità. Allo stesso modo, quando una relazione fallisce, non c’è un vincitore e un perdente: si vince o si perde insieme. Personalmente ho scoperto, crescendo, che qualunque delusione, dolore, problema o paura può essere un’opportunità. Ogni caduta è un'occasione di crescita interiore per capirsi meglio».

Stefano Cerveni

Gli ospiti della serata, dopo la rappresentazione, hanno festeggiato con Grazia e i protagonisti dello spettacolo teatrale gustando le delizie dello chef stellato Stefano Cerveni e i vini di Masciarelli Tenute Agricole.

Nelle foto, dall'alto:
- Attilio Fontana; Rosita Celentano; Stefano Artissunch
- Alessandro Enriquez
- Enzo Iacchetti
- Stefano Cerveni

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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

No other choice (6)
Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

No other choice (4)

La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

No other choice

Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

No other choice (2)

Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

No other choice (5)

 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

No other choice (3)

Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».