Le verità nascoste... e non è il film con Michelle Pfeiffer

Se un paio di anni fa, qualcuno mi avesse detto che sarei riuscita a inventare una storia con personaggi immaginari, non ci avrei creduto. Ma un anno fa, dopo un weekend trascorso con le mie amiche, non avevo nessun pezzo pronto da mettere online per il lunedì: i miei lettori lo aspettavano e non volevo deluderli.
Cominciai a pensare a qualcosa che fosse già scritto, che si prestasse per quella nobile causa, ma ogni volta che rileggevo i miei vecchi articoli, avrei voluto rifarli da capo: non mi piacevano più.
C’era un articolo, però, che amavo in modo particolare, uno dei pochi che non avevo corretto, anche a distanza di anni.
Lo avevo scritto a Milano, durante una fashion week, boicottando una giornata di sfilate e appuntamenti. Mi ero ispirata a un profumo francese, in realtà era l’unione di due profumi già esistenti che combinava le note principali dell’uno e dell’altro: un incontro inaspettato, una notte di fuoco, un tradimento da nascondere.
Decisi di pubblicarlo quel lunedì, ma non immaginavo un seguito, fino a che non mi venne chiesto.
L’articolo che mi era sempre piaciuto era solo l’inizio di qualcosa: fu il mio primo romanzo a puntate. Battezzato True Lust, come il profumo a cui il singolo racconto si ispirava, e lasciato in sospeso non so nemmeno perché.
Il suo stile era diverso da quello a cui avevo abituato i miei lettori, era privo di ironia, sprovvisto di episodi esilaranti e carente di quella sfumatura rosa, che ormai distingueva il mio modo di scrivere: senza accorgermene, era diventato un giallo.
Poco prima di sospenderlo, lo avevo affiancato a una nuova storia, che invece comprendeva tutti i miei vecchi standard.
Una storia semplice, per la prima volta totalmente inventata, ispirata a una realtà comune, in cui tante donne si sarebbero immedesimate.
Qualche anno prima, a causa di un piccolo incidente di percorso, avevo scritto un manuale di istruzioni indiscrete sulla gravidanza, ma impartire regole non è mai stata la mia specialità. Io amo descrivere i fatti, i luoghi in cui essi si svolgono, amo portare il lettore all’interno di una vicenda, e continuo a credere che si possa imparare più da una situazione, piuttosto che da una regola di vita priva di riferimenti autentici.
Dovevo solo dargli un nome, decisi per L’amore ai tempi supplementari.
Eva aveva un lavoro, una vita eccitante e Michele: il migliore amico che tutte vorrebbero.
È in quel periodo felice che Eva si innamora di Davide, un calciatore di serie A, ma dopo averlo sposato, decide di mollare tutto per avere una famiglia con lui.
Tutto fila liscio per un po’, Eva sembra innamorata della vita che ha costruito intorno al suo matrimonio e alla sua bambina, fino a che non scopre che il marito la tradisce con una ragazza più giovane. Il suo castello crolla: a lei non resta altro che raccogliere i pezzi.
Michele, uno dei personaggi chiave della storia — e forse il più amato dai lettori — ha un ruolo fondamentale nella rinascita di Eva: leggero, scanzonato, specializzato nella risoluzione semplice di problemi difficili. Una figura così speciale per cui diventa impossibile non chiedersi se esista davvero o se sia solo frutto della fantasia.
E nonostante sia figlio della finzione, ogni suo singolo tratto si ispira al mio migliore amico Matteo, che non vedo spesso per questioni logistiche, ma che mi è sempre vicino.
La scommessa più grande prende vita qualche settimana più tardi con Not For Fashion Victim: un romanzo che nasce dalla voglia di chiarire la questione moda nella vita di una donna.
Chi la considera frivola e futile, spesso, ha cose più importanti a cui pensare ed è convinto che l’aspetto esteriore non sia rilevante, e nonostante mi trovi d’accordo sul fatto che i valori siano altri e che ci siano altre questioni su cui sarebbe bene riflettere, negare che la cura dell’immagine sia un aspetto essenziale nella vita di chiunque, è limitante.
La moda è a tutti gli effetti una forma d’arte, al pari della pittura, della scultura, della musica, del cinema. Oltre a raccontare le vicissitudini di uomini e donne che hanno fatto la storia della stessa, la maggior parte dei pittori e degli scultori si sono ispirati all’abbigliamento dell’epoca per creare le loro opere, e non parliamo del cinema, in cui costumi hanno sempre avuto un peso importantissimo. Edith Head mi darebbe ragione.
Ma per scatenare l’interesse nei confronti di qualcosa di cui non si è attratti, le regole non bastano.
Le persone vogliono immedesimarsi nelle situazioni, ritrovare quei sentimenti che a parole non riescono a descrivere: non hanno bisogno di qualcuno che dica loro cosa fare, ma di qualcuno che mostri loro come reagire: Melissa, la protagonista di Not For Fashion Victim, viene sulla terra per questo motivo.
Melissa della moda non sa niente, fatta eccezione di pochi elementi, probabilmente trasmessi per osmosi dalla sua coinquilina Cassandra, che lavora nella boutique più bella della città.
Le sue priorità sono altre, lei salva vite tutti i giorni: è un veterinario.
È un veterinario perché da piccina avrei desiderato diventarlo. A mio modo salvavo cani e gatti comunque, li portavo a casa da mia madre, che per esigenza si trasformava nella Dottoressa Peluche.
Ma qualcosa è andato storto — o forse no — e ho affidato il mio sogno di bambina a un personaggio che un po’ mi assomiglia, o forse, sarebbe meglio dire che assomiglia a ciò che ero una volta, prima che la moda entrasse nella mia vita.
Cassandra si ispira a Paola, alla sorella che non ho mai avuto, almeno per quanto riguarda l’anagrafe, la mia amica di sempre. Più per i modi che per il suo approccio alla moda. — Se no io cosa ci sto a fare?
E anche se tutti gli altri personaggi, sono frutto della mia mente malata — Max compreso — ce ne sono un paio che meritano una presentazione.
La prima è Coco Chanel.
Il secondo è Jerôme Gautier.
Di lei si è già detto tutto, ma di lui e del ruolo che ricopre nel romanzo, si sa poco e niente.
Riassumo per chi avesse perso le puntate precedenti:
Max, il cane di Melissa — sicuramente onnivoro — decide di divorare il libro che Cassandra ha prestato a Melissa per studiare, il libro su cui si basano le regole di stile di Coco Chanel.
Il lessico dello stile di Jerôme Gautier.
Basta solo ricomprarlo, se non fosse che il libro ha una dedica per Cassandra sulla quarta di copertina, e Melissa, nel tentativo di farsi perdonare, scrive a Jerôme per farsi autografare quello che ha appena ordinato su Amazon.
Perché questo libro?
La boutique di Torino me lo aveva regalato a Natale e in passato lo avevo usato diverse volte per studiare. Avevo sottolineato le frasi più incisive e le avevo rielaborate per scrivere i miei post.
Avevo immaginato Jerôme Gautier come un vecchietto elegante che viveva in Rue Cambon e invece, non è vero.
È giovane, ha un look interessante, è ironico e lavora da Dior: mangia moda a colazione, a pranzo e a cena.
E io mi dico che non importa. Ho tanto da imparare, ma non mi tiro indietro: gli darò quella parte.
Decido che per le prime puntate è meglio non scomodarlo — devo prendere informazioni — sarà solo un cameo: Melissa gli scrive su Instagram continuamente, lui continua a ignorarla.
Ma per la serie: ‘Anche Melissa merita una speranza’, alla puntata 21 lui si fa vivo.
Il resto nei prossimi episodi...
Ma se nel romanzo faccio passare Jerôme per il tipo altezzoso, nella realtà è molto diverso.
Quando gli ho scritto per presentarmi, dicendo che avevo deciso di usare il suo nome e il suo libro nel romanzo che stavo scrivendo, credo che la sua reazione sia stata una cosa tipo: “questa deve essere completamente pazza.”
Poi le mie domande sono andate più nello specifico — sono una professionista dovevo pur costruire il personaggio — e lui ha capito che facevo sul serio.
Su Instagram siamo ufficialmente amici.
E comunque, per concludere, visto che le verità nascoste per il momento sono finite, tornando al titolo, che per ora è il mio preferito, l’ho scelto perché vorrei che nessuna donna si ritenesse vittima della moda. La moda è solo un’opportunità per apparire migliori: è bello sapere che ci sia qualcosa che sa renderlo possibile.
Jerôme Gautier mi darebbe ragione.
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare
«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.
Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.
Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.
La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.
Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».
Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».
Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».
Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».
Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».
Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».
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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli
La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.
Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.
Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.
È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».
Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.
Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.
Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.
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Grazia è in edicola con Maya Hawke
Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.
Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.
Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.
Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.
Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.
E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.
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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"
Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.
Che rapporto ha con il passare del tempo?
«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».
Davvero?
«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».
Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.
«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».
Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?
«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».
Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?
«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».
Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…
«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare».
Come mai?
«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».
Che cosa le disse al ritorno?
«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».
Ha fatto lo stesso con i suoi figli?
«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».
Che rapporto ha con la psichiatria?
«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».
Com’è andata?
«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».
E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?
«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il corpo».
Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?
«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».
Che cosa di lei non hanno mai capito finora?
«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».
Com’è la sua giornata ideale?
«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».
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