La mia musica è un abbraccio al mondo

Laura Pausini intervista Grazia
La crisi di solitudine attraversata, e vinta, durante la pandemia. Il bisogno fisico di avere sempre accanto le persone che sono nel suo cuore: il marito, la figlia, che la segue nei concerti, e i suoi fan. Perché, dice Laura Pausini, il vero successo è fermarsi a parlare con la gente. Ora la voce italiana più amata torna con un album, Anime Parallele, e un tour oltreoceano. E alla scrittrice Camilla Baresani racconta l’emozione di portare sul palco nuove canzoni, e soprattutto se stessa. Con l’entusiasmo che da sempre la spinge a condividere con il pubblico curiosità, dubbi, paure, ma anche grandi gioie

Ci sono tutti, ci siamo tutti, sulla copertina del nuovo album di Laura PausiniAnime Parallele, che dal 27 ottobre uscirà nel mondo intero sulle piattaforme digitali, in cd e in vinile. C’è Paola, la figlia, ci sono Fabrizio e Gianna, i genitori che chi ha visto l’emozionato, emozionante biopic su Amazon Prime, Laura Pausini: piacere di conoscerti, oramai sente pure un po’ suoi, c’è la cagnolina Lila.

Ma ci sono anche io, ci sei tu, c’è lui, lei: le persone di cui Anime Parallele canta le storie e che, in un mondo che sempre di più baratta quello che è vero con il virtuale, Laura invita a non smettere mai di avere voglia di incontrare. Ascoltare, respirare, conoscere. Perché, forse, a sapere che cosa si nasconde nel cuore e nei giorni di qualsiasi essere umano, potremmo dirlo a tutti: “menomale che non sei normale”.

E nessuno lo può sapere meglio di lei che da 30 anni ci dimostra quanta normalità possa intrecciarsi a un destino eccezionale e quanto stupefacente possa finire per essere fare quello che cercano di fare tutti, avere un posto da chiamare casa, degli amici, trovare la persona giusta, perché giusta per noi, seguire una bambina che cresce.

Subito dopo avere vinto quel Sanremo hai raccontato di avere chiesto ai tuoi: ma che cosa fa una persona quando diventa famosa? Giro io oggi a te la domanda: che cosa fa?

«Nella musica, finisce per fare moltissime cose che non sono cantare... Quand’ero piccola pensavo che i miei miti, e su tutti Anna Oxa che era la mia preferita, lavorassero solo nei giorni in cui io li vedevo in televisione o quando facevano i concerti. Non immaginavo tutto il lavoro che può esserci dietro al lancio di un disco che nel mio caso è moltiplicato per i Paesi dove esce. È un impegno quotidiano che, anche quando non c’è da promuovere niente, ha a che fare con la responsabilità di sentirsi di tutti. Non mi lamento, figuriamoci, non mi sfugge mai che c’è chi un lavoro neanche ce l’ha, ma chi pensa che il nostro, di lavoro, si riduca a cantare due canzoni e a essere un privilegiato si sbaglia».

Come fai a rimanere in bilico fra questa responsabilità: essere Laura Pausini e l’incoscienza di cui c’è bisogno per rimanere ancora curiosa, ancora affamata?

«Non ti nascondo che, nei due anni di pandemia, ho attraversato una crisi profonda. Io ho bisogno che sia personale quello che faccio, che convinca prima di tutto me, ma, con il tempo che improvvisamente avevamo interamente a nostra disposizione, ho cominciato a chiedermi: e adesso? Se io non vivo più, perché sto sempre a fare interviste o concerti, che cosa posso cantare di veritiero? Di palpitante, di necessario? Allora mi sono imposta di fermarmi e sperimentare, ho fatto dei demo di tutti, ma tutti i tipi di canzoni, anche lontanissime da quelle che ero abituata a scrivere, come se fossi un’interprete, non una cantautrice. Buttandomi nel diverso da me, lentamente e progressivamente, ho ritrovato me stessa. Il senso di Anime Parallele è questo: solo se riattizziamo la nostra curiosità verso gli altri possiamo cambiare, crescere, allargare i nostri orizzonti, senza però tradirci».

Chi è la persona di cui sei più curiosa?

«Paola (la figlia, 10 anni, avuta con il marito chitarrista e produttore Paolo Carta, ndr). Sono curiosa di lei e di quello che diventerò io, attraverso di lei. È così coraggiosa, ha una visione di sé che non la spaventa. Prendi la parola chiave della mia vita, la solitudine: a me il vuoto ha sempre atterrito, da quando a 18 anni ho provato a dargli voce con quella canzone, lei invece lo cerca. Mamma, ma se il martedì ho ginnastica artistica, il mercoledì nuoto, il giovedì catechismo, come faccio? Possibile che ho solo il lunedì per stare con me? Questa indipendenza mi atterrisce. Io sono riuscita a “stare con me” pienamente e felicemente solo quando ero incinta e aspettavo lei, figurati». 

Sai che lo psicoanalista Donald Winnicott sosteneva che si riconoscono i bambini amati bene perché giocano lontano dalle loro madri?

«Sì, va bene, ma che ci posso fare? Io non voglio che si allontani troppo... L’altro giorno mi fa: dopo che ho finito il liceo voglio vivere da sola o con le mie amiche a Londra o in America, magari pure a Roma. Tu mamma potrai stare vicino a me, ma non nello stesso palazzo, eh. Ti rendi conto?». 

Come farai a tenere insieme il tour che ti aspetta e lo stare, almeno per ora, nel suo stesso palazzo? «Se sono in tour in Europa non passo mai più di quattro notti lontana da Paola, il tour in America invece l’ho organizzato perché si incastri in parte con le vacanze che sono previste dalla sua scuola, così ci potrà seguire. Quando la notte non posso stendermi vicino a lei prima che si addormenti, per confidarci qual è stata la cosa più brutta e quella più bella della giornata, a me manca proprio un pezzo di me, un pezzo di senso. Perché di notte pure lei, per fortuna, torna la bambina che è».

A chi somiglia?

«Ha la mia apertura istintiva verso il mondo, ma per quanto riguarda quello che sente e che pensa è introversa come Paolo».

Paolo, eccolo qui. Tuo marito. Tornando alla curiosità, la miccia di Anime Parallele, sei ancora curiosa di una persona con cui da 18 anni vivi e lavori?

«Paolo e io abbiamo due caratteri molto diversi, io ho bisogno di buttare tutto fuori, lui, appunto, è un “chiuso”, un riflessivo e ancora oggi ogni tanto mi chiedo: ma che cosa starà pensando? Pure i nostri amici ci dicono che non siamo normali, stiamo sempre appiccicati e però fra noi c’è ancora un’attrazione pazzesca. Forse perché tutti e due abbiamo una personalità forte e però lasciamo libero l’altro di essere com’è. Per farti un esempio, lui è vegeteriano. Mi ci vedi, a me, vegetariana?». 

Ti piace come padre?

«Quando l’ho conosciuto aveva già tre figli dal suo primo matrimonio. Mi sono innamorata anche di quello: di com’era con loro».

Su Instagram hai invitato i tuoi fan a giocare con la copertina di Anime Parallele, ad abitare le strisce pedonali con le foto delle loro persone più care... E il 2 dicembre ci sarà un raduno solo per il tuo Fanclub Ufficiale, Launatici, a Rimini. Si può dire che il pubblico, per te, è come quelle amiche che incontriamo negli anni delle superiori e che crescono con noi, ci portiamo avanti per tutta la vita?

«Certo che si può dire! I miei genitori mi hanno sempre sgridata perché io appena entro in contatto con qualcuno ho subito bisogno di allacciare un’intimità, di raccontargli i fatti miei. Avendo cominciato così piccola a lavorare, con alcuni dei miei fan ho creato dei legami che sembrano assurdi a chi mi guarda da fuori, perché io avevo bisogno che l’affetto di chi mi seguiva fosse sincero... Se non ho mai sentito la mancanza di andare in discoteca o di certe fasi classiche dell’adolescenza è stato solo grazie a quelle persone che all’inizio erano le prime a rimanere stupite, quando dopo i concerti mi fermavo a chiacchierare con loro, mi prendevo il numero e poi gli telefonavo». 

Rispondi tu personalmente ai commenti pubblici ai tuoi post?

«Ebbene sì».

Ogni tanto con qualcuno ti incazzi: ma ci sarebbe una scuola di pensiero che vieta di scendere al livello di chi ci offende sul web...

«Lo so, lo so! A me delle volte parte proprio il matto, mi chiedo: se non ti piaccio, che vuoi da me, perché entri a casa mia? Infatti adesso cancello i commenti inopportuni e violenti. La tentazione di intavolare con chi mi offende una discussione per convincerlo a non comportarsi così, però, è sempre forte. Alla mia età razionalmente so che le energie vanno tenute per le persone che amiamo, perché il mondo mica si può cambiare: ma che ci devo fare se con la pancia e con il cuore non mi arrendo? Anime Parallele è anche questo: un invito irrazionale ad andare verso il mondo, tutto, con le braccia allargate».

Come stai messa a dipendenza dai social?

«Purtroppo c’ero caduta dentro. Paolo, sempre con quel fare di chi comunque non ti vuole imporre la sua opinione, mi ha fatto notare che se stavo sempre incollata al telefono poi non potevo lamentarmi se Paola faceva lo stesso. Ho smesso subito».

Dopo Launatici partirai per questo tour epico - ma sintonizzato sull’agenda di Paola - che comincia in Italia e ti porterà per l’Europa e poi in Cile, Argentina, Texas... In che cosa sei uguale a quella ragazzina che per la prima volta si è ritrovata a esibirsi in Spagna, dopo che La solitudine era schizzata al primo posto di tutte le classifiche, e in che cosa sei cambiata?

«Quella ragazzina era di sicuro più spensierata e poteva concentrare tutte le sue energie, le sue attenzioni nelle canzoni. Era un treno. Oggi su quel palco non sale solo Laura che canta. Sale Laura la mamma di Paola, salgono le sue domande, le sue paure. Però l’istinto di portare comunque là sopra tutto quello che sono è rimasto lo stesso». 

Perché secondo te quella ragazzina non si è rivelata un fuoco fatuo?

«Aiuto... Sono più brava a darmi addosso che a farmi dei complimenti, sarà che ho avuto un papà severo e una mamma che continua a dirmi: non era tutto più facile se facevi la farmacista? Ma devo proprio a loro il motivo fondamentale per cui ho festeggiato trent’anni di carriera: l’amore. I miei genitori me ne hanno dato tanto e io l’ho sempre messo in quello che faccio, anche il mio stacanovismo ha a che fare con l’amore. E poi so cantare. Indipendentemente dal fatto che possa piacere o no, quello lo so fare».

Quand’è stata l’ultima volta che hai scambiato “quello che temevi per ciò che senti”?

«Proprio durante il Covid, quando sono caduta in quella crisi d’identità che mi ha imposto di mettermi in discussione non solo come artista, anche come donna. Se non l’avessi attraversata, però, se mi fossi tirata indietro da un confronto con me stessa che si era fatto necessario, non sarebbe mai nato Anime Parallele. Finito di incidere il disco ho smesso di temermi e ho ricominciato a sentirmi». 

Chiudi gli occhi ed esprimi un desiderio.

(Lo fa: si porta le mani sugli occhi. Rimane così qualche istante) «Che si fermi il tempo in questo preciso secondo: che i miei genitori non invecchino, Paola rimanga com’è, Paolo e io anche. Per sempre così».

Testo di Chiara Gamberale, foto di Simonetta Falcetta, styling di Susanna Ausoni

  • IN ARRIVO

Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

No other choice (6)
Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

No other choice (4)

La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

No other choice

Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

No other choice (2)

Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

No other choice (5)

 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

No other choice (3)

Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».

  • IN ARRIVO

«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.

Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.

Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.

È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».

Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.

Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.

Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.

  • IN ARRIVO

Grazia è in edicola con Maya Hawke

Maya-Hawke
Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.

Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.

Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.

Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.

Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.

E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.

  • IN ARRIVO

Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"

jodei-foster
Jodie Foster festeggia al cinema 60 anni da star. Nel thriller Vita privata, da oggi nelle sale, è una psicanalista tormentata. Ma a noi racconta come, grazie alla sua carriera, ha capito che le donne over 50 hanno tutte le carte per vincere

Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.

Che rapporto ha con il passare del tempo?

«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».

Davvero?

«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».

Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.

«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».

Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?

«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».

Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?

«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».

Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…

«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare». 

Come mai?

«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».

Che cosa le disse al ritorno?

«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».

Ha fatto lo stesso con i suoi figli?

«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».

Che rapporto ha con la psichiatria?

«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».

Com’è andata?

«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».

E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?

«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il  corpo».

Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?

«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».

Che cosa di lei non hanno mai capito finora?

«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».


Com’è la sua giornata ideale?

«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».