«L'arte di essere umani»: l'editoriale del direttore ospite Marcel Wenders
Ci sono momenti nella storia in cui la tecnologia accelera così bruscamente da costringerci a riscoprirci, a guardare di nuovo che cosa significa creare, sentire, sognare. Mentre l’intelligenza artificiale avanza a una velocità sorprendente, mi ritrovo a tornare alla convinzione che ha plasmato i miei primi anni come designer: che il futuro del design non appartiene alla macchina, ma a noi, non alla nostra efficienza o alla nostra razionalità, non alla nostra logica o alla nostra conoscenza, ma alla nostra immaginazione e alla nostra fantasia, ai nostri dubbi e alle nostre contraddizioni, ai nostri dolori e ai nostri piaceri, anche a quelli sciocchi che dimentichiamo di onorare. Appartiene, nel senso più profondo, all’arte di essere umani.
Quando ho iniziato il mio percorso, negli Anni 80, credevo che il design potesse elevare la vita, che potesse parlare ai nostri desideri più intimi. Mi dicevano, spesso con un sospiro, che le persone erano troppo tradizionali, troppo disinteressate, troppo restie a seguirci nel futuro. Ma ho imparato, lentamente e con qualche dispiacere, che il problema non era mai il pubblico. Il problema era l’idea angusta di design che avevamo ereditato, un’idea nata nei primi giorni dell’industria, quando le macchine erano fragili e la semplicità era una necessità più che una filosofia. Progettavamo e celebravamo ciò che la macchina sapeva fare con facilità, invece di cercare ciò che il nostro pubblico sognava davvero. Nell’essere così razionali, abbiamo creato la versione più semplice di noi stessi. Abbiamo dimenticato che il design non è una disciplina tecnica ma una forza culturale, capace di plasmare la nostra identità umana e il futuro del nostro mondo umanistico.
Oggi il mondo è cambiato di nuovo. Le macchine non faticano più: eccellono. Calcolano, ottimizzano e generano con una precisione che un tempo apparteneva solo alla fantascienza. Eppure, in questo nuovo scenario, accade qualcosa di straordinario: più le macchine diventano perfette, più desideriamo l’imperfetto, l’invecchiato, la patina, il fatto a mano, l’antico, le cose che portano il calore del tempo e del tocco umano.
Più l’idea di intelligenza diventa artificiale, più custodiamo le forme di intelligenza che sono culturali, emotive, intuitive, irrazionali, linguistiche, sociali. Quell’intelligenza è nostra. Siamo i custodi di quella proprietà divina.
Il design ha sempre vissuto in questo spazio. Anche i nostri oggetti “industriali” più iconici non sono mai stati davvero industriali: sono stati plasmati dal giudizio, dal tatto, dalle decisioni silenziose di mani che capivano i materiali in modi che nessun algoritmo può. Il design è sempre stato un’edizione limitata, non per ragioni di marketing, ma perché l’umanità stessa è un’edizione limitata. Ogni gesto, ogni scelta, ogni imperfezione porta la traccia di una persona che ci teneva.
Ed è così che arriviamo a un punto di svolta. Se il design deve evolversi, i designer devono evolversi con esso. Non imitando la logica delle macchine, ma comprendendo le profondità dell’umanità, di se stessi e del loro pubblico. Il prossimo grande movimento nel design non verrà dagli algoritmi o dall’automazione, ma da una comprensione rinnovata e intima di che cosa significa essere umani: i nostri desideri, le nostre contraddizioni, i nostri ricordi, i nostri traumi, le nostre culture, il nostro anelito a una bellezza che sembri viva.
Quando abbracciamo tutto questo, diventa possibile qualcosa di straordinario. Inizieremo a creare oggetti, materiali e superfici che il mondo non ha mai visto, non perché la tecnologia lo consenta, ma perché la nostra umanità lo esige. Progetteremo con un nuovo tipo di coraggio, uno che si fida dell’intuizione quanto dell’intelligenza, dell’emozione quanto dell’esperienza. Andremo oltre l’estetica dell’efficienza ed entreremo in un regno della creazione più ricco, più generoso, più immaginativo.
Non è un ritorno al passato: è un’ascesa verso una forma più alta di design. Un design che conosce la propria anima. Un design che comprende l’anima del suo pubblico. Un design che osa essere umano in un mondo che diventa sempre più artificiale. L’intelligenza artificiale non è la fine della creatività umana: è l’invito alla sua espansione.
Il futuro ci chiama a elevarci, a creare con più profondità, più sensibilità, più meraviglia di quanto abbiamo mai fatto prima. Se risponderemo a quella chiamata, non daremo forma solo al prossimo capitolo del design: daremo forma a un nuovo capitolo dell’umanità. Benvenuti all’arte di essere umani.
Testo di Marcel Wenders, designer e direttore ospite di questo numero di Grazia, fotografato da Ellen von Unwerth.
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