La grande scommessa...e non è il film con Ryan Gosling 

La grande scommessa...e non è il film con Ryan Gosling La grande scommessa...e non è il film con Ryan Gosling 
La data della cena con la mia vecchia classe si avvicina, Marco non ci sarà, ma ha promesso di impegnarsi a scrivere una dichiarazione in cui chiarirà se era più di suo gusto la gelatina o la crème brûlée. Si accettano scommesse.
Ma mercoledì, io, la Secca e la Bonny, la sua ex compagna di banco, decidiamo di avere bisogno di anticipazioni e di organizzare un aperitivo.
Dove ci vediamo?
Al Rigattiere, da Cristian.
A che ora?
18,30.
Okay. Posso farcela. Anzi, ci infilo pure una cena con Giaco ‘soli soletti o quasi’.
Chiedo a mio suocera di tenere le bimbe da lei a dormire, lei dice okay.
Perfetto. Organizzo la trasferta della prole, preparo i loro cambi d’abito e il resto necessario per la giornata successiva e porto tutto il pacchetto dalla nonna nel tardo pomeriggio.
Saluto le mie pupe, mi raccomando che facciano le brave, do un bacio alla suocera, ma mentre sto per risalire in auto, pregustando la serata con le amiche che proprio lei mi ha regalato, realizzo che domani è giovedì. E tutti i martedì e i giovedì, a scuola, vige la regola della merenda sana.
La merenda sana, fino all’anno scorso, era  un termine usato per descrivere un momento in cui, due mamme per classe si offrivano di consegnare la merenda ai bambini. Era fissata dalla scuola per ogni primo martedì del mese. Io le ho fatte tutte — insieme a Donna Rosa — e la merenda sana era composta da: succo di frutta in brick, tè solubile, focaccina e biscotto ricoperto al cioccolato.
Ma i concetti possono cambiare e assumere il loro vero significato e da quest’anno, ogni martedì e giovedì, i bambini mangeranno solo frutta e yogurt.
I trasgressori — se scoperti — saranno puniti saltando la merenda.
Ecco perché ora tornerò a casa a prendere le fragole che ho comprato stamattina.
Per tutto il tragitto in auto, che comprende l’andata e il ritorno, non ho smesso di pensare al mio bicchiere mezzo pieno: scriverò un bellissimo pezzo su questa serata. Un esempio pratico di sdoppiamento di personalità negli esseri femminili: il ruolo di mamma, il ruolo di donna.
Rifletto sul fatto che se avessi deciso di fregarmene di quell’altra — della mamma intendo — ora non starei tornando a casa a prendere le fragole. Sarei seduta a chiacchierare con le mie amiche. E invece, per dare il buon esempio e rispettare la regola della merenda sana, arriverò con mezz’ora di ritardo: che mi farò perdonare raccontando questa storia.
Consegno le fragole, raggiungo le ragazze. E lì, nel parcheggio di Piazza Grande, mi levo il mantello di mamma: sento le spalle più leggere.
Donna, dacci dentro.
Lo bisbiglio entrando, mi sfugge un sorriso. La Secca e la Bonny sono già sedute al tavolo. Al trentadue ‘scusate mi dispiace’, la smetto e mi concentro sulle chiacchiere. Cosa mi sono persa?
Mi fanno un breve riassunto.
Ci agganciamo al discorso della cena.
Al finale di stagione ‘Crème brûlée VS Gelatina: è più atteso del superbowl.
“Sono proprio curiosa di sapere cosa dirà Marco...” dice la Bonny.
“Guardate che sulla chat ha scritto chiaramente che era innamorato dell’Alice.” preciso io.
“Ma poi ha ritrattato con un vocale dicendo che avrebbe confessato la verità di persona.” interviene la Secca.
“Avevano consumato...”
“È una domanda o un’affermazione?”  chiedo alla Bonny basita.
“No, Enri, no... la mia era una domanda...”
“Sembravi così convinta...” ribatto. “Io sapevo che era successo dopo, non durante la scuola. Ma se non è così, allora...”
La mia enfasi tra il comico e il disperato suggerisce alla Bonny di ribadire il concetto per rassicurarmi: “Enri, era solo una domanda, calmati.”
“Allora mandiamo un vocale a Marco e chiediamogli di chiarire anche questo punto nell’arringa finale.”
“Giusto.” dicono all’unisono.
Finiamo la chiacchierata mezz’ora più tardi, quando la Secca ci avvisa che la lezione di judo dei suoi bimbi è finita e deve tornare a prenderli.
Giusto in tempo per elogiare i miei meravigliosi lettori e finire il racconto delle mie peripezie da Willie Coyote per firmare il contratto del libro.
La Bonny può restare ancora un po’.
La guardo, mi ricordo di quanto si impegnasse a scuola, era diligente, puntuale, attenta. Tutto ciò che io non ero. Ha sempre un aspetto interessante, un make-up delicato che valorizza i suoi tratti e l’eleganza che distingue ogni singolo movimento.
“E tu Bonny cosa fai?”
“Io lavoro con i miei... da sempre ormai.”
Non sembra soddisfatta. Vorrei chiederle di più, ma non la vedo da tanto tempo, non vorrei sembrare invadente.
Forse sono i miei occhi a suggerirle che se potesse aggiungere altro, la ascolterei volentieri.
“Vedi, mi piacerebbe fare qualcosa di diverso, ma il tempo non è tanto...”
“Le passioni si coltivano con gli anni, non è una gara a tempo, prima cominci meglio è.”
Il suo sguardo si accende. Mi fissa e ha l’espressione di chi sta confidando un segreto, una cosa intima che non le capita di raccontare a tutti.
“Sai, io amo le macchine d’epoca...”
“Bonny ma è stupendo! Quante donne della nostra età hanno questa passione? Io penso alle borse, chi alle scarpe, qualcuno è fissato con il design, ma le macchine d’epoca sono una chicca.”
“Ne ho comprata una.” sussurra.
“Davvero?” chiedo entusiasta.
In quel momento, ci immagino sulla  sua decappottabile come Thelma e Louise — mentre torniamo a prendere le fragole.
“Sì...  pensa a quanto sono pazza?”
“Sei troppo giusta invece.”
Batto le mani mentre lo dico.
“Domenica c’era il sole, era una bella giornata e avevo una voglia matta di farci un giro. Costringo mio marito a piantare in asso Netflix e a seguirmi per andare da lei. Apro il garage, in cui rimane parcheggiata per la maggior parte dell’anno, e il mio cuore ha un sussulto. Eccola: la mia Lancia Fulvia Coupè del ‘73. Rossa, grintosa, affascinante.”
È la stessa reazione che ho io, quando mi trovo di fronte ai pezzi vintage di Chanel.
“Salgo, mi metto al volante e sono già emozionata: si accenderà o no? Al terzo tentativo si accende, sapevo che non mi avrebbe deluso. Partiamo senza avere una meta, solo per il gusto di guidarla.”
Noto con piacere che non mi sbagliavo: dietro la sua facciata calma e tranquilla, si nasconde qualcosa di più: è spirito di avventura e potrei paragonarlo a quello di Amanda Earhart, anche se lei preferiva gli aerei.
“Abbasso i finestrini e mi lascio coccolare dalla piacevole sensazione di una giornata di inizio primavera, dal vento che mi accarezza i capelli.” dice soddisfatta. “Il rombo sportivo del motore, l’odore di benzina che entra nell’abitacolo e la paresi di un sorriso a cui non voglio rinunciare... fino a quando, al primo incrocio, si affianca un ciclista che mi segnala che gli stop non funzionano: poesia finita.”
“Come fanno i ciclisti a essere tanto insensibili?” le chiedo divertita.
Ci mettiamo a ridere.
“La mia gita è durata poco più di venti minuti, ma quando ho chiuso il garage, avevo il cuore pieno di felicità. Alla fine mi basta poco, non ho molte pretese: sono un po’ come la mia Fulvia.”
“Sai che dovresti scrivere le cose che hai detto. Sembrava di viverle.”
Lei sorride, mi guarda con aria complice e dice: “ci penserò.”
Ci salutiamo. Promettiamo di vederci prima di Pasqua e di trovare un localino chiccoso per la Secca.
La vedo incamminarsi verso l’auto, torno dentro: Giaco mi aspetta per la nostra cenetta ‘soli soletti o quasi’.


Illustrazione di Valeria Terranova


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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

No other choice (6)
Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

No other choice (4)

La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

No other choice

Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

No other choice (2)

Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

No other choice (5)

 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

No other choice (3)

Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».

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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.

Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.

Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.

È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».

Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.

Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.

Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.

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Grazia è in edicola con Maya Hawke

Maya-Hawke
Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.

Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.

Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.

Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.

Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.

E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.

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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"

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Jodie Foster festeggia al cinema 60 anni da star. Nel thriller Vita privata, da oggi nelle sale, è una psicanalista tormentata. Ma a noi racconta come, grazie alla sua carriera, ha capito che le donne over 50 hanno tutte le carte per vincere

Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.

Che rapporto ha con il passare del tempo?

«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».

Davvero?

«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».

Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.

«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».

Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?

«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».

Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?

«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».

Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…

«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare». 

Come mai?

«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».

Che cosa le disse al ritorno?

«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».

Ha fatto lo stesso con i suoi figli?

«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».

Che rapporto ha con la psichiatria?

«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».

Com’è andata?

«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».

E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?

«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il  corpo».

Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?

«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».

Che cosa di lei non hanno mai capito finora?

«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».


Com’è la sua giornata ideale?

«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».