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«La cucina è roba da donne, tranne quando conta»: l'editoriale di Silvia Grilli

foto di Silvia Grilli Silvia Grilli — 23 Giugno 2026
Silvia Grilli

È ora in edicola il nuovo numero speciale di Grazia FOOD. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La cucina italiana è una catena di mani femminili. Le nonne impastavano, le madri impastavano. Non le chiamavamo «cuoche»: le chiamavamo «mamme». Quel sapere, trasmesso da generazioni di donne a generazioni di donne, è stato da poco iscritto dall’Unesco nel patrimonio immateriale dell’umanità.

Ma quando il lavoro femminile esce dalle pareti di casa ed entra in un ristorante, il suo valore diminuisce. Quando una conoscenza che abbiamo costruito e tramandato diventa cucina professionale si trasforma in un circolo quasi esclusivamente maschile. E qualora, con enorme impegno, una donna arrivi al successo, non si parla del suo stile, della sua ricerca, della sua visione. Si sottolinea la sua pervicacia, la sua abnegazione, le sue mani amorevoli, anche il suo sorriso. Chissà perché non ho mai letto del sorriso di Massimo Bottura o di Enrico Bartolini. 

Il talento quotidiano delle donne si svaluta quando comincia a diventare professione e carriera, perché si porta dietro la lettera scarlatta dell’alienazione. La società ci ha assegnato le faccende domestiche non perché ne siamo naturalmente portate. Anche quando non ne avevamo la voglia o la vocazione, ce le ha affidate per tenerci fuori dal mondo. Il lavoro culinario in casa è una necessità che non viene pagata, non finisce mai, non produce riconoscimento. La donna è una funzione per fare crescere in forza generazioni di figli. 

Eppure, se cucinare è stato nella storia simbolo di confinamento, è stato anche luogo della resistenza. Le ancelle di Margaret Atwood usano il cibo sì per obbedire, ma anche per sovvertire, spesso nello stesso capitolo del libro Il racconto dell’ancella o nella stessa scena della serie televisiva. Gli episodi li trovate sulle piattaforme streaming. Io ne sono entusiasta e non mi sono persa neppure il sequel: I testamenti.

Trasformare i fornelli in scelta libera e retribuita è quello che continuiamo a chiedere. Vogliamo essere viste. Le cause della sottorappresentazione delle donne nelle cucine professionali sono le più scontate e le più dure: le pagano meno, lavorano in orari incompatibili con il peso della famiglia che è ancora quasi tutto su di noi. Qualcuno che deve portare i figli a scuola non può restare fino alle due di notte in una brigata di cucina.

Il sistema decide chi può permettersi di rimanere. E quando parliamo delle chef raccontiamo come eccezioni chi ce la fa. Non raccontiamo quelle che si fermano prima perché non ne possono più. Ricordo che un anno fa, nel Regno Unito, il cuoco pluristellato Jason Atherton dichiarò di non aver mai visto sessismo nelle cucine professionali. Settanta chef donne lo contestarono e chiesero di riconoscere il maschilismo feroce che attraversa il settore. Tra le firmatarie c’erano professioniste di grande valore come Sally Abé, Dara Klein, Poppy O’Toole. Si dissero esauste. La lettera fece rumore. Poi fu dimenticata. Quando chi detiene il potere dice «non l’ho visto», cancella gli occhi di chi l’ha vissuto.

Le chef (anzi “cheffe” al femminile, come rivendica Chiara Pavan) che raccontiamo in questo numero di Grazia Food dovrebbero essere citate con la stessa naturalezza con cui nominiamo i colleghi maschi. Se ancora non lo facciamo è perché rappresentano l’eccezionalità, non la normalità. 

Le disuguaglianze spietate si superano con i contratti, gli orari, gli asili nido. Si risolvono quando le recensioni parlano di tecnica e visione, non di quanto una chef abbia resistito alle strutture militari di cucine monopolizzate da un unico mito: il genio maschile che rifiuta di confondersi con le “massaie” che nel corso dei secoli hanno cucinato per sostentare parenti di ogni ordine e grado. 

© Riproduzione riservata

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