Il grande dittatore — e non è il film con Charlie Chaplin

E alla fine di questo lungo periodo trascorso tra le mura di casa, vorrei fare il mio riassunto delle puntate precedenti.
Sono stati giorni pieni che ho impegnato in modo costruttivo, il tempo a disposizione era tanto e mi ha offerto l’opportunità di finire il mio secondo romanzo, di iniziare un progetto editoriale dedicato alla storia della moda e di scoprire risorse personali che non credevo di possedere. Ho cominciato a leggere le favole di Rodari ai bambini, mi sono impegnata a sostenere le raccolte fondi per aiutare gli ospedali e a uno in particolare ho consegnato un centinaio di Prêt-à-bébé per il reparto di maternità e di oncologia: mi sono detta che un sorriso poteva fare comodo in un momento così triste. Ho sentito il dovere e il desiderio di mettere a disposizione ogni cellula del mio essere per aiutare il prossimo e non perché sono buona e cara, ma perché la mia indole è questa e non si può andare contro natura.
Ho sfruttato la mia reclusione forzata –– e quella di Boy che non è più andato a spasso –– per rendermi utile.
Ho alleggerito un periodo pesante e mi sono messa alla prova anche in cucina che non è il mio forte, ma se ‘La ricetta che unisce’ chiama, io rispondo.
Ciò che faccio per vivere –– e come lo faccio –– mi ha messo davanti all’evidenza che quell’andrà tutto bene ha zoppicato parecchio. Ho visto medici e infermieri piangere, camion dell’esercito trasportare centinaia di morti, famiglie in gravi difficoltà, bambini tristi e frustrati.
Seppure sia molto grata al Governo che, nella fase iniziale, ci ha imposto di rimanere a casa per salvare la vita a più persone possibili, ora, dopo quasi due mesi di lockdown, gli effetti del corona virus hanno messo l’economia del Paese in ginocchio. Sono tante le donne che mi scrivono in privato per raccontarmi come vivono questo momento, sono arrabbiate, sono scontente, sono allo sbando. Non hanno certezze sul loro futuro e sul futuro dei loro figli. Ripongono la loro fiducia nelle istituzioni, ma le parole sono solo parole, le caramelle sono finite e a tenerle sveglie non sono più la luna ed i grilli, ma i cattivi pensieri. I cittadini italiani sono figli di una democrazia che non rispetta la Costituzione, una democrazia che finge di non vedere le reali necessità. Sono vittime di un sistema che impone loro scelte in cui non è previsto alcun tipo di replica. Basta leggere i giornali per capire che la situazione sta precipitando. Le aziende chiudono, i dipendenti vengono licenziati e quelli che fino a oggi hanno potuto lavorare da casa riuscendo miracolosamente a gestire i bambini, la casa e gli impegni professionali, dalla prossima settimana, quando tutto pian piano ripartirà, saranno in grave difficoltà. Le scuole e gli asili sono chiusi e lasciare i figli in affido a qualcuno è un problema per la maggior parte di loro. Trovare una baby sitter affidabile non è così semplice e i nonni, quando ci sono, fanno parte di una categoria di persone che finora è stato necessario proteggere.
Ci sono delle misure di sicurezza che, se rispettate con coscienza e civiltà, possono consentire a tutti i cittadini di riprendere le normali attività. Niente sarà più come prima, il mondo cambia e dobbiamo avere la possibilità di cambiare con lui, di evolverci osservando le dovute precauzioni.
Quando Mariastella Gelmini –– che ho conosciuto grazie a una delle presentazioni del mio libro –– mi ha scritto per chiedermi se mi facesse piacere fare una diretta con lei la prossima settimana, per affrontare il problema delle mamme che lavorano e delle loro difficoltà, ho accettato senza pensarci due volte.
Non faccio politica, il mio mestiere è un altro, ma non voglio smettere di credere nella giustizia e se in concreto posso fare qualcosa per dare voce al popolo che mi segue, non mi tiro indietro.
Anche Grazia si è mossa per sensibilizzare questo tema: la riapertura costringerà tante donne che lavorano a rinunciare alle loro ambizioni professionali e personali per il bene della famiglia, chi non lo farebbe? Ma perché strumentalizzare l’istinto materno per mettere le donne in trappola?
Charlie Chaplin, nel 1940, con ‘Il grande dittatore’, ha detto ciò che io stessa avrei voluto dire per chiudere questo articolo e ci è riuscito con un’eleganza e un’intelligenza che sono difficili da replicare, ecco perché mi limiterò a citarlo.
“Non voglio fare politica, non voglio conquistare ne governare nessuno, vorrei aiutare tutti se possibile. Tutti noi dovremo aiutarci sempre. La vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ci ha condotti a fare le cose più abbiette, la macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha reso cinici. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza, senza queste qualità, la vita è violenza e tutto è perduto. Ma non disperate, l’avidità che ci comanda è solo un male passeggero. L’amarezza di uomini che temono la via del progresso umano, l’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo tornerà al popolo e qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.
Non cedete agli uomini che non vi rispettano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, che vi dicono cosa fare e cosa dire. Vi condizionano, vi trattano come bestie, non vi consegnate a questa gente senza un’anima. Uomini macchina con macchine al posto del cervello e del cuore, voi siete uomini, non siete macchine. Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore. Non difendete la schiavitù, ma la libertà. L’amore non è nel cuore di un solo un uomo, di un gruppo di uomini, ma di tutti gli uomini.
Il popolo ha la forza di creare le macchine, voi avete la forza di creare la felicità, voi avete la forza di fare sì che la vita sia bella e libera e potete fare di questa vita una splendida avventura. Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza, uniamoci tutti, combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia a tutti gli uomini lavoro, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza. Promettendovi queste cose, dei bruti sono andati al potere: mentivano, non hanno mantenuto delle promesse e mai lo faranno. I dittatori sono liberi perché rendono schiavo il popolo, allora combattiamo, per mantenere quelle promesse, combattiamo per liberare il mondo eliminando confini e barriere, eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutto gli uomini il benessere. Nel nome della democrazia, siate tutti uniti.”
Illustrazione di Valeria Terranova
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«F*cking b*tch. Brutta stronza, ubbidisci o muori»: l'editoriale di Silvia Grilli
L’agente anti-immigrazione Jonathan Ross ha ucciso a sangue freddo con tre colpi di pistola alla testa la cittadina americana Renee Good a Minneapolis.
Dopo averla finita, le ha urlato «brutta stronza», come abbiamo visto in un video diffuso dall'amministrazione Trump, che voleva dimostrare che il miliziano avesse sparato per legittima difesa a una terrorista interna.
Ma lei non era una terrorista e quelle non sembrano le parole di un uomo che aveva paura per la sua vita, piuttosto di un maschio furioso perché quella donna aveva osato sfidarlo.
Nel filmato, girato dallo stesso Ross che in una mano tiene il cellulare e nell’altra la pistola, si vede l’auto di Good ferma in mezzo alla strada. Lei abbassa il finestrino e, sorridendo, dice all’agente mascherato: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te».
Qualche momento dopo la donna, che aveva ricevuto da un miliziano l’ordine di andarsene e da un altro quello di scendere, riparte sterzando a destra per evitare d’investire Ross, che le sta davanti armato. L’uomo grida, lascia cadere il cellulare e spara. Renee muore, l’auto va a sbattere contro un’altra macchina. L’assassino urla: «F*cking b*tch». Poi procede a passo spedito verso il suo automezzo, mentre i colleghi mascherati impediscono ai medici presenti sul posto di soccorrere la vittima.
“Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne hanno paura che gli uomini le uccidano”, dice la scrittrice Margaret Atwood, autrice di un libro portentoso che racconta un’America in qualche modo simile agli Stati Uniti della presidenza di Donald Trump.
Ho sperato anche questa volta che il grande Paese delle libertà non fosse diventato quest’America. Ho visto i vari video, girati da testimoni oculari, che mostrano da diverse angolazioni questa esecuzione pubblica su una strada di Minneapolis. Ho ascoltato le testimonianze, trasmesse dalle televisioni americane, di chi si trovava sulla scena dell’omicidio. Purtroppo, questo è un atto gravissimo.
La vittima era una madre di tre figli, e aveva appena accompagnato il più piccolo di 6 anni a scuola. Il 7 gennaio, quando è stata trucidata, si trovava con la moglie e il loro cane vicino a dove, sei anni fa, il poliziotto bianco Derek Chauvin aveva ucciso il cittadino afro-americano George Floyd, premendogli un ginocchio sul collo.
La brutalità e l’abuso di potere delle forze dell’ordine in America non è una novità. Nuovo è che questa volta si tratti di una donna bianca, che quella mattina stava facendo la volontaria per segnalare la presenza dei miliziani mandati da Trump a rastrellare la città a caccia di immigrati. Lei e sua moglie erano dotate di fischietti per avvisare gli abitanti della zona, non di armi. I miliziani avevano pistole.
Ma la sua esecuzione dimostra che l’attivismo in America, come in Iran, ti costa la vita. Ormai, anche negli Stati Uniti quando un poliziotto o un governante ti dà un ordine devi obbedirgli se vuoi rimanere viva. Esistere è diventato un privilegio concesso dall’autorità e la morte la punizione alla disobbedienza. Ti stanno dicendo: piegati o muori. La relazione tra i cittadini e il potere è ridotta a sottomissione.
Il video girato dall’assassino dimostra anche che si è trattato di un atto terminale di violenza misogina. Quella donna aveva ferito più la sua virilità che attaccato la sua incolumità. Quando ho visto il sorriso della vittima, mentre diceva all’uomo che l’avrebbe uccisa: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te», ho capito che Renee Good aveva paura.
Stava replicando tutto ciò che è stato insegnato alle donne. Si stava facendo piccola e mansueta per cercare di prevenire la violenza maschile. È rimasta calma, anche se circondata da agenti che le impartivano ordini contrastanti.
Ma non è bastato. Non era abbastanza spaventata, abbastanza sottomessa. Dopo, non era neppure abbastanza morta. Lo sparatore ha voluto anche infangarla urlando «brutta stronza!».
L’omicidio di Floyd affondava le radici nel razzismo, l’esecuzione pubblica di Renee Good le affonda nella misoginia.
Dopo la sua morte, in America il potere l’ha accusata. Hanno dichiarato che era una terrorista. È stata insultata perché era lesbica e aveva tre figli da due precedenti matrimoni, come se la sua vita non tradizionale giustificasse in qualche modo l’omicidio.
Il messaggio del potere è: guardate come sono strane queste persone. Meritano di essere giustiziate in mezzo alla strada in America.
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Grazia è in edicola con Valentina Bellè
Valentina Bellè è la protagonista di copertina del nuovo numero di Grazia in edicola e app. È diventata celebre con le serie Volevo fare la rockstar e The Good Mothers.
In questi giorni è al cinema con il film Primavera, di Damiano Michieletto. Fotografata tra le stanze di un appartamento milanese, l’attrice è la protagonista di un servizio fotografico intimo ed emozionante.
Nell’intervista con Grazia si racconta: la scelta di studiare negli Stati Uniti e le sorelle da cui torna per sentirsi a casa. Il quaderno che porta sempre con sé e la paura di soffrire che ha superato guardandosi dentro.
Una delle attrici italiane più amate, Valentina ha lavorato in produzioni internazionali accanto ad Adam Driver, Penélope Cruz, George Clooney, Antonio Banderas, grazie alla capacità di emozionare. Un talento che, racconta a Grazia, nasce dal suo bisogno di mettere sempre in primo piano ogni dettaglio.
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Le illusioni di una coppia
Il Teatro Franco Parenti di Milano ospita L’illusione coniugale, fino all’11 gennaio, una commedia che esplora le fragilità e le contraddizioni delle relazioni di coppia. Lo spettacolo fa parte della rassegna Il teatro è donna del Franco Parenti ed è il quarto appuntamento dedicato alle protagoniste del palcoscenico, di cui Grazia è partner culturale.
Sul palco, Rosita Celentano, Attilio Fontana e Stefano Artissunch, anche regista della pièce, portano alla luce tradimenti, bugie, insicurezze, rancori e gelosie che emergono dopo una serata mondana, tra confessioni e riflessioni. Il testo, scritto da Éric Assous, più volte Premio Molière per la migliore commedia, affronta con umorismo, profondità e cinismo la complessità dei rapporti amorosi.
Tutto ha inizio con una secca richiesta di lei a lui di essere onesti e leali sui tradimenti dell’altro, che diventa l’occasione per passare al setaccio la loro relazione. Desiderio, tenerezza, complicità e mistero vengono attraversati dai protagonisti con ironia, divertimento, conflitto e una certa dose di cinismo.
La relazione di coppia è sempre sotto la lente di ingrandimento in uno spettacolo che fa ridere e riflettere ed è molto profondo e complesso. Dentro ci sono rabbia, presa di coscienza, debolezza, confusione, compromessi e perdono ma anche quei segreti che non necessariamente vanno rivelati, perché possono trasformarsi in forza. I dialoghi sono autentici a tal punto che è facile immedesimarsi e riconoscersi.
«In una coppia le responsabilità non sono mai completamente di una sola persona: possono essere distribuite in modo diverso, ma c’è sempre uno scambio reciproco», ha detto Rosita Celentano a Grazia. «Perdonare non significa scagionare l’altro, ma perdonare la coppia, cioè scegliere di ricostruire insieme, riconoscere che ognuno ha limiti e fragilità. Allo stesso modo, quando una relazione fallisce, non c’è un vincitore e un perdente: si vince o si perde insieme. Personalmente ho scoperto, crescendo, che qualunque delusione, dolore, problema o paura può essere un’opportunità. Ogni caduta è un'occasione di crescita interiore per capirsi meglio».
Gli ospiti della serata, dopo la rappresentazione, hanno festeggiato con Grazia e i protagonisti dello spettacolo teatrale gustando le delizie dello chef stellato Stefano Cerveni e i vini di Masciarelli Tenute Agricole.
Nelle foto, dall'alto:
- Attilio Fontana; Rosita Celentano; Stefano Artissunch
- Alessandro Enriquez
- Enzo Iacchetti
- Stefano Cerveni
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare
«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.
Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.
Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.
La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.
Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».
Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».
Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».
Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».
Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».
Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».
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