Icon Design presenta “Icon Design Talks”
A Milano dal 4 al 9 aprile masterclass, lecture e round table con i grandi nomi del mondo del progetto
Iniziano oggi gli Icon Design Talks, il nuovo appuntamento sull’architettura e il progetto realizzato da Icon Design con i protagonisti che stanno ridisegnando le nostre metropoli, le nostre case e i nostri stili di vita.
Special event della rassegna, venerdì 7 aprile alle ore 11.30, “La scrittura e la città”: Rem Koolhaas, Pritzker Price per l’Architettura, dialoga con Stefano Boeri, architetto e urbanista italiano.
Gli Icon Design Talks, che avranno luogo fino al 9 aprile all’interno della Microsoft House, nascono dalla volontà di Icon Design, il magazine del Gruppo Mondadori diretto da Michele Lupi, di offrire alla città un percorso autorevole, utile e curioso sul futuro del design, in grado di rivolgersi a tutte le persone che arriveranno a Milano in occasione di una delle settimane più attese dal pubblico internazionale.
“Un laboratorio di idee con cui estendiamo il nostro raggio di azione sulla progettualità - ha dichiarato il direttore Michele Lupi (nella foto) - mettendo a disposizione di tutta la città la possibilità di conoscere i personaggi e le storie dei protagonisti del mondo dell’architettura, tratto distintivo del nostro magazine che, con la sua formula unica, ha subito saputo farsi apprezzare da appassionati e addetti ai lavori”.
Con questo spirito nasce la prima edizione di Icon Design Talks. Cuore dell’evento è la nuovissima sede di Microsoft, in viale Pasubio 21, uno spazio che quest’anno punta ad accogliere oltre 200 mila visitatori mettendo a disposizione tecnologie, competenze, momenti di formazione e confronto sulle opportunità del digitale. Sarà qui che si svolgeranno i sei giorni di incontri aperti al pubblico con più di 20 appuntamenti tra masterclass, lecture e round table e oltre 40 ospiti provenienti da tutto il mondo.
Oltre a Rem Koolhaas e Stefano Boeri, si alterneranno sul palcoscenico degli Icon Design Talks Mario Bellini, Alberto Alessi, Piero Lissoni e Antonio Citterio, Patrik Schumacher - Zaha Hadid Studio, Gregg Jones - Pelli Clarke Pelli Architects, Marcel Wanders, Max Lamb, Alice Rawsthorn e lo chef Bruno Barbieri, Massimiliano Locatelli, Barber & Osgerby, Michele Brunello, Dror Benshetrit, Barbara Radice, Giovanni Gastel, Marco Amosso, Silvia Robertazzi, Patricia Urquiola, Alberto Zontone.
IL PROGRAMMA
4 aprile
Alle 18.30 con Patrik Schumacher, direttore di Zaha Hadid Studio dal 2016, Younghee Lee, Executive Vice President and Head of Mobile Marketing, at Samsung Electronics nell’incontro dal titolo: Unconfined: The New Galaxy Design Modera: Michele Lupi.
5 aprile
Alle ore 10.30 con la prima masterclass dedicata proprio a “Porta Nuova: sostenibilità e innovazione tra architettura e design”, dove Alida Catella, Ceo di Coima Image, Kelly Russell, Managing Director e Marketing & Investor Relations di COIMA SGR, e l’architetto Gregg Jones, Principal Pelli Clarke Pelli Architects, racconteranno la grande avventura iniziata molti anni fa di uno dei più grandi interventi di riqualificazione urbana e architettonica in Europa, sviluppato e gestito da COIMA SGR, che ha ridisegnato i quartieri Garibaldi, Isola e Varesine diventando il simbolo della nuova Milano. Modera: Michele Lupi.
Alle ore 17.30 la seconda masterclass dal titolo “Timeless Design” promossa da B&B Italia. Sotto la regia di Manolo De Giorgi, architetto e docente di Architettura d’interni al Politecnico di Milano, si confronteranno tre figure chiave dell’architettura e del design italiano che collaborano con B&B Italia: Mario Bellini, Antonio Citterio, Piero Lissoni. Obiettivo di questa conversazione è indagare come il concetto di design senza tempo possa cambiare rispetto ad un periodo storico caratterizzato dalla velocità dello sviluppo tecnologico e dalle contaminazioni di una multiculturalità sempre più allargata.
6 aprile
Alle ore 10.30 Alice Rawsthorn, critica del design del New York Times, terrà una lezione intitolata “Design Now” a cui seguiranno una serie di lectures firmate da Max Lamb, Massimiliano Locatelli e Barber & Osgerby.
Il pomeriggio si apre con la tavola rotonda che lancerà “Manifesto for Urban Creative Districts”, promosso da China House Vision tra Asia ed Europa: quartieri pensati su canoni estetici elevati, funzionali, sostenibili e social inclusive. Corpi vivi legati al territorio, così flessibili da adeguarsi ai mutamenti di una società in continua trasformazione.
Sono gli obiettivi che House Vision Future Life Lab, il Sino-European Innovation Center e Dontstop architettura, con il patrocinio dell’Unesco Icssd, hanno riunito in un manifesto con le linee guida per nuovi standard di progettazione, da utilizzare pensando alle potenzialità di sviluppo e riqualificazione urbana dei Paesi dell’Asia. A presentarle, l’architetto Michele Brunello direttore creativo e cofondatore di Sino-European Innovation Center, insieme a Vittorio Sun Qun e Caterina Fumagalli.
Il pomeriggio prosegue con la lecture di Dror Benshetrit, alle ore 15.30. Segue una tavola rotonda dedicata allo “Smart working: trasparenze e dinamismo negli ambienti di lavoro” che ha come protagonisti il caso Microsoft e la sede AGC Glass Europe. Ne parla Paola Cavallero, Direttore Marketing& Operations di Microsoft Italia.
Alle ore 17.30 il racconto di Alberto Alessi dedicato al fenomeno de “Le Fabbriche del Design Italiano e il caso Alessi (1921- 2017)” e alle ore 18.30 la presentazione del libro di Barbara Radice “Perché morte non ci separi” edito da Mondadori Electa che vedrà la partecipazione di Giovanni Gastel.
7 Aprile – Special Event
Alle ore 11.30, “La scrittura e la città”, un dialogo inedito tra Rem Koolhaas e Stefano Boeri, moderato da Manuel Orazi. Partendo dai temi affrontati nelle rispettive pubblicazioni scritte, i due architetti discutono del rapporto dialettico tra Città e Architettura, con tutte le sue implicazioni semantiche e sintattiche, legato al rapporto di Lingua e Paola. Il confronto mira a dare una risposta a una fondamentale domanda: “Perché mai un architetto dovrebbe scrivere su una città quando la sua azione di modificazione è già in sé un potente atto di scrittura sul corpo fisico della città stessa?”.
Teatro di questo incontro speciale sarà la Biblioteca Nazionale Braidense (sala Maria Teresa), Via Brera 28.
Alle ore 14.30 “The Art of Living” con Vincent Van Duysen; alle 15.30 “This will be the place” Felix Burrichter, Editor/Creative director di Pin-Up magazine in conversazione con Marco Morello, giornalista. Alle ore 16.30 “Progettarsi designer” con Riccardo Balbo, Direttore Accademico IED Italia e alle ore 17.30 il designer Marcel Wanders con Michele Lupi e Lucas Arraut, direttore di Icon Design Spagna, daranno vita all’incontro “Moda, Media, Design – Convergenze parallele.”
Alle 18.30 “Car design: ritorno al futuro” una conversazione sul design delle auto del futuro con Carlo Leoni, Direttore Comunicazione Gruppo PSA Italia, e Michele Lupi, moderata dal giornalista Angelo Pannofino.
8 aprile
Alle ore 10.30 “Progettare taylor-made”: Eugenio Cecchin, AD Ideal Standard Italia, discuterà con Marco Grillo, ABITARE IN, delle nuove modalità di progettazione customizzata. A moderare la tavola rotonda Michele Brunello di Dontstop Architettura.
Alle 14.30 “Design tales. Video storytelling”, Patricia Urquiola e Alberto Zontone, guest curator per la quinta edizione di Milano Design Film Festival, parleranno di nuove narrazioni video insieme a Silvia Robertazzi, founder e curator con Antonella Dedini di MDFF. Modera Michele Lupi.
Alle 15.30 “Maestri allo specchio”: un inedito confronto tra due maestri indiscussi dell’arte comunicativa contemporanea, che hanno fatto rispettivamente, della luce e del graphic design, un linguaggio descrittivo della loro personale visione dell’arte: Italo Lupi e Ingo Maurer.
Ad intervistare i due maestri Giulio Iacchetti, designer.
Alle ore 16.30 lo chef Bruno Barbieri, testimonial Franke, e Filippo Polidori (CEO di Polidori&partners) discuteranno di Food: tra narrazione e progetto. Modera Michele Lupi.
Moderatore degli Icon Design Talks è Gianluigi Ricuperati, collaboratore de La Repubblica, autore de 'La scomparsa di me' e altri sette libri tradotti in Francia da Gallimard e da altri editori europei.
Per partecipare è necessario registrarsi su: eventi.icondesign.it. Tutti gli incontri sono gratuiti.
© Riproduzione riservata
Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare
«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.
Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.
Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.
La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.
Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».
Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».
Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».
Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».
Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».
Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».
© Riproduzione riservata
«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli
La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.
Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.
Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.
È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».
Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.
Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.
Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.
© Riproduzione riservata
Grazia è in edicola con Maya Hawke
Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.
Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.
Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.
Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.
Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.
E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.
© Riproduzione riservata
Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"
Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.
Che rapporto ha con il passare del tempo?
«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».
Davvero?
«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».
Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.
«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».
Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?
«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».
Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?
«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».
Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…
«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare».
Come mai?
«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».
Che cosa le disse al ritorno?
«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».
Ha fatto lo stesso con i suoi figli?
«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».
Che rapporto ha con la psichiatria?
«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».
Com’è andata?
«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».
E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?
«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il corpo».
Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?
«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».
Che cosa di lei non hanno mai capito finora?
«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».
Com’è la sua giornata ideale?
«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».
© Riproduzione riservata