Goal!... e non è il film di Danny Cannon

Goal!...e non è il film di Danny CannonGoal!...e non è il film di Danny Cannon

Sul vocabolario, alla voce ‘vacanza’, leggo: sospensione di un'attività di lavoro o di studio, spesso in corrispondenza di particolari ricorrenze o festività. E quando ne prenoto una con la mia famiglia, inizio a pensare a tutti i momenti felici che ci attendono, ai ricordi che rimarranno nel nostro cuore — ignorando la certezza matematica che qualcosa andrà storto di sicuro. Marzo 2016, è Pasqua, decidiamo di andare a Monte Carlo. Boy viene con noi.

Nell’albergo in cui soggiorneremo, accettano i cani, la famiglia va in vacanza al completo.
Arriviamo. Raggiungiamo la reception, seguiti da un carrello pieno di bagagli, Boy abbaia di gioia e tutti, nella hall, si voltano a guardarci. Lo accarezzo cercando di calmarlo, ma nel frattempo, Emma mi strattona la felpa: manifesta chiaramente il bisogno di attenzioni. Mi chino verso di lei, bisbiglia: “Mamma, guarda: c’è Totti.”
Per favore. Non ora.
Torno in posizione eretta, scrollo le spalle per fingermi disinvolta e pronta all’evenienza. Mi volto ed è solo un volgarissimo sosia.
Boy non smette di abbaiare, devo fare il check-in e portarlo nella sua stanza.
Giaco tiene Carola per mano, sta parlando con uno dei receptionist a cui mostra i documenti, ma quando il signore nota il cane, si acciglia. Giaco mi guarda e sembra infastidito.
“Che succede?” gli chiedo avvicinandomi.
“Dicono che il cane è di media taglia e la prenotazione è stata fatta per uno di piccola: la sola che accettano, ne sai niente?”
“Sì, sono stata io.” dico fiera e impavida.
“Mi hanno chiesto se superasse gli otto chili, ho detto di no.”
“Enri, ne pesa ventitré...” sussurra.
“Lo so, volevo metterlo a dieta, poi, tra una cosa e l’altra, mi sono dimenticata.”
Giaco mi guarda con un’espressione traducibile in ‘sei scema?’
Sapevo che sarebbe successo, ma ho un piano, un piano infallibile che ho studiato nel dettaglio prima di partire.
Ora spiegherò a questo signore che l’educazione di un cane non è certo una questione di taglia. In nome di quale principio canino, il chihuahua è più affidabile dell’alano? Anche i cani, dunque, sono vittime di discriminazione? Non posso accettarlo.
Sto per prendere in mano la situazione, quando Carola, che è accanto al papà, mi chiama e sembra muoia dalla voglia di dirmi una cosa.
“Dimmi amore.” chiedo chinandomi.
“Mamma, c’è Totti...” bisbiglia.
Ora ci si mette pure lei.
“No tesoro, è solo un ragazzo che gli assomiglia.”
Mi concentro sulla missione. Inizio a supplicare il receptionist con un francese che prende spunto dal mio dialetto, ma il signore non capisce. Sarà un problema di pronuncia, il senso c’era.
Mi manda il collega, che parla italiano, e traduce il mio messaggio.
“La prego, mi ascolti: non badi alle apparenze, non è mio marito il più affidabile della famiglia, ma il cane, mi creda. L’ho educato io e posso garantire per lui. Mi assumo ogni responsabilità in caso di danni — che naturalmente non saranno provocati, visto che è bravissimo.”
Sbatto anche un po’ le palpebre, il receptionist si commuove e mi fa parlare con il direttore, che riesco a convincere.
Una signorina dallo chignon perfetto ci fa strada verso gli ascensori, sorride a Boy, quasi a volersi compiacere della nostra vittoria familiare, e chiama il primo sulla sinistra. Le porte si aprono, ci invita a entrare. Arriviamo al piano, ci incamminiamo lungo il corridoio per raggiungere la stanza e le bimbe ne approfittano per informare papà di aver visto Totti.
“Chi? Er pupone?” chiede lui eccitato.
La signorina ci guarda con un sorriso complice. Non parla italiano, ma ha capito a chi ci stiamo riferendo.
Dopo la consegna dei bagagli e aver sistemato il loro contenuto negli armadi, decidiamo di fare riposare Boy e di andare nella piscina coperta dell’albergo.
L’acqua è riscaldata. Sguazziamo per un po’, quando mi accorgo che in fondo, sulla destra, c’è una postazione circolare con idromassaggio che si è appena liberata. Suggerisco alla truppa di raggiungerla a nuoto. Ognuno ci arriva a modo suo, ma proprio mentre stiamo per occupare le sedute in mosaico celeste, vedo Ilary uscire dalla vasca.
Quindi, quello che ho visto nella hall era il Pupone? Forse dovrei scusarmi con le bimbe, e forse, dove ora si stanno adagiando le mie chiappe, prima giacevano quelle di Iilary.
La stessa Ilary che è diventata mamma da una settimana. Ed è già in splendida forma, penso mentre la osservo nel tragitto che la conduce al suo lettino. Avrei voglia di rincorrerla per farle i complimenti, ma poi mi prenderebbe per una psicopatica.
Anche Giaco si è accorto di lei — dopotutto è umano — ma sembra più emozionato per l’effettiva presenza di Francesco. Lo guardo e capisco subito a cosa sta pensando.
“Promettimi che non correrai da lui a presentarti... per favore, è con la sua famiglia, lasciamolo in pace.”
“Enri, vado a stringergli la mano, non sto organizzando un sequestro.” ribatte divertito.
“Per favore, te lo chiedo perfavore.”
La mia richiesta sembra più una minaccia. Ma prima che il mio volto contrariato possa lasciare intendere le terribili e possibili conseguenze provocate dalla sua mancanza di collaborazione, le bimbe ci chiamano e dicono all’unisono: “Guardate c’è Totti.”

La mattina seguente ci svegliamo intorno alle nove. Carola mi chiede se Totti sarà ancora nella SPA. Emma interviene: conferma e aggiunge che potrebbe aver dormito lì.
“Mamma, mi sta prendendo in giro, vero?”
“Carrie, ascolta, anche se dovessimo incontrare Totti a colazione — Emma sto parlando anche con te — non c’è bisogno di indicarlo e di dirci che lo vedete, lo vediamo anche da soli, giusto amore?” concludo voltandomi verso Giaco che è in piedi alle mie spalle.
“Dicevi?”

Arriviamo sulla terrazza in cui viene servita la colazione. Prendiamo posto al tavolo, un cameriere ci raggiunge e ci chiede cosa vogliamo di caldo.
Emma ordina il suo cappuccino, Giaco i nostri caffè, Carola diventa improvvisamente timida: mi avvicina a sé, sussurrandomi qualcosa all’orecchio.
“Vuoi il latte macchiato Carrie?”
“No mamma, volevo dirti — a bassa voce — che laggiù c’è Totti.”
Niente da fare: i Totti ci perseguitano.
O siamo noi a perseguitare loro?
La domanda sembra scontata, eppure non lo è. Ma a darmi la conferma che è senza dubbio la seconda ipotesi quella più probabile, è Giaco, che si alza per andare dal Pupone a stringergli la mano.
Le bimbe lo seguono e io resto lì, al tavolo, pensando: Forza Roma.


Illustrazione di Valeria Terranova


Goal!…e non è il film di Danny Cannon
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

No other choice (6)
Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

No other choice (4)

La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

No other choice

Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

No other choice (2)

Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

No other choice (5)

 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

No other choice (3)

Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».

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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.

Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.

Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.

È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».

Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.

Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.

Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.

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Grazia è in edicola con Maya Hawke

Maya-Hawke
Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.

Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.

Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.

Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.

Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.

E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.

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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"

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Jodie Foster festeggia al cinema 60 anni da star. Nel thriller Vita privata, da oggi nelle sale, è una psicanalista tormentata. Ma a noi racconta come, grazie alla sua carriera, ha capito che le donne over 50 hanno tutte le carte per vincere

Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.

Che rapporto ha con il passare del tempo?

«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».

Davvero?

«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».

Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.

«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».

Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?

«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».

Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?

«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».

Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…

«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare». 

Come mai?

«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».

Che cosa le disse al ritorno?

«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».

Ha fatto lo stesso con i suoi figli?

«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».

Che rapporto ha con la psichiatria?

«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».

Com’è andata?

«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».

E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?

«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il  corpo».

Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?

«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».

Che cosa di lei non hanno mai capito finora?

«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».


Com’è la sua giornata ideale?

«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».