Fearless, Senza paura — e non è il film con Isabella Rossellini

“Aeroplano che te ne vai, lontano da qui chissà cosa vedrai...” canticchia Claudia. “Capito? Quando hai paura che l’aereo stia per cadere, canta che ti passa!”
“Okay, okay, smettila di dire quella parola”, ribatto io.
“Quale?”
“Come quale? Cadere...”
“Preferisci precipitare?”
Questa non ha capito: io ho il terrore di volare e lei non dovrebbe dire certe cose in mia presenza. Eppure mi convinco a partire, a prendermi una piccola vacanza oltre oceano con Giaco — le bimbe restano dai nonni — ma prima faccio le valigie.
Qualcuno dalla regia mi fa sapere che laggiù fa molto freddo e, malgrado lo patisca molto, di solito me ne frego.
Sono abituata a non coprirmi troppo per non sembrare l’omino della Michelin. E quando Fay si offre di mandarmi una serie di total look da sfoggiare a New York, anche se i pezzi che ho scelto non hanno volutamente tenuto conto dei dieci gradi sotto lo zero, aggiungo un paio di piumini miei e chiudo la valigia. Non si sa mai.
Io e Giaco, che in viaggio siamo un po’ l’equivalente di Bianca e Bernie — dove io sono Bernie e lui è Bianca — entriamo in aeroporto.
Abbiamo due posti in business, questo dovrebbe agevolarmi: gli spazi sono molto più comodi, puoi mangiare e soprattutto bere finché vuoi, puoi sbronzarti, perdere i sensi — dicono che questo sia il rimedio migliore — ma stiamo per imbarcarci e ho già mal di testa.
“Tutto bene, amore?” mi chiede Giaco.
“Sì, sì...”
Ho la stessa faccia di chi sta salendo su un patibolo per essere impiccato, ma lui non la nota: sta mostrando i biglietti alla hostess sorridendo.
Cosa ride?
Ho appena messo piede sull’aereo e sto per piangere... anzi piango.
Giaco mi abbraccia. Credo che avesse preventivato una mia crisi, forse anche più di una, ma probabilmente sperava che la prima si presentasse in fase di decollo.
Ma questo è un volo più lungo, le probabilità di morire sono più alte, o almeno è quello di cui sono convinta, e quindi ci sta.
“Signora, non faccia così”, mi consola la hostess alta, bionda e bella.
Non so se a irritarmi di più sia il suo chignon perfetto abbinato al rossetto impeccabile, o il semplice fatto che mi abbia chiamato signora a quel modo facendomi sembrare una vecchia piagnucolona.
Lei, che avrà appena vent’anni e nessun figlio a carico, cosa può saperne di cosa prova una madre in un momento come questo?
E lì, mentre mi chiedo se sia piuttosto merito del botox se ha un viso di porcellana, lei riapre bocca: “Vi accompagno ai vostri posti, prego...”
Giaco mi prende per mano e la segue, io trascino di mala voglia il trolley dietro di me.
A un tratto in mezzo al corridoio, alla vista dell’involucro che racchiude le mascherine dell’ossigeno che potrebbero penzolare, delle cinture di sicurezza in cui resto sempre impigliata e dei sacchetti marroncini per il vomito, mi fermo atterrita.
C’è qualche passeggero già seduto che si sta facendo il segno della croce, e ad aumentare il mio avanzato stato d’ansia è il rumore dei motori di questa supposta volante.
Sto tremando.
“Enri, tutto okay?” mi chiede Giaco preoccupato.
“No, non è tutto okay”, bisbiglio per non farmi sentire dalla hostess. “Stiamo andando a farci i c***i nostri dall’altra parte del mondo, e se questo coso dovesse cadere, come faranno le bimbe senza di noi?”
Con nonchalance impercettibile lui si tocca i genitali.
A convincermi che in quanto madre è giunto il momento di comportarmi da adulta è la hostess che sta venendo nella mia direzione con la sua faccia da saputella.
“Tutto bene?” mi chiede lei con un sorrisetto di plastica.
“Sì certo”, rispondo rimettendomi in marcia.
Arriviamo ai nostri posti, Giaco mi offre quello vicino al finestrino.
Il sorriso torna sul mio viso quando la stessa hostess, che poco fa ho definito una carogna, mi offre un beauty case di Bulgari con tutto il necessario per l’igiene personale, anche a Giaco ne viene data una di colore diverso, ma lui non ci fa caso: è già al secondo bicchiere di champagne.
Capisco dal suo alito fruttato che sta adottando la tecnica dello stordimento per mostrarsi meno fifone di quanto non sia, ma quando l’aereo inizia a muoversi sulla pista e prende velocità, cerco il suo conforto stritolandogli la mano.
“Se vuoi dirmi un’ultima volta che mi ami, questo è il momento”, mormoro caricando i miei occhi di lacrime.
Giaco cerca di sfiorarsi di nuovo là sotto per esorcizzare la jella involontaria che gli sto tirando, ma glielo impedisco afferrandogli anche l’altra mano per portarle entrambe sui miei occhi, impedendomi di guardare la morte in faccia.
Eppure, contro ogni previsione, l’aereo prende quota e arriva all’aeroporto JKF di New York sano e salvo.
Dopo aver passato sei giorni meravigliosi a New York in cui ho rischiato di morire assiderata per fare la gnocca poco vestita, e aver visto tutto ciò che potevo vedere – compreso lo scoiattolo che mi ha morso impunemente davanti alla casa in cui è stato girato ‘Io sono leggenda’ – arriva il momento di ripartire.
E giunge l’alba del mio ultimo giorno a New York, perciò è meglio che non rimandi a domani ciò che posso fare solo oggi. Dico tra me affacciandomi alla vetrata della nostra stanza da cui si vede l’insegna della CNN.
Domani vedrò questa città con occhi diversi: avrò il cervello in pappa al pensiero della supposta volante su cui sarò costretta a salire per tornare a casa, quindi è giunto il momento di affogare i dispiaceri nello shopping e di bruciare tutto quello che rimane del mio budget mensile destinato allo shopping.
Dopo tutto mi serve un bel souvenir.
“Giaco, svegliati”, dico battendo le mani.
Lui apre solo l’occhio sinistro, ma è iniettato di sangue e riesco a intendere il messaggio: ‘perché mi stai facendo questo? Sono solo le sei del mattino…’
Anche se non si pronuncia, io rispondo lo stesso: “Il jet lag non mi abbandona, perdonami… e poi è il nostro ultimo giorno a New York – forse anche l’ultimo della nostra vita – non vuoi rendermi felice e farmi un regalo?” gli chiedo sorridendo mentre gli sbaciucchio la fronte.
Giaco si gira dall’altra parte, ma non lo prendo come un no: chi tace acconsente.
Alla fine, il regalo me lo faccio da sola, quando entro in un bellissimo negozio vintage e trovo una giacca di Moschino Cheap and Chic.
Il commesso è simpatico e mi fa pure cinquanta dollari di sconto perché il capo ha una macchia sul polsino.
Esco dal negozio ed è come se avessi comprato un attico a Manhattan.
Anche Giaco apprezza l’acquisto, ma il tramonto di quella lunga e indimenticabile giornata è già arrivato. Torniamo in albergo passeggiando sulla Quinta mano nella mano, ma prima di partire devo dare un’ultima occhiata alla boutique di Chanel.
Quando arriviamo davanti alla vetrina, una borsa mi fulmina. È una bellissima Boy in pelle dorata, la patta ha un effetto a nido d’ape, la chiusura e la catena sono in argento.
“Giaco, guarda questa borsa”, mormoro sognante indicandola.
“Bellissima…”
“La compriamo?” incalzo, ma non gli lascio il tempo di rispondere. “Se domani dovessimo morire, io avrei almeno ricevuto una borsa di Chanel comprata a New York, non è romantico?”
Giaco non si tocca più – non davanti a una vetrina di quel calibro – ma mi guarda divertito.
“E poi”, continuo. “Siamo una società di collezionisti? Sì, quindi se prima ho comprato io, adesso tocca a te.” concludo ironica.
“Pensala così, amore mio: il cambio è troppo svantaggioso per la ‘nostra società di collezionisti’”, precisa virgolettando. “Non sarebbe conveniente comprarla qui, quindi dovrai salvarti su quell’aereo e comprarla in Italia.”
Sarà stato il suo tranello ragionevole o il desiderio di possedere una borsa che, alla fine, non ho mai comprato o, forse, la semplice fortuna, ma io e Giaco siamo tornati a casa.
E dopo aver visto New York, ho perso la paura di volare.
Illustrazione di Valeria Terranova
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«Non ce la farete a ricacciarci in casa»: l'editoriale di Silvia Grilli
Le Olimpiadi sono finite ma non riesco a smettere di ascoltare Eileen Gu, un oro e due argenti per la Cina a Milano Cortina 2026. È l’atleta più vincente nella storia dello sci acrobatico, modella, studentessa universitaria a Stanford. Dopo le tre medaglie, ha detto: «Ciò che conta è poter mostrare al mondo ciò di cui sono capaci le donne».
RIPENSO A PIERRE DE COUBERTIN, FONDATORE DEI GIOCHI OLIMPICI, SECCAMENTE CONTRARIO ALLA PARTECIPAZIONE FEMMINILE ALLE OLIMPIADI. Sosteneva che noi servissimo solo a incoronare i vincitori maschi. Vedere gareggiare i nostri corpi sarebbe stato uno spettacolo osceno e inadeguato. Con la sua bellezza e il suo talento, Gu se lo sarebbe mangiato vivo, come si è mangiata il giornalista che, dopo le sue prime due medaglie, le ha chiesto come mai avesse vinto solo l’argento. Lei gli ha riso in faccia con il suo bel viso sfrontato: «Sono la sciatrice acrobatica più decorata della storia, sto compiendo imprese mai fatte prima, mostrando lo sci migliore. La sua prospettiva è ridicola».
LA AMO. SE RICORDO COM’ERO TIMIDA IO A 22 ANNI, MI SENTO MALE. ALLA SUA ETÀ CAMMINAVO RASENTANDO I MURI. NON VOLEVO, NON PRETENDEVO. CI HO MESSO DECENNI A COMPLIMENTARMI (A VOLTE) PER CIÒ CHE FACCIO. ANZI, ANCORA SONO RILUTTANTE. E allora ascolto Gu. Sento la forza di Francesca Lollobrigida, che hanno cercato di ridurre a mamma e basta, perché «campionessa» per una donna è sempre troppo. Sento la gioia portentosa di Alysa Liu, che ha pattinato per se stessa, senza ascoltare nessuno, come voleva lei e ha vinto l’oro. Ascolto la libertà della pattinatrice Amber Glenn, che ci ha incantati al gala finale, e non ha mai smesso di esprimere le sue opinioni: «La gente ritiene che siamo solo atleti. “Pensa al tuo lavoro”, dicono. “Non parlare di politica”. Invece no, la politica ci riguarda tutti».
PERCIÒ MI DICO: AL NETTO DI TUTTO, NON VA COSÌ MALE PER NOI DONNE. La parità, con la partecipazione femminile a tutte le gare olimpiche, l’abbiamo raggiunta solo nel 2012. Ma voi avete visto quale spettacolo di forza, di consapevolezza, di autostima, non solo di grandissimo valore sportivo, ci hanno dato queste ragazze?
Sapete che c’è? Togliete pure la parola «consenso» dalla legge sullo stupro, togliete anche le quote rosa dai consigli di amministrazione come stanno facendo in America, lodateci pure solo quando siamo madri, oscurando tutti gli altri talenti. Rappresentateci pure come il vicepresidente americano J. D. Vance, che ostenta in giro la moglie alla quarta gravidanza come lezione di quello che dovrebbero fare le donne: ritirarsi dal lavoro e dare figli alla Patria. CONTINUATE PURE, MA IL SENTIERO È BEN SEGNATO. NON AVRÀ SUCCESSO LA VOSTRA RESTAURAZIONE. LE RAGAZZE NON VI ASCOLTANO PIÙ.
P.S. Gu è nata a San Francisco, ma ha scelto di competere per la Cina, il Paese di sua madre. Vance insiste che dovrebbe rappresentare l’America alle Olimpiadi. Come mai il più sfrenato dei nazionalisti improvvisamente vuole gli stranieri? Gu gli ha risposto: «Grazie J. D., ma se non vincessi non te ne importerebbe». Esatto.
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Grazia celebra Sanremo 2026 con quattro cover esclusive dedicate a Elettra Lamborghini, Malika Ayane, Arisa e Levante
Il nuovo numero di Grazia, in uscita in tutte le edicole e su app dal 26 febbraio, celebra il Festival di Sanremo con uno speciale dedicato alle protagoniste della musica italiana. La rivista diretta da Silvia Grilli propone infatti quattro cover esclusive, dedicate ad Arisa, Malika Ayane, Levante ed Elettra Lamborghini.
“Quattro servizi fotografici esclusivi, quattro interviste, quattro diverse copertine rimarcano la forza di Grazia e il talento di queste artiste. Così celebriamo il rito nazionale del Festival di Sanremo”, dichiara la direttrice Silvia Grilli.
Arisa porta sul palcoscenico la sua vita, tra gioia, dolore e l’oceano della passione, in quella che definisce la sua “favola”. Malika Ayane torna a Sanremo con una canzone d’amore che esplora la scoperta della normalità e della felicità, mentre Levante conquista con la sua passione travolgente. Elettra Lamborghini condivide invece la sua vita da Elettra, tra il cognome che porta e il desiderio costante di superare i propri limiti.
L’edizione di quest’anno è raccontata anche da Carlo Conti, tra le canzoni in gara, i grandi ospiti e le polemiche sul comico Andrea Pucci. Il direttore artistico svela poi la sua formula per lo show italiano più seguito, offrendo un punto di vista esclusivo dietro le quinte della kermesse musicale. Segue Michele Bravi, che torna sul palco dell’Ariston con la canzone Prima o Poi e lo spirito di chi, nell’ultimo anno, ha voltato pagina, andando in cerca di nuova musica e di sé stesso, senza perdere la voglia di emozionare.
Passando alla sezione 10 storie di cui parlare, Grazia affronta temi cruciali dell’attualità - dalle domande che feriscono le donne vittime di abusi al potere terapeutico dell’arte, dal coraggio civile alle riflessioni sulle quote rosa negli Stati Uniti - mentre nell’inchiesta Noi che a 30 anni siamo uniche dà voce ai trentenni di oggi, una generazione che sta ridefinendo priorità, ambizioni e modelli di riferimento, tra carriera, equilibrio personale e desiderio di autenticità.
La moda occupa uno spazio centrale nel numero, in perfetta sintonia con la Milano Fashion Week. Grazia intercetta l’energia e le aspettative di una momento cruciale per il sistema moda internazionale con uno speciale ricco di ispirazioni, tendenze e interpretazioni contemporanee. Dalle suggestioni british al ritorno dell’estetica Anni 70, dal rosso ribelle ai giochi di contrasti più sofisticati, il racconto si sviluppa tra passerelle ideali e street style, accessori e pagine shopping pensate per tradurre i trend in scelte concrete.
Chiudono l’edizione le pagine dedicate alla bellezza, con un focus sul make-up primaverile e sugli incontri che dimostrano come la collaborazione possa diventare forza condivisa.
Ma il Festival e la moda si vivono anche online: sul sito e i canali social di Grazia, i lettori e gli utenti potranno seguire tutto in tempo reale, scoprire il backstage, ammirare i look delle star, approfondire interviste e curiosità dagli eventi più esclusivi e lasciarsi ispirare dai trend della moda, per un’esperienza digitale completa che integra musica, stile e lifestyle e amplifica il dialogo con la fashion week milanese.
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Krug e Max Richter traducono in musica un'annata di emozioni
Un concerto straordinario per celebrare un’annata straordinaria. Siamo nella Roundhouse di Londra, a Camden Town. È il 10 febbraio e seduto al pianoforte c’è il compositore Max Richter, uno dei talenti più acclamati della musica contemporanea.
In prima fila ad applaudirlo ci sono volti noti come gli attori Pierce Brosnan, Lily James e Kristin Scott Thomas, ma anche Olivier Krug, sesta generazione della famiglia e ambasciatore della Maison. Accanto a loro, anzi accanto a ogni componente della platea, ci sono tre calici che verranno riempiti per ogni brano di questa esibizione unica.
Si tratta del nuovo capitolo del viaggio musicale che Krug ha chiamato Every Note Counts, ogni nota conta, affidando a un musicista di fama mondiale il compito di tradurre in musica lo spirito delle sue cuvée.
Richter ha intrapreso un viaggio nel tempo verso un anno straordinario per tanti motivi diversi, il 2008. Ve lo ricordate? L’elezione alla Casa Bianca di Barack Obama, la grande crisi finanziaria globale, Katy Perry che impazzava nelle radio con I Kissed a Girl. Quella del 2008 fu un'annata straordinaria anche in Champagne: nelle campagne francesi l'inverno fu freddo, l'estate clemente, e il sole tornò proprio al momento giusto, in settembre, pochi giorni prima della vendemmia.
«È molto raro assistere a un allineamento dei pianeti così perfetto da offrirci tre “movimenti” nella stessa stagione. La missione di Krug è creare ogni anno una prestige cuvée che sia come una sinfonia, ma non sempre possiamo avere altre storie da raccontare come accaduto nel 2008», dice Julie Cavil, Chef de Cave di Maison Krug. «Le condizioni fresche, i contrasti morbidi e una maturazione lenta e costante hanno permesso alle uve di svilupparsi con un equilibrio e una precisione straordinari. I vini che ne nascono incarnano eleganza, verticalità e un'austera, sottile compostezza».
Grazie anche a quelle uve maturate in una stagione senza precedenti Cavil ha creato tre cuvées: il Krug Clos d'Ambonnay 2008, nato da un solo pregiatissimo appezzamento di Pinot Noir; il Krug 2008, il millesimato che celebra il carattere distintivo di quell'anno particolare; e il Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio di oltre 120 singoli vini di oltre 10 annate diverse.
Max Richter ha risposto a queste creazioni componendo tre brani musicali originali ispirati a ciascun vino:Clarity, dove i protagonisti sono gli strumenti solisti che raccontano un solo terreno, una singola uva e un singolo anno; Ensemble, un crescendo armonico che suona come un dialogo tra più voci; e Sinfonia, dove la pienezza dell’orchestra va a riecheggiare la ricchezza che compone il Krug Grande Cuvée 164ème Édition.
Per dare vita a questa creazione Richter ha visitato le proprietà Krug a Reims e Ambonnay, in Francia. Ha passeggiato tra le vigne, messo le mani nella terra, osservato la curva della luce che accarezza i grappoli. Cavil ha poi fatto visita alla casa laboratorio del compositore, immerso nella natura dell'Oxfordshire, in Gran Bretagna. Nelle apparecchiature dello studio musicale, nei canali dei mixer, ha quasi riconosciuto i filari delle sue amate vigne.
Entrambi hanno trovato similitudini tra i loro mondi: «Il mio lavoro è fatto di materiali che sono gli stessi da secoli», dice Richter, «è una continua connessione tra il presente e il passato, ma alla fine lavoriamo tutti con ciò che non conosciamo: Julie non sa che cosa la terra darà ogni anno e questo è il prezzo della scoperta. Ed è molto stimolante». Continua Richter: «Il lavoro creativo è come metà di una conversazione. Fai una domanda e aspetti la risposta di chi hai davanti. Quello che ottieni lo chiamiamo cultura».
Il risultato dell’incontro tra cuvées de prestige e musica è ora a disposizione di tutti con il trio di champagne chiamati Krug from Soloist to Orchestra in 2008 - Act 2. Un’armonia nuova che si può cominciare a conoscere guardando il documentario disponibile qui e ascoltare anche sulle principali piattaforme di streaming. Un invito a vivere ogni esperienza con la lentezza che merita. E immergersi nella musica con un calice in mano per sentire profumi tra le note musicali, accompagnati dalla luce che ha dato vita a un'annata indimenticabile.
Nelle foto, dall'alto:
Max Richter in concerto a Londra
Max Richter con le tre Cuvées de Prestige Krug
Max Richter con Julie Cavil, Chef de Cave di Krug
Un'altra immagine del concerto di Londra
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«Sorridi e fa' la brava, sei una donna»: l'editoriale di Silvia Grilli
Alzi la mano la donna che non si è mai sentita dire: «Dovresti sorridere di più». Kaitlan Collins, giornalista dell’emittente televisiva CNN, ha chiesto a Donald Trump: «Che cosa risponde alle vittime di Jeffrey Epstein, che chiedono giustizia?».
TRUMP, CHE COMPARE IN PIÙ DI 5.300 DOCUMENTI DELL’INCHIESTA SULLA RETE DI POTENTI CHE ABUSAVA DI RAGAZZINE MINORENNI, L’HA ATTACCATA: «Sei pessima, la peggiore reporter. Non mi stupisco che la CNN sia così svalutata. È colpa di gente come te».
Rivolgendosi al suo staff e agli altri cronisti, che assistevano senza proferire parola, il presidente ha aggiunto: «Sapete, è giovane». Poi, ancora a Collins: «Non penso di averti mai vista sorridere. Ti conosco da 10 anni. Non ho mai visto un sorriso sul tuo viso».
MENTRE GUARDAVO LA SCENA, MI SONO SENTITA RIBOLLIRE. NON PERCHÉ FOSSE SCONVOLGENTE. MA PERCHÉ NON LO ERA. Alle donne viene insegnato sin da bambine a essere docili, accoglienti, affettuose. Per tutta la vita ci fanno credere che la migliore versione di noi stesse sia fare sentire gli altri a proprio agio.
Sorridere esprime obbedienza. Il presidente avrebbe voluto che Collins lo facesse. SORRIDI, FAMMI CREDERE CHE IO TI PIACCIA. PORGIMI DOMANDE COMPIACENTI COME MI PORTERESTI LA COLAZIONE IN CAMERA.
La nostra società trova sempre giustificazioni ai peggiori comportamenti maschili. Ci sono volute più di mille vittime prima che l’America capisse che il finanziere Epstein non fosse un aitante libertino con amici influenti, tra cui lo stesso Trump. No, era un predatore seriale, con un’organizzazione finalizzata all’abuso sessuale e al traffico di minorenni.
Eppure, ancora oggi il problema non sono il pedofilo e i compagni di merende. Trump zittisce una giornalista che esige da lui la verità. INSEGNIAMO ALLE NOSTRE FIGLIE CHE AVERE UNA VOCE È PIÙ IMPORTANTE CHE ESSERE AMABILI.
Nessuno chiederebbe a un maschio perché non sorride. Un uomo austero è sinonimo di solennità. Ma Collins è una donna. DOVREMMO MOSTRARCI BELLE CONTENTE ANCHE QUANDO CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER VIOLENZE SESSUALI. E COMUNQUE NON SAREMMO MAI ABBASTANZA DOCILI DA MERITARE IL PERDONO PER AVER SFIDATO GLI UOMINI.
ALLE LETTRICI E AI LETTORI
Da questo numero, Grazia si rinnova. Rafforza il suo punto di vista, evolve in autorevolezza e ricercatezza. Nell’epoca della velocità dei social media, diventa quindicinale, privilegiando l’affidabilità e la competenza, storie vere e verificate, la moda più desiderabile, il tempo per la lettura. Cambiamo, ma non cambiamo l’anima. Resteremo quello che siamo: amanti della libertà e della bellezza. Buona lettura. Scrivetemi che cosa ne pensate. Un abbraccio.
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