Diario di una scrittrice pronta a tutto. Quarto capitolo
A Positano non ci sono librerie. Anzi, mi correggo, non ci sono più.
La prima volta che sono stata qui con Giaco — e con la seria intenzione di concepire un bambino — ce n’era una sulla via che conduce al Marincanto, proprio sulla sinistra.
Ricordo perfettamente il libro che comprai quell’estate: ‘Sai tenere un segreto?’ di Sophie Kinsella.
L’ho amato per la piacevole coincidenza, per la trama spassosa e leggera, e ora che potrebbe essere il mio romanzo a regalare lo stesso sorriso a tante donne, non c’è nessuno che possa venderlo: è ingiusto. A volte vorrei avere un banco di assaggi, uno di quelli che si vedono al supermercato, dove una signora dall’aria convincente ti offre di provare un prodotto, e anche se io non accetto mai, potrebbe funzionare: so essere molto persuasiva.
Ho regalato alcune copie a un po’ di amici: a Gigia, ad Antonello, ai ragazzi della Cambusa, e a uno di loro in particolare: Ciro. Sua moglie aspetta il terzo bambino, un Prêt-à-bébé è quasi indispensabile.
Fisso i libri che ho portato qui con me, perfettamente impilati sulla scrivania, quando l’istinto mi suggerisce di affondare la mano nella borsa per riacciuffare il telefono. Apro Instagram.
Questo social è diventato una sfida personale: qui non mi esprimo come vorrei. Non ho il dono della sintesi — ecco perché i capitoli del mio libro portano i nomi dei film — e su Instagram è tutto ermetico, ma per quanto mi sforzi di essere comunicativa, proprio non mi riesce. È terribile sapere che manca qualcosa senza riuscire a capire che cosa. E mentre mi cruccio del mio deficit, mi accorgo di alcune notifiche che compaiono nella posta privata: vado a leggere.
Mi scrive una ragazza di Positano che si chiama Marilena: “Vieni a trovarmi in Boutique Theodora, sono una tua fan.”
Il suo negozio è vicinissimo, basta arrivare in Piazza dei Mulini e proseguire salendo su viale Pasitea; dal Marincanto saranno dieci minuti — e otto sono in discesa.
Rispondo che sono felice di incontrarla, fissiamo un momento che possa conciliare le esigenze di entrambe e ci salutiamo.
A conservazione finita, i libri sono dove li ho lasciati, ma smetto di pensare a loro: quella chiacchierata virtuale che si è appena conclusa mi offre lo spunto per una breve riflessione.
Continuo a stupirmi del fatto che le persone, a loro volta, si stupiscano se rispondo ai messaggi. È assurdo il contrario. Tutti gli artisti sono qualcuno perché hanno un pubblico. Se io scrivessi e nessuno mi leggesse, non avrei senso.
E a proposito di pubblico, domani sarà meglio spedire i cinque libri che sono stati vinti dai lettori in occasione del secondo contest di Prêt-à-bébé.
Mettere la sveglia a Positano non serve, qui basta socchiudere la porta a vetro del balcone e scostare le tende per concedersi un buongiorno differente.
Il rumore delle onde, la voce dei gabbiani, il tintinnio delle tazze che proviene dal piano di sotto dove si serve la colazione... inizio a sentire un certo languorino. E quando mi ricordo dei libri da spedire e della camminata che ci aspetta per raggiungere la posta, la fame aumenta. Sveglio Emma, ci vestiamo e scendiamo in terrazza.
È puro spettacolo. Anche quando credi di averci fatto l’abitudine, quella vista riesce sempre a sorprenderti: ci sono alberi di limoni sparsi ovunque, gatti che passeggiano tra i tavoli, e un senso di pace interiore che quasi spaventa. Si può essere più felici di così?
“Mamma, sei proprio sicura di voler andare fino alla posta?”
Emma mi riporta alla realtà: la felicità va meritata.
“Si Emma, ho detto che ci andiamo.”
“A piedi?” chiede sbuffando.
“A piedi.”
Scegliamo un tavolo, appendo la borsa allo schienale della poltroncina e abbraccio mia figlia dirigendomi al buffet.
In effetti, non posso biasimarla: questa cosa della posta ci ha un po’ scoraggiato.
La prima volta che abbiamo chiesto dove si trovasse, la reazione è stata alquanto demotivante. Abbiamo interrogato più persone e tutte ci hanno guardato con la stessa espressione traducibile in: non ce la farete mai.
Nonostante i positanesi siano cortesi e precisi, quando ci danno indicazioni, si preoccupano di suggerire alternative più rapide e meno sfiancanti, ma mi pare un’esagerazione: non si sta parlando di scalare l’Everest.
Usciamo dall’albergo cariche di buona volontà e ci incamminiamo. In una mano tengo la borsa dei libri, nell’altra, c’è quella di Emma. Mi si stringe il cuore. Chissà se tra qualche anno si vergognerà di compiere un gesto che è sempre stato naturale? Io ne soffrirò? Lo capirò?
Faccio un sospiro, la guardo, sorrido e mi godo il momento, lasciando le domande dove stanno, aspettando che sia il tempo a rispondermi.
Giunte al centro del paese, nella famosa Piazza dei Mulini, mi accorgo di una ragazza in divisa che dirige il traffico, ha il suo da fare, ma non posso fare a meno di raggiungerla per chiederle se quella che ho di fronte è la salita che porta alla posta. La vigilessa guarda Emma con compassione, poi sposta gli occhi su di me e bisbiglia: “sicure di non voler prendere l’autobus?”
Anche lei.
“Mi hanno detto che ci vorrà una mezz’ora a piedi...” mormoro nel tentativo di sottolineare che stiamo parlando di un nulla.
“Sì è vero... ma la strada è molto ripida.”
Cosa crede? Che non conosca Positano?
La ringrazio, la saluto e invito Emma a seguirmi, che si accoda senza replicare.
Alla quarta curva, una rotula è andata e un polmone è collassato.
“Te lo avevo detto mamma: spediamoli a Forte quando torniamo, ma tu niente...”
“Fammi riprendere fiato, ho guardato l’orologio alla partenza e dai miei calcoli, mancano solo venti minuti...”
Quel ‘solo’ pronunciato così, tra il disperato e lo speranzoso, induce Emma a offrirsi di prendere la borsa dei libri — quasi fosse lei la causa delle mie fatiche — ma preferisco tenerla io. Mi ravvivo i capelli come farebbe Sansone per riacquistare le forze e proseguiamo.
Dopo un paio di curve, sono di fronte a un bivio: destra o sinistra?
Vedo una signora anziana dall’altro lato della strada, prendo la mano a Emma per attraversare e una volta raggiunta, le domando quale sia la direzione giusta.
La donna porta un fazzoletto in testa per ripararsi dal sole rovente, ci guarda, sorride.
“La strada è quella.” dice indicando il lato destro. “Ma potete prendere le scale...”
Il suo dito cambia direzione, si sposta sulla sinistra.
“Vedete quel ragazzo che sta scendendo? Dovete prendere quelle e salire.”
Finalmente qualcuno con un spirito propositivo. Come ho detto, non si sta parlando di scalare l’Everest.
Alla terza rampa, ripida e interminabile, avrei voglia di tornare indietro.
Ma cosa dico? La sete mi sta facendo vaneggiare. Compio a fatica gli ultimi scalini e arriviamo in un altro piccolo centro di Positano: una tabaccheria, un’edicola e il bar internazionale.
L’insegna, che probabilmente viene prodotta in serie per tutta Italia, mi mette una voglia tremenda di acqua frizzante.
Mi sembra già di averla tra le mani: una bottiglietta appena squassata che mi esplode addosso regalandomi una doccia: sì, la voglio.
L’oasi mi chiama, ma la voce di Emma la sovrasta: “Mamma! La posta!” esclama.
Mi volto e la vedo. Potrebbe essere un miraggio, ma ne dubito: leggo la scritta POSTAMAT su una delle vetrate dell’edificio. E in un attimo, mi sento Claudio Bisio in ‘Benvenuti al sud’. Dimentico la sete e gioisco.
Mi sgranchisco le dita per migliorare la presa della borsa e attraverso la strada, seguendo Emma che, felice e contenta, si affretta ad aprirmi la porta.
Varco la soglia e non credo ai miei occhi: a parte i due ragazzi allo sportello, non c’è nessuno. Dov’è la fregatura?
“Tocca a me?” chiedo timidamente avvicinandomi.
“Certo signora, prego...” dice uno dei due.
La fregatura c’era: avevano finito le buste per i libri, così sono uscita e sono tornata alla tabaccheria per comprarle. Ma alla fine, sono riuscita a spedirli, a dissetarmi, e ripensando all’esperienza epica, mi sono fatta una bella risata.
L’abito di Valentino è tornato dalla lavanderia: non si è ristretto, non ha stinto, e fatta eccezione per quelle piccole ombre simili a gocce di pioggia che sono rimaste vicino alla scollatura, direi che è come nuovo. Ma sottolineo il condizionale.
Il computer di Ringhio, invece, è quasi da buttare. Me lo ha comunicato per telefono, dopo una seria di p****a t***a.
Io ho deglutito, le ho chiesto di calmarsi e di raccontarmi tutto per filo e per segno.
“Amo... hanno hackerato Ciro!”
C’è chi, prima di avere un figlio, fa pratica con i cani — come la sottoscritta — e chi preferisce usare la tecnologia, ma di fatto, Ringhio ha battezzato il suo PC.
Quando lo ha portato dai tecnici, erano in fibrillazione: non avevano mai visto un virus così letale.
Non vorrei sembrare esagerata, ma questo è un attacco a tutti gli effetti.
Qualcuno si è impossessato degli accessi di un marchio importante di moda, ha pescato una delle nostre mail, inviata due anni prima per iniziare una collaborazione con il blog, e ha risposto spendendoci un virus in formato zip. Se lo avessi aperto io dal telefono, tutti i miei file non ci sarebbero più. Ieri Instagram ha certificato il profilo, ora anche io ho il bollino blu, e sembra una coincidenza un po’ strana. Ma i tecnici sono riusciti a ripristinare la memoria e a recuperare tutti i dati: vorrà dire che mi toccherà festeggiare con un piatto di spaghetti alle zucchine della Cambusa.
Penso a loro continuamente, mattina, mezzogiorno e sera. Me ne farei un piatto anche ora.
“Mamma... abbiamo appena fatto colazione...” mi ricorda Emma.
“Lo so, ma sono buonissimi. E poi ho deciso che Prêt-à-bébé diventerà un best seller: devo tenermi in forze.”
Mia figlia ride. Non capisco se per la battuta o per la faccenda del best seller: meglio rimanere nel dubbio.
Con certezza, invece, ricorderò per sempre questa vacanza con Emma.
I nostri bagni al mare in cui mi chiede con insistenza di farla ridere, di raccontarle gli aneddoti della mia vacanza in Sicilia quando avevo la sua età, di ripeterle i piatti tipici in lingua originale. Le nostre cenette divertenti, le chiacchierate con le persone del paese che ormai conosciamo da anni, e con quelle che abbiamo appena conosciuto. I baci, gli abbracci e le lacrime che lascio qui, ogni volta che giunge il momento dei saluti. Ma più di tutto, non dimenticherò la frase di Emma, pronunciata la mattina prima della partenza: “Mamma, possiamo fare il replay?”
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare
«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.
Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.
Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.
La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.
Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».
Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».
Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».
Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».
Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».
Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».
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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli
La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.
Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.
Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.
È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».
Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.
Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.
Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.
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Grazia è in edicola con Maya Hawke
Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.
Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.
Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.
Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.
Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.
E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.
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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"
Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.
Che rapporto ha con il passare del tempo?
«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».
Davvero?
«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».
Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.
«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».
Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?
«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».
Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?
«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».
Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…
«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare».
Come mai?
«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».
Che cosa le disse al ritorno?
«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».
Ha fatto lo stesso con i suoi figli?
«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».
Che rapporto ha con la psichiatria?
«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».
Com’è andata?
«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».
E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?
«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il corpo».
Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?
«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».
Che cosa di lei non hanno mai capito finora?
«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».
Com’è la sua giornata ideale?
«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».
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